Il dialogo che emerge tra i lavoratori esterni delle federazioni di gruppi sociali e i lavoratori stanziali di quelle ditte private verte soprattutto su un modello comunitario autosufficiente, finanziato dai salari reinvestiti in tecnologie sostenibili. Tuttavia, l’interesse verso queste comunità è tiepido: la curiosità prevale, ma i cittadini urbani difendono il sistema competitivo per dei benefici tangibili (carriere, consumi), ignorando però i costi sistemici.
Non tutti ascoltano allo stesso modo, infatti ci sono curiosi superficiali, forse intrigati da utopie di vita sociale e di condivisione, ma ancorati al modello urbano: “funziona per loro, non per me”. Poi ci sono gli scettici convinti, che vedono il sistema competitivo come ottimale per le città grandi, con i loro benefici per lo shopping, i maggiori servizi, o anche per simboleggiare uno status superiore rispetto agli abitanti di piccoli centri. C’è anche chi teme per la sua indipendenza e le sue scelte individuali, ai quali non sarebbe possibile togliere le sue abitudini individualiste, che arrivano a giustificare il sistema competitivo nonostante razionalizzano che tale sistema provochi carenze sociali e strutturali: il sistema è “ancora buono” e mi permette stipendi alti tali da vivere in una grande città. Ovviamente ci sarà anche chi ascolta senza pregiudizi ed è cosciente che le grandi città amplificano l’individualismo, l’indifferenza e la nevrosi, analizzando anche gli aspetti positivi della vita in comunità autosufficienti. I lavoratori esterni fungono da “ponte” tra queste persone e i gruppi esterni che potenzialmente possono addestrarli alla vita comunitaria.
I lavoratori esterni, oltre che essere il pilastro economico delle comunità indipendenti (almeno nella fase iniziale della crescita dell’organizzazione internazionale), sono anche i fautori della strategia per una “guerriglia culturale”, ossia un’infiltrazione soft per fare proselitismo.

