Essere “separati fisicamente dal sistema di competizione” significa, in senso generale, che chi rifiuta il paradigma competitivo dominante (basato su crescita economica illimitata, consumismo e gerarchie sociali) non può limitarsi a un cambiamento individuale di atteggiamento o stile di vita all’interno del sistema esistente. Serve invece un’uscita concreta e materiale dal processo produttivo e sociale, attraverso l’isolamento geografico o la creazione di comunità autonome e autosufficienti, per sfuggire all’influenza pervasiva di quel sistema. Questo approccio deriva dalla necessità di rompere fisicamente i legami con reti urbane, mercati e istituzioni competitive.
Nel contesto di un sistema che impone la competizione per le risorse, il lavoro e lo status, rimanere fisicamente immersi in esso espone inevitabilmente a pressioni indirette: prezzi gonfiati, dipendenze da supply chain globali e norme culturali che premiano l’individualismo aggressivo. La separazione fisica implica trasferirsi in aree remote (montagne, campagne isolate) o formare enclave intentionali, riducendo scambi economici e contatti sociali con l’esterno per preservare valori alternativi come mutualismo e sostenibilità. Questo non è mera rinuncia, ma un atto di sovranità pratica contro l’omologazione sistemica. E’ un fenomeno vecchio come la Storia umana, ossia da quando è nata la competizione economica, ma si è accentuato nell’era moderna. Il modo per evadere il sistema può essere individuale, famigliare o colletteivo.
L’isolamento individuale o familiare comporta il ritirarsi in luoghi remoti, coltivando in autosufficienza alimentare (orti, allevamenti) ed energetica (pannelli solari), minimizzando i consumi e le connessioni digitali per evitare ricatti ideologici. Ci sono poi comunità intenzionali, creando ecovillaggi o cooperative come Christiania (Danimarca) o Auroville (India), con economia circolare interna, decisioni consensive e rifiuto di monete esterne, puntando a rafforzare i servizi essenziali. Si può attuare una transizione graduale, iniziando a ridurre il lavoro e il reddito, poi delocalizzare, evitando di reintrodurre meccanismi fondati sulla cometizione, come ad esempio agriturismi turistici, corsi a pagamento o vendita di prodotti o souvenir.
Queste entità autonome proteggono dall’inflazione, dalle crisi finanziarie e dall’alienazione urbana, favorendo un benessere psicofisico attraverso dei ritmi naturali e delle relazioni paritarie. Promuovono una resilienza climatica locale, con basso impatto ambientale e una rigenerazione di suoli degradati. Socialmente, generano modelli replicabili di convivenza non gerarchica, contrastando l’omologazione globale.
L’isolamento fisico, se non organizzato, rischia però l’emarginazione da innovazioni mediche o tecnologiche vitali, con vulnerabilità ai cambiamenti climatici estremi senza reti di sicurezza statali. Economicamente, l’autosufficienza completa è illusoria in un mondo interconnesso, esponendo a rischi legali (zone demaniali) o conflitti con le autorità. Demograficamente, invecchiamento e scarsa ritenzione giovanile minano la sostenibilità a lungo termine, richiedendo equilibrio tra chiusura e aperture selettive.
La soluzione ideale sarebbe quella proposta nel romanzo: costruire prima una potente organizzazione popolare internazionale, le cui dimensioni possano effettivamente garantire l’autosufficienza; inoltre anche se ci sarebbe una separazione fisica dall’economia e dalla morale del sistemas competitivo, non c’è conflitto con le istituzioni dello stato, ma una collaborazione, dal momento che i vantaggi possono essere di entrambi i sistemi.

