61
“Non è un problema di tempo ma di comunicazione, e le spiegherò il perché. Se in questo momento io prendessi un ago e di sorpresa le pungessi una mano, sono sicuro che lei la ritrarrebbe immediatamente”.
“Non si azzardi a farlo, sa” disse Angeline ridendo e ritraendo comunque la mano, suscitando anche la risata di Odette.
“Si figuri. Era solo un modo per spiegare che tutte le cellule del nostro corpo sono tra loro comunicanti in tempi reali, immediati. La stabilità e il buon funzionamento di un qualsiasi sistema organizzato, a qualunque livello, dipende appunto da questa comunicazione. Anche tra i membri di un gruppo di cacciatori raccoglitori esistevano forme di comunicazione visive o sonore in tempi reali. Se, per esempio, una sentinella avvistava un incendio o un nemico, poteva avvisare immediatamente tutti i componenti del gruppo perché si potessero prendere provvedimenti. In sintesi, tanto più è veloce la comunicazione, maggiore sarà la stabilità del sistema. Ora veniamo a un punto importante per comprendere perché gli antichi gruppi di raccoglitori non hanno potut federarsi in entità stabili, nonostante i loro molteplici tentativi”.
Rendendomi conto che l’argomento era molto impegnativo, le dissi: “La sto annoiando?”
“No, affatto, l’ascolto, l’ascolto”.
“Bene, allora proseguo. A causa della loro economia semplice, ossia il prelievo dalla natura di ciò che essa poteva offrire spontaneamente, i raccoglitori necessitavano di enormi territori a bassissima densità di popolazione. I gruppi di un’ipotetica federazione, perciò, erano molto distanti tra loro, magari divisi da montagne, foreste, laghi… e non disponevano di una tecnologia sufficiente per una comunicazione in tempi rapidi. Se per ipotesi il territorio di un gruppo era invaso da razziatori, si poteva anche inviare un messaggio di aiuto sonoro o visivo agli altri gruppi attraverso vari ponti ripetitori, ma l’aiuto sarebbe comunque arrivato troppo in ritardo”.
“Se ho capito bene quello che vuole dirmi, solo una comunicazione tecnologica, immagino fatta di invio e ricezione di onde elettromagnetiche, quindi immediata, avrebbe potuto tenere uniti i gruppi di raccoglitori in modo collaborativo, cosa che all’epoca non poteva avvenire” disse Angeline con un tono più arrendevole.
“Esattamente. Se l’uomo preistorico fosse stato in grado di federare in modo stabile i gruppi sociali, utilizzando solo una forma di comunicazione semplice, i nostri progenitori non si sarebbero indirizzati allo sviluppo tecnologico. In alcune zone della Terra, in tempi diversi e in situazioni distinte tra loro, per dei mutamenti climatici o per la pressione demografica non era più possibile sostenersi con un’economia di semplice caccia e raccolta. Il gruppo fu perciò indotto ad abbandonare progressivamente quel tipo di economia e la sostituì progressivamente con l’allevamento e l’agricoltura, per incentivare l’ambiente naturale a fornire maggiori risorse. Quegli uomini sono diventati stanziali e sono sorti i primi ruoli specialistici, ossia chi si occupava a tempo pieno di un’unica mansione, dando così il via allo sviluppo tecnologico”.
“Quindi, secondo lei, l’evoluzione tecnologica ha avuto il solo risultato di produrre una comunicazione in tempi reali?”
“Più o meno è così, anche se la tecnologia ha un’altra grande funzione, ma questo non ha nulla a che vedere con la nostra riflessione sulla collaborazione reciproca”. A quel punto intervenne Odette e propose lo stesso video che avevamo mostrato al signore di prima. Osservai attentamente le reazioni di Angeline mentre seguiva con interesse e stupore.
Alla fine disse: “Bello, veramente bello. Ho sempre avuto informazioni sbagliate su di voi”.
“Come avrà potuto notare i nuovi gruppi si stanno già riformando e si stanno organizzando in federazioni stabili e autosufficienti. Nel frattempo le federazioni collaborano tra loro a livello internazionale, con l’intento di creare un’unica organizzazione planetaria umana in perfetta sintonia con l’ambiente naturale. Poiché le nostre federazioni sono le organizzazioni umane che consumano meno energia in proporzione al numero di abitanti, riteniamo che andranno infine a sostituire la società di mercato”.
“Ve lo chiedo solo a titolo informativo, ma se uno, per ipotesi, gli passasse per la testa, senza impegni, di voler conoscere a fondo questo tipo di vita, come potrebbe fare?” Odette le spiegò l’intero iter e la indirizzò allo stesso gruppo di addestramento alla vita comunitaria di quella cittadina.
“Chiederò al mio ragazzo se mi vorrà accompagnare, perché non so se me la sentirei di provarci da sola”.
“Vedrà che vi daranno un affettuoso e caloroso benvenuto”. Neanche il tempo di salutarci che arrivarono anche Baptiste e Marlene per fare ritorno a casa.
Il capitolo 61 completa il ragionamento iniziato nei capitoli precedenti: la federazione non nasce solo da un ideale morale, ma da condizioni materiali precise, soprattutto la comunicazione in tempo reale e la possibilità di coordinare sistemi ampi. Qui il romanzo cerca di dimostrare che la storia umana è stata limitata per molto tempo da vincoli tecnici, e che solo con il progresso delle comunicazioni è diventata possibile una vera organizzazione federativa.
Il paragone con le cellule del corpo è molto efficace: ogni parte del sistema funziona perché riceve e invia segnali immediati. Il romanzo applica questa logica ai gruppi umani, sostenendo che la stabilità di una comunità dipende dalla rapidità con cui circolano informazioni e risposte. Questo passaggio è fondamentale perché trasforma la cooperazione da semplice valore etico a principio sistemico. Se gli individui e i gruppi non riescono a comunicare in tempi rapidi, non possono coordinarsi davvero; se invece comunicano bene, possono formare strutture più grandi e stabili.
La parte sui cacciatori-raccoglitori chiarisce perché, secondo il romanzo, essi non poterono federarsi stabilmente. Vivevano su territori molto vasti, a bassa densità di popolazione, separati da ostacoli naturali e senza strumenti tecnologici adeguati per mantenere contatti rapidi. Il punto non è che mancasse la volontà di collaborare, ma che mancavano i mezzi. Il testo insiste molto su questo: la cooperazione politica ampia richiede una base tecnica che nel mondo preistorico non esisteva ancora.
La transizione verso agricoltura e allevamento viene presentata come una risposta necessaria a cambiamenti climatici o demografici. In questo quadro, la stanzialità e la specializzazione dei ruoli diventano i veri fattori che aprono la strada alla tecnologia. È un passaggio molto interessante perché lega sviluppo produttivo e sviluppo comunicativo. La tecnologia non è vista solo come aumento di potenza, ma come condizione per una forma più alta di coordinamento umano.
Quando Angeline afferma che l’evoluzione tecnologica ha prodotto una comunicazione in tempi reali, il romanzo sembra confermare l’idea che la tecnologia abbia soprattutto un ruolo relazionale e organizzativo. La tecnica serve a rendere possibile ciò che prima non lo era: collegare i gruppi, superare le distanze, tenere insieme comunità più vaste. Questo è un punto molto coerente con tutto il capitolo: la tecnica non è fine a se stessa, ma il supporto materiale della cooperazione. Anche il video mostrato a Angeline funziona in questa direzione, perché traduce un modello di vita in immagini convincenti e accessibili.
La frase sui nuovi gruppi che si stanno riformando è centrale per la visione storica del romanzo. Non si tratta di recuperare semplicemente il passato, ma di creare nuove forme sociali capaci di riprendere lo spirito comunitario antico con strumenti moderni. Qui il romanzo propone una sorta di ritorno evolutivo: si passa da gruppi piccoli e fragili a federazioni stabili, e poi a una possibile organizzazione planetaria umana in armonia con l’ambiente. È una visione molto ampia, quasi civilizzatrice.
Molto significativo è anche il riferimento al minor consumo di energia delle federazioni rispetto alla società di mercato. Questo elemento collega la cooperazione non solo alla giustizia sociale, ma anche alla sostenibilità ecologica. Il romanzo suggerisce che il modello federativo non è soltanto più umano, ma anche più efficiente dal punto di vista energetico e ambientale. In questo modo costruisce un’alternativa complessiva alla civiltà competitiva, non limitata a un singolo ambito.
La reazione finale di Angeline è molto importante: da oppositrice passa a persona curiosa, quasi convinta. Il fatto che chieda come poter conoscere meglio quel tipo di vita indica che il dialogo ha funzionato. Odette, ancora una volta, è decisiva perché non conquista l’altro con la forza, ma con una proposta concreta di esperienza. Il romanzo mostra così che la persuasione più efficace non è l’argomentazione astratta, ma l’invito a vedere e a provare.
Nel complesso, il capitolo 61 chiude molto bene il confronto con Angeline perché unisce biologia, tecnologia, storia e politica in un’unica tesi: la federazione è il livello superiore che diventa finalmente possibile quando la comunicazione e l’organizzazione tecnica raggiungono la maturità necessaria. È un capitolo molto denso, perché non difende solo un modello sociale, ma una vera interpretazione della storia umana come passaggio progressivo da forme sparse e deboli a forme integrate, collaborative e sostenibili.
62
Prima di cena mi venne incontro Samuel: “Questa sera hanno organizzato una festa al piano tre. Ci hanno invitati e vengono anche Robert e Luc. Ci sarai?” “Beh… sì. Dammi solo un quarto d’ora dopo cena, perché voglio prima parlare con Odette”.
“Va benissimo. Ci vediamo dopo. Ah… Pierre, gli anziani mi hanno chiesto se tra qualche settimana me la sarei sentita di partire come lavoratore esterno”.
“Accidenti! Ti hanno già detto dove ti manderanno?”
“Mah, mi hanno solo detto che il posto si trova a una distanza che mi permetterà di tornare a casa almeno una volta al mese”. Fare il lavoratore esterno era per noi un privilegio, penso però che a Samuel quell’annuncio un po’ di ansia l’avesse creata. Mi congratulai con lui e gli feci i miei migliori auguri per incoraggiarlo.
Federazione nuova, piano quattro, interno ventidue. Era bello conversare e stare con lei, anche se era solo un contatto virtuale. Le ricordai che ero stato invitato a una festa con i miei amici e non potevo fermarmi ancora tanto.
“Aspetta, Pierre. Prima di chiudere, vorrei chiederti una cosa che mi ha fatto pensare”.
“Dimmi pure”.
“Oggi, quando parlavamo con quella ragazza, Angeline, hai detto che lo sviluppo tecnologico, oltre a permettere un tipo di comunicazione per un’aggregazione coordinata dei gruppi sociali, avrebbe un altro scopo importante. Quale sarebbe?”
“Beh, l’evoluzione della materia in realtà è l’evoluzione dell’informazione. Le strutture materiali non sono altro che dei contenitori usa e getta per veicolare la crescita dell’informazione nel tempo. L’informazione non è materia, ma ha bisogno del supporto della materia. La struttura del DNA, per esempio, non è l’informazione ma è l’hardware, ossia il supporto materiale dell’informazione, il software. L’informazione si è servita prima del supporto materiale fisico, poi di quello chimico e di quello genetico. In seguito la natura ha ‘inventato’ il sesso per produrre una maggiore variabilità genetica, ma il processo non si è fermato lì, visto che gli animali più evoluti hanno fatto uso della trasmissione di dati appresi. La specie umana deve gran parte del suo comportamento alla facoltà di apprendimento di dati culturali, velocizzando di fatto l’evoluzione dell’informazione. Infine, lo sviluppo tecnologico, innescato dall’uomo, ha prodotto l’intelligenza artificiale, che, in quanto a velocità di crescita dell’informazione…”
“Quindi l’altra conseguenza dello sviluppo tecnologico, in sostanza, è quella di velocizzare la crescita dell’informazione?”
“Sì, sono convinto che sia così”.
“Ma, secondo te, fino a quando crescerà la complessità di questa informazione?”
“Boh, forse fino a quando l’universo si sarà riorganizzato in un unico sistema totale, oltre il quale non sarà più possibile aggiungere altra informazione”. Ci salutammo lì.
Il capitolo 62 è un passaggio che allarga ancora di più il discorso: dalla cooperazione sociale passa all’evoluzione dell’informazione. Il romanzo lega così la storia della vita, la tecnologia e l’intelligenza artificiale in un’unica traiettoria di crescita della complessità.
L’apertura con Samuel è breve ma significativa: il lavoro esterno viene presentato come un privilegio e non come una punizione, perché permette di restare collegati alla comunità. Questo rafforza l’idea che nella federazione anche il distacco fisico non interrompa il legame sociale.
Il nucleo del capitolo è la tesi che l’evoluzione della materia sia, in sostanza, un veicolo dell’informazione. Il testo usa il rapporto hardware/software per spiegare che la materia è il supporto, mentre l’informazione è ciò che viene conservato, trasmesso e arricchito nel tempo. Questa idea è in linea con il modo in cui la biologia moderna usa spesso il linguaggio dell’informazione per descrivere la complessità genetica e l’adattamento evolutivo. La letteratura scientifica citata nelle ricerche mostra infatti che l’informazione genetica e la complessità biologica possono essere analizzate in termini informazionali.
Il percorso descritto è molto ambizioso: supporti materiali semplici, poi chimici, poi genetici, poi culturali, fino all’intelligenza artificiale. Il romanzo suggerisce che ogni passaggio accelera la crescita dell’informazione, perché rende possibile una trasmissione più rapida e più ricca di contenuti. In questo senso l’IA non è un tema laterale, ma l’ultima tappa di una lunga continuità evolutiva. Il testo la presenta come il punto in cui l’informazione comincia a crescere con una velocità ancora maggiore rispetto alla sola evoluzione biologica.
La domanda finale di Odette, su quanto potrà crescere ancora questa complessità, porta il capitolo sul piano cosmico. La risposta di Pierre immagina un universo che tende a riorganizzarsi in un unico sistema totale, oltre il quale non si può aggiungere altra informazione. Questa idea dà al romanzo una dimensione quasi teleologica: la storia non è solo successione di eventi, ma un processo verso una maggiore integrazione informativa. È una visione molto forte, quasi filosofica, che collega biologia, società e cosmologia.
Nel complesso, il capitolo 62 funziona come una sintesi delle tesi precedenti: la cooperazione serve alla federazione, la federazione serve alla comunicazione, e la comunicazione serve alla crescita dell’informazione. Il romanzo cerca così di dare alla sua utopia una base non solo morale ma anche evolutiva e scientifica.
63
Rintracciai Samuel e insieme andammo alla festa del terzo piano, dove trovammo già Robert e Luc. Penso che ci fossero state più di centocinquanta persone. In sala mensa, un sottofondo di musica a 432 hertz accompagnava sullo schermo le immagini di una natura fresca e lussureggiante. Le nostre feste cominciavano di solito così, per mettere tutti a proprio agio. Poi, quando si era preso confidenza con l’ambiente, si dava inizio alle danze, interrotte di tanto in tanto da filmati, da sketch comici, oppure da giochi. Poi si ricominciava a danzare fino all’interruzione successiva. Quando ritornava la musica a 432 hertz, si appressava l’ora della fine della festa.
Dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, mi portai verso il buffet, per vedere quali stuzzichini avessero preparato.
“Ciao, Pierre, come ti sembra questo buffet, preparato anche con le mie manine?”
“Oh, ciao, Blanche Rose: caspita! Peperoni al forno sbucciati e conditi con olio extravergine di oliva, aceto di mele, sale e prezzemolo; insalata di riso con verdure, che io adoro; wow, spiedini di melanzane… bruschette con salsa di carciofi…” Tutto era accompagnato da etichette che riportavano gli ingredienti usati. “Ti sei data da fare oggi”.
“Oh sì, le mie amiche e io abbiamo aiutato i nostri cuochi per tutto il pomeriggio. Ma… assaggia, assaggia!”
“Dunque, per prima cosa… prendo questo. Che cos’è?”
“Pomodoro sbucciato con ripieno di burro di nocciole, carotine e salsa di menta”.
“Buono”.
“Fatto io”.
“Tutto tu?”
“Beh, i cuochi avevano già preparato la salsa di menta e il burro di nocciole; io ho sbucciato i pomodori, li ho tagliati a metà e li ho svuotati; poi ho lessato le carote, le ho tritate e le ho amalgamate con il burro di nocciole. Con questo composto ho riempito i pomodori e infine li ho guarniti con la salsa di menta. È stata un’idea che mi è venuta al momento”.
“Complimenti! E che altro hai preparato?”
“Ho preparato le bruschette al carciofo. Ho tagliato e tostato le fette di pane e poi le ho spalmate con la salsa di carciofi, che avevano preparato i cuochi”.
“Ottime!”
“Ma Pierre, non assaggiare solo quello che ho preparato io, altrimenti mi metti in imbarazzo”.
“Allora provo con l’insalata di riso”.
“Fatta io. Ho lessato il riso, sminuzzato e cotto al vapore le verdure, ho condito il tutto, mescolato… e voilà”.
“Buonissima. E le patate al forno? Le hai preparate tu?”
“Vorrei poterti dire di sì, ma no, le ha preparate la mia mammina”.
“Mmm, buone. Allora complimenti alla tua mammina. Ma quanti eravate in cucina oggi?”
“Eravamo in sei ad aiutare i cuochi, che ci dicevano che cosa fare”.
Il capitolo 63 mostra la federazione nel suo aspetto più concreto e quotidiano: il divertimento collettivo, il lavoro condiviso e la gioia semplice dello stare insieme. Dopo i capitoli teorici sull’informazione e sulla cooperazione, qui il romanzo traduce quelle idee in una scena viva, allegra e molto pratica. La festa non è solo intrattenimento, ma un vero rito sociale. La musica, le immagini della natura, le danze, i giochi e gli sketch servono a creare un clima di armonia e di rilassamento, cioè una condizione in cui tutti possano sentirsi parte dello stesso gruppo. Il fatto che la serata segua una scansione precisa mostra che nella federazione anche il tempo libero è organizzato con intelligenza. Non c’è caos, ma nemmeno rigidità opprimente: il divertimento è guidato in modo da favorire la partecipazione e il benessere collettivo.
Il sottofondo di musica a 432 hertz accompagnato da immagini naturali ha una funzione chiara: predisporre emotivamente le persone a un clima di serenità. Il romanzo insiste molto sull’armonia tra esseri umani e ambiente, e qui questa idea si rende sensibile, quasi fisica. La natura fresca e lussureggiante non è solo un fondale estetico, ma il simbolo di un ordine vitale più ampio in cui la festa umana si inserisce senza contraddizione. È come se la comunità si riconciliasse con il mondo naturale anche attraverso l’atmosfera del proprio tempo libero.
La parte sul buffet trasforma il cibo in una forma di collaborazione. Blanche Rose non si limita a dire che ha cucinato: spiega con precisione cosa ha fatto lei e cosa hanno fatto i cuochi, mostrando una divisione del lavoro armoniosa e trasparente. Questo dettaglio non valorizza il consumo passivo, ma la partecipazione attiva. Anche preparare gli stuzzichini diventa un modo per prendere parte alla vita comune e sentirsi utili.
Il fatto che Blanche Rose e le sue amiche abbiano aiutato i cuochi per tutto il pomeriggio mostra che il sapere nella federazione non è solo teorico. Si impara facendo, osservando, collaborando. Pierre apprezza sinceramente il cibo, ma la scena va oltre l’apprezzamento gastronomico: mostra una formazione concreta alla responsabilità. Le ragazze non sono spettatrici, ma partecipi, e il loro contributo rafforza il senso di appartenenza al gruppo.
Blanche Rose appare qui simpatica, vivace e operosa. Vuole essere apprezzata, ma allo stesso tempo non vuole mettersi troppo in mostra. Questa piccola insistenza sul fatto di non voler mettere Pierre in imbarazzo la rende umana e affettuosa. Il dialogo tra loro ha un tono leggero e quasi familiare, ma serve anche a ribadire il valore sociale delle competenze quotidiane. La bravura in cucina, in questo mondo, non è un fatto marginale: è parte della vita comunitaria.
Nel complesso, il capitolo 63 mostra una federazione che sa unire festa, educazione, lavoro e convivialità senza separare il piacere dalla collaborazione. È un capitolo apparentemente semplice, ma in realtà molto importante, perché rende credibile il modello sociale del romanzo attraverso scene di vita vissuta.
64
Blanche Rose aveva sempre conversato volentieri con me, già da quando eravamo bambini. Quando siamo passati alla maggiore età, intuii che non si accontentava più di semplici conversazioni; tuttavia non me l’ero sentita di assecondarla. Immaginavo quali potessero essere i suoi progetti, che purtroppo non erano i miei. Senza traumi, ma a fatica, ero riuscito a farle capire che non eravamo adatti l’uno per l’altra per formare una famiglia. Ero contento che non ci fossero stati dei malumori, ma mi chiesi spesso se io, nelle stesse condizioni, sarei stato in grado di rassegnarmi come aveva fatto Blanche Rose. Che reazione avrei avuto se fosse capitato a me di essere respinto da Odette?
“Come ti vanno le cose, Pierre?” mi chiese Blanche Rose, passando di proposito a un altro argomento.
“Abbastanza bene. Da poco ho avuto l’incarico specialistico che volevo, tra gli elettrotecnici. E a te come vanno?”
“Anche per me abbastanza bene. Da volontaria frequento sempre più sovente la fabbrica oftalmica e non escludo che, dopo essermi diplomata, possano inserirmi lì con un incarico specialistico”.
“Sono contento per te Blanche Rose”.
“Grazie Pierre. Ho sentito che stai frequentando una ragazza della federazione nuova”. Avrei voluto che non toccasse quell’argomento, però dovevo rispondere.
“Frequentarci è ancora una parola grossa. Stiamo cercando di conoscerci”.
A un certo punto la musica cambiò tono e anche il volume si alzò un po’: erano cominciate le danze. “Blanche Rose, vieni a ballare anche tu?”
“Ora no. Devo stare un altro po’ a tenere in ordine il buffet. Verrò dopo”. Infine anche Blanche Rose partecipò alle danze, sostituita al buffet da un’altra persona. A un certo punto il ritorno della musica a 432 hertz ci ricordò che era ora di dormire. Infatti, dopo aver salutato l’allegra brigata, tornai in camera, mi feci una doccia e mi ficcai sotto le lenzuola già mezzo addormentato.
Il capitolo 64 è delicato e molto umano perché mette in scena un sentimento non corrisposto senza drammatizzarlo. Il centro del capitolo non è la festa, ma il rapporto sottile tra memoria, autocontrollo e rispetto reciproco: Blanche Rose e Pierre si parlano con serenità, pur sapendo che fra loro non si è trasformato in amore.
Il capitolo chiarisce che Blanche Rose aveva nutrito aspettative più profonde di una semplice amicizia. Pierre lo capisce, ma non ha mai ricambiato in quel modo, e proprio questa asimmetria rende importante la sua riflessione interiore: si chiede se sarebbe capace di reagire con la stessa compostezza qualora fosse lui a essere respinto. Questa domanda fa emergere un tratto molto positivo del romanzo: il sentimento non viene idealizzato in modo ingenuo. Anche i rapporti mancati vanno affrontati con maturità, e il vero banco di prova è la capacità di non trasformare il rifiuto in conflitto.
Blanche Rose appare come una figura affettuosa, equilibrata e capace di riorientare il discorso senza creare tensione. Quando cambia argomento e passa al presente, mostra una grande dignità emotiva. Il fatto che lavori come volontaria nella fabbrica oftalmica e che possa aspirare a un incarico specialistico la presenta come una persona concreta, impegnata e in crescita. Il romanzo non la riduce alla ragazza non scelta: le dà un percorso professionale e una propria piena dignità sociale.
Uno degli elementi più interessanti del capitolo è il parallelismo tra la vita affettiva e quella professionale. Pierre ha ottenuto l’incarico specialistico desiderato tra gli elettrotecnici, e Blanche Rose potrebbe presto essere inserita nella fabbrica oftalmica con un ruolo specifico. Questo mostra che nella federazione la realizzazione personale passa anche attraverso il lavoro scelto e non solo attraverso la coppia. È un dettaglio importante perché bilancia il tema amoroso con quello dell’autonomia individuale.
La scena della festa continua a fare da sfondo e conferma il carattere ordinato e armonico della vita comunitaria. Blanche Rose prima serve al buffet, poi viene sostituita da un’altra persona, poi balla: tutto si svolge in una logica di turnazione e collaborazione. Il ritorno della musica a 432 hertz come segnale che è ora di dormire è molto efficace. La comunità non è caotica, ma si regola con naturalezza, quasi come un organismo che sa quando è tempo di esprimersi e quando è tempo di riposo. Il tono è quieto, quasi intimo. Non ci sono grandi eventi, ma una piccola scena di equilibrio umano. Proprio per questo il capitolo funziona bene: mostra che nella federazione la convivenza può includere anche i sentimenti non realizzati senza trasformarli in ferite aperte.
Nel complesso, il capitolo 64 è un capitolo di maturità emotiva. Pierre prende coscienza del proprio passato con Blanche Rose senza crudeltà, Blanche Rose conserva dignità e apertura, e la festa diventa lo scenario di una socialità che sa contenere anche le cose non dette.
65
Era stata una giornata tranquilla e alla sera mi misi in comunicazione con Odette. Parlai a lungo con lei e poi feci un salto alla movida. Sentii in lontananza la voce stridula di Marc. Mi incamminai in quella direzione e qui trovai e salutai il gruppo filosofico quasi al completo. Mancavano Serge e Charline e anche mia sorella Heloise, che probabilmente stava dialogando a distanza con Jean Paul.
Dopo i saluti Marc riprese a parlare: “Il metodo Manenti è nato nel Biellese, in Italia, circa settant’anni fa ed è stato adottato praticamente da tutte le federazioni del mondo. È un metodo di coltivazione che non fa uso di alcun pesticida o fertilizzante, sia esso sintetico che naturale. Nel sistema di competizione ha avuto scarso successo perché è sempre stato sabotato in tutti i modi possibili, in quanto lede gli interessi economici delle grandi industrie chimiche produttrici di pesticidi e fertilizzanti”.
Non sapevo che il nostro modo di coltivare si chiamasse metodo Manenti. Per la verità non ero un volontario assiduo nelle serre e nei campi ma, data la geniale semplicità del metodo, sapevo di che cosa si trattasse. Nelle coltivazioni intensive del sistema competitivo si usava l’aratro tradizionale per dissodare quanta più terra possibile nel minor tempo. Questo comportava il capovolgimento della zolla, con il risultato di ridurre la fertilità del terreno dissodato. Infatti, i batteri aerobi, che vivono negli strati superiori del suolo e utilizzano l’ossigeno dell’atmosfera per il loro metabolismo, erano portati in profondità e senza ossigeno morivano. Viceversa, i batteri anaerobi, a contatto con l’ossigeno, che per loro è veleno, facevano la stessa fine.
Anche le reti fungine sotterranee, che con i batteri sono il vero fertilizzante della terra, con l’aratro tradizionale erano distrutte. Il terreno dissodato in questo modo, prima di essere seminato, doveva riformare la sua carica batterica e fungina per essere fertile, per questo erano utilizzati i fertilizzanti, chimici o naturali che fossero. Ovviamente, prima che il terreno ritornasse fertile, cioè fino a quando i batteri e le reti fungine potessero riprodursi in misura sufficiente, passava del tempo, che si sottraeva a una potenziale produzione alimentare. Oltre tutto, il fertilizzante interrato poteva dar luogo a fenomeni di putrefazione anaerobica, anziché alla decomposizione aerobica, peggiorando il gusto e la qualità degli alimenti.
Nel metodo Manenti non si fa uso dell’aratro tradizionale, ma di una macchina chiamata “ripuntatrice” che, pur dissodando il terreno a una profondità di circa quaranta centimetri, non capovolge la zolla e lascia intatte le stratificazioni di batteri e funghi. Con questo sistema il terreno rimane sempre fertile e non necessita di alcun tipo di fertilizzante. Il procedimento a grandi linee è il seguente: dopo la raccolta, per esempio, di pomodori, peperoni, melanzane, zucchine… passa una piccola trituratrice che taglia raso terra tutti i fusti vuoti degli ortaggi. Questo materiale viene usato come pacciamatura nei sentierini tra un filare e l’altro, perché serve a mantenere l’umidità, impedendo che si formi una crosta dura e, poiché la sua graduale decomposizione favorisce la crescita di muffe del genere Penicellium, un antibiotico naturale, tiene a bada i batteri potenzialmente patogeni.
Dopo la trituratrice si passa con una fresa, che a una profondità di cinque centimetri scolletta tutte le radici, usate anch’esse come pacciamatura nei sentierini. A questo punto il terreno è perfettamente pulito e pronto per essere dissodato dalla puntatrice. Appena dopo l’aratura il terreno è soffice, ancora fertile e pronto per un’altra semina.
Il capitolo 65 è un capitolo di passaggio, ma molto ricco: da un lato mantiene il tono lieve della festa e della socialità, dall’altro apre un blocco più tecnico e ideologico sul metodo Manenti e sull’agricoltura federativa. Il risultato è un capitolo che collega bene vita quotidiana, ecologia e critica del sistema competitivo.
L’inizio è volutamente leggero: Pierre parla con Odette, poi va alla movida e incontra il gruppo filosofico. Questo serve a ricordare che, nella federazione, il pensiero teorico non è separato dalla vita sociale e dal piacere dello stare insieme. La presenza dei vari amici e l’assenza di alcuni, come Heloise e Jean Paul, danno la sensazione di una rete comunitaria ampia, in cui i legami personali, sentimentali e intellettuali si intrecciano continuamente.
La parte centrale del capitolo è molto interessante perché spiega in modo concreto un modello agricolo alternativo. Il metodo Manenti viene presentato come un sistema che non usa pesticidi né fertilizzanti e che rispetta la fertilità naturale del suolo. Il punto forte del ragionamento è la critica all’aratura tradizionale: capovolgendo la zolla, essa distrugge l’equilibrio biologico del terreno, mettendo in crisi batteri, funghi e microrganismi essenziali. Il romanzo qui mostra una visione della terra come ecosistema vivo, non come semplice supporto da sfruttare.
Molto importante è l’idea che il vero fertilizzante non sia l’aggiunta chimica, ma la vita microbica del suolo. Batteri aerobi, anaerobi e reti fungine sotterranee vengono trattati come componenti fondamentali della fertilità. Il metodo descritto cerca quindi di non rompere questa continuità biologica. La ripuntatrice, invece dell’aratro, dissoda senza capovolgere la zolla e conserva gli strati vivi del terreno, permettendo alla fertilità di restare stabile. Anche il recupero dei residui vegetali come pacciamatura è molto significativo. Nulla viene sprecato: fusti, radici e scarti della coltivazione tornano nel ciclo del terreno e contribuiscono a mantenere umidità, struttura e attività microbica. Questo rafforza la logica generale del romanzo: la natura non va forzata ma accompagnata. L’agricoltura migliore non è quella più aggressiva, ma quella che si mette in sintonia con i processi spontanei del suolo.
Il riferimento al sabotaggio da parte delle grandi industrie chimiche introduce una critica sociale molto netta. Il romanzo sostiene che i modelli agricoli rispettosi dell’ambiente non hanno avuto successo nel sistema competitivo perché contrastavano interessi economici forti. Qui il tema ecologico si lega chiaramente alla politica economica: non è solo una questione tecnica, ma di potere. Il metodo Manenti diventa così anche un simbolo della possibilità di produrre cibo sano senza dipendere dall’industria chimica.
Nel complesso, il capitolo 65 mostra bene come la federazione unisca teoria e pratica. Non basta parlare di comunità, bisogna anche costruire strumenti concreti per viverla: agricoltura, organizzazione del lavoro, rispetto dei cicli naturali. Il capitolo è quindi importante perché fa vedere che l’ideale federativo non riguarda solo i rapporti umani, ma anche il modo di coltivare la terra e di concepire la produzione alimentare.
66
Intanto Marc e Giselle, neo periti agrari, rispondevano alle domande dei presenti.
“Ma come ci si difende dagli insetti nocivi?”
Rispose Giselle: “Certamente non con gli insetticidi! A questo proposito voglio raccontarvi un aneddoto. Tempo fa sono venuti dei turisti e la guida dell’agenzia chiese a Maurice, il responsabile delle serre di quel settore, se potessero entrare a dare un’occhiata. Maurice acconsentì e, una volta entrati, fecero un sacco di domande.
Un signore cicciottello, sulla cinquantina gli chiese: ‘Senta, l’orto di casa mia è invaso dagli insetti e dalle talpe e non riesco a liberarmene. Cosa potrei fare?’
‘Lei usa letame per concimare, vero?’
‘Sì, ma quello buono. Uso solo stallatico di cavallo’.
‘Eh, ma allora lei se le cerca proprio le grane…’
‘Perché?’ chiese stupito il signore.
‘Il letame attira insetti e vermi e questi attirano le talpe. Se lei non usa più il letame vedrà che attenuerà il problema degli insetti e delle talpe’.
‘Ma se non metto il letame non cresce niente’.
‘Lei per dissodare il terreno del suo orto usa il motocoltivatore?’
‘Sì’.
‘Le do un consiglio: provi invece a usare un forcone con tanti rebbi. Conficchi nel terreno il forcone fino in fondo e poi faccia leva sul manico, staccando la zolla senza capovolgerla. Ripeta di seguito questa operazione ogni quattro o cinque centimetri. Nella terra così dissodata semini poi senza mettere alcun fertilizzante. È un procedimento un po’ più laborioso, ma vedrà che nel suo orto ci saranno molti meno insetti e meno talpe. Tra l’altro mangerà della verdura più sana e più gustosa’.
‘Grazie del consiglio. Se effettivamente funzionerà prenderò in seria considerazione il vostro modo di vivere’.
È incredibile la superficialità che si riscontra nel sistema competitivo!” disse ancora Giselle “Quel signore, almeno a suo dire, sarebbe stato disponibile a cambiare stile di vita se il suo orto fosse stato produttivo. Non ha nemmeno tenuto in considerazione il fatto che, se vivesse in una federazione di gruppi sociali, non avrebbe nessun orto di proprietà”.
“Allora è sufficiente non concimare per risolvere il problema degli insetti nocivi?” chiese qualcuno.
“Qualche insetto nocivo ci sarà sempre”. rispose Marc “Ma la federazione li tiene a bada con la lotta biologica, inseminando periodicamente i loro nemici naturali, come libellule, coccinelle o mantidi. Inoltre nel nostro territorio si favorisce la riproduzione di rondini e di altri insettivori”.
Alzai anch’io la mano per un’osservazione e dissi a Marc: “Quando mi capita di entrare in una serra vedo parecchie erbacce tra le verdure, eppure ci sarebbero molti volontari per estirparle. Crescerebbero meglio gli ortaggi se il terreno fosse pulito”.
La sua risposta mi lasciò di stucco: “No. Lasciare le erbacce fa parte del metodo Manenti. A meno che le erbacce sottraggano luce alle verdure, sono complementari agli ortaggi. Si pensa sempre che le piante sottraggano sostanze dal terreno ma, anche se questo è vero, immettono nel terreno altre sostanze che possono risultare utili agli ortaggi. Per questo nel metodo Manenti è raccomandata la rotazione delle colture. Oltretutto la rotazione non avviene in modo casuale, perché dopo la raccolta di un ortaggio deve essere necessariamente seminato un altro ortaggio specifico”.
Quella per me è stata un’altra lezione di umiltà. Il motivo per cui non andavo volentieri ad aiutare nelle serre era proprio perché vedevo le erbacce tra gli ortaggi. Pensavo a una scarsa attitudine al lavoro degli specialisti in quel settore. Non immaginavo che le erbacce in realtà erano piante complementari che aiutavano la crescita e le qualità organolettiche degli ortaggi. Mi vergognavo di aver pensato male del mio prossimo. Soprattutto mi sentivo in colpa per non aver ascoltato a sufficienza gli anziani, che raccomandano sempre di non avere mai pregiudizi tra di noi e che siamo sempre nel torto quando ci consideriamo superiori.
Il capitolo 66 unisce spiegazione tecnica, critica del pregiudizio e autocritica morale di Pierre. Dopo i capitoli più teorici, qui il romanzo torna a terra: insetti, talpe, erbacce, rotazione delle colture, lotta biologica. Ma proprio attraverso questi dettagli agricoli ribadisce il suo messaggio più profondo: conoscere davvero le cose evita di giudicare male gli altri.
La risposta di Giselle è netta: gli insetti nocivi non si combattono con gli insetticidi. Questo si collega perfettamente alla logica già vista nel capitolo precedente: l’agricoltura federativa non elimina la vita del suolo e dell’ecosistema, ma la orienta. L’aneddoto del turista è utile perché mostra il contrasto tra mentalità proprietaria e mentalità comunitaria. Il signore parla del suo orto come di uno spazio da difendere con mezzi aggressivi, mentre la risposta federativa lo invita a ripensare l’intero sistema, non solo a “uccidere i parassiti”.
Molto interessante è la spiegazione per cui il letame attira insetti, vermi e talpe, e quindi peggiora certi problemi invece di risolverli. Il romanzo non demonizza i problemi agricoli, ma mostra che ogni intervento produce effetti in cascata. Il consiglio di usare il forcone invece del motocoltivatore è coerente con il metodo Manenti: disturbare il terreno il meno possibile, evitare di capovolgere la zolla, preservare la struttura biologica del suolo. Qui il discorso tecnico si intreccia con un’idea etica: un lavoro più lento e più rispettoso può essere anche più sano e produttivo.
La spiegazione di Marc sulla lotta biologica è uno dei punti più solidi del capitolo. Invece di usare sostanze tossiche, si favoriscono i nemici naturali dei parassiti: libellule, coccinelle, mantidi, rondini e altri insettivori. Questo modello mostra una gestione intelligente dell’ecosistema. Non si pretende di avere un ambiente senza insetti, ma un equilibrio in cui nessuna specie prenda il sopravvento in modo distruttivo.
Il momento decisivo per Pierre è però quello sulle erbacce. Lui le aveva sempre viste come segno di trascuratezza o di scarsa bravura, mentre Marc spiega che in certi casi fanno parte dell’equilibrio del terreno e possono essere complementari agli ortaggi. Qui il romanzo fa una scelta molto significativa: trasforma ciò che sembra disordine in una componente funzionale del sistema. È una lezione ecologica, ma anche mentale: non tutto ciò che appare “sporco” o “inutile” lo è davvero.
La rotazione delle colture viene presentata come una pratica necessaria e ordinata, non casuale. Ogni coltura prepara il terreno per la successiva, e questo fa capire che l’agricoltura, nella federazione, è pensata come un processo dinamico e intelligente, non come una semplice ripetizione meccanica. L’idea che dopo un ortaggio ne debba seguire un altro specifico mostra una concezione sistemica della fertilità: ogni elemento influenza gli altri e il ciclo va gestito nel tempo, non forzato nell’immediato.
La parte finale è forse la più importante dal punto di vista narrativo. Pierre si vergogna non per un errore tecnico, ma per il proprio atteggiamento mentale: aveva giudicato male gli specialisti e aveva pensato di essere superiore. Qui il capitolo fa una cosa molto forte: converte una lezione agricola in una lezione di umiltà. Il problema non era solo non sapere, ma credere di sapere già. E questo è proprio il tipo di errore che gli anziani raccomandano di evitare.
Nel complesso, il capitolo 66 mostra che nella federazione il sapere corretto non è mai separato dall’etica. Conoscere come funziona il suolo significa anche imparare a non presumere, a non giudicare e a non parlare con superficialità.
67
“Ragazzi, sapete qualcosa di Serge e Charline?” chiese Ivan.
“Sì. A quest’ora saranno ancora con il loro gruppo a festeggiare”.
“E che cosa festeggiano?”
“Ah, ma allora non lo sapete! Charline è incinta, aspetta un bambino”.
“Accidenti! Ci hanno anticipato! Anche io e Laurie ne stiamo mettendo uno in cantiere” disse Ivan ridendo.
Le nascite in federazione erano sempre avvenimenti graditi. I nuovi nati erano presentati a tutta la comunità dagli schermi delle sale mensa o, durante le feste, con video brevi e simpatici che portavano sempre buon umore tra i partecipanti. Gli auguri a Ivan e Laurie, e in seguito a Serge e Charline, erano perciò sinceri, consapevoli che i bambini rappresentavano la continuità della nostra federazione.
L’autosufficienza in un territorio di pochi chilometri quadrati, qual è quello di una federazione di gruppi sociali, presuppone, per forza di cose, non solo il controllo della popolazione di animali e di piante, ma anche una responsabile pianificazione delle nascite nella comunità. Sarebbe destabilizzante se la popolazione di una federazione crescesse oltre il limite delle risorse disponibili. Allo stesso modo la federazione perderebbe la sua autosufficienza se il numero dei suoi componenti scendesse sotto una soglia minima. Per varie ragioni non tutte le coppie hanno mediamente due figli, che idealmente dovrebbero sostituire i genitori, più una piccola frazione per sopperire a un’eventuale mortalità infantile che, grazie a un’efficace medicina preventiva, nelle federazioni è oltremodo bassissima. Alcune coppie possono essere sterili o scegliere di non avere figli o di averne uno solo; allora sono stimolate altre coppie alla procreazione. Nel caso di una reale impossibilità di questa opzione, si reintegra il numero ideale attraverso l’immigrazione di individui e di famiglie da altre federazioni esuberanti o dai gruppi esterni.
Le persone sono sensibilizzate per una riproduzione consapevole, senza regole coercitive. Era invece vergognoso e inconcepibile che nel mondo competitivo milioni di bambini ogni anno morissero di fame o di malattie curabili con poco. Eppure la logica del mercato non consentiva una seria pianificazione demografica. Si presumeva che il mercato stesso potesse autoregolarsi e sopperire a qualsiasi carenza o esuberanza, ma l’evidenza storica ha sempre dimostrato il contrario.
Il capitolo 67 porta al centro il tema della nascita come fatto comunitario e politico, non solo familiare. Il testo mostra con chiarezza che nella federazione avere figli non è una scelta puramente privata, ma qualcosa che riguarda l’equilibrio complessivo della comunità e la sua autosufficienza.
L’annuncio della gravidanza di Charline e la notizia che anche Ivan e Laurie stanno pensando a un figlio sono presentati come eventi felici e condivisi. Questo è molto significativo perché il romanzo insiste sul fatto che i bambini non appartengono solo ai genitori, ma alla comunità intera. La presentazione dei nuovi nati sugli schermi delle sale mensa o durante le feste rafforza questa idea di partecipazione collettiva. La nascita è un bene comune, non un fatto nascosto o privato.
La parte più teorica del capitolo riguarda l’autosufficienza demografica. In un territorio piccolo, la popolazione deve essere pianificata con attenzione, altrimenti si rischia di superare le risorse disponibili o, al contrario, di scendere sotto il livello minimo necessario per mantenere la federazione. Il romanzo qui mostra una visione molto concreta e sistemica: la sostenibilità non riguarda solo energia, cibo e ambiente, ma anche il numero di persone che abitano il territorio.
Importante è il fatto che non si parli di coercizione. La riproduzione è “consapevole” e basata sulla sensibilizzazione, non su regole rigide imposte dall’alto. Questo distingue nettamente la federazione da qualsiasi forma di controllo autoritario. Se una coppia non può o non vuole avere figli, il gruppo non viene punito: si cerca di riequilibrare il sistema con altre coppie o con l’immigrazione da federazioni diverse o da gruppi esterni. È una soluzione flessibile e non punitiva.
Il confronto con il mondo competitivo è molto duro. Il testo dice che lì milioni di bambini muoiono di fame o per malattie curabili, e che il mercato non è in grado di correggere da solo queste disfunzioni. Questa è una critica centrale del romanzo: l’idea che il mercato si autoregoli viene presentata come un’illusione, smentita dalla realtà storica. La federazione, invece, rivendica la capacità di pianificare il futuro in modo razionale e umano. Il capitolo mette quindi insieme demografia, etica e politica. Avere figli è un atto personale, ma anche un tassello dell’equilibrio collettivo. La comunità deve essere abbastanza ampia da sopravvivere, ma non così grande da destabilizzare il proprio ecosistema.
Nel complesso, il capitolo 67 ribadisce la logica fondamentale del romanzo: la vita individuale ha senso solo dentro un ordine comunitario più grande, capace di prendersi cura delle persone e di pianificare responsabilmente le risorse.
68
Ormai il sistema capitalistico era in profonda crisi. Quelli che una volta erano definiti accordi commerciali tra le nazioni, ora diventavano imposizioni commerciali. I forti dazi, i boicottaggi o le sanzioni, lontani dalla logica sbandierata per decenni del libero mercato globale, potevano mettere in ginocchio in un attimo l’economia di intere nazioni ed erano sempre possibili guerre per le conseguenze della competizione economica.
A quel tempo la popolazione umana si era già stabilizzata con il suo picco a quasi dieci miliardi. Ciò che ormai bloccava l’aumento della popolazione era la semplice regola malthusiana, in quanto le risorse che il sistema riusciva a produrre erano insufficienti per un numero maggiore di individui, almeno con i criteri della competizione. Per la verità era prodotta una quantità di alimenti che sarebbe stata sufficiente a sfamare almeno quattro o cinque miliardi di persone in più, ma per la mancanza di una rete di distribuzione equa, una parte minoritaria dell’umanità sprecava enormi risorse, mentre circa due miliardi di esseri umani faticavano ad avere un’alimentazione sufficiente e l’accesso all’acqua potabile.
Per cercare di evitare tensioni sociali e ribellioni di massa, si era ricorso ad ammortizzatori economici o a leggi tampone per la tutela dei più poveri. Tuttavia, la competizione creava sempre più esclusione ed emarginazione e aumentava il numero di coloro che erano senza reddito, o con un reddito insufficiente. In concomitanza con l’aumento della popolazione mondiale erano cresciuti perciò i diseredati e la disperazione. In alcune zone del pianeta erano in atto non solo terribili carestie ed epidemie che falcidiavano le popolazioni locali, ma anche una feroce repressione delle proteste di quei disperati. Anche se il livello tecnologico cresceva, di fatto non impediva che aumentassero le disparità di trattamento economico tra le classi sociali, con conseguenti emigrazioni di massa di proporzioni bibliche, legali o clandestine, verso le nazioni più ricche.
Il passato colonialismo economico, causato da un liberismo selvaggio e incontrollato, aveva sortito lo stesso effetto di una grossa pietra tirata contro un nido di vespe, che volavano minacciose in ogni direzione: si determinavano così anche nelle nazioni più ricche conflitti etnici ed economici.
Il capitolo 68 è uno dei più politici e più duri del romanzo, perché mostra il fallimento del sistema capitalistico su scala globale. Qui non c’è più solo la critica di alcuni aspetti del mondo competitivo: c’è la descrizione di una crisi strutturale che investe commercio, demografia, disuguaglianza, migrazioni e conflitti.
Il primo punto forte è il rovesciamento dell’idea di libero mercato. Quelli che un tempo venivano chiamati accordi commerciali diventano imposizioni, dazi, boicottaggi e sanzioni. Il romanzo suggerisce che, sotto la superficie del linguaggio economico, il commercio internazionale sia in realtà un rapporto di forza. Questo smonta l’immagine “neutra” della globalizzazione. Il testo non la presenta come cooperazione tra nazioni, ma come competizione che può mettere in ginocchio interi paesi in poco tempo.
Il riferimento alla regola malthusiana introduce il tema della popolazione mondiale. L’idea è che, con i criteri della competizione, le risorse non bastino a sostenere un numero crescente di esseri umani. Però il testo aggiunge subito un punto decisivo: il problema non è solo la quantità prodotta, ma la distribuzione. In altre parole, il pianeta potrebbe nutrire molte più persone di quante effettivamente riesca a sfamare il sistema competitivo, ma la disuguaglianza impedisce che questo avvenga. Infatti, una delle accuse più forti del capitolo è proprio questa: una minoranza spreca enormi risorse mentre miliardi di persone non hanno cibo sufficiente o accesso all’acqua potabile. Il romanzo collega quindi il disastro umanitario non alla scarsità assoluta, ma all’ingiustizia nella ripartizione. Questo è un passaggio incisivo perché rende il problema morale e politico, non naturale. La fame non appare come un destino inevitabile, ma come il risultato di un’organizzazione sociale sbagliata.
Il testo mostra anche come i sistemi competitivi provino a contenere la crisi con ammortizzatori economici e leggi tampone. Ma queste soluzioni risultano insufficienti, perché non toccano la causa profonda del problema: l’esclusione prodotta dalla competizione. Quando la tensione cresce, arrivano la repressione delle proteste, le carestie, le epidemie e la disperazione. Il romanzo costruisce così un quadro molto coerente di decadimento sociale progressivo.
Le migrazioni vengono presentate come una conseguenza inevitabile della disuguaglianza globale. Le persone si spostano verso le nazioni più ricche, sia legalmente sia clandestinamente, e questo accresce ulteriormente i conflitti. Il capitolo suggerisce che la mobilità umana non è il problema in sé: il problema è il modo in cui il sistema economico produce squilibri così forti da rendere le migrazioni una valvola di sfogo dolorosa e destabilizzante.
Il riferimento finale al colonialismo economico è molto efficace. Il liberismo selvaggio viene paragonato a una pietra lanciata contro un nido di vespe: il risultato è una dispersione aggressiva e caotica dei conflitti anche nei paesi ricchi. È una metafora forte perché esprime bene l’idea che l’ingiustizia non rimanga confinata ai paesi poveri, ma ritorni come contraccolpo anche sui paesi dominanti.
Nel complesso, il capitolo 68 funge da diagnosi storica del mondo competitivo: la crisi non è locale, ma sistemica. Il romanzo insiste sul fatto che la crescita tecnologica non basta se non viene accompagnata da una distribuzione equa delle risorse e da una cooperazione reale tra le persone e tra i popoli.
69
Per ragioni economiche la gente si era concentrata nei grandi centri metropolitani, mentre i piccoli centri di solito cadevano nel progressivo e sistematico abbandono per il disinteresse del grande capitale. Questi territori abbandonati furono le occasioni per il moltiplicarsi delle nostre federazioni. Se mai si poteva parlare di conquiste territoriali, era la nostra organizzazione internazionale a espandersi, ovviamente senza uso di armi e di inganni commerciali. Semplicemente quei territori avevano perso gran parte del loro valore iniziale e il mercato non sapeva più che cosa farsene, perché non valeva più la pena di investirvi risorse finanziarie. Si erano formate così, quasi dal nulla, parecchie megalopoli con decine di milioni di abitanti, che noi chiamavamo “mostropoli”, soprattutto nelle zone costiere marine e lacustri o lungo i grandi fiumi. La società di mercato deteneva ancora i territori più fertili del pianeta e i grandi agglomerati urbani, il resto erano territori dimenticati o appartenevano in parte alla nostra organizzazione.
Sono state proprio le incertezze economiche e sociali che hanno spinto la nostra organizzazione a intraprendere la costruzione di comunità autosufficienti slegate completamente dalle vicende altalenanti del mercato. Questa scelta strategica è stata decisiva per superare indenni le profonde crisi socio-sanitarie che hanno caratterizzato il sistema in quegli anni. Essere separati fisicamente dal sistema di competizione è stata anche la nostra salvezza quando questo è rovinosamente caduto.
Il capitolo 69 mostra come la federazione si sia diffusa non attraverso la conquista militare, ma attraverso l’abbandono progressivo di vaste aree da parte del mercato. È un capitolo che spiega in modo molto chiaro la nascita materiale della rete federativa: non come utopia astratta, ma come risposta concreta al collasso del mondo competitivo.
Il testo insiste sul fatto che l’organizzazione internazionale si è espansa senza armi e senza inganni commerciali. Questo è un punto centrale, perché ribadisce una differenza radicale rispetto ai modelli storici di espansione territoriale. Le federazioni crescono dove il mercato non investe più, quindi non sostituiscono un dominio con un altro dominio; riempiono invece un vuoto lasciato dal disinteresse economico. È una crescita che appare quasi “naturale”, perché segue l’abbandono dei territori inutili per il capitale.
Significativo è il tema del progressivo abbandono dei piccoli centri. Il romanzo mostra un mondo sempre più polarizzato: da una parte le grandi metropoli e megalopoli, dall’altra territori periferici dimenticati. Questo processo è reso come una conseguenza diretta della logica economica, che concentra risorse e persone dove il profitto sembra maggiore e lascia il resto al degrado. Le federazioni si inseriscono proprio lì, recuperando spazi che il sistema non considera più redditizi.
Il termine “mostropoli” è molto efficace sul piano narrativo e simbolico. Non indica solo città enormi, ma anche qualcosa di deformato, eccessivo, quasi mostruoso. Le megalopoli sono presentate come il risultato estremo della concentrazione capitalistica: enormi masse urbane, spesso costiere o fluviali, che crescono in modo quasi incontrollato. Il romanzo le usa come controimmagine delle comunità federative, molto più piccole, autonome e sostenibili.
La parte più forte del capitolo è la spiegazione strategica: le comunità autosufficienti sono state costruite per non dipendere dalle oscillazioni del mercato. Questa scelta si rivela decisiva quando il sistema cade. Qui il romanzo propone una lezione molto chiara: la sopravvivenza non dipende dalla potenza apparente, ma dalla capacità di reggersi da soli e di non essere esposti ai crolli del sistema globale. L’autosufficienza non è chiusura, ma protezione. Importante è anche l’idea della separazione fisica dal sistema di competizione. Non si tratta solo di differenza ideologica, ma di distanza concreta, territoriale. Questo elemento rafforza il senso della federazione come alternativa reale e non come semplice critica teorica. La distanza materiale dal vecchio mondo ha permesso di non essere travolti dal suo crollo.
Nel complesso, il capitolo 69 spiega la riuscita storica delle federazioni come effetto di una combinazione di abbandono capitalistico e organizzazione comunitaria. Il romanzo suggerisce che le comunità sane nascono dove il mercato non ha più interesse a restare, e proprio lì costruiscono una vita più stabile, più umana e più resiliente.
70
Appena uscito dall’ascensore del mio piano udii un isolito e forte mormorio. La parola a cui era data più enfasi era: guerra! Non ci potevo credere! C’era il forte rischio che la nazione di cui facevamo parte, nostro malgrado, partecipasse a un conflitto armato. Se ciò fosse accaduto i maschi dai diciotto ai cinquantacinque anni, compresi quelli delle federazioni, potevano essere mobilitati.
Fu Odette a mettersi in contatto con me per farmi presente le sue preoccupazioni: “Pierre, ho paura che possano portarti via”!
“Ma allora mi vuoi bene davvero!”
“Certo che te ne voglio, scioccone!”
“Allora annunciamo ufficialmente il nostro fidanzamento”.
“Ho pensato anche a questo, Pierre. Se prima ero titubante ora mi convinco sempre di più che tu abbia ragione”.
Nonostante tutto mi dava un senso di benessere vederla sorridere. Pareva avesse completamente dimenticato le notizie di quel giorno, che potevano coinvolgere direttamente anche le federazioni di gruppi sociali, invece mi chiese: “Pierre, perché sei così fiducioso che le federazioni non verranno toccate?”
“Perché la nostra organizzazione è come il ramo su cui sono sedute queste nazioni. Nel caso facessero cadere il ramo cadrebbero anche loro. Se la leva obbligatoria fosse davvero applicata alle federazioni interessate, non ci sarebbero più lavoratori esterni, perché tutti rientrerebbero nella fascia di età per la leva. Questo determinerebbe non solo una profonda crisi nelle nostre federazioni, ma anche in queste nazioni. Gli imprenditori perderebbero mano d’opera altamente qualificata e a basso costo; le industrie non potrebbero più vendere tecnologia alle federazioni; le casse degli Stati vedrebbero diminuire le entrate contributive e scenderebbe il prodotto interno lordo. C’è da dire, inoltre, che le federazioni, private della migliore forza produttiva, potranno essere aiutate economicamente dalla nostra organizzazione internazionale, mentre gli stati belligeranti conterebbero sulle loro sole forze e piangerebbero pentiti sulle reciproche disgrazie. Sono convinto che ci penseranno due volte prima di procedere in quella direzione”.
“Dovrei sentirmi più sollevata dopo queste tue parole, ma non è così. Anzi, mi chiedo come sia potuta crescere la nostra organizzazione fino a questo punto, senza essere disturbata o sabotata dal sistema competitivo”.
“Semplice: le federazioni non si sono mai messe di traverso agli interessi del potere economico, come invece hanno fatto i movimenti ambientalisti, religiosi, sociali o di opinione. La nostra organizzazione è sempre stata neutrale sulle scelte politiche dei governi nazionali e sempre rispettosa delle leggi”.
“Ma con questa passività non c’è possibilità di cambiare il corso delle cose!” obiettò Odette.
“È proprio questo il punto. Sarebbe come fermare l’acqua che scorre verso il mare. Nonostante in passato siano sorti movimenti riformisti o rivoluzionari, pacifici o violenti, che volevano cambiare il mondo e renderlo a “misura d’uomo”, il sistema di competizione è sopravvissuto, anzi, si è rafforzato. In pratica il sistema di mercato non si può abbattere o cambiare: probabilmente crollerà da solo quando avrà esaurito la sua carica vitale”.
Il capitolo 70 è un punto di svolta perché introduce la guerra come minaccia reale e obbliga il romanzo a misurarsi con il problema della neutralità politica delle federazioni. Qui emerge con chiarezza la strategia del testo: non rovesciare il sistema competitivo con la forza, ma lasciarlo consumare da sé, restando però abbastanza autonomi da sopravvivere al suo crollo.
L’apertura è drammatica: il mormorio su una possibile guerra fa capire che la stabilità delle federazioni non è mai del tutto garantita. Il rischio di mobilitazione dei maschi tra diciotto e cinquantacinque anni mostra che anche le comunità federative possono essere travolte dagli obblighi degli Stati nazionali.
La reazione di Odette rende la scena molto umana, perché la paura per Pierre si traduce subito in un riconoscimento affettivo esplicito. L’idea di annunciare ufficialmente il fidanzamento non è solo romantica: è anche una risposta concreta a un mondo che potrebbe separare la coppia.
La metafora del ramo è uno dei passaggi più efficaci del capitolo. Pierre spiega che colpire le federazioni significherebbe danneggiare anche gli Stati e l’economia che dipendono dal loro lavoro, dalla loro forza produttiva e dai loro scambi. Questa immagine rende chiara la posizione strategica delle federazioni: non sono un corpo estraneo marginale, ma un elemento ormai integrato nel sistema economico più ampio. Per questo una leva obbligatoria generalizzata provocherebbe effetti a catena anche nel mondo competitivo.
Uno dei nuclei più interessanti del capitolo è la spiegazione del successo storico delle federazioni: sono cresciute perché non si sono mai opposte frontalmente al potere economico. Pierre afferma che hanno mantenuto una linea neutrale e rispettosa delle leggi, evitando lo scontro diretto con lo Stato e con gli interessi dominanti. Questo passaggio è cruciale perché distingue le federazioni dai movimenti ambientalisti, religiosi, sociali o rivoluzionari, che invece hanno cercato di cambiare il sistema dall’interno o contro di esso. Il romanzo sembra dire che il sistema competitivo resiste proprio perché è molto forte nel neutralizzare gli attacchi frontali.
Odette solleva l’obiezione più seria: se ci si limita ad aspettare, come si può cambiare davvero il corso delle cose? La risposta di Pierre è pessimista ma coerente con l’impianto del romanzo: il sistema non si abbatte facilmente, forse crollerà solo quando avrà esaurito la propria energia interna. Qui si vede bene la filosofia storica del testo: il cambiamento non avviene per semplice volontà politica, ma quando le strutture esauriscono la loro vitalità. È una visione quasi biologica delle società, pensate come organismi che nascono, crescono e poi decadono.
Nel complesso, il capitolo 70 lega insieme amore, guerra, strategia sociale e teoria del cambiamento storico. La relazione tra Pierre e Odette si rafforza proprio nel momento in cui il mondo esterno diventa più minaccioso, mentre il romanzo ribadisce che la federazione sopravvive non grazie allo scontro, ma grazie alla sua capacità di restare autonoma, utile e non ostile fino al crollo del vecchio sistema.
71
Odette non disse nulla, ma stava meditando. Aspettai qualcMaschi dominantihe secondo poi dissi ancora: “Se hai ancora un po’ di tempo e non ti annoio, ti vorrei riproporre un aneddoto che mi ha raccontato mio nonno”.
“Ho tutto il tempo che vuoi, Pierre, poi tu non mi annoi mai e il timbro della tua voce mi mette a mio agio”.
“Bene, allora vado con il racconto” dissi compiaciuto per le parole di Odette. “I macachi del Giappone, oggi quasi estinti, erano primati che vivevano in gruppi sociali strutturati in ordine gerarchico, al cui vertice c’era un maschio dominante, sempre intento a conservare i suoi privilegi sulle femmine, sul territorio e sui subordinati. Anche il minimo cambiamento in seno al gruppo era percepito come una minaccia al suo potere. Al contrario, i giovani del gruppo, che non avevano niente da perdere, erano disposti a cambiare, se il cambiamento poteva giovare. I macachi sono stati tra gli animali selvatici più studiati in natura, perché vivevano ai confini di insediamenti umani con alta densità di popolazione.
Il turismo zoologico nella seconda metà del secolo scorso era molto diffuso e frequenti erano i visitatori che portavano loro del cibo. Proprio per l’accesso facile al cibo, i macachi avevano cambiato le abitudini alimentari, perdendo progressivamente l’autosufficienza in natura. Si era cominciato con dei chicchi di grano, lasciati sulla sabbia nei pressi di un ruscello. Inizialmente i macachi ingurgitavano i chicchi mescolati a sabbia, fino a quando qualche animale ebbe il colpo di genio di buttare il cibo in acqua, cosicché la sabbia andava a fondo e i chicchi rimanevano a galla, facilitandone la raccolta. Questo comportamento è stato immediatamente imitato dai giovani, ma non da quelli che si trovavano nelle posizioni più alte della sfera gerarchica, che continuavano imperterriti a trangugiare i chicchi sporchi di sabbia. Il loro orgoglio, se di orgoglio si può parlare per un animale, e la paura che le novità potessero scalzarli dalle posizioni privilegiate, li rendevano tenaci conservatori. Non so se quel maschio dominante sia stato scalzato da un rivale, oppure se sia invecchiato mantenendo inalterati i suoi privilegi, ma certamente la rivoluzione è stata compiuta, perché in seguito tutti i macachi, compresi i nuovi dominanti che si sono succeduti nel tempo, lavavano il grano prima di mangiarlo.
Da questo breve racconto si possono trarre importanti conclusioni:
I cambiamenti utili partono sempre dal basso.
I cambiamenti utili si diffondono per imitazione e non per imposizione.
Il potere centrale è indifferente ai cambiamenti utili delle masse.
I cambiamenti utili avvengono senza lo scontro diretto col potere.
La violenza non è mai garanzia di cambiamento ma è strumento di conservazione.
Il potere non si modifica ma viene sostituito”.
“In pratica, Pierre, vuoi farmi capire che la nostra organizzazione non deve far altro che aspettare che il sistema di competizione si consumi un po’ alla volta, mentre parimenti crescono le nostre federazioni?”
“È quello che sta già avvenendo, ma è una logica che si è sempre affermata in natura ogni volta che si è registrato un cambiamento”.
“Cosa intendi dire?”
“Beh, per esempio, quando sentiamo parlare di evoluzione di una specie animale, non dobbiamo intendere che questa, nel suo complesso, si trasformi contemporaneamente in qualcosa di diverso. In realtà, a dare vita al cambiamento è solo un individuo o una coppia che si trovano ai margini della comunità. Infatti, quei giovani macachi e i loro discendenti hanno acquisito caratteristiche comportamentali più idonee a sopravvivere in quel territorio.
Come la natura ci dimostra, un qualsiasi sistema, semplice o complesso che sia, non si forma modificando un aggregato già esistente, ma si sviluppa progressivamente attorno a un piccolo nuovo nucleo. Così da un granello di polvere può formarsi una stella o da un ovulo fecondato, un essere umano”.
“In altre parole, vuoi dire che un mondo nuovo non si realizzerà inducendo il sistema competitivo alla riforma o piegandolo con la forza, ma impiantando degli ‘embrioni’, ossia delle federazioni di gruppi sociali, che cresceranno di numero e andranno progressivamente a sostituire la struttura economica e sociale della cosiddetta civiltà. Giusto, Pierre?”
“Sì, anche se nel frattempo la competizione purtroppo continuerà la sua azione cancerogena sul pianeta e sulla popolazione, ancora soggetta alle leggi del mercato. La nostra integrità dipende proprio dall’essere fisicamente separati dal sistemadi competizione. Infatti, non possiamo rifugiarci sulla luna ma, anche se la nostra organizzazione appartiene geograficamente a delle rispettive nazioni, ne siamo fuori fisicamente, culturalmente e moralmente”.
“È vero Pierre, una volta ho sentito mio padre dire che le federazioni apparentemente scendono a compromessi con il potere economico, ma non sono in simbiosi con esso: sono invece un corpo estraneo nel corpo stesso del sistema”.
“Appunto! Si tratta di eludere il sistema immunitario del mondo competitivo, ossia estraniarsi dalla sua vita politica, non compromettendoci in situazioni controproducenti e pericolose, quindi senza scontrarsi con le istituzioni per non scatenare la sua reazione. La strategia di un virus è quella di introdursi nel DNA cellulare e indurre la cellula, inconsapevole, a moltiplicarlo. La nostra organizzazione ha adottato una strategia d’azione simile, che ha superato i confini nazionali come se non esistessero, ‘infettando’ il sistema con federazioni autosufficienti e replicanti, come il virus dell’AIDS, che non solo elude la sorveglianza del sistema immunitario, ma attacca silenziosamente proprio i globuli bianchi incaricati di distruggere i corpi estranei. Se questo virus avesse optato per uno scontro diretto, non avrebbe nemmeno fatto notizia e sarebbe stato subito distrutto dal nostro sistema immunitario e poi dimenticato. È ciò che è accaduto a tutte le rivoluzioni violente, che hanno stravolto dei sistemi politici, ma non hanno spezzato la logica della competizione”.
“Quindi, per fare una similitudine, è come dire che in qualche modo siamo tutti invischiati nella ragnatela del sistema e, per poterne uscire indenni, non dobbiamo agitarci troppo, perché potremmo svegliare il ‘ragno’ e rischiare di essere punti e paralizzati dal suo veleno?”
“Sì, Odette, purtroppo dobbiamo solo aspettare tranquilli che il ‘ragno’ muoia di vecchiaia”. Come potemmo invece constatare non molti anni dopo, il ragno non morì di vecchiaia, ma in modo traumatico, o meglio, di una gravissima malattia auto immune.
Il capitolo 71 usa un racconto sui macachi per spiegare come avviene davvero il cambiamento storico: non per imposizione dall’alto, ma per diffusione progressiva da un nucleo iniziale. Il punto centrale è che le federazioni non devono “vincere” il sistema competitivo con lo scontro diretto; devono crescere ai margini finché il vecchio ordine si esaurisce. L’aneddoto è efficace perché rende intuitivo un principio astratto: un’innovazione utile nasce spesso da un individuo o da pochi individui periferici, poi viene imitata dagli altri. Nel caso dei macachi, il gesto di lavare il grano diventa comportamento collettivo senza bisogno di una decisione centrale. Questo tipo di diffusione per imitazione è coerente con la ricerca contemporanea sulla social learning, che mostra come i comportamenti si diffondano tramite esposizioni multiple e dinamiche di imitazione, non solo per comando o costrizione.
La contrapposizione tra giovani e maschio dominante serve a rappresentare una legge sociale: chi occupa il vertice spesso ha più da perdere e quindi tende a opporsi ai cambiamenti, anche quando sono utili. Il romanzo suggerisce che il potere centrale non guida il rinnovamento, ma lo subisce o lo ignora. Questo è il motivo per cui Pierre insiste che il potere non si modifica, ma si sostituisce. L’innovazione parte dai margini e, quando diventa sufficientemente forte, prende il posto del vecchio equilibrio senza averlo affrontato frontalmente.
Il passaggio dall’etologia alla teoria sociale è importante: Pierre dice che anche l’evoluzione biologica non trasforma tutto un sistema in blocco, ma nasce da un piccolo nucleo iniziale che si sviluppa progressivamente. È una visione “embrionale” del cambiamento, in cui il nuovo mondo è già presente in forma ridotta prima di diventare dominante. Per questo le federazioni sono pensate come embrioni di un ordine futuro. Non devono correggere il sistema competitivo dall’interno, ma crescere come nuclei autonomi, fisicamente separati, culturalmente distinti e moralmente autosufficienti.
La metafora del virus è forse la più forte del capitolo. Pierre descrive la strategia federativa come una penetrazione silenziosa nel corpo del sistema competitivo, evitando lo scontro diretto che provocherebbe una reazione distruttiva del “sistema immunitario” competitivo. L’analogia è provocatoria ma coerente con il ragionamento del testo: le rivoluzioni violente cambiano governi, ma non necessariamente la logica profonda della competizione. Il romanzo vuole invece un cambiamento più lento, più mimetico e più strutturale.
La chiusura è importante perché introduce un correttivo storico: Pierre pensa che il vecchio sistema morirà di vecchiaia, ma il narratore retrospettivo sa che cadrà per una gravissima malattia autoimmune. Questa anticipazione rende il romanzo più drammatico e suggerisce che il sistema competitivo sarà distrutto dall’esterno, ma da una crisi interna del proprio organismo storico.
Nel complesso, il capitolo 71 è un manifesto del cambiamento non rivoluzionario ma evolutivo: i modelli utili partono dai margini, si diffondono per imitazione, crescono come nuclei embrionali e sopravvivono proprio perché non sfidano frontalmente il vecchio potere. Le ricerche su macachi, social learning e sistemi immunitari rendono molto plausibili, almeno come analogie scientifiche, le immagini usate dal capitolo.
72
“Odette, i cuochi del mio gruppo mi hanno chiesto se domani voglio andare nei nostri boschi a raccogliere le primizie dei funghi di stagione, quanto basta per la cena. Vuoi venire anche tu?”
“Tu e io da soli nel bosco? Starai mica scherzando, Pierre?”
“Ma no che non saremo soli! Del mio gruppo ci sarà una coppia sposata e io, più altri tre di un altro gruppo. Tu potresti chiedere a Nicole o Marguerite di accompagnarti”.
“Non mi spiacerebbe. Se riesco a combinare con le mie amiche, avviso gli anziani e vengo volentieri. Ora vado subito a letto, perché domani mattina ho un lavoro impegnativo alla nursery. Buonanotte!”
“Buonanotte, carissima”.
Mi stesi sul letto ma non riuscii a prendere sonno, nonostante fosse già tardi. Chissà quanti in quel momento stavano fissando il soffitto con mille pensieri per la testa! Il mio pensiero però non era rivolto a un ipotetico conflitto armato, ma a Odette e al nostro fidanzamento.
Durante la colazione del mattino misi mio padre al corrente di come stessero le cose, e così avrebbe dovuto fare Odette con i suoi.
“Così, tutto all’improvviso?” disse mio padre.
“No papà, è stata una scelta meditata fin dall’inizio. Anche se ci conosciamo da non molto, sento che è la ragazza giusta per me”.
“Va bene, Pierre, hai il diritto di fare le tue scelte. La mamma e io vedremo di incontrare il più presto i genitori di Odette”.
“Grazie papà”. “Pensi che vada a finire male, papà? La crisi diplomatica porterà davvero a un conflitto armato?”
“Beh, figliolo, dovranno accadere ancora molte cose prima della fine di questo sistema”.
“Ma pensi che questi siano gli ultimi colpi di coda di una civiltà morente, i segni della fine del sistema competitivo?”
“Non possiamo saperlo Pierre. Può darsi anche che questo sistema collassi all’improvviso senza segni premonitori, quando nessuno se lo aspetta, proprio in un periodo di calma e di pace, senza guerre e catastrofi naturali. Magari potrebbe non essere la guerra ma la pace a farlo cadere, in ogni caso il sistema consumista è destinato a esaurirsi, perché non si può consumare all’infinito in uno spazio finito”.
Il capitolo 72 unisce due piani diversi: da un lato il fidanzamento con Odette, dall’altro la riflessione finale sul destino del sistema competitivo. Il risultato è un capitolo intimo e insieme storico, in cui la vita personale di Pierre si intreccia con la percezione di una civiltà in declino.
La proposta di andare nel bosco a raccogliere funghi è una scena delicata e molto significativa. Non si tratta di un’uscita romantica in senso banale, ma di un momento condiviso all’interno di un contesto comunitario, con altre persone presenti e con il rispetto delle regole sociali. Odette reagisce con cautela, ma non rifiuta: vuole solo assicurarsi che tutto avvenga secondo le norme e con la presenza di altri. Questo conferma il tono maturo del loro rapporto, fondato su serietà, rispetto e gradualità.
La notte insonne mostra quanto Pierre sia coinvolto interiormente. Il suo pensiero non va alla guerra, pur essendo quella la preoccupazione pubblica del momento, ma a Odette e al fidanzamento. Questo dettaglio rivela che per lui l’amore è ormai diventato la questione dominante. La tensione storica resta sullo sfondo, ma il centro emotivo è il legame affettivo appena riconosciuto. Il dialogo con il padre è importante perché introduce una dimensione familiare e intergenerazionale. Il padre non si oppone, ma accetta la scelta del figlio con equilibrio e disponibilità a incontrare i genitori di Odette. Questa reazione rafforza l’idea che nella federazione le relazioni siano sostenute e non ostacolate dalla famiglia. Il fidanzamento non è un atto isolato, ma un passaggio riconosciuto e inserito in una rete di rapporti sociali.
La parte più teorica arriva quando Pierre chiede se la crisi diplomatica porterà davvero alla fine del sistema. Il padre risponde con molta prudenza: il collasso potrebbe avvenire in tanti modi, persino in un momento di calma apparente. Questa è una riflessione molto forte, perché suggerisce che i sistemi storici non cadono sempre per eventi spettacolari. A volte si esauriscono semplicemente perché le loro basi materiali diventano insostenibili. Infatti, un sistema che consuma all’infinito in uno spazio finito è destinato a esaurirsi. È una formula semplice ma potentissima, perché riassume la critica del romanzo al consumismo e alla crescita senza limiti. Qui si collega il destino della civiltà competitiva a un vincolo materiale irrisolvibile. Non è solo una crisi politica o morale, ma una contraddizione strutturale.
Nel complesso, il capitolo 72 mostra un equilibrio molto riuscito tra dimensione personale e visione storica. Il fidanzamento di Pierre e Odette è presentato come qualcosa di serio e concreto, mentre la riflessione del padre amplia il quadro fino a includere il destino di un intero sistema sociale.

