I massacri di manifestanti hanno segnato in modo profondo la storia contemporanea, producendo svolte politiche, traumi collettivi e talvolta accelerando la caduta di regimi o la nascita di movimenti di resistenza. Di seguito una trattazione piuttosto dettagliata concentrata sugli episodi più noti e paradigmatici del XX e XXI secolo, con un accento sulla logica repulsiva tra società civile mobilitata e le forze di controllo.
Piazza Tienanmen (1989, Pechino). Uno dei massacri di manifestanti più noti è la repressione delle manifestazioni di Piazza Tienanmen a Pechino, nel giugno 1989. Migliaia di studenti, operai, intellettuali e cittadini in genere avevano occupato la piazza per chiedere riforme democratiche, maggiore trasparenza, fine della corruzione nel Partito Comunista Cinese. Dopo settimane di occupazione pacifica, il governo procedette a un’azione militare diretta: carri armati e truppe regolari entrarono in città, sparando sulla folla, aprendo il fuoco anche nei quartieri circostanti. Le stime sul numero delle vittime restano incerte e contestate: le autorità cinesi minimizzano la cifra, ma molti analisti e testimoni parlano di centinaia, se non migliaia di morti, con molti feriti, arresti e “scomparsi”. L’evento è diventato un simbolo di repressione di un’insurrezione democratica da parte di un regime autoritario, ma anche di come la memoria di un massacro possa essere oggetto di un lungo lavoro di cancellazione o di controllo dell’informazione.
Soweto (1976, Sud Africa). Nel 1976, durante l’apartheid, il massacro di Soweto fu un punto di non ritorno nella resistenza afro nera. Il motore della protesta fu la deliberata scelta di imporre l’uso dell’afrikaans come lingua di insegnamento nelle scuole nere, percepita come un’ennesima violenza simbolica e reale. Il 16 giugno, migliaia di studenti marciavano a Soweto, vicino a Johannesburg, quando la polizia di stato aprì il fuoco su manifestanti, molti dei quali molto giovani. La repressione fu particolarmente brutale: sparò su bambini e adolescenti, causando decine (forse centinaia) di morti e un’impressionante cifra di feriti. Il massacro di Soweto non solo radicalizzò la generazione di giovani neri, ma rese il regime di apartheid sempre più inaccettabile agli occhi del mondo, alimentando la lunga mobilitazione che, decenni dopo, porterà alla fine dell’apartheid e all’elezione di Nelson Mandela.
Singhurreem (Kashmir indiano, 2016). Una protesta di giovani contro la polizia dello stato di Jammu e Kashmir fu repressa con spari a raffica, causando la morte di 90 manifestanti e il ferimento di migliaia. L’evento è stato descritto come un esempio di “sporadic violence” sistemica, in cui la violenza letale viene usata da forze di sicurezza per “fare da esempio” a chi osa contestare. Questi casi mostrano la normalizzazione della violenza letale contro i manifestanti in contesti di occupazione militare, etnico nazionalisti o di controllo di massa, spesso giustificata come “ordine pubblico”.
La repressione delle rivolte studentesche in Europa. In Europa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la repressione di manifestazioni studentesche ha lasciato ferite durature.
Piazza di Maggio, Buenos Aires (1973) è emblematica: i manifestanti studenteschi furono trucidati da forze politiche avverse (13 morti) in un’operazione di “pulizia” politica nell’indifferenza delle forze dell’ordine, simile ad altri episodi di repressione in Cile e Brasile. Questi episodi, più che un singolo massacro, rappresentano una serie di eventi di violenza letale che hanno segnato l’immaginario di intere generazioni di attivisti, mostrando la fragilità della democrazia in contesti di Stato di diritto.
In molti casi, i massacri di manifestanti sono legati a movimenti di indipendenza o di autonomia. Rivolta di Dublino (1916), la Pasqua di Sangue, vide la repressione di un’insurrezione nazionalista, ma con l’uso di forze di sicurezza regolari contro i manifestanti. Alla fine si contarono circa 450 morti e 2500 feriti, oltre l’aver giustiziato in carcere 15 capi ribelli, generando un’ondata di nazionalismo.
La repressione di movimenti di disoccupati e lavoro. In Italia, l’era post fascista ha visto numerose repressioni di manifestazioni di lavoro e disoccupati. L’eccidio di Bari del 28 luglio 1943 è uno dei momenti più drammatici della fine della dittatura fascista in Italia: una manifestazione pacifica di studenti, professori e lavoratori viene repressa a colpi di arma da fuoco dall’esercito, con decine di morti e feriti. È considerato simbolicamente il primo grande massacro di manifestanti dell’Italia post fascista. Portella delle Ginestre (1947), in Sicilia, quando la collusione tra mafia e potere politico fece sì che si sparasse sui manifestanti, uccidendone 11. La strage di Reggio Emilia con 5 morti e decine di feriti. La strage di Licata (1949), con tre morti. Isola Liri (Frosinone 1949): un morto e 35 feriti. Battipaglia, con 2 morti e decine di feriti.
Rivolta di Barcelona (1919), in Spagna, vide la polizia sparare sui manifestanti, uccidendone oltre 100. Questi episodi, spesso dimenticati, mostrano la violenza di Stato contro la mobilità lavorativa, spesso giustificata come “difesa dell’ordine pubblico” contro una “minaccia sociale”. A Città del Messico, pochi giorni prima dell’apertura dei Giochi Olimpici del 1968, migliaia di studenti e cittadini si radunano a Piazza delle Tre Culture (Tlatelolco) per una manifestazione pacifica; il governo del presidente Gustavo Díaz Ordaz teme che il movimento di protesta giovanile possa turbare la faccia “pulita” che il Messico vuole offrire al mondo. Le forze di sicurezza (esercito, polizia e unità speciale “Olimpia”) circondano la piazza. A un segnale predeterminato, militari sui tetti e da elicotteri aprono il fuoco sulla folla inerme; la sparatoria dura circa 60 minuti. Il governo comunica 29 morti e pochi feriti. Successive inchieste, testimonianze e ricerche indicano che le vittime siano almeno 300 (con alcune stime che arrivano anche a 400–500), oltre a migliaia di feriti e arrestati.
La repressione di movimenti ambientali e indigeni. Negli anni ’90 e 2000, la repressione di movimenti ambientali e indigeni ha prodotto massacri di manifestanti.
Rivolta di Chiapas (1994), in Messico, quando forze di sicurezza aprirono il fuoco su rivoltosi indigeni, uccidendone circa 300, è un esempio della repressione di movimenti di resistenza contro la colonizzazione economica.
Massacro di Sharpeville, in Sudafrica, done la polizia nel 1960 la polizia aprì il fuoco contro i dimostranti anti apartheid, causando 69 morti.
Rivolta di Beirut (2020), quando la polizia sparò sui manifestanti, 2 morti e circa 60 feriti.
Sono solo alcuni dei casi molteplici in cui le forze d’ordine dei governi reprimono le manifestazioni di protesta, basti solo ricordare quanto è avvenuto in Iran nelle manifestazioni di massa, soprattutto quelle scoppiate iniziando dal 28 dicembre 2025 e proseguite a gennaio 2026, che sono state accompagnate da una repressione estremamente violenta e da un bilancio di morti molto incerto, con cifre che vanno da poco più di 3.000 a decine di migliaia a seconda della fonte.

