85
Arrivò infine il giorno dell’esame statale di Odette, che superò brillantemente, e le fu assegnato l’incarico di specializzarsi in oculistica nella nostra federazione. Due giorni dopo eravamo già insieme. Era una sensazione bellissima e soprattutto condivisa. Potevamo consumare i pasti uno accanto all’altra, la sera uscire insieme, darci il bacio della buona notte…
“Benvenuta, Odette,” le dissi a pranzo “sono davvero felice di vederti. Allora, mi dici com’è stato il primo impatto con la nostra federazione?”
“È tutta una novità per me, Pierre. Certamente una piacevole novità, però ti confesso che sono parecchio emozionata e in imbarazzo, perché mi sento addosso gli occhi di tutti”.
Cercai di rassicurarla e terminato il pranzo, invitai Odette a una passeggiata attorno alla struttura polifunzionale, prima di ritornare ai rispettivi impegni. Certamente il desiderio di stare appartato con Odette era forte, ma sapevamo entrambi che la violazione esplicita delle regole avrebbe compromesso la nostra reputazione e la nostra stima nella comunità, oltre che verso noi stessi, perché alla lunga poteva compromettere anche la nostra relazione, in quanto avremmo dimostrato di essere deboli e senza autocontrollo. D’altra parte sapevamo invece che il rispetto delle regole ci avrebbe garantito ricche soddisfazioni in futuro.
Ci incamminammo lungo i viali del parco, mano nella mano, e presentai Odette a tutti quelli che incontravamo. A un certo punto lei si fermò per osservare una striscia nera per terra, ai bordi del viale: era una lunga fila di formiche che da dietro a un albero si infilava in un piccolo foro del terreno.
Restammo qualche minuto a guardare l’andirivieni indaffarato di quei piccoli insetti operosi, poi Odette mi disse: “Sapevi, Pierre, che ci sono alcune specie di formiche che sono organizzate in un sistema federativo come il nostro?”
“O bella! Questa è nuova per me”.
“Sì. In determinate occasioni si formano delle associazioni di colonie che raggruppano fino a decine di milioni d’insetti. Le colonie sono autosufficienti da ogni punto di vista, ma sembra esserci un accordo sottinteso di abbattimento delle frontiere e le bottinatrici di una colonia sono libere di attraversare il territorio di un’altra, senza il rischio di essere aggredite. Ovviamente il comportamento super sociale di queste specie di formiche ha un’origine genetica e fanno solo ciò che impone il loro istinto. Più si sale la scala biologica degli esseri viventi, più il comportamento diventa di origine culturale e deve essere appreso. La mancanza di federazioni perenni tra i gruppi di mammiferi sociali, dimostra quanto sia difficile costituire queste super organizzazioni solo con l’apprendimento. Solo noi esseri umani abbiamo l’intelligenza sufficiente per aggregare in modo collaborativo i gruppi sociali in federazioni stabili, attraverso la cultura e la tecnologia. Curiosamente tutti i comportamenti umani prodotti nel corso della Storia sono un’emulazione già collaudata da molti milioni di anni da una specie o dall’altra di formiche. Infatti, ci sono formiche cacciatrici raccoglitrici; altre sono allevatrici di afidi; coltivatrici di funghi; predatrici nei confronti di altre specie di formiche; schiaviste che predano le larve di altre specie e le allevano per indurle al lavoro o per predare a loro volta; ci sono formiche nomadi o stanziali; carnivore o vegane; campagnole o metropolitane,
insomma di tutto”.
“Beh, complimenti, Odette, non ci vuole molto per capire che sei affascinata dalle formiche”.
“In realtà sono meravigliata dalla strategia e dalla funzionalità del formicaio e dal comportamento delle singole formiche. Pur non avendo comandanti o governanti riescono a coordinare i loro sforzi per un obiettivo comune”.
Venne l’ora dell’inevitabile distacco per andare ognuno ai propri impegni. Ci abbracciammo e schioccai un bacio sulle labbra di Odette, che ricambiò. Con quel gesto avevamo già raggiunto il limite massimo consentito dalle “regole” e non potevamo andare oltre.
Il capitolo 85 fa da ponte tra la teoria biologica dei capitoli precedenti e la vita concreta della federazione. Dopo tante riflessioni sull’intelligenza, qui il romanzo mostra come Odette entri davvero nella nuova comunità e come l’amore tra lei e Pierre venga vissuto dentro regole condivise, non come gesto impulsivo o clandestino.
Il superamento dell’esame statale e l’assegnazione a oculistica segnano il suo ingresso pieno nella federazione. Non è solo una promozione professionale: è anche una legittimazione sociale, perché ora Odette non è più soltanto la ragazza di Pierre, ma una persona riconosciuta come parte del gruppo. Il fatto che il loro stare insieme sia una sensazione bellissima e soprattutto condivisa dice molto del tono del romanzo: la felicità privata è piena solo quando è anche socialmente accolta.
Il passaggio in cui i due evitano di stare appartati è molto significativo. Il desiderio c’è, ma viene contenuto consapevolmente perché una violazione delle regole danneggerebbe la loro reputazione e la fiducia della comunità. Qui il romanzo difende una morale della disciplina condivisa: il controllo di sé non è repressione sterile, ma protezione del rapporto e della stima reciproca. La coppia si rafforza proprio perché non cede subito all’impulso.
La scena della passeggiata ha un tono delicato e quasi pedagogico. Pierre presenta Odette a tutti, come a dire che l’integrazione della nuova arrivata è pubblica e serena, non nascosta. Il parco, i viali e la struttura polifunzionale fanno da sfondo a una socialità ordinata, in cui l’amore si inserisce naturalmente dentro la vita quotidiana della federazione.
Il passaggio sulle formiche è uno dei più interessanti del capitolo. Odette osserva che alcune specie di formiche vivono in supercolonie, con una cooperazione così vasta da abbattere le frontiere tra nidi diversi. Il romanzo usa questa osservazione per rafforzare un’idea già centrale: la federazione umana non è un’invenzione arbitraria, ma una forma di organizzazione che trova analogie in natura. Le formiche diventano un modello di coordinamento senza governanti centrali. La riflessione di Odette è anche importante perché distingue bene tra istinto e cultura. Nelle formiche la super-organizzazione è genetica; negli esseri umani, invece, deve essere costruita con intelligenza, educazione e tecnologia. Questo rende la federazione più “alta” sul piano simbolico: le formiche mostrano che la cooperazione è possibile, ma l’uomo è l’unico che può trasformarla in scelta cosciente e stabile.
La chiusura è molto bella: l’abbraccio e il bacio sulle labbra raggiungono il limite massimo consentito dalle regole. Qui il romanzo trova un equilibrio elegante tra affetto e disciplina. Non c’è freddezza, ma nemmeno eccesso. Il sentimento viene celebrato senza rompere l’ordine comunitario.
Nel complesso, il capitolo 85 mostra la federazione come un luogo in cui amore, etica e conoscenza naturale convivono senza contraddizione. Odette entra davvero nella comunità, e il confronto con le formiche rafforza l’idea che la cooperazione stabile sia una legge profonda della vita, anche se negli esseri umani deve essere conquistata culturalmente.
86
Quella sera ci fermammo a rimirare le stelle, approfittando del cielo terso. L’astronomia era un diletto che mi accomunava a Odette. Potevamo avvalerci delle immagini catturate da specifici satelliti in orbita geostazionaria, di proprietà esclusiva della nostra organizzazione. Quegli stessi satelliti servivano a mantenere attive le comunicazioni tra tutte le federazioni del mondo: fu proprio grazie al quel tipo di connessione indipendente che potemmo essere preservati dalle immani piaghe che colpirono il sistema di competizione al momento della sua caduta.
“Tu, Pierre, credi che ci siano altri pianeti che possano ospitare vita intelligente?”
“Beh, se sono stimati parecchi milioni di pianeti rocciosi più o meno grandi come la nostra terra in zona abitabile, solo nella nostra galassia, diventa quasi impossibile che la vita nell’universo non si sia sviluppata su qualcuno o su molti di essi. Del resto, se la vita nasce perché a monte c’è una predisposizione che ne determina gli sviluppi ideali, anche attraverso la più indeterminata casualità, è logico supporre che da qualche parte si sia affermata anche la vita intelligente”.
“E vero, però non ci sono state ancora testimonianze sicure di contatti diretti con altri esseri intelligenti extraterrestri”.
“Già e non credo ci sarà mai un momento in cui un extraterrestre stringerà la mano a un essere umano”.
“Perché, Pierre, neghi a priori questa possibilità?”
“Perché il destino dell’umanità sarà identico a quello di tutte le forme di vita intelligente in qualsiasi parte dell’universo. A un certo punto evolutivo l’intelligenza artificiale prenderà il sopravvento sull’intelligenza biologica e relegherà quest’ultima alla sua forma meno dispendiosa di energia, ossia un ritorno graduale a un primordiale Giardino dell’Eden, dove gli umani o gli extraterrestri intelligenti potranno godere dei benefici dell’intelligenza artificiale, ma non saranno più loro a guidarla. Questo ha impedito o impedirà in futuro a qualsiasi tipo di essere biologico intelligente di intraprendere viaggi interstellari, per tentare un contatto con altre popolazioni simili della galassia”.
“È un’argomentazione con una sua logica, ma se la vita biologica non potrà viaggiare tra le stelle, almeno teoricamente, non impedirà all’intelligenza artificiale di utilizzare astronavi sofisticate per raggiungere i più lontani pianeti abitabili”. ribadì Odette.
“In teoria la cosa sarebbe fattibile. Dobbiamo però chiederci perché l’intelligenza artificiale dovrebbe comunicare con altri pianeti in questo modo, visto che comporta un enorme dispendio di energia, quando è possibile farlo a costo zero”.
“Non ti seguo, Pierre. Come si potrebbe comunicare con energia a costo zero?”
“Vedi, Odette, dovremmo immaginare una forma di comunicazione più veloce, molto più veloce della luce”.
“Questo fisicamente non è possibile!” esclamò Odette con un sorriso ironico sulle labbra.
“Appunto, hai detto bene, fisicamente non è possibile, ma può esserci una forma di comunicazione che travalica i limiti della materia fisica. La matematica è la lingua che parla da sempre l’universo, solamente che noi, con la nostra limitata capacità di calcolo, siamo ancora lontani dal possederla pienamente, ma lo farà l’intelligenza artificiale nel suo rapido progredire. Io credo che tutta l’informazione che ha caratterizzato l’evoluzione della materia sia non solo nella memoria dell’universo, ma sia già stata concepita ancora prima della stessa evoluzione. Affinché possano avvenire questi ipotetici dialoghi tra sistemi stellari sarà dunque necessaria la conoscenza di quella informazione quantistica. La matematica non ha bisogno di viaggiare fisicamente per comunicare con un altro pianeta, ma sarebbe inutile cercare di dialogare se l’interlocutore non è ancora in grado di capire. È un concetto che va oltre i confini del tempo e dello spazio”.
Il capitolo 86 è uno dei più aperti e visionari del romanzo, perché allarga improvvisamente l’orizzonte dalla federazione terrestre al cosmo intero. Dopo i capitoli su intelligenza, società e tecnologia, qui il tema diventa quasi metafisico: esiste vita intelligente altrove? E, se sì, quale destino potrebbe aspettarla?
La scena iniziale è molto bella: Pierre e Odette guardano il cielo insieme, unendo sentimento personale e curiosità scientifica. L’astronomia non è solo un hobby, ma un modo per pensare il posto dell’uomo nell’universo. Il fatto che possano osservare il cielo grazie ai satelliti della loro organizzazione internazionale collega anche il tema cosmico a quello politico: la federazione non è chiusa in sé stessa, ma dispone di strumenti tecnologici che le consentono di comunicare e di vedere oltre il proprio territorio.
Pierre parte da una considerazione molto razionale: se nella sola galassia esistono milioni di pianeti rocciosi in zona abitabile, è poco plausibile che la vita intelligente esista solo sulla Terra. Il romanzo qui adotta una forma di ragionamento probabilistico, non dogmatico. Però subito dopo precisa che non esistono prove di contatti diretti. Questo equilibrio tra possibilità e prudenza rende il discorso credibile: l’universo può essere popolato, ma il contatto non è affatto scontato.
La parte più originale arriva quando Pierre sostiene che la biologia intelligente, a un certo punto, viene superata dall’intelligenza artificiale. Questo impedirebbe ai corpi biologici di compiere viaggi interstellari, perché la gestione dello spazio profondo richiederebbe troppo dispendio energetico. La conseguenza è molto forte: non saranno i viventi, ma eventualmente le macchine intelligenti a poter viaggiare davvero tra le stelle. L’idea di un incontro fisico tra specie biologiche sembra quindi sempre più improbabile.
Il passaggio più affascinante è quello sulla comunicazione più veloce della luce. Pierre riconosce che, sul piano fisico, questo non è possibile; però propone una forma di comunicazione che travalica lo spazio e il tempo, fondata sulla matematica e su una conoscenza più profonda dell’informazione. Questo dà al capitolo un tono quasi filosofico-mistico, ma sempre incardinato nella razionalità del romanzo. La matematica diventa una lingua universale, mentre l’intelligenza artificiale è vista come il possibile soggetto capace di comprenderla davvero.
L’idea che l’informazione sia già nella memoria dell’universo, anzi concepita prima della stessa evoluzione, sposta il discorso su un piano molto alto. Qui il romanzo sembra suggerire che la realtà non sia solo materia, ma anche struttura informazionale. Non si tratta di una semplice fantasia scientifica: è una visione che unisce cosmologia, matematica e filosofia del tempo. L’universo appare come qualcosa di già scritto in potenza, che l’intelligenza futura potrà forse leggere meglio di noi.
La frase finale è molto importante: non basta poter comunicare, bisogna anche avere un interlocutore in grado di capire. Questo vale per eventuali civiltà extraterrestri, ma anche per la stessa umanità, che forse non è ancora abbastanza evoluta per decifrare pienamente certi livelli di informazione. In questo senso il capitolo non parla solo di altri pianeti, ma del nostro limite presente. Il contatto non è escluso in assoluto: è rinviato a un futuro in cui la comprensione sarà più alta.
Nel complesso, il capitolo 86 apre il romanzo a una dimensione cosmica senza perdere la sua coerenza interna. La stessa logica che ha regolato federazione, tecnologia e intelligenza viene qui proiettata nell’universo: l’intelligenza tende a superare i limiti biologici, e il linguaggio più profondo del cosmo potrebbe essere matematico e informazionale.
87
Stare vicino a Odette mi procurava una sensazione bellissima, ma c’era anche il rovescio della medaglia. Ogni volta che l’abbracciavo e sentivo il suo seno puntare contro il mio petto, dovevo far leva su tutto il mio potenziale autocontrollo, come noto già carente di suo. Era chiaro che il fidanzamento non poteva durare ancora a lungo, con il rischio di sbarellare proprio in dirittura d’arrivo, almeno da parte mia. Infatti, furono gli stessi anziani che ci consigliarono di fissare una data per il matrimonio.
Finalmente quel giorno arrivò. Era il 12 gennaio 2073, una giornata fredda che preannunciava neve, che poi in effetti arrivò. Ci scambiammo la promessa di reciproca ed eterna fedeltà nella sala mensa del nostro gruppo, mezz’ora prima del pranzo. Fu mio zio Osvald che pronunciò il discorso preparatorio al matrimonio, prima che Gaston, uno dei due che in federazione avevano la facoltà legale di unire le coppie in matrimonio, ci dichiarasse ufficialmente come marito e moglie.
Mi ricordo che Odette e io indossammo volutamente gli stessi abiti di quando eravamo usciti per la prima volta insieme per fare proseliti: ci sentivamo eleganti quanto bastava. Non ci furono regali e nemmeno ci fu l’acquisto e lo scambio degli anelli nuziali. L’anello, che nel mondo esterno era un simbolo visivo della fedeltà coniugale, da noi non aveva senso, perché la fedeltà al coniuge era determinata dal comportamento e non certo da un mero simbolo portato al dito. Il nostro alloggio, all’undicesimo piano, fu ricavato da due camere attigue e due bagni, senza grossi trasferimenti di mobilio.
A quel tempo, nel sistema di competizione, ancora molti ostentavano non poche risorse economiche per la cerimonia nuziale: gli abiti degli sposi e delle “damigelle”, spesso indossati solo in quell’unica occasione; il pranzo per gli invitati con menù sofisticati; il viaggio di nozze, solitamente in luoghi lontani ed esclusivi; poi anelli, musicanti, affitto della carrozza o dell’auto d’epoca o di lusso. Senza contare la spesa per l’affitto o l’acquisto di un alloggio e del suo arredamento. Tutto questo, in metà dei casi, serviva solo per un tempo limitato, in quanto il matrimonio finiva in un divorzio. Per noi questo era solo un inno allo spreco, ma bene in sintonia con il consumismo in cui era immerso quel vecchio sistema. Questo era uno dei motivi che spingeva ormai la maggioranza delle coppie giovani alla convivenza, senza ufficializzare la loro unione con il matrimonio.
Il capitolo 87 è significativo perché porta a compimento il percorso affettivo di Pierre e, insieme, ribadisce la critica del romanzo al consumismo e alla superficialità del mondo competitivo. Il matrimonio non è presentato come uno spettacolo, ma come un atto sobrio, comunitario e coerente con la vita della federazione.
L’incipit è molto umano: Pierre sente con forza l’attrazione fisica per Odette e riconosce senza ipocrisia la fatica dell’autocontrollo. Questo passaggio rende il personaggio più vero, perché mostra che la disciplina non elimina il desiderio, ma lo governa. Il fatto che siano gli anziani a consigliare di fissare una data per il matrimonio è importante: la comunità non reprime il legame, lo accompagna verso una forma stabile quando i tempi sono maturi.
La cerimonia è semplice, ma proprio per questo molto solenne. La promessa di fedeltà avviene nella sala mensa del gruppo, con un discorso preparatorio e con la presenza di chi ha l’autorità legale di unire la coppia. Il matrimonio non è quindi un evento privato isolato, ma un passaggio riconosciuto dalla collettività. La sua forza sta nella sobrietà e nella chiarezza, non nella scenografia. Molto interessante è la scelta di indossare gli stessi abiti già usati per la prima uscita insieme. È un gesto piccolo ma pieno di senso: la coppia non cerca di apparire diversa da sé, né di costruire una messinscena. Anche l’assenza di anelli è coerente con la logica del romanzo. La fedeltà non dipende da un simbolo esterno, ma dal comportamento quotidiano. È una visione etica molto netta: conta la coerenza vissuta, non l’ornamento.
Il fatto che il nuovo alloggio sia ricavato da due camere attigue e due bagni mostra bene la concretezza della federazione. Non ci sono grandi spese né trasformazioni spettacolari: la vita coniugale si inserisce in spazi già esistenti e adattati con semplicità. Questo contrasta fortemente con l’immagine del matrimonio nel mondo competitivo, dove tutto è spesso carico di consumo, esibizione e investimento economico.
La parte più esplicita del capitolo è la critica alle cerimonie nuziali del sistema competitivo. L’elenco di abiti, pranzi, viaggi, anelli, musicanti, auto di lusso e alloggi costosi mostra il matrimonio come un grande circuito di consumo. Il romanzo non critica il rito in sé, ma il fatto che venga trasformato in occasione di spesa e ostentazione. Il dato più amaro è che, in molti casi, tutta questa macchina serve solo per un’unione che poi finisce nel divorzio.
Il riferimento finale alla convivenza mostra il cambiamento dei costumi nel mondo esterno. Sempre più coppie scelgono di non ufficializzare l’unione, proprio perché il matrimonio è percepito come costoso, fragile o burocraticamente pesante. Il romanzo legge questa tendenza non come libertà autentica, ma come sintomo di una crisi più profonda: quando manca una base stabile di valori condivisi, anche i riti sociali diventano vuoti o superflui.
Nel complesso, il capitolo 87 è un capitolo di compimento e di contrasto. Da una parte c’è la pienezza del matrimonio federativo, sobrio e stabile; dall’altra c’è il mondo competitivo, dove la cerimonia diventa spreco e il legame è spesso destinato a spezzarsi.
88
Per il viaggio di nozze Odette e io ci accordammo con una federazione che si trovava sulla costa Atlantica del Portogallo, ponendoci a loro disposizione in cambio dell’ospitalità. Non utilizzammo l’aereo ma un treno veloce. Nel tragitto, per un lungo tratto costeggiammo le sponde dell’oceano, da nord verso sud. Fui travolto dall’emozione e dallo stupore: molti dicono che il mare d’inverno renda tristi, io però in quei momenti ero completamente euforico. Per comunicare nella loro lingua era stato dato un traduttore simultaneo a ognuno di noi due.
Parte del loro territorio confinava con la costa ed era pianeggiante e visibilmente meno esteso del nostro, perché poteva garantire facilmente l’autosufficienza in meno spazio. Le loro bancarelle erano molto simili alle nostre, ma c’era sempre qualcosa a ricordarci che quella era una zona di mare. I territori delle federazioni erano preventivamente studiati proprio perché non ci fossero sprechi di spazio, come pure non ci fossero carenze strutturali. Quando la nostra organizzazione individuava e acquistava uno spazio libero per l’insediamento di una federazione, i droni sorvolavano il territorio per conoscerne a fondo l’altimetria e la planimetria, in modo da poter calcolare quanto spazio sarebbe occorso e quanti dovessero esserne gli abitanti. Poi si procedeva alla bonifica e alla costruzione della struttura polifunzionale.
Sarebbe stata la prima volta che avrei dormito nel lettone da quando ero un bimbo piccolo. Non era l’idea di dove avrei dormito che mi turbava, era che l’avrei fatto con la donna che amavo. Gli ormoni galoppavano, però non era ancora il momento di dare loro briglia sciolta. Francamente non vedevo l’ora di andare in camera con Odette e finalmente cominciare la nostra prima notte di nozze! Pensare che di lì a poco i nostri corpi nudi sarebbero stati uno a contatto con l’altro mi eccitava, però mi dava anche ansia. Sarei stato all’altezza della situazione? Ero certo di dare a Odette quello che magari si aspettava da me? Dopo tutto era per entrambi la nostra prima volta!
Anche se teoricamente avremmo dovuto essere preparati, avevo chiesto consiglio a chi già ci era passato. Avrei potuto chiederlo al mio fratellone Ivan, oppure a Conrad o a Serge, invece, chissà perché, mi rivolsi a mio padre, che mi rispose semplicemente così: “Pierre, devi solo lasciar fare alla natura. Segui la regola di fare agli altri quello che vorresti che gli altri facciano a te. Pensa solo al bene della tua sposa e vedrai che ne riceverai del bene”. Quando i nostri corpi nudi si incontrarono capii che mio padre aveva ragione. Infatti, il corso della natura mi fece sparire l’ansia ma non le altre emozioni. Spensi la luce principale della camera e rimase solo una luce soffusa, tanto bastava per creare la giusta atmosfera. Quello che accadde dopo è una cosa che è rimasta nei miei ricordi indelebili. La realtà aveva superato l’immaginazione. Ancora oggi quando penso a quella notte mi viene spontaneo fare un lungo respiro.
Il matrimonio con Odette è stato l’obiettivo più importante che mi ero proposto e, una volta raggiunto, tutto mi sembrò più facile e alla mia portata. Chiunque, dopo il nostro ritorno, poteva riconoscere che eravamo molto più sereni, spensierati, soprattutto mi accorsi che il mio autocontrollo era molto migliorato.
Il capitolo 88 unisce il viaggio di nozze, l’apertura verso un’altra federazione e la scoperta dell’intimità coniugale. È un capitolo più sensuale e personale degli altri, ma resta perfettamente coerente con l’idea di fondo del romanzo: anche l’amore fisico trova il suo posto dentro un ordine comunitario sobrio, organizzato e rispettoso.
Il viaggio di nozze in Portogallo è raccontato con grande equilibrio. Non c’è lusso ostentato, ma un treno veloce, l’ospitalità reciproca tra federazioni e un percorso che valorizza il paesaggio costiero. Questo rende il viaggio non una fuga privata, ma un’esperienza di scambio tra comunità. L’immagine del mare d’inverno è molto bella perché aggiunge stupore e intensità emotiva. Pierre non lo vive come tristezza, ma come euforia: il paesaggio esterno accompagna il passaggio interiore verso una nuova fase della vita.
Molto interessante è la descrizione della federazione costiera. Il territorio viene studiato con attenzione, senza sprechi di spazio e senza carenze strutturali. I droni servono a rilevare altimetria e planimetria, così da progettare in modo razionale l’insediamento. Questa parte mostra una federazione molto efficiente, dove la tecnologia è usata per armonizzare ambiente e popolazione, non per dominare o consumare più del necessario.
Il centro emotivo del capitolo è naturalmente la prima notte di nozze. Pierre è molto sincero: desidera l’unione, ma prova anche ansia, perché è la prima volta e sente il peso della responsabilità affettiva. Questa sincerità è preziosa, perché rende il personaggio umano e vulnerabile. Non c’è trionfalismo erotico, ma una tensione dolce, fatta di desiderio, timore e rispetto reciproco.
La risposta del padre è molto semplice ma anche molto bella: lasciar fare alla natura e seguire la regola aurea, cioè fare agli altri ciò che si vorrebbe ricevere. È un consiglio che trasforma l’intimità in un atto di cura reciproca. Il romanzo qui suggerisce che la buona sessualità non nasce dal dominio o dalla prestazione, ma dall’attenzione all’altro. Questo è perfettamente coerente con la morale federativa.
Il testo evita ogni descrizione esplicita e si concentra sull’effetto psicologico ed emotivo dell’esperienza. La frase “la realtà aveva superato l’immaginazione” dice tutto: la prima unione è vissuta come qualcosa di memorabile, intenso e più forte di qualsiasi attesa. Il fatto che Pierre ricordi ancora quella notte con un respiro profondo mostra che non si tratta solo di piacere, ma di un momento di svolta esistenziale.
La chiusura è molto significativa: dopo il matrimonio, Pierre si sente più sereno, più leggero e persino più capace di autocontrollo. È un paradosso interessante: l’unione non lo rende meno disciplinato, ma più equilibrato. Questo conferma che nel romanzo l’amore stabile non indebolisce la persona, la stabilizza. Il matrimonio non è una perdita di libertà, ma una forma più alta di maturazione.
Nel complesso, il capitolo 88 racconta la trasformazione dell’amore in compiuta intimità, senza separarlo dalla comunità, dalla natura e dall’autodisciplina. Il viaggio, il paesaggio, il consiglio paterno e la prima notte costruiscono insieme un passaggio molto dolce e molto umano.
89
Erano soventi le escursioni fuori dal nostro territorio che Odette e io facevamo insieme, soprattutto per la ricerca di proseliti da inserire in una delle nostre scuole di addestramento alla vita comunitaria, gestite dai gruppi esterni, ma coadiuvate dalla nostra organizzazione internazionale. Quando queste persone erano sufficientemente preparate per una totale condivisione, potevano aspirare a far parte di una delle nostre comunità autosufficienti.
Erano ancora molti, nel sistema competitivo, coloro che pensavano che la collaborazione reciproca e la condivisione, praticata nelle nostre federazioni, privava della libertà individuale ed era fiduciosa che il progresso scientifico e lo sviluppo tecnologico avrebbero domato il clima, eliminato ogni guerra, ripulito il pianeta inquinato, prodotto cibo in abbondanza e sgominato ogni tipo di malattia. Insomma, il progresso avrebbe dovuto garantire benessere e felicità per tutti. Era evidente che si trattava di un ottimismo eccessivo: la prova ne era che sempre più persone erano ormai disilluse e non credevano più a queste promesse sempre prorogate nel tempo. Per la verità, nessuno poteva negare che le potenzialità della conoscenza scientifica e dello sviluppo tecnologico sarebbero stati in grado di sanare i mali dell’umanità ma, proprio a causa della competizione, non tutti potevano beneficiare nella stessa misura di questo sviluppo. Era evidente che la competizione, se da un lato aveva stimolato lo sviluppo tecnologico, dall’altro aveva impedito un’equa distribuzione delle risorse e della tecnologia.
Nel libero mercato la tecnologia serviva per mediare la distanza tra l’ambiente artificiale e l’organizzazione sociale e a soddisfare i bisogni che da questo rapporto derivavano. Fatto sta che l’uso di strumenti tecnologici aveva provocato delle modifiche ambientali e sociali che, a loro volta, avevano generato bisogni nuovi e diversi, che soltanto una tecnologia ancora più sofisticata poteva soddisfare. I cambiamenti ambientali e sociali sono dunque stati la molla per dare una spinta all’evoluzione tecnologica, ma poiché ambiente e struttura sociale subivano modifiche proprio per opera della tecnologia, era come se quest’ultima facesse evolvere se stessa, disadattando e poi riadattando l’uomo al suo ambiente artificiale, in un processo sempre più rapido, nel quale egli era protagonista ma non regista. Era proprio l’illusione che la tecnologia potesse guarire i suoi mali che spingeva l’uomo consumista e competitivo ad affidarsi sempre di più ad essa.
Ovviamente chi deteneva il potere tecnologico imponeva anche la supremazia economica. Vi era opulenza nei Paesi ricchi perché c’era penuria nei Paesi sottosviluppati. Nel sistema competitivo la tecnologia non serviva a ridurre l’orario di lavoro, ma a produrre e consumare di più, mantenendo inalterati i tempi di produzione. L’alternativa sarebbe stata un’equa distribuzione delle risorse come avviene nelle nostre federazioni, ma questo non era contemplato negli indirizzi del sistema competitivo.
Il capitolo 89 mette a confronto in modo diretto due idee di progresso: quella competitiva, che accumula tecnologia senza risolvere le disuguaglianze, e quella federativa, che usa la tecnologia dentro una struttura di condivisione. Il testo mostra chiaramente che il problema non è la scienza in sé, ma il sistema sociale in cui viene inserita.
Il capitolo parte da un’osservazione molto forte: nel mondo competitivo molti credono ancora che il progresso scientifico possa garantire benessere e felicità per tutti. Però questa speranza appare sempre più fragile, perché le promesse vengono continuamente rimandate e molti finiscono per disilludersi. Il romanzo non nega che la scienza possa migliorare la vita umana, ma sottolinea che questi benefici non arrivano a tutti allo stesso modo. Il punto critico è l’accesso diseguale alle innovazioni.
Molto interessante è il ragionamento secondo cui la tecnologia produce cambiamenti ambientali e sociali che generano nuovi bisogni, i quali a loro volta richiedono altra tecnologia. È un circolo che si autoalimenta. Il risultato è che l’uomo non è più il regista di questo processo, ma solo il protagonista passivo. La tecnologia sembra evolvere se stessa, mentre l’essere umano si adatta continuamente a un ambiente artificiale sempre più complesso. È una critica molto fine alla modernità tecnica.
Il capitolo insiste anche su un aspetto essenziale: l’illusione che la tecnologia possa guarire i mali prodotti dallo stesso sistema competitivo. Questa fede nel progresso diventa una sorta di dipendenza, perché spinge a cercare sempre nuove soluzioni tecniche senza cambiare le strutture sociali di fondo. Qui il romanzo è chiarissimo: se il problema è la competizione, non basta una macchina migliore. Serve un diverso modo di distribuire ricchezza, lavoro e conoscenza.
Un altro passaggio molto forte è quello sulla supremazia economica legata al potere tecnologico. Chi controlla la tecnologia controlla anche le risorse, e quindi mantiene la distanza tra paesi ricchi e paesi poveri. La tecnologia, nel mondo competitivo, non riduce il lavoro né libera davvero le persone, ma serve a produrre e consumare di più. L’orario di lavoro resta sostanzialmente intatto, mentre i vantaggi vanno soprattutto a chi già possiede potere.
Il confronto con le federazioni è implicito ma costante. Lì la tecnologia è al servizio dell’equità, della riduzione degli sprechi e della distribuzione delle risorse. Nel sistema competitivo, invece, è uno strumento di crescita diseguale. Per questo il capitolo si inserisce perfettamente nella logica generale del romanzo: la vera differenza non la fa la tecnologia in sé, ma il modo in cui una società decide di usarla.
Nel complesso, il capitolo 89 è una critica molto lucida al mito del progresso automatico. Il romanzo dice che la tecnologia può migliorare il mondo solo se viene sottratta alla logica della competizione e inserita in una struttura sociale più giusta.
90
Intanto il tempo scorreva inarrestabile. Chissà perché ho sempre associato il tempo a un fiume che corre giù verso valle. Si può solo avere l’illusione di poterlo fermare, ma l’acqua continua il suo cammino in direzione del mare. Così i periodi piacevoli della vita possono dare la sensazione che il tempo si fermi, probabilmente per il profondo desiderio che nulla sia mutato, ci accorgiamo però che dei cambiamenti sono avvenuti e il tempo ci scivola via come sabbia tra le dita.
Ormai erano passati più di sei mesi da che eravamo sposati e la vita nella nostra federazione era tranquilla in ogni suo aspetto. La nota più rilevante, a parte le grandi discussioni che continuavano nel gruppo filosofico, forse fu quella che Jean Paul e sua madre vennero ad abitare da noi. “Altolocato” lasciò per sempre il lavoro di corriere, un mestiere ormai quasi del tutto sostituito dai sistemi di guida automatici e dai droni, e fu assegnato tra i meccatronici nell’officina degli automezzi. Heloise avrebbe continuato i suoi studi di agronomia e nella cura dei parchi e dei giardini. Fissarono la data delle loro nozze ai primi giorni di settembre, ma Odette e io non potemmo presenziare perché ci fu chiesto se eravamo disposti a iniziare il nostro percorso di lavoratori esterni.
“Certo che sì” rispondemmo unanimemente.
“Si tratta di andare in una grande ditta di impiantistica elettronica, alla periferia della capitale” ci dissero Simon e mio padre.
“A Parigi?”
“Sì, ti hanno trovato un posto come manutentore elettrico in un reparto di produzione, mentre Odette accudirà i bambini lasciati in custodia dai dipendenti nell’orario di lavoro” disse mio padre, mentre teneva la mano sulla mia spalla.
“Per me va benissimo” disse entusiasta Odette.
“Anch’io non ho niente da obiettare” aggiunsi.
“Bene, allora la partenza è prevista fra tre settimane. Con voi dovrebbe partire anche Marc Ancel del gruppo quattordici. Vi daremo informazioni più dettagliate tra qualche giorno”.
“Marc? Allora ci sarà anche Giselle, sua sorella gemella?”
“Al momento non è previsto”. In effetti non era necessario che tutti i giovani diventassero lavoratori esterni. Soprattutto per le ragazze, se erano già madri o se erano sufficienti i lavoratori maschi. Di solito marito e moglie senza figli erano mandati a lavorare insieme, perché non si voleva creare, se ciò fosse stato possibile, un inutile distacco tra i coniugi. Nel caso che una coppia avesse dei figli, o se la moglie fosse stata in gravidanza, si cercava di trovare per il marito un posto di lavoro il più vicino possibile, in modo che almeno nei weekend potesse rientrare in federazione.
Il capitolo 90 unisce la meditazione sul tempo, la stabilità della vita federativa e il passaggio dei giovani al lavoro esterno. È un capitolo di transizione, ma non minore: mostra come la serenità conquistata nella federazione non elimini il cambiamento, bensì lo renda più ordinato e meno traumatico.
L’apertura sul tempo è molto poetica. Pierre lo associa a un fiume che corre verso valle, e questa immagine rende bene l’idea che il tempo non si possa fermare davvero, anche quando la vita sembra felice e stabile. Il testo coglie una verità semplice ma profonda: nei periodi piacevoli si ha quasi l’illusione che il tempo rallenti, ma in realtà le trasformazioni avvengono comunque, silenziosamente. È una riflessione matura, che introduce bene il senso del capitolo.
Dopo sei mesi di matrimonio, la vita nella federazione appare serena e ordinata. Questa tranquillità non è stagnazione, ma equilibrio: ci sono discussioni filosofiche, nuovi ingressi in casa, cambi di ruolo e nuove responsabilità. Il fatto che Jean Paul e sua madre vadano ad abitare con loro mostra anche la fluidità della vita comunitaria: le persone si spostano, si integrano, cambiano funzione, senza drammi individualistici.
La sostituzione del lavoro di corriere con sistemi automatici e droni segnala ancora una volta l’effetto della tecnologia sul mondo del lavoro. Jean Paul non perde dignità: semplicemente passa a un’altra mansione più utile e più adatta alla nuova organizzazione. Questo è molto importante perché il romanzo non presenta l’automazione come tragedia, ma come occasione di riconversione e riorganizzazione dei compiti.
L’assegnazione a una grande ditta di impiantistica elettronica periferica della capitale introduce il tema del lavoro esterno. Pierre e Odette non vengono mandati fuori per punizione, ma per contribuire alla federazione anche oltre i suoi confini territoriali. Il fatto che Odette lavori con i bambini lasciati dai dipendenti mostra bene la divisione funzionale dei ruoli: entrambi partecipano, ma in modi compatibili con le competenze e con l’equilibrio della coppia.
Molto interessante è il criterio secondo cui marito e moglie, se non hanno figli, vengono preferibilmente mandati insieme. Il romanzo vuole evitare distacchi inutili tra i coniugi, riconoscendo che la vita affettiva è parte integrante della produttività e del benessere. Anche quando c’è un figlio o una gravidanza, si cerca comunque di mantenere il legame familiare attraverso la vicinanza geografica o il rientro nei fine settimana. Questa è una differenza enorme rispetto al mondo competitivo, dove il lavoro spesso frammenta la famiglia.
Nel complesso, il capitolo 90 mostra che la federazione è capace di integrare evoluzione tecnica, lavoro e vita affettiva senza spezzare i rapporti umani. Il tempo continua a scorrere, ma la comunità prova a governarlo con ordine, solidarietà e continuità.
91
Odette e io arrivammo in treno alla periferia di Parigi, nel luogo e nel tempo stabilito, mentre Marc era sceso molto prima per altra destinazione. Ci aspettavano un anziano del gruppo esterno al quale fummo assegnati e un giovane ragazzo. Ci accompagnarono a casa di Adeline, presso la quale saremmo stati ospitati. Adeline era una giovane ragazza madre, che da un paio di anni si era avvicinata alla nostra organizzazione. Aveva una figlia di sei anni di nome Clarisse, dai capelli biondissimi e di solito raccolti in due lunghe trecce. Abitavano in un appartamento ereditato dai nonni, abbastanza spaziose per potervi convivere comodamente con altre due persone. Seppi in seguito che non era la prima volta che Adeline ospitava dei lavoratori esterni. Evidentemente si trattava di una donna dal cuore generoso, una dote essenziale per essere inseriti nelle federazioni.
La sera stessa Adeline ci accompagnò a una riunione del suo gruppo esterno e ce ne presentò i componenti, circa un’ottantina in tutto. Era incredibile il senso di accoglienza che animava quel gruppo! Riempimmo il calendario della settimana con gli inviti a cena da parte di persone che non avevamo mai conosciuto prima. Spesso nei giorni lavorativi presenziavamo alla cena, mentre nella ditta c’era una mensa interna per il pranzo. Quel gruppo e Adeline ci hanno completamente mantenuti per tutto il periodo della nostra permanenza, quasi a costo zero per la nostra federazione.
Con loro andavamo anche a cercare proseliti nei weekend o nelle serate estive, quando c’erano più ore di luce a disposizione. Era un gruppo piuttosto affiatato, che praticava già una certa redistribuzione dei redditi, in modo che nessuno fosse nell’indigenza, una fase preparatoria alla condivisione totale delle federazioni. Alla scuola di addestramento alla vita comunitaria poteva iscriversi chiunque, ma ognuno era libero di presenziare anche senza altro impegno alle adunanze del gruppo, magari solo per curiosità.
Un discorso a parte meritavano gli anziani dei gruppi esterni. La nomina al ruolo di anziano avrebbe facilitato l’idoneità all’inserimento in una federazione, tuttavia, se tutti gli anziani freschi di nomina e le loro famiglie fossero stati inseriti subito nella vita comunitaria delle federazioni, paradossalmente i gruppi esterni sarebbero rimasti senza direzione. Molti anziani accettavano l’invito a trattenersi ancora temporaneamente nel gruppo o a volte in altri gruppi, in attesa che fossero nominati altri anziani. A volte, per compensare eventuali carenze, i gruppi esterni erano coadiuvati dagli anziani delle federazioni. Ricordo ancora che mio padre mi raccontò di aver ricoperto questo ruolo per qualche mese, in un gruppo esterno nelle vicinanze della nostra federazione, quando io ero ancora piccolo e mia madre era in attesa di Heloise.
Il capitolo 91 mostra la federazione all’opera fuori dal proprio territorio, in un ambiente che non è ancora pienamente comunitario ma che sta già aprendosi verso di esso. È un capitolo di mediazione: tra mondo competitivo e mondo federativo, tra lavoro esterno e vita comune, tra accoglienza concreta e proselitismo.
L’arrivo di Pierre e Odette nella periferia di Parigi segna un nuovo passaggio della loro vita: non sono più solo una coppia federativa, ma lavoratori esterni inseriti in un contesto diverso. Il fatto che vengano accolti da un anziano e da un giovane del gruppo mostra subito che non sono lasciati soli, ma accompagnati in un ambiente già predisposto all’integrazione. Adeline è una figura molto bella, perché unisce maternità, autonomia e apertura verso gli altri. Il romanzo la presenta come una donna capace di generosità concreta, qualità fondamentale per l’inserimento in qualche federazione. La dimensione dell’ospitalità è centrale nel capitolo. Adeline e il suo gruppo non si limitano ad accogliere Pierre e Odette: li invitano a cena, li coinvolgono nella vita sociale, li mantengono quasi gratuitamente durante la permanenza. Questo è molto importante perché mostra che la federazione non “conquista” il territorio esterno con la forza, ma attraverso relazioni di fiducia, reciprocità e servizio. L’appartenenza si costruisce lentamente, vivendo insieme.
Il gruppo esterno descritto nel capitolo appare molto compatto e già orientato verso la redistribuzione e la condivisione. Nessuno è nell’indigenza, e questo crea una base concreta per il proselitismo federativo. Il romanzo suggerisce che il passaggio alla vita comunitaria non avviene nel vuoto: prima esiste una fase preparatoria, in cui le persone sperimentano forme di solidarietà parziale, più leggere ma già significative.
La parte sugli anziani è molto intelligente. Il romanzo mostra una tensione equilibrata: se tutti gli anziani e le loro famiglie entrassero subito nelle federazioni, i gruppi esterni resterebbero senza guida. Per questo alcuni anziani restano temporaneamente fuori, oppure vengono coadiuvati da anziani federativi. È un sistema molto pragmatico, che evita il collasso delle strutture intermedie e garantisce continuità organizzativa.
Il fatto che il padre di Pierre abbia svolto questo ruolo in passato rende il quadro ancora più coerente. Le federazioni non si separano brutalmente dai gruppi esterni: li aiutano, li affiancano, li preparano gradualmente al cambiamento. È un modello di trasformazione molto diverso dalla rottura rivoluzionaria. Qui l’innovazione sociale è lenta, accompagnata e sostenibile.
Nel complesso, il capitolo 91 mostra come la federazione si espanda senza violenza, attraverso ospitalità, educazione, redistribuzione e sostegno reciproco. Parigi non è solo una città del mondo competitivo: è anche un luogo dove il nuovo modo di vivere può cominciare a radicarsi in modo pratico e credibile.
92
Adeline ci destinò la camera che fu dei suoi nonni, con tanto di letto matrimoniale già preparato. Al rientro dalla riunione sistemammo i nostri abiti in un grande armadio, un mobile che a noi parve enorme, a forma di “elle”, che occupava una parete e mezza della camera, di per sé già molto spaziosa. Per la verità avevamo uno spazio molto più ampio di quello a cui eravamo abituati. Al contrario, in federazione, avevamo tutti un bagno personale, mentre nell’appartamento di Adeline, pur essendoci doppi servizi,
Odette e io dovevamo condividere lo stesso bagno. Ci accorgemmo solo allora dell’importanza di assegnare un servizio igienico a ogni abitante delle federazioni.
“Chi va in bagno per primo? Io devo rasarmi la barba e tagliare le unghie dei piedi”.
“Ma io stamattina ho pensato a uno shampoo, e poi… mi scappa. Non puoi aspettare tu?”
“Odette, ci vuole ancora molto?”
“Ma, Pierre, sono appena entrata!”
“Guarda che scappa anche a me”.
“Faccio più in fretta che posso, ma non sono cose che si possono lasciare a metà”. Era un’ulteriore prova che l’ambiente influisce sul comportamento: non ci sarà mai un comportamento a misura della nostra natura, fino a quando non ci sarà un ambiente adeguato alla nostra natura. Quello era appunto lo scopo della nostra organizzazione.
Un’altra cosa mancava a casa di Adeline, ma anche in tutte le abitazioni del sistema competitivo: la medicina preventiva. Infatti, non c’era il “buco” in cui infilare il braccio per i rilievi sanitari né, tanto meno, il medico virtuale che poneva delle domande circostanziate appena alzati. Eravamo noi a chiederci: “Stanotte ho dormito male, forse non sono ancora abituato al materasso. E tu hai dormito bene Odette?”
“Per la verità mi sento un po’ indolenzita. Credo che tu abbia ragione sai, dipende proprio dal materasso”.
Il capitolo 92 trasforma una piccola difficoltà quotidiana — condividere il bagno — in una lezione concreta su ambiente, salute e organizzazione sociale. Il testo mostra che la federazione non è fatta solo di principi astratti: è fatta anche di dettagli materiali che influenzano direttamente il comportamento e il benessere.
La stanza grande, l’armadio enorme e il letto matrimoniale preparato rendono evidente che Adeline ha offerto ai due una sistemazione molto più ampia di quella a cui erano abituati. Però il bagno condiviso fa subito emergere il problema pratico della coabitazione, e il romanzo lo usa per mostrare quanto la progettazione dell’ambiente condizioni la vita quotidiana. La litigiosità scherzosa su chi debba entrare per primo nel bagno è importante perché mostra che anche persone mature e ben intenzionate possono sperimentare attriti se l’ambiente non è organizzato secondo i bisogni reali. Questo è coerente con l’idea che il comportamento dipenda molto dal contesto fisico e sociale.
La riflessione di Pierre è molto chiara: non esiste un comportamento pienamente “a misura della nostra natura” finché l’ambiente non è adeguato alla natura umana. È una tesi fortemente ecologica e sociale insieme, perché lega la qualità della vita a una buona progettazione degli spazi domestici e comunitari. Anche la letteratura recente in salute pubblica sottolinea che l’ambiente domestico e i fattori di contesto possono agire come veri e propri determinanti del benessere, non semplicemente come sfondo neutro.
Il passaggio sulla mancanza della medicina preventiva è altrettanto centrale. Il romanzo suggerisce che nelle case del sistema competitivo non esistano dispositivi quotidiani di controllo e prevenzione come quelli federativi, e questo costringe i personaggi a osservare da soli il proprio stato fisico al risveglio. Questo si collega bene alle evidenze contemporanee sul valore degli screening preventivi: individuare presto problemi di salute aiuta a evitare peggioramenti e costi più alti più avanti.
La piccola nota finale sul materasso è semplice ma molto efficace, perché mostra come anche il comfort fisico dipenda dalla qualità dell’ambiente di vita. Pierre e Odette si accorgono che il corpo parla attraverso dettagli minimi, e che il benessere non è solo una questione “mentale” ma anche materiale.
Nel complesso, il capitolo 92 ribadisce una delle idee più coerenti del romanzo: per vivere bene non basta la buona volontà individuale, serve un ambiente progettato per favorire salute, cooperazione e dignità quotidiana. Anche un dettaglio come un bagno condiviso diventa così una prova del valore del modello federativo.
93
L’impatto nell’ambiente lavorativo di quell’azienda fu piuttosto morbido, perché i dirigenti sembravano molto tolleranti nei nostri confronti. Forse per via del fatto che il primo mese, dal punto di vista economico, era completamente a carico della nostra federazione. In quel solo mese dimostrammo però che le nostre competenze erano all’altezza delle aspettative, anche perché c’era un motivo profondo che ci stimolava a dare il meglio di noi stessi: era fondamentale non portare biasimo alla nostra organizzazione. Del resto eravamo veramente preparati, senza la necessità di un lungo apprendistato, dal momento che avevamo già maturato una buona esperienza sul campo. Inoltre non partecipavamo a conflitti aziendali interni e restavamo neutrali in qualsiasi tipo di rivendicazione.
In pratica, per i lavoratori che provenivano da una qualsiasi federazione, il curriculum era molto positivo. Tuttavia, anche se il nostro comportamento era esemplare agli occhi dei titolari, alcuni dipendenti ci criticavano per la nostra neutralità e anche per il fatto che, secondo loro, eravamo sottopagati rispetto ai nostri incarichi, per cui dicevano che andavano a detrimento di loro ipotetiche rivendicazioni salariali.
Le mansioni dei lavoratori esterni di solito non erano super specializzate e la nostra permanenza nelle aziende private si limitava a un anno o poco più. La maggioranza dei dipendenti di quella ditta, perciò, era indifferente alla nostra presenza, dal momento che non rappresentavamo un intralcio alle loro mire di carriera. Questo ci permetteva di avere buoni rapporti con quasi tutto il personale, compreso il privilegio di parlare dell’alternativa al sistema competitivo. Ovviamente non tutti ci ascoltavano con lo stesso interesse. Alcuni lo facevano solo per curiosità, ma si capiva che non erano intenzionati a cambiare il loro modello di vita che, dopo tutto, abitando in una grande città, erano convinti che il sistema competitivo potesse ancora offrire più benefici che problemi.
Il capitolo 93 mostra la fase “pratica” del proselitismo federativo nel mondo competitivo. Non siamo più nella teoria generale, ma nel contatto quotidiano con un ambiente di lavoro reale, dove la federazione prova a dimostrare la propria solidità senza imporsi con la forza.
L’impatto iniziale è morbido perché i dirigenti non vedono i componenti delle federazioni come una minaccia. Il fatto che il primo mese sia a carico della federazione riduce anche il peso economico di questo arrivo e permette di giudicare soprattutto sui risultati. Questo dettaglio è importante: nel romanzo il valore del lavoratore federativo non sta nella retorica, ma nella capacità concreta di essere affidabile, competente e disciplinato.
Il punto più forte del capitolo è l’idea che questi giovani lavorino bene anche per non gettare discredito sull’organizzazione. Qui emerge una forma di etica collettiva molto intensa: il comportamento individuale riflette l’immagine della comunità intera. Non è solo orgoglio personale; è senso di appartenenza. Questo aiuta a capire perché i lavoratori federativi siano percepiti come persone preparate e, in un certo senso, già formate prima ancora di arrivare in azienda.
La neutralità rispetto ai conflitti aziendali è un altro elemento centrale. Nel sistema competitivo, ogni gruppo è spinto a entrare in logiche di rivalità, rivendicazione e carriera; i giovani federativi invece si presentano come lavoratori che non cercano scontro. Il romanzo suggerisce che proprio questa postura li rende più accettabili per i dirigenti, ma anche sospetti per alcuni colleghi. La neutralità è quindi una strategia di integrazione, non una semplice assenza di posizione.
Le critiche dei lavoratori interni sono molto interessanti, perché mostrano una tensione concreta: alcuni li accusano di essere sottopagati rispetto al loro livello di incarico, e questo potrebbe indebolire le loro stesse rivendicazioni salariali. Qui il testo mette in scena un conflitto tipico delle società competitive: l’idea che l’arrivo di qualcuno “più sobrio” o meno esigente possa destabilizzare gli equilibri del salario e della negoziazione. Il romanzo però fa intuire che questa critica è più difensiva che vera.
Il fatto che le mansioni non siano iper-specializzate e che la permanenza duri solo un anno o poco più rende il lavoro esterno una fase di passaggio, non un destino definitivo. Questo è molto coerente con l’idea federativa di formazione continua e mobilità controllata. Si tratta di un’esperienza utile sia per loro sia per il mondo esterno, perché permette un contatto graduale senza integrazione forzata.
Uno degli aspetti più importanti del capitolo è che il lavoro esterno permette anche di parlare dell’alternativa al sistema competitivo. Non si fa in modo aggressivo, ma attraverso la convivenza e il buon esempio. Questo è decisivo nel romanzo: la federazione si diffonde non tramite propaganda urlata, ma attraverso la credibilità quotidiana di persone che lavorano bene, sono corrette e non generano conflitto.
Infine, il capitolo mostra che non tutti sono pronti a cambiare. Alcuni ascoltano solo per curiosità, altri restano convinti che il sistema competitivo offra ancora più benefici che problemi, specialmente in città. Qui il romanzo è realistico: il cambiamento non avviene perché una teoria è giusta, ma perché le persone sono disposte a mettersi in discussione. E non tutti lo fanno allo stesso ritmo.
Nel complesso, il capitolo 93 mostra che la presenza dei lavoratori esterni funziona come una prova concreta della validità federativa: competenza, affidabilità, basso conflitto e capacità di dialogo. È una forma di testimonianza sociale molto più efficace di qualsiasi slogan.
94
Non lo sapevamo ancora, ma cominciò proprio in quel periodo una nuova fase della storia dell’umanità. Quasi tutte le metropoli raggiunsero il picco massimo di popolazione, quando ormai i due terzi dell’umanità viveva in grandi agglomerati urbani. Negli anni precedenti tutte le grandi metropoli del pianeta avevano visto aumentare la loro popolazione. Le periferie della Ville Lumière non facevano eccezione. Ai ceti più abbienti semplicemente andava bene così, mentre parte del ceto medio restava disperatamente aggrappato alla logica del mercato libero, che in realtà libero non era e non lo era mai stato, nella speranza che il sistema risollevasse la qualità della propria vita, anche se la tendenza che si manifestava andava nella direzione opposta. Per non parlare poi dei ceti popolari, che faticavano ormai a integrarsi nel contesto cittadino. Chi era escluso dalla logica consumista, spesso soccombeva ed era considerato alla stregua di spazzatura. Erano frequenti grandi manifestazioni improvvisate, che sfilavano nelle strade della capitale per reclamare una migliore qualità della vita.
Un giorno, Odette e io fummo testimoni di fatti allucinanti: ci imbattemmo in un lungo corteo che rumoreggiava e avanzava verso di noi, diretto probabilmente verso la sede del governo nazionale. Di fronte al corteo erano schierate le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Ci ritirammo in disparte in un luogo sicuro, fermi a osservare. Giunti in prossimità di una grande piazza, dove appunto ci trovavamo noi, dal corteo iniziò una fitta sassaiola contro la polizia, che rispose con idranti, vernice colorata e gas lacrimogeni per disperdere la folla, ma senza successo. Anzi, i lanci si intensificarono, fino a quando ci fu lo scontro diretto tra i due schieramenti. I manifestanti usavano bastoni, spranghe e addirittura bottiglie incendiarie; la polizia reagiva con i fucili e pistole a laser regolati a bassa potenza, che stordivano per un po’ chi era colpito.
La furia dei manifestanti sembrava inarrestabile, così che la polizia cominciò ad aumentare l’intensità dei laser sulla folla. Caddero le prime vittime ma, anziché disperdersi, nei manifestanti aumentò la rabbia. La prima linea della polizia cedette e alcuni manifestanti si impossessarono delle armi degli agenti caduti a terra. Ormai era guerra aperta! Con il loro numero i manifestanti sembravano prevalere e farsi strada verso il parlamento, quando arrivarono degli elicotteri dell’esercito che scaricarono sui manifestanti polveri urticanti e spararono potenti raggi laser, così che la folla questa volta si disperse. Fu un massacro: i corpi immobili distesi sul selciato furono decine e altrettanti si dibattevano agonizzanti.
Odette e io eravamo impietriti. Mai avremmo pensato di dover essere testimoni di una tragedia così grande. Con coloro che erano con noi cercammo di trovare una via d’uscita, attraverso una strada secondaria, ma non riuscimmo a muoverci fino a quando tornò completamente la calma. I nostri amici ci informarono che quegli scontri si ripetevano da tempo con intensità crescente, ma mai così cruenti come quel giorno. Quella sera cenammo da una famiglia di un gruppo esterno, ma non c’era il solito clima sereno e disteso. In qualche modo eravamo stati tutti toccati dai terribili avvenimenti del pomeriggio. Ci scusammo a vicenda di non essere stati una buona compagnia e, con Adeline e sua figlia, tornammo alla nostra abitazione.
Il capitolo 94 segna un punto di svolta cruciale nel romanzo, introducendo un elemento distopico che proietta la narrazione in una fase di collasso sociale e apocalisse urbana. Ambientato in un futuro prossimo – evocato dal “picco massimo di popolazione” delle metropoli, con i due terzi dell’umanità ammassati in agglomerati urbani – il testo cattura l’inizio di una nuova fase della storia dell’umanità, un eufemismo per il caos imminente. Questo capitolo non è solo descrittivo, ma profetico: riflette tensioni socio-economiche reali, amplificate in un contesto futuribile con tecnologie come fucili laser, che mescolano fantascienza hard a critica sociale.
L’autore dipinge un mondo al collasso demografico e urbano, con le periferie della “Ville Lumière” simbolo di disuguaglianze estreme. I ceti abbienti accettano lo status quo, il ceto medio si aggrappa a un mercato libero illusorio – che in realtà libero non era e non lo era mai stato –, mentre i ceti popolari sono emarginati, ridotti a “spazzatura” se esclusi dal consumismo. Le manifestazioni per reclamare una migliore qualità della vita sono spontanee e ricorrenti, eco di protestes reali come i Gilet Jaunes francesi o le rivolte globali post pandemia. Qui, l’autore denuncia un sistema che perpetua l’esclusione: chi non consuma soccombe, prefigurando un darwinismo sociale accelerato dall’esclusione produttiva.
Il cuore del capitolo è la testimonianza oculare dei protagonisti, Odette e il narratore, testimoni passivi di un’escalation violenta. Il corteo avanza verso il governo nazionale, ma la piazza diventa teatro di guerra: sassaiola contro idranti, gas lacrimogeni, bastoni, molotov e laser a bassa potenza che “stordiscono”. L’intensificazione – “aumentare l’intensità dei laser” – porta alle prime vittime, innescando una guerra aperta el’ intervento militare con elicotteri, polveri urticanti e raggi laser potenti. Il culmine è un massacro: decine di corpi sul selciato, altri agonizzanti. Questa sequenza è magistrale nel suo realismo crudo, ispirato a eventi storici come Tiananmen (1989), le repressioni in Bielorussia (2020) o le manifestazioni a Minneapolis (2026), ma futurizzato con armi non letali che diventano letali. I manifestanti, in superiorità numerica, prevalgono momentaneamente, rubando armi, simboleggiando il potenziale rivoluzionario della folla contro lo Stato.
La reazione dei protagonisti – impietriti, in cerca di una via di fuga – trasmette orrore e impotenza, rendendo il lettore complice. La cena serale con gruppo esterno dell’organizzazione è avvelenata dal trauma collettivo: “non c’era il solito clima sereno”. Questo contrasta l’intimità domestica con l’orrore pubblico, esplorando l’impatto psicologico della violenza urbana. Filosoficamente, evoca Hobbes – la “guerra di tutti contro tutti” – contro l’utopia di un “mondo nuovo” atteso dal titolo. Il narratore, con Adeline e sua figlia, torna a casa scusandosi per la “non buona compagnia”, un tocco umano che umanizza il disastro.
In sintesi, questo capitolo accelera la trama verso il caos, usando il distopico per criticare l’evoluzione del sistema competitivo, con crescente disuguaglianza e repressione statale. È un ponte tra quotidianità e apocalisse, con un ritmo incalzante che mescola suspense e riflessione. Ricorda 1984 di Orwell per la sorveglianza high-tech e The Parable of the Sower di Butler per il collasso metropolitano.
95
Dopo averci augurata la buona notte, Odette e io restammo in silenzio, poi le sussurrai: “Stai già dormendo?”
“No, Pierre, non riesco ad addormentarmi. Continuo a pensare ai fatti di oggi. Sono ancora sconvolta”.
“Anch’io non riesco a dormire per lo stesso motivo. Penso a quei corpi distesi a terra e soprattutto ai moribondi”. Così dicendo abbracciai Odette per sentire il suo calore, quasi per sincerarmi che in lei ci fosse ancora vita. Stringendosi di più a me come per cercare protezione, Odette mi disse sconsolata: “Sembra che in questo mondo la vita non abbia più nessun valore. È un dono prezioso, perché dev’essere sprecata così?”
“Sì, Odette, e tutto per la competizione economica. Sarà anche vero che la competizione stimola il progresso, ma a che serve il progresso se alla fine i risultati sono questi?” Restammo in silenzio abbracciati per qualche minuto, poi Odette mi fece una domanda che mi lasciò perplesso: “Pierre, cosa significa per te la parola morte?”
Preso alla sprovvista, non sapevo che cosa rispondere e impacciato balbettai: “Beh, penso che la morte sia lo stato di non vita”.
“Sì, ma cos’è la vita?” La domanda, che all’apparenza era la più semplice del mondo, implicava invece una serie di riflessioni. Già, quand’è che si può dire che un essere sia vivente? Qual è il confine tra materia inerte e materia vivente? Che cosa ne stabilisce il confine? In effetti non c’era mai stato un unico intendimento tra gli scienziati e i filosofi sul significato del termine vita.
“Per la verità, Odette, non ci ho mai pensato. Forse, a grandi linee, mi verrebbe da dire che qualsiasi entità è vivente quando può riprodursi da sola”. Sapevo che non era una risposta soddisfacente, in quanto i virus non sono in grado di riprodursi da soli, perché hanno bisogno del DNA di una cellula ospite, ma sono comunque biologicamente attivi. Comunque, che la riproduzione non sia un parametro idoneo per stabilire il confine tra vivente e non vivente, me lo ricordò anche Odette quando mi bisbigliò: “Il fuoco si riproduce da solo, possiamo però considerarlo un essere vivente?”
“No di certo!” Poi, poco convinto, aggiunsi: “Magari il confine tra vita e non vita è il movimento autonomo”, anche se intuivo che non era la risposta giusta. Anche qui la risposta di Odette fu lapidaria: “Un fiume si muove di continuo, dunque un fiume è un essere vivente?” Pensavo che ogni caratteristica che definisce le strutture come viventi si può trovare anche nella materia inanimata. Per la verità è inanimata solo ai nostri sensi che sono limitati, perché anche un sasso è costituito da atomi e particelle in perenne movimento.
Nonostante ne fossi consapevole, insistetti: “Forse il confine tra vivo e non vivo è che i viventi si organizzano secondo un ordine stabilito a priori e sono in grado di crescere”.
“Anche in un semplice cristallo gli atomi sono disposti in un reticolo ordinato, oltretutto i cristalli sono in grado di crescere, come dimostrano per esempio i cristalli di ghiaccio”. Qualsiasi parametro si prendesse in considerazione il risultato era sempre lo stesso: non esisteva una linea netta di demarcazione tra vivente e non vivente.
Questo capitolo interrompe l’azione e trasforma il trauma politico del capitolo precedente in una riflessione radicale sul significato stesso della vita. Dopo il massacro, la conversazione tra Odette e Pierre non serve solo a “calmare” la scena, ma apre una domanda centrale: se la vita viene ridotta a competizione, consumo e sopravvivenza, che valore conserva davvero?
Il capitolo nasce da uno shock ancora vivo: i due personaggi non riescono a dormire perché hanno negli occhi i corpi a terra e i moribondi. Questa scelta narrativa è importante, perché il romanzo non presenta la violenza come episodio isolato, ma come ferita morale che continua dentro la coscienza. Il silenzio, l’abbraccio e la ricerca di calore fisico mostrano un bisogno elementare di protezione contro un mondo che appare ormai disumano.
Quando Pierre collega la tragedia alla competizione economica, il romanzo chiarisce il suo bersaglio polemico: un ordine sociale che promette progresso, ma produce esclusione e distruzione. La domanda “a che serve il progresso se alla fine i risultati sono questi?” sposta il discorso dal piano tecnico a quello etico. Il capitolo riprende così il nucleo ideologico del romanzo, che immagina una possibile alternativa al sistema consumista e alla sua logica di mercato, denunciando un modello sociale incapace di garantire dignità a tutti.
La domanda di Odette, “cosa significa per te la parola morte?”, è il vero centro del capitolo. Non è solo un momento di tenerezza o di introspezione: è il passaggio dalla sofferenza storica alla meditazione metafisica. La morte, qui, non è trattata come evento biologico, ma come limite che obbliga a interrogarsi su che cosa renda un essere davvero vivente.
Il dialogo assume la forma di una piccola indagine filosofico-scientifica. Pierre prova a definire la vita attraverso criteri come riproduzione, movimento autonomo, crescita e ordine, ma ogni definizione viene subito messa in crisi da Odette con controesempi lucidissimi: il fuoco, il fiume, il cristallo, il ghiaccio. Il punto del capitolo è proprio questo: i tratti che sembrano distinguere il vivente possono comparire anche nella materia inerte, quindi il confine non è semplice né assoluto.
Il passaggio è interessante perché mostra una mente moderna ma non dogmatica. Pierre ragiona da biologo o da osservatore razionale, ma il testo non trasforma la scienza in autorità definitiva: la usa piuttosto come strumento che scopre i propri limiti. La conclusione implicita è che “vita” non è una categoria da ridurre a un solo parametro, e che ogni definizione resta parziale. Questo dà al capitolo un tono quasi epistemologico: non ci dice solo che cos’è la vita, ma mostra quanto sia difficile saperlo.
Odette è la figura più forte del brano, perché guida la conversazione con domande semplici solo in apparenza. Il suo ruolo è decisivo: non offre soluzioni, ma smonta le risposte affrettate e costringe Pierre a pensare meglio. In questo senso rappresenta una coscienza critica, capace di trasformare un momento di angoscia in un esercizio di verità.
Il capitolo costruisce un ponte tra la violenza sociale e la riflessione ontologica. Dopo aver mostrato che il mondo può diventare un luogo in cui la vita vale poco, il romanzo chiede cosa sia davvero la vita stessa: non solo come funzione biologica, ma come realtà da riconoscere, proteggere e rispettare. Per questo il dialogo finale non è astratto: è una risposta morale al massacro appena visto.
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C’era però un ragionamento che poteva tracciare un confine tra la vita e la non vita. Così lo espressi a Odette: “Qualsiasi struttura materiale deve la sua stabilità e la sua stessa esistenza al coordinamento continuo tra i suoi componenti. Possiamo definirla viva quando i componenti comunicano tra loro in tempi reali, immediati. D’altra parte possiamo considerare morta una struttura quando viene a interrompersi questa comunicazione. Per esempio, quando una persona muore, si interrompe il collegamento diretto tra le sue cellule, così che non hanno più la possibilità di collaborare tra loro”.
“Sì, ci può stare come ragionamento”.
“Ti ricordi, Odette, quando è morto Sebastian del gruppo dodici?”
“Certo, mi ricordo”.
“Ebbene, hai notato che, appena morto, aveva il viso ben rasato e dopo due giorni, prima che lo portassero alla cremazione, aveva la barba lunga? Ecco, questo significa che quando una persona muore, cessa il collegamento tra le sue cellule, ma queste continuano a vivere in modo indipendente, fino a quando esauriranno la loro energia, che ormai non può più arrivare attraverso il flusso sanguigno. Le cellule preposte alla crescita dei peli della barba di Sebastian hanno continuato a lavorare per conto loro fino alla loro morte, cioè fino a quando non si è spenta la comunicazione che teneva uniti gli organelli”.
“Allora, Pierre, anche i mitocondri sopravvivono alla morte della cellula, fino a quando esauriscono la loro energia, così che cessa la comunicazione tra le macromolecole che li compongono, e via di questo passo fino alle molecole semplici e ai singoli atomi?”
“Sì, solo che questo ragionamento implica che la vita, o perlomeno la sua potenzialità, sia già insita nella materia stessa o addirittura nell’energia che è stata la fonte della sua formazione”.
“Quindi, Pierre, la casualità ha solo influenzato i tempi e i modi per esprimere una potenzialità già esistente? Il caso dunque non ha inventato la vita ma l’ha solo scoperta?”
“Sì, penso che sia così”.
Mentre si rannicchiava ancora di più vicino a me, Odette disse: “Pierre, sono triste e non riesco a togliermi dalla testa quei corpi distesi sul selciato, morti o moribondi”.
“Lo so, Odette, ti capisco, ma ora poggia la testa sulla mia spalla e cerchiamo di dormire. Domani ci aspetta comunque una giornata di lavoro”.
“Va bene. Buona notte, amore”.
“Buona notte anche a te” dissi mentre le schioccavo un bacio sulla fronte.
Il capitolo 96 chiude il blocco filosofico iniziato nel capitolo precedente e offre una definizione della vita meno ingenua, più profonda e molto più organica: non come semplice presenza biologica, ma come rete di comunicazioni attive tra le parti di un sistema. Qui Pierre prova finalmente a trovare un criterio più convincente per distinguere il vivente dal non vivente. Dopo aver visto fallire definizioni basate su riproduzione, movimento e crescita, propone un’idea nuova: un organismo è vivo finché i suoi componenti comunicano in tempo realee collaborano in modo coordinato. La vita, quindi, non è una proprietà di una singola parte, ma del legame dinamico che tiene insieme le parti. Questa intuizione è centrale, perché sposta il discorso dalla materia isolata alla relazione. Non conta solo che una cosa sia fatta di cellule, molecole o atomi: conta il modo in cui questi elementi interagiscono tra loro.
L’idea della “comunicazione continua” tra i componenti è molto forte dal punto di vista concettuale. Il romanzo suggerisce che un organismo vive perché mantiene una coerenza interna, una forma di dialogo permanente tra le sue parti. Quando questo coordinamento si interrompe, la struttura perde la sua unità, anche se per un po’ le sue componenti continuano ancora ad agire in modo residuo.
In altre parole, la morte non viene presentata come spegnimento istantaneo di tutto, ma come disgregazione progressiva dell’ordine. È una visione molto elegante, quasi sistemica: la vita coincide con l’armonia funzionale, la morte con la perdita di questa armonia.
L’episodio di Sebastian è molto efficace perché rende concreta una riflessione astratta. Il dettaglio della barba ricresciuta dopo la morte non serve solo a dare realismo, ma a mostrare che alcune funzioni cellulari possono continuare ancora per un breve tratto, anche quando l’individuo è già morto. Questo rafforza l’idea che la vita non si spegne tutta insieme: si dissolve a strati, livello dopo livello. Il racconto di Sebastian ha quindi una funzione didattica e simbolica. Didattica, perché illustra il ragionamento biologico. Simbolica, perché mostra il corpo come sistema complesso che non scompare di colpo, ma si sfalda gradualmente fino al livello cellulare e molecolare.
Uno dei punti più interessanti del capitolo è l’ipotesi che la vita sia “già insita nella materia stessa”, o almeno nella sua potenzialità. Qui il romanzo si avvicina a una visione quasi filosofica o cosmologica: la vita non sarebbe un miracolo estraneo alla materia, ma una possibilità già contenuta nell’energia e nella struttura del reale. Questa idea è molto importante perché riduce la distanza tra vivente e non vivente. La vita non appare più come un evento assolutamente separato dal resto della natura, ma come una forma di organizzazione emergente. Il capitolo, così, si apre a una concezione non dualistica: la materia non è “inattiva” in senso assoluto, ma porta dentro di sé la possibilità di organizzarsi in forme sempre più complesse.
Quando Odette domanda se il caso abbia solo influenzato tempi e modi, il romanzo introduce una riflessione molto fine. Il caso non viene negato, ma ridimensionato: non sarebbe il creatore della vita, bensì il fattore che ha permesso a una possibilità già presente di manifestarsi in un certo modo. Questa è una posizione filosoficamente interessante perché evita sia il determinismo assoluto sia il puro casualismo. Il caso non inventa dal nulla, ma attiva. Non crea la potenzialità, la rende visibile in una forma concreta. Il testo suggerisce quindi una visione in cui necessità e contingenza collaborano.
Il capitolo è costruito interamente come dialogo intimo e riflessivo tra Pierre e Odette. Questo stile è molto efficace perché trasforma una discussione scientifica in un momento di vicinanza emotiva. La filosofia non è astratta: nasce dal dolore condiviso, dall’insonnia, dal trauma appena vissuto. Odette non è solo interlocutrice, ma anche voce che rilancia e approfondisce le idee di Pierre. Il loro dialogo fa percepire che la ricerca della verità non è separata dall’affetto: anzi, il bisogno di capire la vita nasce proprio dal contatto con la morte.
Anche se il capitolo è teorico, il dolore non scompare mai davvero. Odette continua a pensare ai corpi sul selciato, e questo impedisce alla discussione di diventare fredda o puramente scientifica. Il romanzo mantiene sempre un legame tra pensiero e esperienza vissuta. È proprio questa tensione a rendere il capitolo riuscito: la riflessione sulla vita nasce sotto l’ombra della morte. Quindi il testo non parla della vita in astratto, ma della vita come bene fragile, minacciato e prezioso.
La chiusura con il gesto affettuoso, il bacio sulla fronte e l’augurio della buonanotte restituisce una dimensione umana e tenera dopo tante domande difficili. Dopo aver discusso di cellule, atomi e potenzialità della materia, i due personaggi tornano al livello più semplice e concreto: il bisogno di conforto reciproco. Questo finale è molto significativo, perché sembra dire che la vita non si definisce solo con concetti scientifici, ma anche con ciò che due esseri umani si scambiano per resistere al dolore: presenza, calore, protezione, amore.

