Aspettando un mondo nuovo
Romanzo filosofico
1
“Guarda Pierre come luccica!” mi disse Robert.
“È vero, a vederla da qui sembra un grande specchio!” ammisi accennando un mezzo sorriso intriso di stupore.
Eravamo a più di un chilometro di distanza dalla grande casa comune, ma l’incidenza dei raggi del sole del mattino li faceva rimbalzare dai pannelli fotovoltaici che ricoprivano la parete sud e arrivavano fino a noi, come un faro che indica la rotta ai naviganti. L’aria piacevolmente temperata che accarezzava i nostri visi testimoniava la primavera inoltrata e, seppure indugiavamo a contemplare quella grande struttura, non fummo distolti dal motivo per cui ci trovavamo in quel luogo.
“Robert, che ne dici se cominciamo a far scorrere la griglia mobile del settore due?” proposi, indicando un punto del laghetto artificiale che si trovava quasi a ridosso della cascatella.
“Certo, ma è meglio chiamare anche Samuel e Luc”.
Stavano dall’altra parte del laghetto per controllare le chiuse, così li chiamò a gran voce, con ampi gesti delle braccia. Spostammo la griglia per parecchi metri e costringemmo i pesci di quel settore a concentrarsi in spazi ristretti, per facilitarne la cattura.
“Ti ricordi quando hanno fatto il lago, una dozzina di anni fa?” chiesi a mio cugino Samuel, mentre affondavo il retino nell’acqua.
“Sì, sì, mi ricordo. Quando eravamo bambini, il nonno ci ha accompagnati qui diverse volte per vedere i lavori nelle chiuse e gli scavi per le griglie”.
La sua risposta mi fece pensare alla triste sorte di nonno Albert: un banale incidente di quasi due anni prima gli era costato la frattura scomposta di due vertebre. Da allora giaceva a letto in camera sua, paralizzato dal bacino in giù e costretto a dipendere in tutto dai membri del nostro gruppo.
Esternai questi pensieri a Samuel che, dopo un lungo sospiro, intanto che tirava su il retino con dentro i pesci che si dibattevano, mi rispose così: “Certo non è un bel vivere! Meno male che il nonno non è mai solo, perché vengono a trovarlo spesso anche membri di altri gruppi… poi riesce a comunicare con tanti altri che si trovano nella grande casa comune”.
“Eh sì, meno male!” mi limitai a rispondere, sinceramente dispiaciuto.
Restai un bel momento con il retino fermo in acqua mentre pensavo a come eravamo fortunati a vivere in una federazioni di gruppi sociali autosufficiente. Il nonno mi raccontava spesso della vita che una volta lui e nonna Marie facevano nel sistema di competizione. Soggetti all’indifferenza e al cinismo del prossimo, sempre in ansia di perdere il lavoro che garantiva il sostegno alla famiglia, sempre pressati dalle tasse e dalla burocrazia, sempre all’erta per difendersi dagli imbroglioni, semp…
“Ehi Pierre! Ti ha ipnotizzato la tua immagine riflessa sull’acqua?” disse Robert mentre sfoggiava un sorriso da orecchio a orecchio. Sorrisi anch’io e tirai su il mio retino con dentro qualche pesce.
“Ragazzi, penso che possano bastare, mi pare che ce ne siano a sufficienza. E poi Paul e Brigitte staranno già ad aspettarci” disse Luc, indicando la vasca quasi colma di pesci nel cassone del furgoncino elettrico.
Paul e Brigitte erano i cuochi del nostro gruppo, o meglio, quello mio e di Samuel, situato all’undicesimo piano della grande casa comune, mentre Robert e Luc erano fratelli e facevano parte di un altro gruppo due piani sotto al nostro. Anche se di gruppi diversi eravamo grandi amici e non era raro che, proprio per questo, gli anziani ci affidassero degli incarichi da svolgere insieme. Quel giorno nel menù del pranzo del mio gruppo si era deciso di inserire una grigliata di pesce, per questo eravamo lì.
Caricammo gli attrezzi sul furgoncino, poi Samuel e Luc portarono i pesci nella cucina di gruppo dell’undicesimo piano.
“Ci vediamo più tardi” dicemmo tutti quasi all’unisono.
Questo primo brano funziona molto bene come apertura narrativa perché presenta subito, in modo concreto e visivo, il mondo del romanzo: non lo spiega in astratto, ma lo fa vedere attraverso un’azione quotidiana, semplice e molto simbolica, cioè la pesca, il lavoro comune, la casa collettiva e i rapporti tra gruppi.
Il capitolo dà subito l’idea di una società già organizzata, stabile e cooperativa. Non c’è conflitto aperto, non c’è caos, non c’è dramma iniziale: il lettore entra in un universo che appare ordinato, funzionale, quasi armonioso. Proprio per questo il testo produce un effetto particolare: non descrive un futuro “spettacolare”, ma un futuro abitato, concreto, normalizzato. Questa scelta rende il mondo narrato più credibile e più interessante, perché mostra come potrebbe essere una civiltà alternativa non come utopia astratta, ma come vita quotidiana.
L’inizio è molto forte dal punto di vista visivo: la casa comune che “luccica” e sembra uno specchio grazie ai pannelli fotovoltaici crea subito una sensazione di modernità, efficienza e bellezza funzionale. La luce del sole non è solo un dettaglio atmosferico, ma diventa quasi un simbolo: la tecnologia è integrata con l’ambiente, non lo domina in modo aggressivo. Il fatto che la struttura sia paragonata a un faro che guida i naviganti suggerisce anche un valore orientativo e quasi morale di questo spazio comunitario: la casa comune non è solo un edificio, è un punto di riferimento.
La raccolta dei pesci con griglia mobile, retino, chiuse e furgoncino elettrico mostra una società dove il lavoro è collettivo, pratico e ben organizzato. Qui è importante notare che non si tratta di una fatica alienante, ma di un’attività condivisa tra amici e parenti, dentro una rete di relazioni stabili. Il gesto di pescare insieme diventa quasi una rappresentazione in miniatura della società descritta nel romanzo: collaborazione, coordinamento, utilità concreta.
In questo senso il lavoro non è presentato come sfruttamento, ma come partecipazione a un organismo comune. È un dettaglio fondamentale perché incarna narrativamente il messaggio ideologico dell’opera, senza bisogno di discorsi espliciti.
Pierre, Robert, Samuel e Luc sono tratteggiati in modo semplice ma efficace. Si percepisce subito la loro confidenza reciproca, il tono affettuoso e il fatto che appartengano a gruppi diversi pur restando molto legati. Questo è importante perché mostra che la federazione non annulla i legami tra le persone, ma li rende più ampi e fluidi. La presenza dei cugini e dei fratelli crea una rete familiare che si sovrappone a quella sociale.
Anche l’anziano nonno Albert introduce un elemento umano e patetico molto rilevante. La sua condizione di paralisi dà uno spessore più realistico al quadro: non siamo in un mondo perfetto, ma in un mondo che prova a prendersi cura dei fragili. Il fatto che non sia solo, che venga visitato e possa comunicare con altri, rende evidente il valore della comunità come risposta alla sofferenza e alla dipendenza.
Il ricordo della vecchia vita nel “sistema di competizione” è uno dei passaggi più significativi, anche se qui appare solo accennato. In poche righe si condensano ansia, precarietà, tasse, burocrazia, paura degli imbroglioni, insicurezza: è il ritratto di un mondo fondato sulla difesa individuale e sulla sfiducia. Il contrasto con la situazione presente è netto e funziona molto bene dal punto di vista ideologico. Questo procedimento è efficace perché il lettore capisce subito che la nuova società non nasce per idealismo astratto, ma come risposta concreta a un ordine precedente vissuto come oppressivo. Il passato non è solo “vecchio”: è emotivamente pesante, socialmente fragile e moralmente logorante.
La “grande casa comune” è forse il simbolo più importante del brano. Non è solo il luogo dove si vive, ma il segno materiale di una civiltà alternativa. La verticalità dell’edificio, i piani, i gruppi, le cucine collettive, le attività condivise suggeriscono un’organizzazione sociale quasi organica, in cui ogni livello ha una funzione e una relazione con gli altri.
La casa comune rappresenta quindi una sintesi tra individuo e comunità: le persone non sono isolate, ma neppure indistinte. Vivono insieme, ma in gruppi riconoscibili, con ruoli e responsabilità. È una forma di convivenza che cerca di equilibrare autonomia e solidarietà.
Lo stile è lineare, chiaro, molto leggibile. Predilige l’azione concreta e il dialogo, con una narrazione in prima persona che rende tutto più vicino e immediato. La voce narrante appare giovane, partecipe, affettuosa e piena di meraviglia verso il mondo in cui vive. Questo è importante perché trasmette al lettore non solo informazioni, ma anche un atteggiamento: il mondo nuovo è vissuto come normale, e proprio per questo sembra desiderabile.
L’uso di espressioni semplici, di immagini luminose e di dettagli pratici aiuta a costruire un tono rassicurante, quasi domestico, che rende il romanzo meno astratto di quanto potrebbe sembrare dalla premessa teorica. Dal punto di vista simbolico, il brano mette in scena tre idee centrali: la tecnologia al servizio della comunità; il lavoro come cooperazione; la cura reciproca come fondamento della società.
In questo senso il primo capitolo non è solo descrittivo: è già una dichiarazione di poetica e di politica sociale. La vita quotidiana diventa il luogo in cui si verifica la bontà o meno di un modello di civiltà. E’ convincente perché non spiega troppo e non idealizza in modo freddo: mostra un mondo nuovo attraverso piccoli gesti condivisi, relazioni familiari e ambienti concreti. La sua forza sta nel far percepire che un’altra organizzazione sociale non è solo pensabile, ma già vissuta, incarnata, praticata. Il risultato è un’apertura narrativa che unisce utopia, realismo quotidiano e critica sociale in modo abbastanza armonico.
2
Robert e io dovevamo invece raggiungere le squadre di lavoro ai confini territoriali della federazione, per cui ci inerpicammo su per la collina costeggiando il torrente. Camminammo di buona lena per quasi un quarto d’ora, fin dove si formava la grande cascata.
“Guarda che meraviglia! Sembra il Giardino dell’Eden!” dissi a Robert ansimando un po’.
Dall’alto potevamo vedere in lontananza i boschi che facevano da corona a tutti i confini della proprietà comunitaria: un grande anello verde scuro chiazzato qua e là di bruno e di verde chiaro. All’interno c’erano prati e campi coltivati che sembravano una scacchiera multicolore. Un po’ più dentro si alternavano le serre e gli alberi da frutto; verso valle i confini si restringevano, conferendo al territorio una vaga forma di pera. Quasi al centro sorgeva la grande casa comune, circondata da parchi e giardini.
“Davvero una meraviglia! Mio padre dice che ai tempi della sua infanzia, qui era molto diverso: quando la nostra organizzazione internazionale ha acquistato i terreni della comunità, c’erano delle frazioni abbandonate da molti anni e parecchie case sparse, ormai praticamente diroccate. C’erano anche dei capannoni, di cui restavano solo i muri, che contenevano ancora macchinari tessili vecchi e arrugginiti. I terreni, che una volta erano prati o campi coltivati, erano diventati un’intricata boscaglia con sterpaglie e rovi” disse Robert anch’egli ansimante, mentre aggrottava la fronte e spalancava gli occhi, come chi è incredulo davanti a una palese evidenza.
“Mio nonno” dissi sedendomi anch’io accanto a lui per prendere fiato “ha raccontato che tutte le macerie delle vecchie costruzioni sono servite a riempire degli avvallamenti e a bonificare gli acquitrini che vi si formavano. Vedi laggiù dove c’è quel giovane castagneto, non lontano dal laghetto artificiale?”
“Sì, lo vedo, ebbene?”
“Adesso è un terreno piano, ma una volta c’erano saliscendi e pendii scoscesi”.
“Certo che i nostri nonni e i nostri genitori ne hanno fatto di lavoro!” esclamò Robert dopo lunghi attimi di contemplazione, ciondolando lentamente il capo su e giù e guardando l’intero territorio della nostra federazione. Infine si alzò e mi tese la mano perché mi alzassi anch’io. Attraversammo il torrente e ci inoltrammo dentro il bosco, fino al confine territoriale dove ci aspettavano le squadre di lavoro.
“Oh, ecco i nostri pescatori!” disse Michel, il coordinatore dei lavori, quando ci vide arrivare. Michel era il responsabile della manutenzione esterna. Era stato nominato anziano del gruppo sette già da parecchio tempo, quando ancora non aveva trent’anni. Nella comunità non si diventava anziani per il raggiungimento di un’età anagrafica, ma per aver dimostrato la maturità necessaria per ottenere incarichi di responsabilità nel gruppo e nella federazione.
“Penso che sappiate già il lavoro che dobbiamo fare questa mattina” disse Michel, mentre metteva le sue braccia sulle mie spalle e su quelle di Robert.
“Sì, sì” disse Robert.
“Sì” confermai io.
Sapevamo da più di un anno che si stava formando un’altra comunità autosufficiente proprio ai nostri confini, con diciassette gruppi e circa milleseicento abitanti. Il territorio della loro federazione confinava a est con il nostro per quasi due chilometri. Era stato spiegato a tutte le famiglie, che quel giorno e quello successivo si sarebbe dovuta togliere la recinzione metallica e sradicare la siepe spinosa del confine comune, quindi occorrevano molti volontari. Michel ci invitò a unirci a una squadra che stava smontando i pali di recinzione e i pannelli di rete elettrosaldata. Il nostro compito era anche quello di caricare questo materiale sui camion, perché doveva servire a recintare un pezzo di confine del territorio dell’altra federazione. Lungo tutto il tratto da smobilitare, che si trovava in leggera pendenza, vedevo piccole squadre al lavoro anche in lontananza, come tante formichine operose. A occhio penso ci fossero state quasi duecento persone che per lo più non conoscevo, perché in parte erano membri della nascente federazione confinante, in parte membri dell’organizzazione esterna.
Ovviamente, quel giorno e anche l’indomani, la maggior parte di quei volontari erano ospiti a pranzo nella nostra federazione. Anche nella sala mensa del mio gruppo era stato predisposto per una decina di commensali in più.
Il secondo capitolo dipinge un quadro vivido e idilliaco di una comunità utopica autosufficiente, enfatizzando temi di trasformazione, cooperazione e armonia con la natura. Robert e il narratore, salendo verso i confini territoriali, ammirano un paesaggio rigenerato: boschi, prati, campi, serre e giardini che formano una “scacchiera multicolore” e una “vaga forma di pera”. Questo non è solo uno scenario descrittivo, ma un simbolo potente della redenzione ecologica e sociale – da rovine industriali (capannoni tessili arrugginiti, boscaglie intricate) a un “Giardino dell’Eden” bonificato con macerie riutilizzate e laghetti artificiali. L’autore usa il dialogo tra i protagonisti per trasmettere un senso di continuità generazionale: nonni e genitori hanno faticato per questo paradiso.
La narrazione accelera poi sul lavoro collettivo al confine, introducendo dinamiche comunitarie affascinanti. Michel, “anziano” per maturità anziché età (un concetto che sfida le gerarchie tradizionali), coordina squadre miste tra la federazione del narratore e una nuova comunità confinante di 1.600 abitanti. Smontare la recinzione metallica e la siepe spinosa per eliminare un “confine comune” rappresenta l’essenza del romanzo: l’abbattimento di barriere fisiche e ideologiche, in favore di un territorio condiviso. Le “formichine operose” – 200 volontari, inclusi ospiti per pranzi comunitari – evocano un “alveare” umano, efficiente e inclusivo, con enfasi sul riciclo (materiali riutilizzati per nuove recinzioni) e sull’accoglienza (posti extra in mensa).
Dal punto di vista stilistico, L’autore adotta un tono realistico e immersivo, con descrizioni sensoriali (ansimare sulla collina, il torrente) che ancorano l’utopia in esperienze tangibili. I link ai file di approfondimento suggeriscono un approccio ipertestuale, invitando il lettore a esplorare concetti come “proprietà comunitaria” o “incarichi di responsabilità”, rendendo il romanzo un saggio romanzato interattivo. Questo capitolo consolida la visione filosofica del libro – una federazione internazionale post consumistica, sostenibile e non gerarchica – criticando implicitamente il mondo contemporaneo di degrado e divisioni. È un invito ottimista a immaginare società future basate sul lavoro condiviso e sulla rigenerazione ambientale.
3
“Va bene se mi fermo qui?” chiese l’autista di uno dei tre camion, mentre si sporgeva vistosamente fuori dalla portiera aperta. “Sì, lì va benissimo. Chi sei che non ti ho mai visto?” rispose Michel, posando uno sguardo interrogativo su quel giovane alto e longilineo.
“Mi chiamo Jean Paul, sono da poco più di un anno associato alla circoscrizione esterna Sud quattro. Mi hanno detto che oggi sono ospite nel gruppo undici”.
“Ah, bene, qui c’è proprio uno di quel gruppo”.
Parlottarono per un po’, poi Michel mi fece segno di avvicinarmi: “Pierre, puoi venire qui un attimo per favore?”
Posai gli attrezzi che usavo per smontare i pannelli e andai verso di lui. Avevo sentito la conversazione, ma aspettavo che mi dicesse qualcosa o che facesse le presentazioni.
“Dimmi!”
“Questo ragazzo si chiama Jean Paul. Oggi mangia da voi. Caricate la roba secondo le disposizioni che vi darà” ordinò Michel mentre si allontanava.
“Piacere, mi chiamo Pierre”.
“Piacere, Jean Paul. Ho sentito il tuo nome quando Michel ti chiamava. Sei qui da tanto?”
“Beh, io qui ci sono nato diciannove anni fa” risposi con una punta d’orgoglio mal celato.
“Beato te!” e sospirando continuò: “È solo un anno che sono entrato nell’organizzazione esterna, chissà quanto dovrò aspettare per far parte anch’io di una federazione!”
“Ti capisco. Io non ho mai provato questa attesa, ma immagino che la vita nel mondo competitivo non sia davvero facile”. Lo dissi come per scusarmi di quel privilegio che non mi ero conquistato, ma avevo avuto solo grazie ai miei genitori.
“Aspetterò, come hanno aspettato tanti altri” affermò Jean Paul allargando le braccia. Poi si riprese: “Allora, i pali li mettiamo per lungo, uno contro l’altro fino a coprire il pavimento del cassone. Sono lunghi quattro metri, vero?”
“Quasi, sono tre metri e ottanta centimetri”.
“Bene, poi mettiamo i pannelli della recinzione sopra i pali, fino a riempimento del cassone”.
Tra la recinzione e la siepe spinosa più che trentennale, alta anch’essa come la recinzione, c’era un corridoio di un metro o poco più, per consentire la periodica manutenzione della siepe. La recinzione era stata fatta volutamente in materiale inossidabile, proprio per evitare una costante manutenzione: era stata montata quasi quarant’anni prima e ancora era in buono stato. Penso che questo materiale abbia comportato un costo non indifferente, ma la direzione dell’organizzazione internazionale aveva deciso così. Tutte le federazioni autosufficienti a quel tempo esistenti nel mondo erano legalmente di proprietà della nostra organizzazione internazionale. Meno di una decina di persone si succedevano alla dirigenza per pochi anni, prima di essere sostituiti da nuovi eletti. Essi non traevano alcun beneficio materiale dal loro essere dirigenti, perché svolgevano la loro mansione volontariamente e gratuitamente. Erano tutti anziani responsabilmente maturi e, nello stesso tempo, anziani di età per offrire la loro esperienza acquisita sul campo.
Andai a dare le disposizioni dell’autista alla squadra di lavoro, mentre Michel era andato dove erano arrivati gli altri due camion, distanti duecento o trecento metri l’uno dall’altro. Ancora prima di smontare le recinzioni erano stati creati dei varchi, tagliando la siepe spinosa in determinati punti, per agevolare il carico sui camion. L’indomani la siepe sarebbe stata abbattuta e completamente sradicata. Al suo posto sarebbero stati piantati alberi per infoltire i boschi di confine tra le due federazioni, perciò gli animali selvatici sarebbero stati liberi di muoversi in entrambi i territori comunitari. A questo proposito anche alcuni prati, soprattutto verso la collina, erano stati messi a loro disposizione, mentre le zone coltivate all’aperto erano circondate da filo elettrificato, proprio per impedire agli animali più grossi di entrarvi.
“Basta così! Nel cassone non ci sta più niente. Carichiamo il resto nei prossimi viaggi” disse Jean Paul agitando il braccio, mentre era già intento a salire sul camion. Prima di avviare il motore elettrico mi invitò in cabina di guida con lui, per indicargli dove dovevamo scaricare il materiale. La recinzione doveva essere pulita, controllata ed eventualmente riparata, prima di essere consegnata agli incaricati dell’altra federazione.
Percorremmo i circa due chilometri che ci separavano dalla grande casa comune. Là, al piano terreno, c’era l’officina dei fabbri che dovevano prendere in consegna il materiale. Il responsabile ci indicò il punto dove avremmo dovuto scaricare e così fu fatto.
Il terzo capitolo approfondisce la dinamica sociale e operativa della federazione, focalizzandosi sul lavoro concreto di smantellamento della recinzione al confine, mentre introduce contrasti tra “dentro” e “fuori” il mondo comunitario. L’incontro tra Pierre (il narratore, nato nella comunità e orgoglioso dei suoi 19 anni di radicamento) e Jean Paul (un giovane della “circoscrizione esterna” Sud quattro, in attesa di entrare in una federazione) è il cuore emotivo: un dialogo che rivela gerarchie inclusive basate su pazienza e merito, non su nascita. Jean Paul sospira per l’attesa, contrapponendo il “mondo competitivo” esterno – implicito caos capitalista – alla stabilità utopica interna, e Pierre si scusa quasi per il suo privilegio ereditario, mostrando empatia e umiltà.
Sul piano pratico, Nigra descrive con precisione ingegneristica il processo: pali da 3,80 metri impilati nei cassoni dei camion elettrici, recinzione inossidabile quarantennale (costo elevato, ma investimento a lungo termine), siepe spinosa trentennale da sostituire con boschi per animali liberi. Questo sottolinea sostenibilità e pianificazione: materiali riciclati per l’altra federazione, varchi precedentemente tagliati, filo elettrificato solo per campi coltivati. La transizione verso confini porosi – animali che migrano liberamente – simboleggia fiducia e interdipendenza tra comunità, preludio all’espansione dell’organizzazione internazionale.
La governance emerge nitida: proprietà legale centralizzata, dirigenza rotante (pochi anni, eletti tra “anziani maturi” con esperienza, servizio gratuito e volontario), che garantisce disinteresse e saggezza. Il capitolo culmina con il viaggio in cabina verso l’officina dei fabbri, un tocco quotidiano che rende credibile l’utopia – camion elettrici, manutenzione efficiente, ruoli specializzati.
Stilisticamente, l’autore mescola narrazione in prima persona con dettagli tecnici e link ipertestuali (es. “infoltire i boschi”), creando un saggio romanzato immersivo. Il tono resta ottimista e realistico, che non offusca il messaggio: una società post scarsità dove lavoro, accoglienza e rigenerazione naturale dissolvono divisioni. Questo capitolo rafforza la critica al mondo esterno, dipingendo la federazione come modello evolutivo.
4
Jean Paul guardava con la bocca semiaperta a destra, a sinistra, in alto, in ogni dove. Nel suo evidente stupore contemplava la grande struttura circondata da parchi e giardini.
“È la prima volta che entri nel territorio di una federazione autosufficiente?”
“No, avevo già partecipato per delle mezze giornate ai lavori di bonifica del territorio di un’altra federazione, lontana circa una cinquantina di chilometri da qui, ma non mi sono mai avvicinato così tanto a una struttura polifunzionale. Devo dire che a vederla da vicino è impressionante!”
“Beh, oggi non solo ne hai vista una da vicino, ma ci entrerai pure dentro!” Tornammo indietro per effettuare un altro carico. Dopo altri due viaggi il sole alto ci stava dicendo che ormai si era avvicinata l’ora di pranzo. Infatti Michel stava avvisando tutti di sospendere i lavori.
“Allora non ci resta che andare!”
Montammo sul camion carico e ci avviammo. Nel frattempo i volontari erano stati invitati a salire sui tre bus navetta elettrici, che li avrebbero portati nella nostra grande casa comune. Aiutammo a scaricare il materiale dal camion e poi salimmo su uno dei
quattro grandi ascensori della struttura. Con altri scambiammo delle rapide battute mentre salivamo all’undicesimo piano.
“Vieni nella mia camera a darti una rinfrescata prima di mangiare” dissi a Jean Paul. Per la verità, in ogni piano c’erano alcune camere libere predisposte proprio per gli ospiti, ma volevo fargli vedere come si viveva realmente in un gruppo sociale dislocato su un intero piano della grande struttura.
“Ecco, questa è la mia camera e questi sono i miei servizi igienici personali. Ogni membro della federazione ha questi suoi spazi, anche se si trattasse di un neonato. Ovviamente la famiglia può organizzare i suoi spazi come meglio crede. Vedi queste pareti? Sonoparatie mobili insonorizzate che scorrono su delle piccole rotaie. In questo modo gli spazi famigliari possono variare in base al numero di componenti, fermo restando che ognuno deve avere i suoi servizi igienici. Le rotaie hanno una doppia funzione, perché, oltre ad essere delle guide per le paratie mobili, servono anche come condutture di acqua calda per il riscaldamento degli alloggiamenti. I pavimenti sono composti da piastre smontabili di legno ignifugo e fibra di carbonio. I miei genitori hanno una camera comune più ampia della mia e ovviamente con doppi servizi. Mia sorella Heloise ha uno spazio più o meno come il mio”. Jean Paul ascoltava senza dire niente, aspettandosi altre novità.
“Vedi quello? È uno strumento multimediale vocale che ci permette di avere tutte le informazioni che ci servono” proseguii, indicando una grande cornice rettangolare appesa al muro, che faceva da contorno a quello che sembrava un semplice vetro trasparente.
“E quella specie di nicchia nel muro che funzione ha?”
“Beh, questa ci serve per comunicare con gli altri membri della federazione tutto il tempo che vogliamo”.
“E come è possibile, sembra un semplice incavo nel muro”.
“Si basa sul principio fisico delle aurore polari. Hai presente quando il vento solare si scontra con il campo magnetico terrestre e, interagendo con l’atmosfera, produce tutte quelle cromature spettacolari? Ecco, indirizzando dei fasci di fotoni a energia controllata su dei determinati campi magnetici, prodotti in quella nicchia, si ottengono immagini tridimensionali di altissima definizione”.
“Ah, sì, sono a conoscenza della cosa, ma non ho mai avuto la possibilità di utilizzare questo dispositivo. E quel buco cosa sarebbe?” chiese, indicando
un foro nel muro, appena sotto il dispositivo multimediale.
“Ah, questa è la bocca della verità!” risposi in tono scherzoso. “Se dici una bugia e ci infili il braccio, te lo blocca fino a quando non fai pubblica dichiarazione della tua menzogna!” Poi, più serio, aggiunsi: “Prima della colazione mattutina ognuno di noi, nella propria camera, infila il braccio nudo in quel buco e automaticamente vengono misurate la pressione arteriosa, i battiti cardiaci, la temperatura corporea, la saturazione dell’ossigeno nel sangue e altri rilievi sanitari. Questi dati arrivano direttamente ai terminali del personale medico e, se viene riscontrata anche solo una minima anomalia, sono predisposti degli accertamenti immediati. Si chiama medicina preventiva”.
“Accidenti!” disse, scuotendo lentamente la testa sconsolato. “Io vivo ancora nel sistema di competizione e lì nella sanità c’è l’arte di arrangiarsi. Si cura solo chi ha il denaro per farlo, anche se ufficialmente esiste un servizio sanitario nazionale. Non mi sembra vero tutto questo!”
Il quarto capitolo sposta l’azione all’interno della “grande struttura polifunzionale” – cuore pulsante della federazione – attraverso gli occhi ammirati di Jean Paul, offrendo un tour intimo che rivela l’architettura high-tech e i principi di vita comunitaria. Pierre, orgoglioso anfitrione, accompagna l’ospite dalla bonifica esterna al piano 11, sospendendo i lavori per il pranzo: un ritmo quotidiano che bilancia fatica e convivialità, con bus navetta elettrici per volontari e ascensori condivisi che favoriscono interazioni spontanee.
La descrizione degli alloggi è magistrale nel fondere innovazione e flessibilità: paratie mobili insonorizzate su rotaie multifunzionali (guide più condutture per riscaldamento ad acqua calda), pavimenti smontabili in legno ignifugo e fibra di carbonio, spazi personalizzabili per famiglie ma con servizi igienici privati per tutti, neonati inclusi. Questo setup garantisce privacy, adattabilità e uguaglianza, contrapposta al sovraffollamento urbano implicito nel “mondo competitivo”. Pierre mostra lo “strumento multimediale vocale” (un vetro interattivo) e il dispositivo di comunicazione basato su fasci di fotoni e campi magnetici – ispirato alle aurore boreali per immagini 3D – che evoca un’IA avanzata e olografica, accessibile localmente senza dipendenze esterne.
Punto clou è il “buco” nel muro: un sensore non invasivo per check-up quotidiani (pressione, battiti, temperatura, saturazione ossigeno), simbolo di medicina preventiva universale e gratuita. La reazione sconsolata di Jean Paul – “l’arte di arrangiarsi” nel sistema sanitario nazionale, curabile solo a pagamento – denuncia aspramente le disuguaglianze capitaliste, rendendo palpabile il divario tra utopia interna e distopia esterna.
Nigra eccelle nel rendere futuribile il quotidiano: tecnologia al servizio dell’umano (scherzo sulla “bocca della verità” per sdrammatizzare), link ipertestuali per approfondimenti (es. “immagini tridimensionali”), e stupore del neofita che funge da proxy per il lettore. Il capitolo consolida il romanzo come manifesto socio-tecnologico, con tocchi fantascientifici radicati in scienza reale (fotoni, magnetismo), criticando consumismo e sanità mercificata.
5
“Pierre, sei in camera? Posso entrare? Guarda che la sala è ormai piena e tra poco si comincia a mangiare. La mamma mi ha mandato a chiamarti”. Era mia sorella Heloise.
“Sì, entra pure, stavamo venendo anche noi. Questa è mia sorella Heloise, di diciassette anni. A proposito, ma tu quanti anni hai?”
“Ventuno, quasi ventuno e mezzo. È un piacere, Jean Paul” rispose allungando il braccio per stringere la mano di mia sorella.
“Piacere, Heloise”.
Siamo arrivati in sala mensa appena in tempo per partecipare ai soliti annunci e raccomandazioni da parte di un anziano prima di ogni pasto. Sapevo che come seconda portata avevo scelto la grigliata di pesce con contorno di asparagi, ma non mi ricordavo più in che cosa consistesse il primo piatto.
“Risotto con funghi porcini!” disse il robot che portava le vivande, togliendomi ogni dubbio. Il servizio in mensa non era un incarico specialistico, ma veniva fatto a turnazione da tutti i membri del gruppo idonei. I cuochi si avvalevano di quattro aiutanti che si occupavano della programmazione dei robot camerieri e di quelli della pulizia dei locali. Quel giorno toccava a Samuel e ad altri tre, a me sarebbe toccato il giorno dopo.
“Buono questo risotto!” esclamò Jean Paul che sedeva accanto a me.
“Puoi dirlo forte, questi sono funghi essiccati dei nostri boschi e produciamo anche il riso. Verso valle, quasi ai confini del territorio, ci sono le nostre risaie”.
“Ma non comprate alimenti dall’esterno?”
“No di certo, perché da ogni territorio, opportunamente bonificato, si può trarre il necessario in fatto di proteine, carboidrati, grassi, zuccheri, fibre, vitamine, sali minerali, acqua… Beh, funziona così: nella federazione ci sono un agronomo e un nutrizionista. Sono prima ascoltati i gusti alimentari e le esigenze di ogni singolo individuo, poi l’incaricato di ogni gruppo porta questi dati al Consiglio Superiore della federazione. Il Consiglio Superiore incarica l’agronomo, il nutrizionista e i loro collaboratori di redigere un programma alimentare per tutta la federazione. Ogni tre mesi il programma viene aggiornato. L’agronomo collabora direttamente con gli specialisti della produzione agricola, mentre il nutrizionista lo fa con i medici e i cuochi di ogni gruppo. Inoltre, gli specialisti responsabili di ogni settore agricolo, sono coadiuvati dal lavoro dei volontari. Funziona così”. Mentre spiegavo a Jean Paul la trafila della produzione alimentare nella nostra federazione, arrivò il carrello del pesce e degli asparagi. Infine arrivò un dolcetto e la frutta.
“Accidenti, nemmeno mia madre mi ha mai preparato un pranzetto come questo!” esclamò Jean Paul mentre ingollava soddisfatto il suo ultimo sorso di vino di nostra produzione.
“Io non ricordo che mia madre mi abbia mai preparato un pranzo,” ribattei “però ti assicuro che i nostri cuochi mi hanno sempre deliziato con le loro ricette”. Paul e Brigitte, marito e moglie, ovviamente si avvalevano di macchinari intelligenti per preparare il cibo per il nostro gruppo, ma le ricette erano spesso frutto della loro fantasia. Stavano con noi fin da quando ero piccolo e avevano sostituito in cucina mia nonna Marie e un’altra donna anziana, entrambe decedute, che avevano lasciato un buon ricordo nel gruppo e in tutta la federazione.
“Vieni!” dissi alzandomi dal tavolo “Ti faccio vedere una cosa”.
“Ma qui chi mette a posto adesso?” chiese Jean Paul alzandosi a sua volta.
“Non ti preoccupare, ci sono degli incaricati, domani tocca anche a me. Vieni, voglio portarti sul grande terrazzo al diciannovesimo piano”.
Giunti in cima alla grande casa comune si poteva godere di uno spettacolo mozzafiato. La giornata serena contribuiva ad aumentare la bellezza del panorama e i giardini sottostanti ci davano la sensazione di navigare in un mare di fiori e di colori. Gran parte del tetto era coperto di pannelli fotovoltaici, ma negli ampi corridoi perimetrali coperti stavano passeggiando, o rimiravano il paesaggio attraverso le grandi vetrate, molti che avevano già terminato il pranzo. Era anche un’occasione per i giovani di incontrarsi: qualcuno chiamava quei lunghi corridoi la via dell’amore, perché si dice che molti amori siano sbocciati proprio lì.
“Ora andiamo sotto, abbiamo ancora quasi mezz’ora prima che ricomincino i lavori di smantellamento dei confini”. Dovetti ripetere l’invito una seconda volta perché Jean Paul era distratto e guardava qua e là, come se nella via dell’amore stesse cercando l’anima gemella.
“Sì, sì, Pierre, andiamo”.
Il quinto capitolo immerge il lettore nel cuore conviviale della federazione durante il pranzo comunitario, rivelando un sistema alimentare autosufficiente, democratico e personalizzato che epitomizza l’autarchia utopica. L’arrivo di Heloise (17 anni) introduce dinamiche familiari calde e informali, mentre gli annunci pre-pasto da un anziano rafforzano rituali collettivi. Il menu – risotto ai porcini locali (funghi essiccati dai boschi, riso dalle risaie a valle), grigliata di pesce con asparagi, dolcetto e vino di produzione interna – non è casuale: Pierre spiega un processo sofisticato, dal sondaggio dei gusti individuali al Consiglio Superiore che aggiorna trimestralmente il programma, coinvolgendo agronomo, nutrizionista, medici, cuochi e volontari. Questo garantisce equilibrio nutrizionale (proteine, carboidrati, vitamine…) senza importazioni, con robot camerieri programmati a turni rotanti – servizio non elitario, ma condiviso (Pierre turno domani).
Jean Paul, estasiato (“nemmeno mia madre mi ha mai preparato un pranzetto come questo”), accentua il contrasto col “mondo competitivo”: qui, cuochi come Paul e Brigitte (eredi di nonne defunte) innovano ricette con macchinari intelligenti, deliziando tutti gratuitamente. Il capitolo sfocia nel “grande terrazzo” al 19° piano – panorama mozzafiato su giardini come “un mare di fiori”, pannelli fotovoltaici sul tetto, corridoi perimetrali (“via dell’amore” per incontri giovanili) – un’oasi di contemplazione e socialità che distrae persino Jean Paul.
L’autore brilla nel ritrarre un’utopia concreta: tecnologia al servizio dell’umano (robot per efficienza, non alienazione), produzione circolare (da risaie a tavola), governance partecipativa (Consiglio, turni). Il tono resta leggero e sensoriale – sapori, colori, stupore – con link ipertestuali che arricchiscono (es. “le nostre risaie”). Rispetto ai precedenti, qui emerge la gioia quotidiana, umanizzando la struttura high-tech e preparando il ritorno ai lavori.
6
Giunti al pian terreno cominciai a spiegargli come funzionasse la grande casa comune.
“Questa struttura è alta circa sessanta metri e lunga più o meno duecentocinquanta. Ospita poco più di millesettecento abitanti suddivisi in diciotto gruppi e, come puoi vedere, ha una forma un po’ arcuata per darle più stabilità. È orientata a sud in modo che i pannelli fotovoltaici traggano la maggior luce solare possibile. Le sale mensa sono centrali e hanno una propaggine verso nord, così che conferiscono alla struttura uno sperone che contribuisce ad aumentarne la stabilità”. Non era la prima volta che mi cimentavo nel ruolo di cicerone, perché era frequente che venissero a farci visita membri di altre federazioni o dell’organizzazione esterna.
“Nella federazione non si fa uso di materiali e sostanze chimiche che non sono biodegradabili; i rifiuti solidi sono trasformati in compost e quelli liquidi sono trattati da un piccolo depuratore biologico sotterraneo, prima di immettere le acque chiare e purificate nel torrente più a valle. Al piano terra, là nell’angolo, c’è l’officina meccanica, a fianco c’è la falegnameria, più avanti c’è la calzoleria e poi la sartoria…”
Jean Paul era attento a tutto quello che dicevo e, evidentemente sorpreso, cominciò a tempestarmi di domande: “Ma, allora, non comprate dall’esterno nemmeno le scarpe e i vestiti?”
“Certo che no! Nemmeno i mobili e altre strutture per l’arredamento. Le calzature e i vestiti sono confezionati su misura da artigiani qualificati. Ci sono calzolai e sarti e anche fabbri e falegnami per arredare gli appartamenti delle famiglie”.
Jean Paul incalzava: “Ma vestiti, scarpe, mobili, chi decide le fogge o i colori o i materiali?”
“È semplice, l’organizzazione mette a disposizione dei videocataloghi abbastanza ricchi di modelli, che possono essere visionati da ogni famiglia”.
“Aaaah, ma allora qui ognuno può fare quello che gli pare e piace!” disse con un sorriso beffardo e ironico.
Mi risentii un po’, intuendo in lui una nota di sarcasmo e così sbottai: “Non è proprio così. Siamo costantemente invitati a non mostrarci troppo appariscenti ed eclettici nel vestire o nell’arredamento o nel taglio dei capelli. Comunque nei videocataloghi non sono incluse bizzarrie, stranezze e oscenità”. Aumentando il tono della voce continuai: “Guardati in giro e non vedrai nemmeno una persona che potresti definire stravagante o con l’atteggiamento di chi vuole distinguersi per forza dagli altri. La funzionalità di un gruppo, e in generale dell’intera comunità, dipende proprio dall’atteggiamento e dal rispetto che abbiamo gli uni verso gli altri”.
“Penso proprio di aver capito, Pierre. Nel sistema di competizione c’è la tendenza a emergere, mentre in una federazione di gruppi sociali si cerca di mettersi alla pari con gli altri e a non evidenziarsi. È così?”
“Certo, è così! Qui vale la regola di fare agli altri ciò che vogliamo che gli altri facciano a noi” affermai in tono deciso. Forse mi ero lasciato andare come non avrei dovuto, infatti le mie risposte e il mio tono dovevano averlo colpito.
Abbassando un po’ la testa mi disse: “Mi devi scusare, Pierre, ma io vivo ancora in una cittadina e devo guadagnarmi da vivere come corriere in una ditta. Abito con mia madre in un condominio di periferia con vicini spesso rumorosi e maleducati. I miei genitori si sono separati quando io ero ancora piccolo e nemmeno mi ricordo più la faccia di mio padre. Mia madre e io abbiamo sempre fatto fatica a unire il pranzo con la cena e, anche adesso che mi ritengo uno dei fortunati ad avere ancora un lavoro fisso, in questo sistema individualistico e competitivo diventa sempre più difficile vivere in modo onesto e decoroso. L’unica vera consolazione è che siamo entrati da circa un anno nell’organizzazione esterna e aspettiamo con ansia il giorno in cui saremo ammessi in una federazione di gruppi sociali. Quello che mi racconti è tutto avvincente ed estremamente bello, ma faccio ancora fatica a capacitarmi”.
Mi sentii piccolo piccolo e fui obbligato a dire sommessamente: “Scusami tu, Jean Paul, io ti ho parlato da saputello che vuole insegnare agli altri come vivere e non mi sono messo nei tuoi panni, come invece ci viene continuamente ricordato”. Lo dissi mentre gli cingevo le spalle con un braccio per consolarlo. La cosa mi fece sentire abbastanza ridicolo, visto che mi sovrastava in altezza per buoni diciotto o venti centimetri.
Il sesto capitolo funge da guida esaustiva alla “grande casa comune” – una struttura arcuata di 60 m di altezza, 250 m di lunghezza per 1.700 abitanti in 18 gruppi – mentre Pierre spiega sostenibilità e autosufficienza a Jean Paul. Orientata a sud per massimizzare i pannelli fotovoltaici, con sale mensa centrali per stabilità strutturale, incarna ingegneria ecologica: zero chimica non biodegradabile, rifiuti solidi in compost, liquidi depurati biologicamente prima del torrente. Al piano terra, officine specializzate (meccanica, falegnameria, calzoleria, sartoria) producono tutto internamente – scarpe, vestiti, mobili su misura da artigiani qualificati, scelti da videocataloghi ricchi ma sobri, senza “bizzarrie o oscenità”.
Il dialogo è il fulcro emotivo: Jean Paul ironizza (“ognuno può fare quello che gli pare”), provocando Pierre a difendere l’ethos comunitario – rispetto reciproco, non-emergere, regola aurea (“fare agli altri ciò che vogliamo che gli altri facciano a noi”). Questo scontro genera crescita: Pierre sbotta, poi si scusa umilmente; Jean Paul rivela il suo background precario (corriere, in condominio rumoroso, genitori separati, fame cronica, sistema individualistico), umanizzando il contrasto utopia/distopia. Il gesto fraterno (braccio sulle spalle, nonostante la differenza d’altezza) sigilla empatia e umiltà, riecheggiando insegnamenti federativi.
L’autore usa questo scambio per criticare il capitalismo – “tendenza a emergere” contro parità comunitaria – rendendo Pierre meno “saputello” e Jean Paul relatable. I link ipertestuali (es. “rifiuti solidi”) arricchiscono il saggio romanzato, con descrizioni tecniche fluide. Il tono evolve da didascalico a intimo, mostrando che l’utopia non è statica ma si nutre di dialogo e correzione reciproca.
7
“Ti spiace continuare a farmi da cicerone?” chiese Jean Paul, dopo aver fatto un lungo respiro liberatorio.
“Volentieri! Dunque, dopo la sartoria ci sono gli altri laboratori artigianali. Vediamo se riesco a elencarteli in ordine… sì, allora… c’è il laboratorio degli elettrotecnici, poi quello degli idraulici, dei fabbri, ma questo già lo conosci, poi dei lattonieri, dei falegnami, dei carpentieri, dei muratori, dei decoratori. Nel retro, accanto alle rimesse degli automezzi, ci sono i giardinieri, gli uffici amministrativi e per ultimo il laboratorio degli estetisti e parrucchieri”.
“Immagino che sarà il massimo dell’efficienza!” esclamò Jean Paul.
“Beh, penso che gli ingegneri progettisti dell’organizzazione abbiano fatto un ottimo lavoro. L’edificio è stato progettato e costruito decenni fa, ma è stato continuamente ristrutturato per adattarsi nel tempo allo sviluppo tecnologico. Tutta la struttura è stata costruita con criteri antisismici e antincendio e può superare indenne venti fino a duecentottanta chilometri l’ora. Come puoi notare la costruzione poggia su un leggero rialzo del terreno per prevenire eventuali allagamenti. Ogni piano è gestito da un gruppo formato da famiglie che collaborano tra loro, circa ottantacinque, novanta persone o poco più. Le singole camere e gli appartamenti sono insonorizzati per garantire la privacy. Ci sono una cucina, una mensa e una lavanderia in ogni piano, gestite da personale specializzato coadiuvato da volontari”.
Leggevo negli occhi di Jean Paul un vivo interesse per ciò che descrivevo, perciò continuai con soddisfazione: “Il primo piano interrato è completamente occupato dalle strutture sanitarie e assistenziali. C’è un primo soccorso con un’infermeria, una nursery, gli studi medici di un dentista, di un otorinolaringoiatra e di un internista. Infine c’è un centro specializzato di oftalmologia che serve non solo i membri della nostra federazione, ma anche quelli delle federazioni vicine e quelli dell’organizzazione esterna della zona”.
Col tono di chi ha appena fatto una grande scoperta, Jean Paul esclamò: “Ah, sì! L’avevo sentito dire da alcuni del mio gruppo che si sono recati qui per problemi di vista. Fortunatamente io non ne ho mai avuto bisogno, per questo non ci sono mai venuto, ma perché proprio un centro specializzato di oftalmologia e non qualcos’altro?”
“Una ragione c’è. Vedi quella lunga palazzina di quattro piani a circa trecento metri da qui?” gli chiesi, allungando il braccio e il dito indice.
“Sì, infatti mi chiedevo che cosa fosse”.
“La nostra organizzazione vuole che ogni federazione autosufficiente abbia al suo interno un’attività produttiva che possa essere di utilità sia ai membri delle federazioni, sia ai membri dell’organizzazione esterna. In quella palazzina, oltre che strumenti ottici, sono prodotti supporti biologici oculari”.
“Non capisco, cosa sono i supporti biologi oculari? Spiegati meglio”.
“Se qualcuno ha una parte dell’occhio sofferente e allo stesso tempo incurabile con medicinali, quella parte è riprodotta nuova in laboratorio ed è sostituita”.
“Riprodotta? Ho la sensazione che debba essere un processo piuttosto complesso” disse Jean Paul aggrottando le sopracciglia.
“Per la verità ormai è un iter di routine. Funziona così: ai nostri bioingegneri vengono prima dati alcuni tipi di cellule della parte dell’occhio del paziente da trattare, poi in laboratorio queste sono riprodotte in vitro in quantità necessaria. Dopo di che, facendo uso di speciali biostampanti a 3D e di un programma digitale specifico, si utilizzano tali cellule e un aggregante inerte per dare la stabilità e la forma voluta a questo composto biologico, per creare un determinato pezzo del globo oculare. Successivamente questo sarà impiantato dai chirurghi con l’ausilio di macchinari intelligenti. In questo modo c’è una biocompatibilità perfetta, senza alcun problema di rigetto”.
Il settimo capitolo allarga ancora di più lo sguardo sulla federazione, trasformando la visita di Jean Paul in una vera lezione di urbanistica sociale, organizzazione del lavoro e medicina avanzata. La narrazione passa dai laboratori artigianali alla progettazione dell’edificio, poi scende al livello sanitario, mostrando che la “casa comune” non è solo abitazione ma anche macchina produttiva, centro di cura e infrastruttura resiliente.
La sequenza dei laboratori è significativa perché mostra una società che integra quasi tutte le competenze necessarie al proprio interno: elettrotecnici, idraulici, fabbri, lattonieri, falegnami, carpentieri, muratori, decoratori, giardinieri, uffici amministrativi, estetisti e parrucchieri. L’elenco suggerisce un ecosistema di lavoro completo e coordinato, in cui ogni funzione contribuisce direttamente alla vita quotidiana della comunità.
Questo non è solo un dettaglio tecnico: è una dichiarazione politica. Nigra insiste sul fatto che una federazione autosufficiente debba essere organizzata per settori interdipendenti, riducendo al minimo la dipendenza dall’esterno e aumentando la capacità di adattamento nel tempo.
La descrizione dell’edificio insiste su sicurezza e durabilità: criteri antisismici e antincendio, resistenza a venti fino a 280 km/h, rialzo del terreno contro gli allagamenti, insonorizzazione degli appartamenti e distribuzione funzionale dei servizi su ogni piano. Questo rende la struttura credibile come “organismo” costruito per durare e per proteggere i suoi abitanti in modo preventivo, non solo reattivo.
Anche qui emerge un’idea forte: la tecnologia non è esibita come lusso, ma come strumento di stabilità collettiva. Ogni scelta edilizia ha una funzione sociale, dal comfort acustico alla presenza di cucina, mensa e lavanderia su ogni piano.
La parte più sorprendente del capitolo è il primo piano interrato dedicato alle strutture sanitarie e assistenziali, con infermeria, nursery, dentista, otorinolaringoiatra, internista e soprattutto oftalmologia. L’oftalmologia specializzata, aperta anche a federazioni vicine e all’organizzazione esterna, mostra che la federazione non vive chiusa in sé stessa, ma produce servizi di utilità più ampia.
La spiegazione sui “supporti biologici oculari” introduce un livello di biotecnologia molto avanzato: cellule del paziente, coltura in vitro, biostampanti 3D, aggregante inerte e impianto chirurgico con piena biocompatibilità. Il passaggio è quasi da fantascienza medica, ma è presentato con tono didattico e normalizzato, come se fosse un servizio ordinario della comunità.
Jean Paul rappresenta il lettore esterno: stupore, curiosità, domande semplici ma precise. Pierre invece assume sempre più il ruolo del mediatore culturale, cioè di colui che traduce la complessità della federazione in un linguaggio comprensibile. Questo scambio rende il capitolo molto efficace, perché la descrizione tecnica non resta astratta, ma passa attraverso una relazione umana.
Il punto interessante è che Jean Paul non appare più solo come un ospite impressionato: qui diventa anche qualcuno che collega ciò che vede con le voci sentite nel suo ambiente, segno che la federazione esercita già un’attrazione reale sull’esterno. Il suo “ah, sì!” mostra che la fama del centro ha già superato i confini della comunità.
Questo capitolo rafforza l’idea centrale del romanzo: una società ben organizzata può unire autosufficienza, competenza tecnica e solidarietà. La salute, l’abitare, il lavoro manuale e la ricerca scientifica non sono settori separati, ma parti di un unico progetto di vita comune.
8
“Straordinario! Avevo sentito qualcosa a proposito, però pensavo che si trattasse ancora solo di progetti avveniristici”.
“Assolutamente no. Sono ormai anni che qui sono riprodotti interi pezzi dell’occhio umano, con tanto di vasi sanguigni e reti nervose. Addirittura stanno sperimentando già la ricostruzione dell’intera retina!”
“Ma allora si potrebbero ricostruire interi organi a partire da semplici tipi di cellule!” esclamò Jean Paul ancora più meravigliato.
“Mah, ho sentito che si è già fatto qualcosa a proposito, però io conosco solo la realtà della mia federazione che è specializzata in oftalmologia. Tra l’altro non credo che riusciamo a soddisfare le esigenze di tutta l’organizzazione, quindi è probabile che ci siano altri centri come il nostro in qualche altra federazione autosufficiente della Terra”.
“Ma è impressionante! È come il corpo umano, formato da decine di migliaia di miliardi di cellule che collaborano tra loro, fornendo ognuna un lavoro o una sostanza utile a tutto il collettivo”.
“Hai detto una grande verità Jean Paul. Il corpo umano è proprio il modello strutturale a cui si è ispirata la nostra organizzazione. È quello che ci viene insegnato fin dagli studi elementari. Il corpo umano funziona alla perfezione proprio perché è strutturato in questo modo. Vedi tutti quei pannelli fotovoltaici che foderano quasi per intero la grande casa comune e la stessa palazzina oftalmica? Ebbene, sono arrivati gratuitamente da altre federazioni specializzate in questo settore. Quando la nostra federazione si è insediata in questo territorio i vecchi pannelli erano stati acquistati da ditte private del mondo esterno, mentre ora quelli nuovi prodotti dalla nostra organizzazione, oltre che avere una resa enormemente più elevata, sono distribuiti gratuitamente a tutte le federazioni. Prima il fotovoltaico non forniva la completa autonomia energetica della federazione, quindi come integratore per il riscaldamento dell’intera struttura veniva utilizzato anche il metano, prodotto dalla fermentazione dei rifiuti organici. Questo aveva comportato l’installazione di filtri elettrostatici per abbattere l’emissione di CO2 e trasformare questo gas in polveri neutralizzabili. Con i nuovi impianti fotovoltaici il metano non serve più: le biomasse e i filtri elettrostatici sono stati smantellati”.
“Ripeto: è impressionante!” esclamò Jean Paul allargando le braccia, come fosse un segno di resa.
“Non è finita qui. Nella grande casa comune sono stati sviluppati studi di bioingegneria oftalmica di livello universitario. Qui vengono studenti anche da zone lontane e di altre nazionalità. Hanno vitto, alloggio e studi gratuiti, in cambio offrono un aiuto pratico in qualsiasi attività di cui la federazione abbia bisogno. I laureati in parte restano qui da noi, impegnati nelle strutture oftalmiche, altri vanno nelle federazioni dove c’è più bisogno.
Sono tutti volontari che si mettono a disposizione dell’organizzazione internazionale. Non mirano a una carriera nel mondo esterno, ma alla costruzione di un mondo nuovo. Cercano la felicità senza il denaro e non c’è maggiore felicità nel donare agli altri il proprio sapere e le proprie capacità”.
L’ottavo capitolo è uno dei più espliciti nel chiarire la filosofia profonda del romanzo: la comunità non è solo autosufficiente, ma si fonda sulla cooperazione scientifica, gratuità e sulla circolazione del sapere. Qui l’ammirazione di Jean Paul cresce fino a diventare quasi una resa emotiva di fronte a un modello sociale che appare radicalmente superiore al “mondo competitivo”.
Il passaggio più importante è l’analogia tra la federazione e il corpo umano. Pierre spiega che, come le cellule collaborano in un organismo, così i gruppi e le persone cooperano nella società; questa immagine trasforma l’utopia politica in un principio quasi biologico, naturale. È un’idea forte perché toglie alla cooperazione l’aria di costruzione artificiale e la presenta come la forma più razionale e armonica di organizzazione collettiva.
Questa analogia non è solo ornamentale: serve a legittimare l’intero sistema narrativo. Se il corpo umano funziona così, allora anche la federazione, che ne imita la struttura, non è un esperimento ideologico ma una conseguenza della natura stessa della vita.
Il capitolo mostra anche una società tecnologicamente avanzata ma non orientata al profitto. I nuovi pannelli fotovoltaici vengono distribuiti gratuitamente alle federazioni, mentre quelli vecchi erano comprati dal mondo esterno: il cambiamento segnala il passaggio da una logica di mercato a una logica di condivisione. Anche l’energia è pensata come bene comune, non come strumento di rendita.
Molto significativo è il riferimento al metano prodotto dai rifiuti organici e ai filtri elettrostatici per ridurre l’impatto ambientale. Poi però il testo precisa che questi impianti sono stati smantellati grazie ai nuovi pannelli: questo rafforza l’idea di un progresso continuo, in cui la tecnica migliora non per produrre consumo, ma per eliminare sprechi e dipendenze.
La parte sugli studi universitari di bioingegneria oftalmica aggiunge un livello importante: la federazione non conserva soltanto ciò che già sa fare, ma diventa anche centro di formazione. Studenti provenienti da luoghi lontani ricevono vitto, alloggio e studi gratuiti, e in cambio offrono lavoro pratico alla comunità.
Questo sistema è molto coerente con il resto del romanzo, perché unisce educazione, servizio e responsabilità collettiva. Il sapere non è accumulato per prestigio personale, ma messo al servizio della costruzione di un mondo nuovo. È uno dei messaggi più ideologicamente forti del brano.
Jean Paul continua a funzionare come personaggio di mediazione. Le sue reazioni di stupore, rese da esclamazioni brevi e molto dirette, fanno emergere l’eccezionalità di ciò che ascolta senza bisogno di giudizi narrativi espliciti. In pratica è lui che dà voce alla meraviglia del lettore.
La sua frase sul corpo umano è particolarmente riuscita, perché non si limita a confermare ciò che Pierre dice: lo rilancia in una forma più ampia e quasi filosofica. Da quel punto in poi il dialogo non è più solo informativo, ma diventa una riflessione sul senso stesso della comunità.
Il tono del capitolo è più programmatico che narrativo, ma non perde forza per questo. Nigra usa la spiegazione tecnica per costruire un manifesto etico: gratuità, solidarietà, eliminazione del denaro come fine, felicità nel donare il proprio sapere.
La chiusura è molto netta: “non c’è maggiore felicità nel donare agli altri il proprio sapere e le proprie capacità”. Qui il romanzo esplicita il suo ideale umano e politico senza ambiguità. Il sapere non serve a distinguersi, ma a far crescere il collettivo.
9
Volevo anche spiegargli che nel secondo piano interrato c’erano le cantine, i magazzini… quando sentii una voce alle mie spalle.
“Chiedo scusa, sei tu Pierre Lesson?” Mi voltai per capire da chi proveniva quella voce soave e aggraziata. Davanti a me c’era il visino più bello che mi fosse capitato di vedere nella mia vita. Due splendidi occhi chiari mi guardavano in attesa di una risposta. Restai senza fiato per alcuni secondi mentre contemplavo i suoi capelli biondi raggruppati in una coda, legata con un fiocco verde brillante. Volevo dissimulare il mio imbarazzo, probabilmente senza successo, mentre i miei occhi indugiavano sul suo corpo slanciato e riuscii solo a balbettare: “Sì!?”
“Mi chiamo Odette Goulin, faccio parte della federazione vostra vicina. L’anziano Michel mi ha detto che devo sostituire Robert, perché è stato mandato ad aiutare gli elettrotecnici”.
“Ecco perché Robert sta ritardando!” dissi riprendendomi dalla sorpresa e pensando che, dopo tutto, il cambio non era poi così svantaggioso…
“Bene Odette, stavamo appunto per salire sul camion. Questo è Jean Paul, l’autista”.
“Ciao, io sono Jean Paul”.
“Piacere, Odette”.
Salimmo tutti e tre sul camion, con Odette in mezzo. Nella cabina aleggiava una strana atmosfera e durante tutto il tragitto Jean Paul rimase in religioso silenzio, mentre io le facevo una domanda dopo l’altra per scavare dentro di lei, come farebbe un cercatore d’oro in una miniera preziosa, forse con il rischio di infastidirla. Ricordavo di aver visto quel nastrino verde su dei capelli biondi nella nostra sala mensa, ma non avevo potuto vedere il suo volto perché era a due tavoli dal mio e mi dava le spalle. Scendemmo dal camion e ricominciammo il lavoro di smontaggio della recinzione.
“Eri già qui stamattina?” chiesi a Odette, pur sapendo che doveva esserci per forza, dal momento che l’avevo vista in sala mensa.
“Sì, ero in una squadra più a valle, ma lì eravamo avanti con il lavoro, così hanno deciso di mandarmi in un’altra oggi pomeriggio”.
Ero disposto a dire qualunque cosa pur di conversare con lei: “E così hai diciassette anni come mia sorella Heloise?”
“Ah, Heloise è tua sorella? L’ho conosciuta oggi a pranzo, eravamo allo stesso tavolo. Una ragazza davvero simpatica”.
È strano, io sono sempre stato loquace, ma a conversare con quella ragazza le parole mi uscivano con il contagocce. Dopo un lungo impacciato silenzio le chiesi: “Sarai qui anche domani?”
“Sì, sì, sarò qui anche domani”. Mentre sorrideva mostrava due file di perle bianchissime tra due labbra carnose e ben sagomate. Confesso che era difficile concentrarmi su quanto diceva, perché ero distratto dalla sua bellezza. Certamente di questo non le facevo una colpa colpa!
Continuai ad ascoltare, o perlomeno volevo dare la sensazione di farlo. Odette mi disse: “Nella nostra grande casa comune non tutti i piani sono già abitabili. Io abito al quarto piano con la mia famiglia e con il mio gruppo. Proprio in questi giorni si è insediato il gruppo al settimo piano. I piani rimanenti sono ancora da rifinire, ma penso che sia questione di un paio di mesi, se non di settimane. Ci abito da circa un mese, ma era da più di un anno che venivo nel nostro territorio quasi regolarmente due o tre giorni alla settimana per i lavori di bonifica e di forestazione, oltre che per lavori secondari di costruzione”.
Cercavo disperatamente di trovare altri argomenti di conversazione, ma fu ancora lei a pormi delle domande e io lo intesi come un buon auspicio. “Sei mai venuto nel nostro territorio per i lavori di bonifica?”
“Sì, parecchie volte”.
“Mi pare di non averti mai visto”.
“Forse perché non sono un tipo che si nota. Io invece sono certo di non averti mai vista, altrimenti ti avrei notata di sicuro”. Un grande sorriso la rese ancora più attraente.
Questo capitolo introduce un registro più intimo e romanzesco rispetto ai capitoli precedenti: al centro non c’è più solo l’utopia sociale, ma l’irruzione dell’attrazione amorosa dentro la vita comunitaria. Odette entra in scena come figura di svolta, capace di spostare l’attenzione di Pierre dalla descrizione del sistema federativo alla dimensione emotiva e relazionale.
L’ingresso di Odette è costruito in modo molto teatrale: prima la voce, poi il volto, poi i dettagli fisici, fino alla reazione quasi destabilizzante di Pierre. La descrizione insiste sulla bellezza come esperienza quasi abbagliante, e questo rende il personaggio subito memorabile. Non è soltanto una comparsa: è un segnale narrativo che il romanzo sta aprendo un nuovo fronte, quello del desiderio e dell’innamoramento.
Il testo usa anche un linguaggio molto visivo e sensoriale, con capelli biondi, fiocco verde, occhi chiari, sorriso, denti bianchissimi. Questi dettagli non servono solo a descrivere Odette, ma a mostrare lo stato mentale di Pierre, che diventa confuso, impacciato e incapace di sostenere una conversazione naturale.
Uno degli aspetti più interessanti del capitolo è il contrasto tra la eloquenza abituale di Pierre e la sua improvvisa insicurezza. Lui stesso dice di essere sempre stato loquace, ma davanti a Odette le parole “uscivano con il contagocce”: questo ribalta il suo ruolo di narratore sicuro e guida esperta. In questo senso, il capitolo è importante perché umanizza il protagonista e lo rende vulnerabile.
L’attrazione è raccontata in modo quasi ingenuo, ma proprio per questo funziona bene: Pierre si rende conto della propria distrazione e quasi se ne giustifica con il lettore. Il tono diventa più leggero, più adolescenziale, e questo dà respiro al racconto dopo le lunghe spiegazioni tecniche dei capitoli precedenti.
Odette non è solo “la ragazza bella”: è anche un personaggio che appartiene pienamente alla federazione, capace di lavorare nei territori di bonifica e forestazione, di essere presente nei passaggi di organizzazione collettiva, di spostarsi tra piani e gruppi. Questo la rende credibile come figura interna all’universo del romanzo, non come semplice idealizzazione romantica.
Inoltre parla con naturalezza, fa domande, conosce il funzionamento della casa comune, racconta il proprio gruppo e il proprio piano. Quindi è anche una figura competente, attiva e integrata nella vita comunitaria. La sua bellezza non la isola: al contrario, è il tratto che rende più forte il contrasto tra grazia personale e funzionalità sociale.
Il capitolo continua a farci vedere la grande casa comune non solo come struttura tecnica, ma come luogo di incontri casuali, incroci di gruppi e possibilità relazionali. Il camion, la cabina, il cantiere e poi il lavoro di smontaggio diventano scenari in cui la socialità nasce quasi spontaneamente.
Interessante anche il fatto che Odette viva al quarto piano mentre un nuovo gruppo si sta insediando al settimo: questo dettaglio ricorda che la federazione è ancora in crescita, quindi il romanzo non presenta un sistema statico, ma una società in evoluzione. La comunità è viva proprio perché continua a organizzarsi, a rifinire gli spazi, ad accogliere nuovi membri.
Questo capitolo ha una funzione doppia: da un lato approfondisce il mondo della federazione con il dettaglio dei piani non ancora abitabili; dall’altro apre una sottotrama sentimentale che probabilmente avrà un peso nei capitoli successivi. Il passaggio dall’utopia collettiva al turbamento personale è ben calibrato e rende la storia più umana.
10
“Pierre, vieni che andiamo a scaricare?” Avrei voluto dire a Jean Paul che non ne avevo voglia, perché stavo facendo qualcosa di meglio, invece dissi: “Vengo subito!”
Appena avviato il camion, e con il sorriso beffardo che già conoscevo, mi disse: “Ehi, potrei sbagliarmi ma sembri parecchio interessato a quella ragazza!”
“Beh, non posso negare che mi piace. Nella nostra federazione ci sono molte ragazze, altre vengono a farci visita, però Odette mi ha colpito come un fulmine”.
“In che senso altre ragazze vengono a farvi visita?” Già, Jean Paul sapeva ancora poco di come funzionavano le cose in una federazione autosufficiente. Cercai allora di spiegargliele a grandi linee. “I giovani maggiorenni, maschi e femmine, se lo desiderano, hanno il permesso di soggiornare per brevi periodi in altre federazioni, proprio per poter conoscere dei loro potenziali compagni per la vita. In cambio offrono il loro lavoro volontario in quella federazione”.
Sembrava compiaciuto di questa opzione e disse: “Allora compiuti diciotto anni uno potrebbe viaggiare da una federazione all’altra per cercare di farsi una famiglia?”
“No, non si diventa maggiorenni per il raggiungimento di un’età anagrafica, ma per dei requisiti e dei meriti. Bisogna dimostrare maturità e responsabilità, inoltre chi è maggiormente disposto a spendersi per gli altri viene promosso prima alla maggiore età. Io sono diventato maggiorenne a diciassette anni, Odette mi ha detto che lei è maggiorenne addirittura da quando aveva quindici anni. Qui nella federazione ci sono però alcune persone di ventidue o ventitré anni che non sono ancora maggiorenni. Dovranno impegnarsi a fondo se vogliono sposarsi e farsi una famiglia”.
“Aspetta, aspetta, vuoi forse dirmi che Odette avrebbe potuto sposarsi e concepire dei figli a quindici anni, con il benestare di tutti?”
“Certamente! Se l’hanno ritenuta idonea a quell’età è perché era non solo matura sessualmente ma anche intellettualmente”.
Jean Paul era incredulo ma non scandalizzato. Dopo alcuni secondi di apparente profonda riflessione disse: “Nella società di competizione le persone si sposano sempre più tardi e non è inusuale che ci siano donne che partoriscono per la prima e unica volta a quarant’anni o anche più. A pensarci bene, perché mai allora la natura consentirebbe di farlo già a quindici anni o anche meno?”
Sostenni il suo ragionamento e mi azzardai a dire che la causa di questo ritardo era l’insicurezza che caratterizzava la vita nel sistema di competizione, così che i giovani posticipavano quella scelta.
“Nelle nostre comunità, se una giovane coppia sposata ha dei figli, ha il sostegno del gruppo e anche delle apposite istituzioni della federazione. I giovani idonei sono però caldamente invitati a cercarsi un coniuge solo dentro l’organizzazione. Non è possibile sposare una persona del mondo competitivo e abitare nella grande casa comune. Se questo capitasse, ma non è il caso della mia federazione, ci sarebbe l’allontanamento dalla comunità”.
“Mi sembra un grosso pregiudizio”.
“In realtà vale l’esempio del sistema immunitario del corpo umano che reagisce contro l’intrusione di corpi estranei. Una persona abituata alla competizione potrebbe portare scompiglio in gruppi che fondano la loro esistenza sull’aiuto reciproco e sulla condivisione; dovrebbe prima entrare nell’organizzazione esterna ed essere sufficientemente addestrata alla vita comunitaria. Solo quando avrà dimostrato di potersi adattare al nostro modo di vivere, il matrimonio potrà essere accettato da tutti i membri della federazione”.
Il decimo capitolo sposta il centro della scena dal lavoro e dalla struttura sociale alla sfera affettiva e riproduttiva, usando la curiosità di Jean Paul per chiarire una delle regole più delicate della federazione: l’accesso alla famiglia, al matrimonio e alla maggiore età. Il capitolo mette così in evidenza che, in questa comunità, l’amore non è lasciato al caso ma inserito in un quadro etico e collettivo molto preciso.
Il dialogo nasce da un dettaglio apparentemente leggero — l’interesse di Pierre per Odette — ma diventa subito una discussione sul significato sociale del formare una famiglia. L’idea che i giovani possano soggiornare in altre federazioni per conoscere possibili compagni mostra una mobilità regolata e funzionale, pensata per coniugare libertà personale e interesse comunitario.
Qui il romanzo suggerisce che la coppia non è solo un fatto privato: è una scelta che riguarda l’equilibrio della federazione. Anche il matrimonio viene quindi sottoposto a criteri di responsabilità e maturità, non semplicemente all’età anagrafica.
Uno dei passaggi più importanti è la distinzione fra età biologica ed età sociale. Pierre spiega che si diventa maggiorenni in base a meriti, maturità e disponibilità al servizio, non al compimento di un numero fisso di anni; questo rovescia una norma tipica delle società esterne e la sostituisce con una concezione meritocratica e comunitaria della crescita.
Il dato che Odette sia maggiorenne da quando aveva quindici anni è molto significativo, perché mostra quanto la federazione consideri la maturità come una qualità complessa, non riducibile alla sola cronologia. Il romanzo non presenta questo aspetto come provocazione scandalosa, ma come conseguenza coerente dell’organizzazione sociale descritta.
Jean Paul reagisce in modo interessante: non si scandalizza, ma cerca una giustificazione naturale al fatto che si possa formare una famiglia così presto. Il riferimento alla natura introduce una riflessione quasi biologica sulla fertilità e sul tempo della vita, ma subito il testo riporta la questione alla condizione sociale: nel mondo competitivo la paura e l’insicurezza spingono a rimandare tutto.
Questo è un punto centrale del capitolo, perché il romanzo non difende la precocità matrimoniale in astratto, ma la collega a un contesto di sicurezza collettiva. La famiglia è possibile prima solo dove esiste una rete di sostegno reale: gruppo, istituzioni e solidarietà materiale.
Molto forte è anche la parte in cui Pierre spiega che non si può sposare qualcuno del mondo competitivo e restare nella grande casa comune. Qui il testo introduce un principio di protezione identitaria della comunità, trattata quasi come un organismo che deve preservare il proprio equilibrio interno.
La metafora del sistema immunitario è la chiave interpretativa più esplicita del capitolo. Come il corpo reagisce ai corpi estranei, così la federazione respinge ciò che potrebbe destabilizzarla; non si tratta solo di chiusura, ma di difesa di un ordine basato su aiuto reciproco e condivisione.
Jean Paul è importante perché traduce le regole della federazione in domande di buon senso, senza assumere un tono polemico. Il suo scetticismo iniziale (“mi sembra un grosso pregiudizio”) serve a mettere alla prova il modello comunitario e a far emergere la logica interna con maggiore chiarezza.
Questo confronto rende il capitolo particolarmente efficace: non si presenta una dottrina dall’alto, ma una discussione in cui l’ideale federativo viene difeso con argomenti pratici, biologici e sociali. Il risultato è una visione della famiglia come istituzione collettiva, non individualista.
11
Finimmo di scaricare e iniziammo un altro viaggio. Fu Jean Paul a riprendere il discorso: “Ma se io fossi prescelto per entrare in una federazione autosufficiente, quando potrei diventare maggiorenne?”
Non potei trattenermi dal ridere: “Se tu entrassi a far parte di una federazione è perché saresti già ritenuto idoneo e quindi maggiorenne. Questo discorso vale solo per chi nasce dentro la comunità, oppure vi entra da bambino con la famiglia. Per contro ci sono alcuni single ormai di una certa età, che pur essendo idonei per una famiglia hanno preferito non impegnarsi in tal senso. Comunque non è necessario entrare in una federazione per diventare maggiorenne. Odette, per esempio, è diventata maggiorenne quando ancora era nell’organizzazione esterna”.
“Quindi io, anche se ho più di ventun anni, ancora non sono ritenuto idoneo a diventare maggiorenne?” chiese in tono sconsolato.
“Devi avere pazienza. Gli anziani del tuo gruppo esterno e i responsabili della tua circoscrizione devono essere certi del tuo progresso. Del resto, se oggi ti hanno già affidato un camion dell’organizzazione è perché hanno molta fiducia e considerazione di te. Penso che a questo punto non mancherà molto perché ti venga comunicato che sei idoneo a far parte di una federazione”.
Era stupefacente come Jean Paul passasse in pochi attimi da uno stato di sconforto a uno di allegrezza e viceversa. Dopo l’evidente soddisfazione che gli avevano procurato le mie parole, tornò pensieroso e mi disse: “Pierre, posso farti una confidenza? Tu però non ti arrabbiare… si tratta di tua sorella Heloise”.
Non dissi una parola e mi limitai ad ascoltare. “Oggi in mensa Heloise era seduta a un tavolo proprio di fronte a Odette. Tu probabilmente non ci hai fatto caso, ma io e lei ci siamo guardati parecchie volte negli occhi e mi è sembrato che mostrasse interesse, o almeno curiosità nei miei confronti. Forse mi sbaglio. Non abbiamo potuto scambiarci una parola, ma mi piacerebbe. È libera Heloise?”
“Oddio! Oggi è la giornata dei colpi di fulmine, eppure il cielo è sereno!” esclamai portandomi una mano sulla fronte. Lui aveva uno sguardo interrogativo perché non riusciva a interpretare la mia reazione. Non sapeva se stessi scherzando o se mi fossi inquietato. Dopo qualche secondo di silenzio, mi girai verso di lui con il sorriso più smagliante che potessi: “Sì, mia sorella è libera, maggiorenne e con tanta voglia di conversare anche al di fuori della nostra federazione. Tu ricordati però che ancora non sei stato dichiarato idoneo dagli anziani, quindi vedi di rigare diritto. Comunque domani a pranzo vedrò di combinare di trovarci nello stesso tavolo tu, io, Heloise e Odette. Anche se sarò di servizio mensa avrò comunque il tempo di stare un po’ con voi”.
“Grazie, Pierre”.
“Ehi, calma! Ricordati che non è a me che dovresti rendere conto ma ai miei genitori. Guarda che non credo proprio che sarebbero felici se tu frequentassi mia sorella prima della maggiore età. A proposito li hai conosciuti i miei genitori?”
“Non saprei dirti, per me sono tutte persone nuove”.
Appena arrivati sul posto saltai giù dal camion e tornai alla mia squadra di lavoro, guardandomi in giro.
“Ma… quella ragazza… quella con il fiocco verde…”
“Parli di Odette? È andata via pochi minuti fa con due amiche. Sono tornate alla loro abitazione in bicicletta. Hanno staccato prima perché dovevano studiare… se ho capito bene. Ah, Odette ha detto di salutare te e Jean Paul”. Così mi rispose uno della mia squadra.
Ripresi in mano le chiavi per smontare gli ultimi pannelli della rete elettrosaldata, senza entusiasmo e quasi certo che la notte avrei sognato due occhi chiari e un fiocco verde brillante… Alla fine riuscimmo a smontare tutta la recinzione del confine comune. Pensavo che l’indomani sarebbe stata una giornata ancora più impegnativa, perché tutta la siepe che fiancheggiava i confini comuni con l’altra federazione doveva essere completamente abbattuta.
Il capitolo 11 intreccia in modo molto efficace tre livelli: la definizione della maggiore età nella federazione, l’emergere di un possibile legame tra Jean Paul e Heloise, e la chiusura concreta dei lavori di smontaggio della recinzione. Il risultato è un capitolo più leggero e sentimentale, ma anche molto rivelatore sul funzionamento sociale della comunità.
Il chiarimento su quando una persona diventa maggiorenne è importante perché completa il quadro già avviato nei capitoli precedenti. Pierre spiega che la maggiore età non dipende dall’età anagrafica, ma dall’idoneità riconosciuta dagli anziani e dai responsabili, quindi è una condizione sociale e morale prima ancora che biologica.
Questo passaggio ribadisce una delle idee chiave del romanzo: nella federazione conta il progresso personale, la responsabilità e la fiducia ricevuta dagli altri. Per questo Jean Paul, pur avendo più di ventun anni, non è ancora considerato idoneo, mentre persone più giovani possono esserlo già da tempo.
La parte più narrativa del capitolo è la confessione di Jean Paul su Heloise. Il suo interesse nasce da uno scambio di sguardi, quindi da una forma di attrazione ancora molto delicata, quasi sospesa, che aggiunge una nuova tensione sentimentale alla storia.
Pierre reagisce con un tono ironico ma affettuoso, e questa reazione è significativa: non respinge Jean Paul, ma neppure gli dà un via libera pieno. In questo modo il capitolo mette in scena una socialità regolata, in cui anche l’interesse amoroso deve passare attraverso il rispetto delle norme comunitarie e l’approvazione degli adulti.
Molto interessante è il richiamo ai genitori di Pierre e al fatto che Jean Paul debba “rendere conto” non a Pierre ma agli adulti della comunità. Questo mostra che le relazioni personali sono inserite dentro un tessuto collettivo di responsabilità intergenerazionale.
La figura degli anziani, già presente in altri capitoli, ritorna qui come garanzia di equilibrio: non sono solo autorità amministrative, ma custodi della maturità sociale. Il romanzo insiste così su un’idea di libertà che non è individualismo, ma libertà dentro una cornice condivisa.
Il ritorno di Odette alla fine del capitolo, con il suo fiocco verde e i suoi occhi che restano impressi nella memoria di Pierre, collega questo episodio al tema dell’innamoramento già avviato prima. Il protagonista si rende conto che i due fili sentimentali, Odette da una parte e Heloise dall’altra, stanno generando una giornata insolita e carica di emozioni.
Il fatto che Pierre pensi che di notte sognerà “due occhi chiari e un fiocco verde brillante” mostra quanto la sua attenzione sia ormai catturata, e allo stesso tempo suggerisce una certa confusione interiore: il capitolo non chiude le possibilità, ma le moltiplica.
Sul piano narrativo, il capitolo non abbandona il lavoro manuale. Lo smontaggio della rete elettrosaldata continua, la recinzione viene rimossa e si prepara l’abbattimento della siepe del confine comune. Questo mantiene viva la dimensione collettiva e materiale del romanzo, anche mentre cresce la componente emotiva. Questa alternanza è molto efficace: mentre il mondo comune si smonta fisicamente, nelle relazioni tra i personaggi si costruiscono nuovi legami potenziali. Il romanzo mette così in parallelo trasformazione sociale e trasformazione affettiva.
Il tono è più intimo, più giovanile e più leggero rispetto ai capitoli precedenti. Le battute tra Pierre e Jean Paul, le esitazioni, l’imbarazzo, le mezze confessioni e i sorrisi rendono la scena molto più viva e meno espositiva. In questo senso il capitolo funziona bene come ponte: non rinuncia all’ideale federativo, ma mostra che dentro quell’ordine ci sono anche desideri, gelosie, attese e piccole speranze personali.
12
“Pierre, ci salutiamo qui. Io devo riportare il camion a un amico del mio gruppo esterno che me l’ha prestato. Per fortuna domani è domenica e non lavoro come corriere, perciò sarò qui alla stessa ora con il camion a dare una mano per la siepe” disse Jean Paul dopo che fu scaricato l’ultimo pezzo della recinzione.
“Bene, allora ti aspetto”.
Domenica. È singolare come Jean Paul abbia dato enfasi a quella parola. Nelle federazioni la domenica è un giorno come gli altri, non c’è alcuna distinzione. Si lavora, si studia e ci si svaga come tutti gli altri giorni. Il fine settimana di riposo qui non ha alcun senso, perché ognuno è libero di riposarsi quando ne ha bisogno. A parte le tre ore di lavoro richieste al giorno, tutto il resto è lavoro volontario senza alcun obbligo. Se uno è stanco nessuno gli impedisce di riposarsi o di svagarsi, anche se capitasse durante il suo orario di lavoro obbligatorio. Ovviamente, coloro che mettono maggiormente a disposizione le loro energie a favore del collettivo, accrescono la loro considerazione all’interno della comunità e ricevono incarichi di responsabilità nella federazione. Per quanto riguarda i giovani, poi, accelerano la loro nomina alla maggiore età con il permesso di farsi una famiglia. Nemmeno esiste un’età anagrafica in cui si cessi definitivamente di lavorare, ossia una pensione come avviene nel sistema competitivo. Ognuno dà il suo contributo di lavoro in base alle sue energie disponibili e al suo desiderio di contribuire, indipendentemente dalla sua età.
Il concetto fondamentale su cui si fonda l’attività nelle comunità autosufficienti è che non deve esistere una linea di demarcazione netta tra il lavoro e lo svago. In pratica il lavoro stesso deve essere uno svago, un’occupazione piacevole che deve dare soddisfazione a chi lo pratica. Non è nemmeno determinante il tipo di lavoro ma lo spirito con cui lo si svolge. Sapevo invece che nel sistema di mercato un incarico di responsabilità poteva dare soddisfazione soprattutto se era largamente ricompensato finanziariamente, dal momento che tutti i rapporti umani erano mediati dal denaro. In una federazione autosufficiente, invece, non si fa uso di denaro, perciò il compenso per tale incarico consiste solo nella grande considerazione e stima da parte dei membri della comunità.
“C’è più felicità nel dare che nel ricevere”, ma era evidente che questa massima non era accettata da tutti, visto che nel mondo esterno esisteva una competizione sempre più agguerrita.
Questo capitolo è importante perché smette di essere solo narrativo e diventa quasi programmatico: spiega in modo diretto i principi su cui si regge la federazione autosufficiente. Il tema centrale è il rapporto tra lavoro, tempo libero, responsabilità e felicità, tutti reinterpretati in chiave comunitaria.
Il dettaglio della domenica è significativo perché Jean Paul porta con sé una mentalità esterna, in cui il calendario separa nettamente giorni feriali e festivi. Pierre invece chiarisce che nella federazione non esiste questa frattura, perché il riposo non è concentrato in un solo giorno ma distribuito secondo il bisogno reale delle persone. Questa idea comunica una visione molto diversa del tempo: non un tempo disciplinato dall’orologio industriale, ma un tempo umano, elastico, adattato alle energie individuali. Il risultato è una società che prova a ridurre l’alienazione e a rendere la vita più naturale.
Il concetto più forte del capitolo è che non deve esistere una linea netta tra lavoro e svago. Il lavoro, nella federazione, non è una punizione né un dovere imposto dall’esterno, ma un’attività che dovrebbe dare soddisfazione di per sé. Qui il romanzo propone una vera revisione etica del lavoro: non conta solo cosa si fa, ma con quale spirito lo si fa. È un’idea molto coerente con il resto del testo, perché lega l’organizzazione materiale della società alla qualità interiore delle persone.
Molto incisiva è anche la contrapposizione tra federazione e sistema di mercato. Nel mondo competitivo, una responsabilità vale soprattutto se produce guadagno economico; nella federazione, invece, il prestigio deriva dalla stima collettiva e dalla fiducia ricevuta. Questo rovescia completamente la logica della carriera individuale. Il potere non è un mezzo per arricchirsi, ma una forma di servizio riconosciuto dalla comunità. In questo senso il capitolo insiste sul fatto che il vero compenso è simbolico e relazionale, non monetario.
Il testo sottolinea anche che i giovani possono accelerare il passaggio alla maggiore età mettendosi al servizio del collettivo. Questo rinforza l’idea che la crescita personale non sia misurata soltanto dall’età, ma dalla capacità di contribuire in modo concreto alla vita comune. Allo stesso tempo scompare l’idea di pensione come uscita definitiva dal lavoro. Nessuno è escluso in modo rigido: ognuno partecipa in base alle proprie energie e al proprio desiderio di essere utile. È una visione molto più inclusiva e meno frammentata rispetto a quella del sistema competitivo.
La frase finale, “C’è più felicità nel dare che nel ricevere”, funziona come sintesi morale del capitolo. Non è solo un proverbio, ma la chiave di lettura dell’intera comunità: la felicità nasce dal contributo agli altri, non dall’accumulo. Il contrasto con il mondo esterno è esplicito, perché lì la competizione agguerrita impedisce proprio questa forma di felicità condivisa. Il capitolo, quindi, non descrive soltanto una società diversa: la difende come risposta più umana alla crisi dei rapporti sociali.
Dal punto di vista narrativo, questo capitolo ha un tono più riflessivo e dichiarativo rispetto ai precedenti. Non avanza molto l’azione, ma approfondisce la filosofia della federazione e chiarisce il senso dei comportamenti che abbiamo visto finora. In sostanza, il capitolo 12 è una piccola dichiarazione di poetica sociale: il lavoro deve essere libero, il tempo umano, la responsabilità condivisa e la felicità legata alla generosità.

