L’abbandono progressivo e sistematico dei territori montani e dei piccoli centri italiani è un fenomeno consolidato, guidato dalla migrazione verso centri urbani maggiori per opportunità lavorative e servizi essenziali. Questo processo genera spopolamento, invecchiamento demografico e crisi ambientali, come frane e alluvioni dovute alla mancanza di manutenzione.
La scarsità di posti di lavoro qualificati e la chiusura di servizi pubblici (scuole, ospedali, trasporti) spingono i giovani a emigrare verso città come Roma, Milano e Torino. L’invecchiamento della popolazione e il basso tasso di natalità accelerano il declino, mentre la carenza di infrastrutture digitali e stradali isola ulteriormente queste aree.
L’abbandono riduce la cura del territorio, aumentando rischi idrogeologici: oltre il 66% del suolo montano è trascurato, con boschi che invadono campi agricoli e perdita di biodiversità. Economicamente, si perde tessuto produttivo locale, con conseguenze su turismo e agricoltura montana.
E’ vero che si possono destinare risorse per infrastrutture e turismo sostenibile in montagna, o fare bandi regionali offrono incentivi per trasferirsi in piccoli comuni che si stanno spopolando, ma si possono solo mitigare un po’ i danni perché il processo è irreversibile.
C’è un solo modo affiché quei luoghi possano ritornare a rifiorire di vita: l’autosufficienza alimentare, energetica e dei servizi, che solo una federazione di gruppi sociali egualitari potrebbe affermare, ma questo significherebbe uscire dal sistema di mercato e non chiedere incentivi alle varie istituzioni.

