L’impulso a formare una famiglia deriva principalmente da bisogni biologici, psicologici e sociali innati, come la ricerca di stabilità affettiva, riproduzione e appartenenza al gruppo.
L’istinto riproduttivo spinge alla ricerca della coppia per garantire la sopravvivenza della specie, con ormoni come ossitocina che rafforzano legami durante gravidanza e allattamento. Ci sono anche fattori psicologici, perché la famiglia soddisfa gerarchie di bisogni, come sicurezza, amore e stima; la famiglia offre inoltre una base sicura per esplorare il mondo e sviluppare una propria identità.
Modelli familiari di origine, norme culturali e pressione evolutiva favoriscono convivenza stabile per allevare figli, per trasmettere valori e continuità generazionale. Anche nell’antico gruppo sociale dei cacciatori raccoglitori, pur vivendo in un contesto di condivisione e di solidarietà, le famiglie erano (e lo sono negli ultimi gruppi rimasti) un pilastro per la stabilità del gruppo.
I valori culturali influenzano profondamente la formazione della famiglia, modellando le norme sul matrimonio, sui ruoli di genere e sulla dimensione familiare attraverso tradizioni, religione e norme sociali. Culture collettiviste (es. asiatiche, mediorientali) privilegiano matrimoni arrangiati o estesi per rafforzare alleanze claniche e continuità generazionale, mentre in Occidente si enfatizza l’amore romantico e nucleare. In società patriarcali, i valori tradizionali assegnano all’uomo l’incarico di provvedere economicamente alla famiglia, mentre alla donna l’incarico di curatrice domestica. Il femminismo moderno promuove parità, favorendo convivenze o famiglie monoparentali.
I valori economici riducono il numero desiderato di figli, trasformando la prole da risorsa (manodopera familiare) a costo elevato in contesti moderni ad alto reddito pro capite. La globalizzazione e lo sviluppo tecnologico hanno ridleotto famiglie numerose con 5 e più figli prima del 1950 a 1.5 in media UE, con valori individualisti che priorizzano la carriera sulla prole, anche se le migrazioni da Paesi poveri preservano modelli multigenerazionali e famiglie numerose.
In società preindustriali le famiglie numerose assicuravano sopravvivenza agricola; oggi, con l’urbanizzazione e l’istruzione prolungata, ogni figlio implica spese fisse (calcolate mediamente in 640 al mese in Italia per nucleo con minori) per asili, istruzione e abitazioni più grandi, limitando a 1-2 il target ideale di figli. L’instabilità lavorativa e la difficoltà a reperire un’unità abitativa spiegano il gap tra 2 figli desiderati e 1.2 nella media UE. L’alto costo della vita medio in Europa riduce da 3 figli desiderati a 1,2 effettivi. L’assenza di un welfare adeguato allarga questo divario tra desiderio e realtà.
Solo in contesti economicamente e socialmente stabili, come le comunità autosufficienti citate nel romanzo, il numero di figli può essere adeguato a un regolare cambio generazionale.

