La violenza non genera cambiamenti duraturi e positivi, ma serve principalmente a preservare lo status quo, rafforzando le strutture di potere esistenti attraverso la paura e il controllo.
I cambiamenti autentici richiedono consenso interiore e accettazione diffusa, che la violenza distrugge creando risentimento, trauma e frammentazione sociale. Le rivoluzioni violente spesso sostituiscono una élite con un’altra, ricreando gerarchie simili senza risolvere le cause profonde: le masse imitano innovazioni utili per benefici osservabili, non per coercizione. La violenza polarizza, bloccando i processi spontanei innovativi e favorendo le reazioni repressive del potere, così da congelare ogni dinamica evolutiva.
La violenza agisce come strumento di conservazione del potere: intimorisce il dissenso, rafforza la lealtà al gruppo dominante e giustifica le misure autoritarie per un “ordine”. Molti regimi usano la repressione per mantenere gli equilibri centrali, ignorando le innovazioni locali e perpetuando la dipendenza dall’alto. Esempi storici mostrano che sommovimenti violenti, come alcune rivoluzioni, culminano in dittature che centralizzano il potere, opponendosi a una diffusione imitativa e non conflittuale di cambaimenti utili. Le pratiche utili si propagano lateralmente, aggirando i poteri senza uno scontro diretto. Le progettazioni partecipative generano accettazioni innovative, evolvendo in norme senza traumi. La decentralizzazione dovrebbe essere graduale: il riconoscimento da parte delle istituzioni governative dei successi locali dissolve le resistenze centrali organicamente, senza bisogno di forzature.
Studi sui conflitti mostrano alti costi umani e reversioni post-violenza, mentre le trasformazioni pacifiche, come ad esempio è stato per il suffragio femminile, durano grazie alla persuasione. La violenza conserva le inerzie negative, mentre i cambiamenti utili dal basso maturano in silenzio per un’attrazione naturale.

