Questo passaggio rafforza la critica al capitalismo tecnologico, mostrando come il progresso serva il consumo anziché l’emancipazione umana. È un j’accuse lucido contro un sistema che perpetua disuguaglianze globali.
Il potere tecnologico è legato al dominio economico: i paesi ricchi prosperano grazie allo sfruttamento altrui, creando opulenza locale e penuria altrove. Questo riecheggia la dipendenza strutturale descritta da dependency theory (ad esempio Andre Gunder Frank), dove la tecnologia avanzata non eleva tutti, ma consolida le élite.
La tecnologia promuove il consumo, non il tempo libero. Infatti, nel sistema competitivo, l’innovazione non riduce l’orario lavorativo (come sognato da Keynes nel 1930), ma accelera la produzione e i consumi per mantenere i ritmi invariati. Ad esempio l’automazione aumenta la quantità di beni e servizi prodotti, ma crea un modello lavorativo flessibile e precario, non certo un ozio creativo.
Nel romanzo viene contrapposto un modello equo di federazioni di gruppi sociali con distribuzione condivisa, opposto al libero mercato. Si evocano visioni come il mutualismo proudhoniano o ecovillaggi reali, dove la tecnologia serve all’autosufficienza, non alla crescita infinita.
In sintesi, viene denunciato un circolo vizioso che usa la tecnica per auto perpetuarsi, ignorando il benessere comune. La tecnologia disadatta l’uomo globale, non solo individuale.

