Essere fisicamente separati dal sistema implica uno stile di vita completamente scollegato dai servizi offerti dal sistema, difficilmente da soli o in piccole famiglie, più probabilmente in comunità intenzionali, con autosufficienza in cibo, energia e risorse, eliminando denaro, consumismo, competizione e individualismo. Questo porta a una maggiore indipendenza e al benessere ambientale, ma richiede un impegno fisico e può generare isolamento sociale e stress psicologico. Le esperienze reali evidenziano sia libertà che sfide pratiche quotidiane.
Si riduce sicuramente l’impatto ambientale attraverso la produzione autonoma di cibo e di energia rinnovabile, eliminando gli sprechi e la dipendenza dalle catene di consumo. Migliora il benessere mentale con una vita semplificata, focalizzata su relazioni autentiche e tempo libero ridefinito, come riportato da chi ha abbandonato il denaro. Favorisce la resilienza e la soddisfazione interiore, con minor stress da debiti e competizione.
Ovviamente ci sono delle sfide pratiche per i costi iniziali elevati per l’acquisto di terreni, e di attrezzature per l’autosufficienza, oltre a una gestione costante di risorse come acqua ed energia, che comportano l’acquisizione di una sufficiente tecnologia. Se non c’è una buona organizzazione le attività quotidiane possono diventare faticose e portare all’esaurimento fisico. Le piccole comunità intenzionali possono affrontare ostacoli burocratici per l’edilizia e il lavoro non riconosciuti legalmente.
L’abbandono dell’individualismo sposta il focus sul collettivo, promuovendo relazioni profonde ma rischiano conflitti per la perdita di autonomia personale. L’isolamento dalla società esterna, può dare difficoltà in obblighi sociali o in emergenze mediche. Psicologicamente, riduce l’incapacità di provare piacere, spesso prodotta dal consumismo, ma può introdurre amarezza per la fatica, richiedendo un adattamento graduale e non sempre funzionale.
Per separarsi fisicamente dal sistema senza pagare conseguenze negative si devono creare strutture autosufficienti, non solo nell’alimentazione e nell’energia ma anche in tutti i servizi primari. Questo non potrà mai farlo una piccola comunità isolata, per cui è necessario che ci sia il sostegno di una grande organizzazione popolare. Nel romanzo è appunto descritta un’organizzazione internazionale che ha come scopo la costruzione di tante federazioni di gruppi sociali, ognuna delle quali ha un proprio territorio di sussistenza e una tecnologia che assicura l’autosufficienza energetica tratta dal sole. Sono inoltre necessari servizi funzionanti di istruzione, medicina preventiva, conservazione della natura, artigianato e manutenzione.
I costi di inserimento, come l’acquisto dei terreni, la loro bonifica, la costruzione della struttura polifunzionale… sarebbe a carico dell’organizzazione internazionale e non degli abitanti. Solo quando la comunità potrà reggersi sulle proprie gambe (attraverso i lavoratori esterni) non solo non sarà più di peso per l’organizzazione, ma con un bilancio in utile potrà contribuire al finanziamento di altre federazioni di gruppi sociali.
In conclusione, prima di avventurarsi in solitari abbandoni del consumismo, che potrebbero non migliorare affatto la qualità della vita, sarebbe bene creare a monte una potente organizzazione popolare internazionale, che funzioni da rete di protezione. Attualmente ci sono realtà organizzative che spingono in questa direzione (come ad esempio il movimento MOCICA in Francia, che ha ormai diramazioni in altri Pesi, Italia compresa) ma non si potrà tagliare il cordone ombelicale che ci lega al sistema di competizione, se prima non si punta alla completa autosufficienza, compresa quella tecnologica, che potrà avvenire solo con la coordinazione internazionale di tutte le comunità di condivisione.

