Prima parte

Aspettando un mondo nuovo

“Guarda Pierre come luccica!” mi disse Robert.

“È vero, a vederla da qui sembra un grande specchio!” ammisi accennando un mezzo sorriso intriso di stupore.

Eravamo a più di un chilometro di distanza dalla grande casa comune, ma l’incidenza dei raggi del sole del mattino li faceva rimbalzare dai pannelli fotovoltaici che ricoprivano la parete sud e arrivavano fino a noi, come un faro che indica la rotta ai naviganti. L’aria piacevolmente temperata che accarezzava i nostri visi testimoniava la primavera inoltrata e, seppure indugiavamo a contemplare quella grande struttura, non fummo distolti dal motivo per cui ci trovavamo in quel luogo.

“Robert, che ne dici se cominciamo a far scorrere la griglia mobile del settore due?” proposi, indicando un punto del laghetto artificiale che si trovava quasi a ridosso della cascatella.

“Certo, ma è meglio chiamare anche Samuel e Luc”.

Stavano dall’altra parte del laghetto per controllare le chiuse, così li chiamò a gran voce, con ampi gesti delle braccia. Spostammo la griglia per parecchi metri e costringemmo i pesci di quel settore a concentrarsi in spazi ristretti, per facilitarne la cattura.

“Ti ricordi quando hanno fatto il lago, una dozzina di anni fa?” chiesi a mio cugino Samuel, mentre affondavo il retino nell’acqua.

“Sì, sì, mi ricordo. Quando eravamo bambini, il nonno ci ha accompagnati qui diverse volte per vedere i lavori nelle chiuse e gli scavi per le griglie”.

La sua risposta mi fece pensare alla triste sorte di nonno Albert: un banale incidente di quasi due anni prima gli era costato la frattura scomposta di due vertebre. Da allora giaceva a letto in camera sua, paralizzato dal bacino in giù e costretto a dipendere in tutto dai membri del nostro gruppo.

Esternai questi pensieri a Samuel che, dopo un lungo sospiro, intanto che tirava su il retino con dentro i pesci che si dibattevano, mi rispose così: “Certo non è un bel vivere! Meno male che il nonno non è mai solo, perché vengono a trovarlo spesso anche membri di altri gruppi… poi riesce a comunicare con tanti altri che si trovano nella grande casa comune”.

“Eh sì, meno male!” mi limitai a rispondere, sinceramente dispiaciuto.

Restai un bel momento con il retino fermo in acqua mentre pensavo a come eravamo fortunati a vivere in una federazioni di gruppi sociali autosufficiente. Il nonno mi raccontava spesso della vita che una volta lui e nonna Marie facevano nel sistema di competizione. Soggetti all’indifferenza e al cinismo del prossimo, sempre in ansia di perdere il lavoro che garantiva il sostegno alla famiglia, sempre pressati dalle tasse e dalla burocrazia, sempre all’erta per difendersi dagli imbroglioni, semp…

“Ehi Pierre! Ti ha ipnotizzato la tua immagine riflessa sull’acqua?” disse Robert mentre sfoggiava un sorriso da orecchio a orecchio. Sorrisi anch’io e tirai su il mio retino con dentro qualche pesce.

“Ragazzi, penso che possano bastare, mi pare che ce ne siano a sufficienza. E poi Paul e Brigitte staranno già ad aspettarci” disse Luc, indicando la vasca quasi colma di pesci nel cassone del furgoncino elettrico.

Paul e Brigitte erano i cuochi del nostro gruppo, o meglio, quello mio e di Samuel, situato all’undicesimo piano della grande casa comune, mentre Robert e Luc erano fratelli e facevano parte di un altro gruppo due piani sotto al nostro. Anche se di gruppi diversi eravamo grandi amici e non era raro che, proprio per questo, gli anziani ci affidassero degli incarichi da svolgere insieme. Quel giorno nel menù del pranzo del mio gruppo si era deciso di inserire una grigliata di pesce, per questo eravamo lì.

Caricammo gli attrezzi sul furgoncino, poi Samuel e Luc portarono i pesci nella cucina di gruppo dellundicesimo piano.

“Ci vediamo più tardi” dicemmo tutti quasi all’unisono.

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“Ma è impressionante! È come il corpo umano, formato da decine di migliaia di miliardi di cellule che collaborano tra loro, fornendo ognuna un lavoro o una sostanza utile a tutto il collettivo”.

“Hai detto una grande verità Jean Paul. Il corpo umano è proprio il modello strutturale a cui si è ispirata la nostra organizzazione. È quello che ci viene insegnato fin dagli studi elementari. Il corpo umano funziona alla perfezione proprio perché è strutturato in questo modo. Vedi tutti quei pannelli fotovoltaici che foderano quasi per intero la grande casa comune e la stessa palazzina oftalmica? Ebbene, sono arrivati gratuitamente da altre federazioni specializzate in questo settore. Quando la nostra federazione si è insediata in questo territorio i vecchi pannelli erano stati acquistati da ditte private del mondo esterno, mentre ora quelli nuovi prodotti dalla nostra organizzazione, oltre che avere una resa enormemente più elevata, sono distribuiti gratuitamente a tutte le federazioni. Prima il fotovoltaico non forniva la completa autonomia energetica della federazione, quindi come integratore per il riscaldamento dell’intera struttura veniva utilizzato anche il metano, prodotto dalla fermentazione dei rifiuti organici. Questo aveva comportato l’installazione di filtri elettrostatici per abbattere l’emissione di CO2 e trasformare questo gas in polveri neutralizzabili. Con i nuovi impianti fotovoltaici il metano non serve più: le biomasse e i filtri elettrostatici sono stati smantellati”.

“Ripeto: è impressionante!” esclamò Jean Paul allargando le braccia, come fosse un segno di resa.

“Non è finita qui. Nella grande casa comune sono stati sviluppati studi di bioingegneria oftalmica di livello universitario. Qui vengono studenti anche da zone lontane e di altre nazionalità. Hanno vitto, alloggio e studi gratuiti, in cambio offrono un aiuto pratico in qualsiasi attività di cui la federazione abbia bisogno. I laureati in parte restano qui da noi, impegnati nelle strutture oftalmiche, altri vanno nelle federazioni dove c’è più bisogno.

Sono tutti volontari che si mettono a disposizione dell’organizzazione internazionale. Non mirano a una carriera nel mondo esterno, ma alla costruzione di un mondo nuovo. Cercano la felicità senza il denaro e non c’è maggiore felicità nel donare agli altri il proprio sapere e le proprie capacità”.

L’ottavo capitolo è uno dei più espliciti nel chiarire la filosofia profonda del romanzo: la comunità non è solo autosufficiente, ma si fonda sulla cooperazione scientifica, gratuità e sulla circolazione del sapere. Qui l’ammirazione di Jean Paul cresce fino a diventare quasi una resa emotiva di fronte a un modello sociale che appare radicalmente superiore al “mondo competitivo”.

Il passaggio più importante è l’analogia tra la federazione e il corpo umano. Pierre spiega che, come le cellule collaborano in un organismo, così i gruppi e le persone cooperano nella società; questa immagine trasforma l’utopia politica in un principio quasi biologico, naturale. È un’idea forte perché toglie alla cooperazione l’aria di costruzione artificiale e la presenta come la forma più razionale e armonica di organizzazione collettiva.

Questa analogia non è solo ornamentale: serve a legittimare l’intero sistema narrativo. Se il corpo umano funziona così, allora anche la federazione, che ne imita la struttura, non è un esperimento ideologico ma una conseguenza della natura stessa della vita.

Il capitolo mostra anche una società tecnologicamente avanzata ma non orientata al profitto. I nuovi pannelli fotovoltaici vengono distribuiti gratuitamente alle federazioni, mentre quelli vecchi erano comprati dal mondo esterno: il cambiamento segnala il passaggio da una logica di mercato a una logica di condivisione. Anche l’energia è pensata come bene comune, non come strumento di rendita.

Molto significativo è il riferimento al metano prodotto dai rifiuti organici e ai filtri elettrostatici per ridurre l’impatto ambientale. Poi però il testo precisa che questi impianti sono stati smantellati grazie ai nuovi pannelli: questo rafforza l’idea di un progresso continuo, in cui la tecnica migliora non per produrre consumo, ma per eliminare sprechi e dipendenze.

La parte sugli studi universitari di bioingegneria oftalmica aggiunge un livello importante: la federazione non conserva soltanto ciò che già sa fare, ma diventa anche centro di formazione. Studenti provenienti da luoghi lontani ricevono vitto, alloggio e studi gratuiti, e in cambio offrono lavoro pratico alla comunità.

Questo sistema è molto coerente con il resto del romanzo, perché unisce educazione, servizio e responsabilità collettiva. Il sapere non è accumulato per prestigio personale, ma messo al servizio della costruzione di un mondo nuovo. È uno dei messaggi più ideologicamente forti del brano.

Jean Paul continua a funzionare come personaggio di mediazione. Le sue reazioni di stupore, rese da esclamazioni brevi e molto dirette, fanno emergere l’eccezionalità di ciò che ascolta senza bisogno di giudizi narrativi espliciti. In pratica è lui che dà voce alla meraviglia del lettore.

La sua frase sul corpo umano è particolarmente riuscita, perché non si limita a confermare ciò che Pierre dice: lo rilancia in una forma più ampia e quasi filosofica. Da quel punto in poi il dialogo non è più solo informativo, ma diventa una riflessione sul senso stesso della comunità.

Il tono del capitolo è più programmatico che narrativo, ma non perde forza per questo. Nigra usa la spiegazione tecnica per costruire un manifesto etico: gratuità, solidarietà, eliminazione del denaro come fine, felicità nel donare il proprio sapere.

La chiusura è molto netta: “non c’è maggiore felicità nel donare agli altri il proprio sapere e le proprie capacità”. Qui il romanzo esplicita il suo ideale umano e politico senza ambiguità. Il sapere non serve a distinguersi, ma a far crescere il collettivo.

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