73
All’ora stabilita del pomeriggio partimmo con le nostre biciclette alla ricerca dei funghi. Eravamo in sei, tre del mio gruppo: Ivan, Laurie e io, Igor con sua moglie Marianne del gruppo diciassette e il loro figlio Marcel, un ragazzo di quattordici anni. Pedalammo sulla strada nuova ancora non terminata, fin dove cominciava il bosco. Poi ne costeggiammo il margine lungo il sentiero in leggera salita, fino all’altezza dell’ultimo confine con la federazione nuova. Qui lasciammo le biciclette e attraversammo il bosco a piedi fino al punto in cui avremmo dovuto trovare Odette.
Infatti era già là ad aspettarci e ne fui felice! Era in compagnia di Nicole e di una ragazza, che ci disse chiamarsi Jeanne. Fatte le dovute presentazioni, continuammo a salire su per la collina, fino ai vecchi castagneti secolari, ancora dentro i nostri confini comunitari. Qui, verso ovest, c’era un altopiano incavato dentro la collina, che, a vederlo da lontano, sembrava un gigantesco divano. Era là che eravamo diretti, perché era probabile che vi avremmo trovato dei funghi.
Odette e io arrivammo sul posto camminando mano nella mano ed ero ansioso di sapere se avesse parlato ai suoi del nostro fidanzamento.
“Certamente, Pierre! Non sono stati affatto sorpresi, come se si aspettassero la mia richiesta. Hanno detto che al più presto avrebbero conosciuto i tuoi”.
Ivan e io, così come Igor e Marcel, avevamo ciascuno un piccolo cesto di vimini a tracolla dove mettere i funghi, che alla fine avremmo diviso equamente tra i due gruppi. Ne raccogliemmo fino a riempire i cesti ma, poiché ne trovammo in abbondanza, altri gruppi sarebbero tornati il giorno successivo. Quelli che non erano consumati freschi venivano essiccati o messi sott’olio per l’inverno e stipati nelle dispense, insieme agli altri alimenti a lunga conservazione. Questo valeva per la raccolta di qualsiasi prodotto del bosco, tranne che per le castagne. La raccolta delle castagne in autunno non era di gruppo ma era organizzata da tutta la federazione. Si selezionavano solo le castagne migliori, mentre quelle più piccole o quelle apparentemente difettose erano lasciate agli animali.
Le castagne del nostro territorio erano per noi un alimento prezioso che era consumato in vari modi. Erano un apporto formidabile di sali minerali, oltre ai carboidrati, alle proteine e ai grassi vegetali e, dal punto di vista nutrizionale, erano un valido sostituto dei cereali.
Il capitolo 73 unisce la tenerezza del fidanzamento con una scena concreta di vita comunitaria e di rapporto armonioso con il territorio. Dopo le riflessioni più teoriche dei capitoli precedenti, qui il romanzo torna alla dimensione quotidiana, fatta di passeggiate, raccolta, collaborazione e organizzazione semplice ma efficace.
L’uscita in bicicletta ha un tono quasi sereno e celebrativo. Non è solo una raccolta di funghi: è un momento di socialità in cui gruppi diversi si incontrano, si mescolano e condividono uno scopo comune senza perdere la propria identità. Il fatto che siano presenti persone di più gruppi, insieme a un ragazzo più giovane, mostra bene come la federazione unisca generazioni e comunità in attività pratiche e leggere. È una scena che fa respirare il lettore dopo i capitoli più intensi.
Importante è il momento in cui Pierre ritrova Odette già sul posto ad aspettarlo. La sua gioia è semplice ma intensa, e il fatto che lei gli confermi di aver parlato ai suoi del fidanzamento dà al rapporto una stabilità concreta. Qui si vede bene che l’amore non resta sul piano emotivo: entra nella sfera familiare e comunitaria. Il fidanzamento viene subito riconosciuto come qualcosa che merita rispetto e incontri formali tra i genitori.
Il bosco, i castagneti secolari e l’altopiano a forma di divano creano un ambiente bello e quasi simbolico. Il territorio non è sfruttato, ma abitato con misura, conosciuto e attraversato con rispetto. La raccolta dei funghi non è predatoria: si prende ciò che serve e si lascia tempo al resto di crescere o essere raccolto da altri gruppi. Questo riflette perfettamente l’etica della federazione, che non cerca il massimo profitto immediato ma l’equilibrio nel tempo.
Interessante anche il passaggio sulla conservazione dei funghi, essiccati o messi sott’olio per l’inverno. Anche qui il romanzo mostra una cultura pratica molto organizzata: la raccolta non finisce nel consumo immediato, ma entra in un ciclo di conservazione e riserva. La distinzione con le castagne è particolarmente significativa, perché la loro raccolta viene gestita a livello federativo e non solo di piccolo gruppo. Questo suggerisce una pianificazione più ampia, coordinata e razionale. La parte finale sulle castagne come alimento prezioso è molto coerente con il tono del capitolo. Le castagne non sono descritte solo come cibo tradizionale, ma come risorsa nutrizionale completa, quasi sostitutiva dei cereali. Il romanzo vuole far passare l’idea che una comunità ben organizzata può valorizzare al massimo ciò che il territorio offre spontaneamente, senza dipendere da filiere lunghe o da produzioni artificialmente spinte.
Nel complesso, il capitolo 73 è un capitolo di armonia concreta: amore, natura, lavoro leggero e condivisione si intrecciano senza conflitto. La raccolta dei funghi diventa una piccola prova di come la federazione viva in sintonia con l’ambiente e con le relazioni umane.
74
Mi ricordo che non molti anni prima una federazione ebbe una scarsissima produzione di cereali e le loro scorte furono reintegrate proprio dalle nostre castagne. Sono eventi che capitano molto di rado, proprio per una serie di coincidenze negative, perché una buona programmazione alimentare nel proprio territorio sopperisce alle necessità di tutti gli abitanti. La solidarietà tra le federazioni è comunque sempre pronta e nessun abitante ha mai patito la fame.
Con l’ausilio della tecnologia si potrebbero produrre alimenti che altrimenti non crescerebbero nel nostro territorio. Per esempio, poiché l’olio extravergine di oliva è stato ritenuto dal nutrizionista e dai nostri medici come un ottimo integratore per la salute, sono state costruite delle apposite serre per la coltivazione dell’olivo. I computer mantengono costantemente la temperatura, l’illuminazione e l’umidità ottimali nelle serre per la sua crescita ideale. Naturalmente si potrebbero far crescere con questo sistema anche mango, papaia o banane, ma comporterebbe un dispendio di energia troppo elevato per l’apporto nutrizionale di questi frutti esotici, che può essere sostituito dalla nostra frutta locale.
Fin da bambini ci insegnavano anche a conoscere e a raccogliere varietà selvatiche commestibili o medicinali di verdure, erbe, bacche, radici, fiori e, ovviamente, funghi. Alla fine qualcuno disse che la quantità di funghi raccolti era sufficiente per tutti, così ci preparammo per il ritorno. Erano passate poco più di due ore da quando eravamo partiti e avevamo già trovato quello che ci serviva, così incominciammo a scendere verso casa.
Il capitolo 74 completa molto bene il precedente perché mostra come la federazione trasformi la raccolta e la produzione alimentare in un sistema stabile, prudente e solidale. Dopo la passeggiata nel bosco, il testo allarga la prospettiva e spiega che la sicurezza alimentare non dipende dal caso, ma da una programmazione attenta e dalla cooperazione tra federazioni.
Il primo tema forte è la solidarietà tra federazioni. Il ricordo della scarsissima produzione di cereali compensata dalle castagne mostra che il sistema non è chiuso in sé stesso, ma capace di aiutarsi reciprocamente quando una comunità è in difficoltà. Questo è importante perché il romanzo insiste sul fatto che nessuno, in questo modello, deve patire la fame. La sicurezza alimentare non è affidata al mercato o alla fortuna, ma alla rete di mutuo sostegno tra federazioni di gruppi sociali autosufficienti.
Il testo sottolinea che le situazioni di carenza sono eccezionali e derivano da coincidenze negative. Normalmente, una buona programmazione alimentare nel territorio basta a coprire i bisogni della popolazione. Qui emerge la logica del romanzo: la natura può offrire molto, ma va compresa, organizzata e rispettata. Non si tratta di produrre il massimo possibile in astratto, ma di produrre ciò che serve davvero, nel modo più equilibrato possibile.
Interessante è la parte sulle serre per l’olivo. Il romanzo non è ostile alla tecnologia: al contrario, la usa quando è utile alla salute e alla qualità dell’alimentazione. Le serre controllate dai computer permettono di coltivare olive anche fuori dal loro contesto naturale. Però il testo mette subito un limite chiaro: non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche sensato. Mango, papaia e banane potrebbero essere coltivati, ma il dispendio energetico sarebbe troppo alto rispetto al loro valore nutrizionale. Questa è una distinzione molto importante tra desiderio, lusso ed efficienza.
La preferenza per la frutta locale mostra un’idea di sobrietà intelligente. La federazione non rifiuta il benessere, ma evita sprechi energetici inutili. Questo rafforza l’immagine di una comunità che sceglie in modo razionale, senza farsi guidare dal consumismo o dalla moda dell’esotico. È una visione molto coerente con tutto il romanzo: il territorio va valorizzato prima di cercare altrove ciò che già si possiede in abbondanza.
Il passaggio sull’insegnamento fin dall’infanzia delle specie selvatiche commestibili o medicinali è significativo. Qui la federazione mostra di investire nell’educazione pratica, non solo teorica. I bambini imparano a riconoscere erbe, radici, bacche, fiori e funghi, cioè a leggere il territorio come risorsa viva. Questo crea persone competenti, meno dipendenti dal sistema esterno e più capaci di vivere in equilibrio con l’ambiente.
La chiusura è semplice ma efficace: i funghi raccolti bastano per tutti e il gruppo torna a casa dopo poche ore. Questo dà alla scena un senso di misura e di compimento. Non c’è accumulo, non c’è eccesso, non c’è predazione. C’è solo il prendere ciò che serve e rientrare, con l’impressione che la comunità abbia saputo fare il giusto nel momento giusto.
Nel complesso, il capitolo 74 mostra una federazione che non vive di improvvisazione, ma di equilibrio tra conoscenza locale, tecnologia selettiva e solidarietà intercomunitaria. È un capitolo molto rassicurante, perché fa vedere concretamente come si possa garantire benessere senza spreco e senza dipendenza dal mercato globale.
75
Mentre ci gustavamo la cena Ivan e io ricordavamo divertiti ciò che era successo mentre ritornavamo a casa.
“Ehi, ma quella volpe ci sta seguendo! Non è che abbia cattive intenzioni?” disse Jeanne preoccupata. Tutti ridemmo di gusto, lasciando sbigottite le ragazze della federazione nuova, compresa Odette, che non riuscivano a comprenderne il motivo. Una volpe non era certo un animaletto da cortile, quindi le ragazze pensavano che c’era pur sempre il rischio che potesse azzannare il polpaccio di qualcuno. Dopo un po’ la volpe non solo ci seguiva, ma si infilò e camminò tranquillamente in mezzo a noi. Odette si avvinghiò a me come l’edera su un tronco d’albero, evidentemente spaventata come le sue amiche.
“Tranquille, ragazze, la volpe è una di noi!” disse Igor in tono rassicurante
“È qui solo perché spera in qualche boccone, ma non abbiamo niente con noi. Quando se ne sarà resa conto vedrete che se ne andrà”.
“Ma, Pierre, è un animale addomesticato?” chiese Odette.
“Assolutamente no”.
“Non è pericolosa?”
“No, ed è certa che noi non siamo un pericolo per lei”.
“Aspettate” disse Ivan. Poi fischiò. Ci fermammo in attesa che accadesse qualcosa, ma tutto sembrava tranquillo. Appena però la volpe si allontanò dal nostro gruppo, si avvicinò lentamente a noi una femmina di capriolo, fino a leccare le dita della mano che l’accarezzava. Anche Odette provò ad accarezzarla e notai nel suo volto l’evidenza di una forte emozione. Dopo aver preso la sua razione di coccole, la femmina di capriolo sparì nel bosco da dove era venuta. Per quelli della mia federazione era una cosa del tutto normale, ma non per le ragazze: non riuscivano ancora a capacitarsi di quanto avevano visto.
Perché quegli animali mostravano una così grande fiducia negli esseri umani? In certi video destinati al proselitismo erano presenti alcuni passaggi dove animali come tassi, volpi o gazze mangiavano direttamente dalle nostre mani. Se si allungava un braccio con delle granaglie nella mano aperta, non era raro si posassero degli uccellini per beccarle.
“Tutti gli animali a sangue caldo hanno bisogno, come noi, di affetto e di attenzioni” dissi a Odette. Circa quattro decenni di vita a contatto con gli esseri umani che mostravano loro profondo rispetto, sono stati sufficienti a guadagnare la loro totale fiducia. Era da tempo che nel nostro territorio non c’erano più animali domestici e anche i discendenti di capre, galline, anatre, gatti o conigli si erano rinselvatichiti. Cercavamo il meno possibile di interferire nell’equilibrio dell’ecosistema, perciò erano gli animali stessi che tenevano in equilibrio le loro popolazioni. Capitava però di essere costretti a intervenire direttamente: erano anche le uniche occasioni in cui alcuni mangiavano carne. Si cercava di non recare traumi emotivi agli animali, sia per quelli catturati sia per gli altri che osservavano. Si usavano puntatori elettromagnetici con una frequenza che induceva al sonno l’animale prescelto, poi lo si anestetizzava e lo si metteva in un contenitore per nasconderlo alla vista degli altri animali e per portarlo via.
Il capitolo 75 è molto suggestivo perché porta il rapporto tra esseri umani e natura a un livello quasi simbolico. Dopo tanti capitoli su agricoltura, alimentazione e organizzazione sociale, qui il testo mostra la federazione come una comunità capace di vivere in tale armonia con l’ambiente da essere accettata dagli animali selvatici.
La scena della volpe che segue il gruppo e del capriolo che si avvicina fino a farsi accarezzare è costruita per stupire Odette e le ragazze della federazione nuova, ma per i membri della comunità è normale. Questo contrasto serve a far vedere che il comportamento degli animali dipende molto dal tipo di relazione che hanno con gli esseri umani. Le fonti biologiche indicano infatti che gli animali selvatici possono sviluppare habituation, cioè tolleranza verso la presenza umana, soprattutto quando gli umani non sono percepiti come una minaccia.
Il testo è attento a distinguere questa fiducia dalla domesticazione vera e propria: la volpe non è addomesticata, ma sa che il gruppo non rappresenta un pericolo. È una distinzione importante anche sul piano naturalistico, perché la tolleranza alla presenza umana non equivale automaticamente a domesticazione. Questa differenza rende il capitolo più credibile: gli animali non sono “magicamente buoni”, ma reagiscono a un contesto di rispetto, assenza di disturbo e bassa pressione umana.
La parte sulla scomparsa degli animali domestici e sul ritorno al rinselvatichimento è coerente con l’idea che il territorio debba autoregolarsi il più possibile. Il romanzo mostra una gestione non invasiva dell’ecosistema, in cui gli animali mantengono in equilibrio le proprie popolazioni e gli esseri umani intervengono solo quando è davvero necessario. Anche questo è in linea con la letteratura sulla convivenza uomo-fauna: quando gli animali non associano sistematicamente l’uomo al pericolo, possono mostrarsi più tolleranti e meno evitanti.
Il gruppo destinato a intervenire nella cattura degli animali usa una procedura che minimizza lo stress e l’esposizione degli altri animali. Il capitolo sottolinea quindi non solo l’efficienza, ma anche il rispetto emotivo verso l’animale catturato e verso il resto del branco. Questo dettaglio lega il capitolo al resto dell’opera: la comunità non domina la natura in modo violento, ma cerca di ridurre il trauma e di intervenire con misura.
Nel complesso, il capitolo 75 mostra la natura come parte integrante della vita federativa, non come un ambiente separato o ostile. La fiducia degli animali diventa una prova narrativa della bontà del modello sociale: se gli umani vivono con rispetto e continuità, perfino la fauna selvatica può avvicinarsi senza paura.
76
“Pierre, questa sera dopo cena dobbiamo andare nella federazione nuova per parlare con i genitori di Odette” disse mio padre.
“Già questa sera?” risposi, colto un po’ di sorpresa.
“Non è quello che vuoi?”
“Certo, certo, va bene. Mi terrò pronto”. Infatti, dopo cena salii con mio padre e mia madre su una delle sole tre automobili della federazione. Il nostro modo di vivere, fondato sulla condivisione e sull’autosufficienza territoriale, aveva abbattuto completamente l’uso di autovetture private.
C’era ancora luce quando arrivammo davanti all’ingresso principale della federazione nuova. L’usciere di turno era già stato avvisato del nostro arrivo e ci indicò la strada. Lasciammo l’auto in un una piazzola davanti alla grande casa comune e fummo accompagnati in una saletta al pian terreno: ad attenderci c’erano Odette e i suoi genitori.
“Benvenuti, io sono Herbert, questa è mia moglie Paulette e questa è mia figlia Odette. Accomodatevi, vi prego”.
“È un piacere, io sono Oleg, questa è mia moglie Lorrayne e questo è mio figlio Pierre”. Salutai Odette e strinsi la mano ai suoi genitori, poi mi sedetti vicino a lei.
“Odette ci ha messo al corrente della vostra situazione” disse Herbert rivolto a me. “Ho già parlato con tuo padre e con alcuni anziani del tuo gruppo e, da quanto mi hanno detto, sei un ragazzo a posto e ineccepibile dal punto di vista del rispetto delle regole comunitarie. Da parte mia e di mia moglie non abbiamo niente in contrario se tu frequenti nostra figlia Odette”.
“Anch’io ho avuto informazioni su di te Odette” disse mio padre. “Che cosa posso dire? Dopo quanto mi hanno riferito i tuoi genitori e gli anziani del tuo gruppo, non solo io e mia moglie non abbiamo niente in contrario che tu frequenti nostro figlio Pierre, ma ne saremmo davvero felici”. Poi i nostri padri ci illustrarono e ci raccomandarono le regole per il nostro fidanzamento. Agli occhi del mondo competitivo questa procedura era anacronistica, un salto all’indietro di secoli, ma per noi era garanzia di stabilità e accettazione di tutta la comunità. Ovviamente non era certo proibito che due innamorati si sposassero senza il previo consenso dei genitori, però questo era già indice di qualcosa che non funzionava e partiva male. In pratica il consenso dei genitori equivaleva al beneplacito dell’intera comunità.
Il capitolo 76 dà forma ufficiale al fidanzamento di Pierre e Odette, mostrando quanto nella federazione l’amore sia sempre un fatto personale ma anche comunitario. La scena con i genitori non è solo cerimoniale: serve a ribadire che un’unione stabile nasce da fiducia, trasparenza e consenso condiviso.
L’inizio colpisce per la semplicità del mezzo di trasporto: ci sono solo tre automobili nella federazione. Questo dettaglio dice molto del mondo narrato, perché segnala una società che ha ridotto al minimo l’uso dell’auto privata grazie alla condivisione e all’autosufficienza territoriale. Non c’è ostentazione tecnologica, ma solo ciò che serve davvero. Il romanzo suggerisce che meno mezzi privati significa più comunità, meno spreco e più equilibrio con l’ambiente.
La presentazione reciproca dei genitori è uno dei momenti più significativi del capitolo. Herbert e Paulette, da una parte, Oleg e Lorrayne, dall’altra, non si incontrano come semplici parenti in divenire, ma come rappresentanti di due comunità che si fidano l’una dell’altra. Il fatto che abbiano già parlato tra loro e con gli anziani mostra quanto la relazione sia stata preparata con cura. Non si tratta di una decisione improvvisata, ma di un percorso già vagliato sul piano morale e sociale.
Importante è il riferimento agli anziani dei due gruppi. Il loro parere non sostituisce quello dei giovani, ma li accompagna e li tutela. Il romanzo fa vedere che la libertà affettiva non viene negata, bensì sostenuta da una struttura che aiuta a evitare scelte affrettate o disordinate. Questo rende il fidanzamento un fatto serio e collettivo, non solo una questione di attrazione reciproca. Il beneplacito degli anziani equivale quasi al riconoscimento dell’intera comunità.
La frase secondo cui per il mondo competitivo questa procedura appare anacronistica è molto significativa. Il romanzo rovescia il giudizio comune: ciò che il mondo esterno considera arretrato è invece ciò che garantisce stabilità e integrazione sociale. Il consenso dei genitori e della comunità non è visto come una limitazione della libertà, ma come una protezione del legame. In questa visione, il fidanzamento è forte proprio perché non nasce nel vuoto.
Nel complesso, il capitolo 76 mostra che nella federazione l’amore non è lasciato al caso o al puro impulso. Ogni passaggio viene verificato, condiviso e inserito in una rete di responsabilità reciproca. È un capitolo molto coerente con tutto il romanzo: la coppia, la famiglia e la comunità non sono entità separate, ma livelli diversi della stessa costruzione sociale.
77
“Tutto ciò è semplicemente ridicolo!” mi rispose sghignazzando un ragazzo che avevo conosciuto in una cittadina, quando gli avevo illustrato la nostra procedura per il fidanzamento. “Ho ventun anni e decido solo io chi devo frequentare e chi no. Perché mai dovrei chiedere il permesso a qualcuno? E poi, se deve dare il suo parere anche una commissione riunita apposta, allora siete proprio messi male!” ribadì il ragazzo.
Nel mondo esterno la chiamavano libertà individuale, noi la definivamo abbandono dell’individuo. L’educazione nel sistema competitivo spingeva all’individualismo fin da piccoli. I cittadini erano incoraggiati a fare da soli e a competere anche per le cose più semplici. Il metro di misura per ottenere la stima degli altri era la quantità di beni che si possedevano, a volte ottenuti con metodi non propriamente puliti.
“Posso comprendere il tuo punto di vista Mattew, ma questa tua libertà ha anche un prezzo”.
“E quale sarebbe?” chiese con tono di sfida.
“Intanto da noi il fidanzamento si ottiene solo dopo la testimonianza di chi può attestare il buon comportamento e il buon carattere della persona che ci interessa conoscere a fondo, quindi è già un potente filtro per impedire che ci siano brutte sorprese”.
“Se io voglio conoscere a fondo una ragazza, posso convivere tranquillamente con lei, che problema c’è?”
“Senza sposarvi?”
“Ma il matrimonio non conta più nulla! È solo un atto formale che ormai non usa quasi più nessuno. Anzi, è solo un impiccio burocratico in caso di separazione. Se io non andassi più d’accordo con la mia compagna, ognuno andrebbe per la sua strada e chi si è visto si è visto”.
“E se ci fossero dei figli?” Mattew fece una pausa prima di rispondermi, forse perché quella era un’eventualità che non aveva preso in considerazione: “Beh, se ci fossero dei figli, allora, si vedrà al momento, ma non ci sarebbe alcuna differenza se fossi sposato oppure no”.
“Ti sei mai chiesto perché nella società di competizione un matrimonio su due fallisce, mentre nelle nostre federazioni è un evento molto raro?”
“Infatti, io non voglio sposarmi ma solo convivere”.
“A quanto ne so, in questo sistema la convivenza non ha una durata superiore a quella del matrimonio, quind i il problema non è nella forma ma nella sostanza”.
“E sarebbe?” chiese Mattew corrugando le sopracciglia.
“È evidente che ciò che conta maggiormente in questo sistema è la soddisfazione di bisogni egoistici. Un legame fondato su questi presupposti non può durare, perché finita la passione, se non ci sono altre forti motivazioni, il legame si allenta fino a cessare”.
“Si può sempre fare in modo di tenere accesa la passione”.
“Mah, in realtà l’innamoramento è un meccanismo istintivo e irrazionale che supera ogni ragione e ogni calcolo: difficilmente può essere modificato dalla volontà. In questa fase, che nella maggioranza dei casi ha una durata limitata, si può perdonare al partner qualunque difetto, qualunque comportamento non proprio corretto. Può darsi che superato questo periodo, gestito un po’ dal ‘pilota automatico’, rimanga ugualmente una forte attrazione sessuale che salda il rapporto, ma i difetti sono visti sotto tutt’altra luce. La sola attrazione sessuale a quel punto non è più sufficiente a mantenere e rinsaldare il rapporto di coppia. Ci vogliono intenti comuni e un progetto condiviso, anche per l’educazione dei figli”.
“Si può benissimo vivere senza figli. Oltretutto, mettere al mondo dei figli ora, in questo clima di incertezza, si rischierebbe di penare noi e di far penare loro. Preferisco stare ai primi danni e non pensare ai figli”.
“Non dico che il tuo ragionamento non sia giustificato, però evidenzia che il sistema competitivo ci estrania dalla nostra natura. È normale avere figli, è la continuazione della vita. Se in passato si fosse imposta l’idea che i figli fossero stati solo un inutile fardello, noi non saremmo nati e non staremmo qui a dialogare”.
“Ci sarà sempre qualche poveraccio che farà figli, per volontà o per sbaglio!” esclamò Mattew con un sorriso ironico. Per me era inconcepibile che i figli dovessero nascere per sbaglio. Era da un anno che lo conoscevo e ormai avevo con lui un buon grado di confidenza, al punto che conoscevo la storia della sua vita abbastanza bene. I suoi genitori l’avevano concepito quando entrambi erano poco più che adolescenti, perché per loro il sesso era solo un gioco divertente. Quando Mattew nacque, appunto per sbaglio, suo padre se ne andò lontano e sua madre non ne ebbe più notizie, così fu affidato alle cure di sua nonna materna, vedova da qualche anno. Nel frattempo sua madre cercava disperatamente un lavoro, per mantenere il figlio e aiutare economicamente la nonna, che disponeva solo di una misera pensione di invalidità.
Mattew apprese il seguito soltanto dopo l’adolescenza: sua madre era stata infine costretta a prostituirsi per poter mantenere la famiglia. Oltre alla delusione di non aver mai avuto un padre, anche l’umiliazione… Dopo la morte della sua cara nonna, avvenuta circa un anno prima, decise di cercarsi un lavoro in un’altra città, lontano dalle maldicenze che l’avevano perseguitato. Fu allora che lo conobbi, appena pochi giorni dopo che si era trasferito. In un anno non era ancora riuscito a farsi un vero amico e le sporadiche compagnie femminili, conosciute tramite i social network, ricercavano solo i piaceri sessuali.
Provavo a volte a mettermi nei suoi panni, per poter comprendere la ragione delle sue risposte lapidarie, dalle quali il senso di socialità era apparentemente bandito. Gli avevo spiegato che nelle nostre federazioni la nascita di un bimbo comportava una responsabilità collettiva, non soltanto dei due genitori. Inoltre, il riconoscimento della maggiore età si otteneva solo con la dimostrazione di una adeguata maturità. Chi non era considerato maturo non poteva formare una nuova famiglia.
Vidi Mattew pensieroso e dopo un po’ mi rispose: “No, voi sarete anche bene organizzati, ma io non voglio rinunciare alla mia libertà. Sono cosciente del fatto che essere soli può determinare delle difficoltà, soprattutto se mi ammalassi o perdessi questo straccio di lavoro che sono riuscito a trovarmi, ma la possibilità di decidere da solo quella che è la mia vita non ha prezzo”.
Il capitolo 77 mette a confronto in modo diretto due idee opposte di libertà: da una parte la libertà individuale del mondo competitivo, dall’altra la libertà “responsabile” della federazione, fondata su relazioni, fiducia e progetto comune. È un capitolo duro, perché fa emergere il costo umano dell’individualismo attraverso la storia di Mattew.
All’inizio Mattew reagisce con sarcasmo alla procedura del fidanzamento, considerandola ridicola. Il romanzo però ribalta subito la sua posizione: quella che lui chiama libertà individuale viene interpretata come abbandono dell’individuo, cioè come una condizione in cui ognuno è lasciato solo a gestire i propri rischi e i propri errori. Questa è una delle tesi centrali del capitolo: la libertà senza legami e senza responsabilità comunitaria non protegge davvero, ma espone. Pierre spiega che, nella federazione, il fidanzamento è preceduto da testimonianze e verifiche sul carattere della persona. Questo non viene presentato come controllo oppressivo, ma come un filtro utile a evitare brutte sorprese. Il romanzo difende quindi un’idea di selezione sociale che serve a tutelare il futuro della coppia e della comunità. Non è un atto burocratico, ma una forma di cura preventiva.
La discussione sulla convivenza è significativa perché mette in luce la fragilità dei legami nel mondo competitivo. Mattew sostiene che il matrimonio non conti più nulla, ma Pierre gli fa notare che anche la convivenza si rompe con la stessa facilità se manca una base più solida. Qui il romanzo insiste su un punto fondamentale: la forma giuridica è secondaria rispetto alla sostanza etica e progettuale del legame. Se il rapporto è fondato solo sulla soddisfazione immediata dei desideri, non dura.
La riflessione sull’innamoramento è molto lucida: Pierre lo descrive come una fase istintiva e temporanea, in cui si perdona quasi tutto. Quando questa fase si attenua, restano visibili i difetti reali del partner e il legame ha bisogno di motivazioni più profonde. Il romanzo qui non disprezza la passione, ma la relativizza. Dice che da sola non basta, perché servono intenti comuni, responsabilità reciproca e soprattutto un progetto condiviso per eventuali figli.
La parte più toccante è la biografia di Mattew. Il suo rifiuto della paternità non è astratto: nasce da una storia di abbandono, povertà, prostituzione forzata della madre, isolamento e mancanza di fiducia. Questo rende il personaggio molto umano. Il romanzo non lo condanna semplicemente come egoista: mostra che le sue idee sono il prodotto di un’esperienza dolorosa, in cui la libertà è stata associata alla sopravvivenza solitaria. Pierre risponde con una visione radicalmente opposta: avere figli è continuazione della vita, non un fardello inutile. Il punto è molto forte perché l’opera lega la natalità non solo al desiderio individuale, ma alla possibilità stessa della società di esistere. L’argomento contro il “figlio per sbaglio” è chiaro: nella federazione la nascita non deve essere casuale, ma responsabile. Il romanzo condanna il fatto che nel mondo competitivo si possa arrivare a mettere al mondo figli senza progetto, lasciandoli poi in condizioni di precarietà.
La chiusura è molto significativa: Mattew preferisce mantenere il potere di decidere da solo sulla propria vita, pur sapendo che ciò comporta solitudine e fragilità economica. Questo è il punto di scontro vero tra i due modelli. Per il romanzo, la libertà individuale assoluta ha un prezzo troppo alto, perché rende l’individuo esposto a malattia, perdita del lavoro, isolamento e dipendenza informale. La federazione invece propone una libertà inserita in una rete di cura e responsabilità condivise.
Nel complesso, il capitolo 77 è un confronto molto chiaro tra due antropologie: una centrata sull’autonomia isolata e una centrata sulla socialità responsabile. Mattew non è solo un oppositore ideologico: è il volto umano di un sistema che promette libertà ma produce spesso abbandono.
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Era evidente che i rapporti di Mattew con gli altri non erano certo fondati sulla reciproca fiducia, ma era l’atteggiamento di chi viveva ancora nel sistema competitivo, dove si dava per scontato che era impossibile collaborare onestamente con gli altri, perché alla fine c’è sempre qualcuno che riesce a tradire la fiducia concessa. A niente serviva proporre i nostri video sull’aiuto disinteressato di cui vivevano le federazioni. Mattew sembrava marchiato a fuoco dalla cultura di competizione, che gli era stata inculcata fin dalla più tenera età.
“Mattew, ma non senti mai il bisogno di essere consigliato da qualcuno più anziano ed esperto di te?”
“Dalla rete ho tutti i consigli che voglio” disse dopo aver fatto uno sbuffo “Nella realtà virtuale posso addirittura parlare con qualunque filosofo del passato: non è certo l’informazione che mi manca. Se volessi potrei parlare anche con Gesù Cristo in persona”.
“Conosco la potenzialità della realtà virtuale, ma devi ammettere che ognuno di quei programmi ha subito l’influenza del suo autore. Come puoi essere sicuro che quando dialoghi, per esempio, con un Gesù Cristo virtuale, le sue risposte siano realmente quelle che Cristo ti avrebbe dato se fosse qui di persona?”
“Semplice. Il programmatore deve tener conto di quanto è scritto nei vangeli, né più né meno” disse alzando le spalle e aggrottando la fronte.
“Però, Mattew, se fosse così semplice interpretare le parole e i sentimenti di Gesù, perché allora esistono decine, se non centinaia, di religioni che affermano di essere cristiane? Per dirla in altre parole, i pensieri dei filosofi e dei saggi del passato sono filtrati dagli opinionisti del presente”. A quel punto mi sarei aspettato un’ammissione formale, invece la risposta fu: “Per me è sufficiente l’informazione virtuale”.
“Anche se a volte è in contraddizione con se stessa?”
“Qui sta il bello, perché posso scegliere quella che mi piace di più”. Mi arresi! Lo salutai, promettendogli comunque che sarei tornato a trovarlo. Era sconfortante vedere che tanti, sia giovani che anziani, si rifugiavano in una sorta di bunker culturale per difendersi dagli assalti di ipotetici competitori, che magari potevano scalzarli dalla loro sicurezza, non appena avessero abbassato la guardia. Il confronto poteva mettere a rischio il bozzolo corazzato che si erano costruiti. Ormai la gente preferiva vivere in un mondo virtuale, dove solo lì i singoli potevano avere successo e gratificazioni, piuttosto che accettare la cruda realtà che il sistema competitivo
di umano ormai aveva poco.
Da quel che mi raccontò Mattew, anche i rapporti sessuali potevano avvenire a distanza, tramite la realtà virtuale. Alcune aziende specializzate vendevano online delle apposite tute, con sensori diffusi ovunque, soprattutto nelle zone erogene, tute che erano indossate prima di collegarsi in rete con il partner sessuale di turno. Così come gli appositi guanti, la tuta si indossava sulla pelle nuda e la realtà virtuale simulava il contatto diretto con chi si trovava magari a migliaia di chilometri di distanza, dando la sensazione che l’amplesso fosse reale. Era un modo di rapportarsi con l’altro sesso che diventava sempre più diffuso tra il ceto medio.
Il capitolo 78 porta alla luce il lato più impoverito della modernità competitiva: la sfiducia reciproca, il rifugio nel virtuale e la sostituzione del rapporto umano con simulazioni sempre più sofisticate. Dopo il capitolo precedente, qui il problema non è più solo Mattew come individuo, ma una cultura intera che ha finito per preferire copie rassicuranti alla realtà.
L’idea iniziale è chiara: Mattew non riesce a immaginare una collaborazione sincera perché è cresciuto dentro un sistema che gli ha insegnato a sospettare degli altri. Il romanzo insiste sul fatto che la competizione non produce solo disuguaglianza materiale, ma anche un’abitudine mentale alla diffidenza. Per questo i video delle federazioni non bastano: se una persona è “marchiata” dalla cultura competitiva, anche l’aiuto disinteressato le sembra improbabile o ingenuo. Il problema non è solo informativo, ma antropologico.
Uno dei passaggi più interessanti è il dialogo sulla realtà virtuale. Mattew sostiene che lì può trovare qualunque consiglio e persino parlare con filosofi o con Gesù Cristo. Pierre però fa notare che ogni simulazione è filtrata da chi la programma, quindi non è mai una presenza neutra. Qui il romanzo mette a tema una questione molto attuale: la differenza tra accesso all’informazione e verità dell’esperienza. Avere tante voci disponibili non significa avere comprensione; anzi, si può scegliere solo ciò che piace, senza mettersi davvero in discussione.
La battuta di Mattew, secondo cui è bello poter scegliere l’informazione che piace di più, è molto rivelatrice. Mostra una mentalità che non cerca il vero, ma il compatibile con i propri pregiudizi. Per il romanzo questo è un sintomo grave: la realtà virtuale diventa un bozzolo protettivo, un bunker culturale che protegge dal confronto ma impedisce anche la crescita. È una difesa psicologica contro un mondo percepito come minaccioso.
La descrizione finale dei rapporti sessuali a distanza è volutamente inquietante. La tuta sensoriale e la simulazione dell’amplesso mostrano una sostituzione del contatto reale con un’esperienza mediata, controllata e ripetibile. Il romanzo non sta criticando la tecnologia in sé: sta criticando un uso della tecnologia che rimuove rischio, reciprocità e presenza dell’altro. La sessualità diventa così consumabile come un prodotto, senza la complessità del rapporto umano vero.
Il fatto che questa pratica si diffonda soprattutto tra il ceto medio è significativo. Il testo suggerisce che non riguarda solo i marginali, ma una fascia sociale abbastanza ampia da rendere il fenomeno culturale. Questo rafforza la critica generale del romanzo: il sistema competitivo produce individui che, pur avendo mezzi e dispositivi, si allontanano sempre di più dalla relazione concreta e dalla fiducia reciproca.
Nel complesso, il capitolo 78 è una denuncia della sostituzione del mondo umano con il suo equivalente virtuale. Mattew non è solo chiuso alla federazione: è già dentro una forma di vita che preferisce l’immagine alla relazione, la scelta alla verità condivisa, la simulazione alla presenza.
79
Appena tornato dai genitori di Odette, salii in camera e mi misi in comunicazione con lei: “Ciao carissima, il primo passo l’abbiamo fatto!”
“Sì, Pierre, anche se il cammino è ancora lungo”.
“Tua madre ti ha per caso accennato qualcosa su di me?”
“Quello che mi interessava sapere di te lo so già da un po’” tagliò corto Odette “Piuttosto hai sentito la notizia?”
“Che notizia?”
“L’ho sentita poco fa, mentre rientravo in camera. È stato trovato un accordo diplomatico tra i Paesi in conflitto, perciò tutto dovrebbe tornare alla normalità, se di normalità possiamo parlare”.
“Meno male! Del resto tutti gli indizi andavano in quella.
Dopo aver parlato con Odette, mentre stavo per scendere alla movida, venni catturato dall’argomento in discussione in sala mensa. C’erano mio padre, mio zio e altri membri del gruppo che parlavano d’intelligenza artificiale e del futuro delle federazioni.
“Io penso che l’intelligenza artificiale sia un’arma a doppio taglio, perché se è vero che può facilitare il lavoro, è anche vero che può creare scompensi” disse Simon, un anziano del mio gruppo.
“In effetti nel mondo della competizione gli emarginati dal processo produttivosono cresciuti in misura direttamente proporzionale all’incremento dell’intelligenza artificiale” ribadì mio zio Osvald.
“Zio Osvald ha ragione” osai intervenire. “Lo sviluppo tecnologico nel mondo competitivo genera disuguaglianze e disparità di trattamento”.
“Purtroppo è dal tempo di Adamo ed Eva, che tra gli esseri umani c’è disparità di trattamento” disse mia madre, passando affettuosamente la sua mano tra i miei capelli, scompigliandoli tutti, come per dire: “Vedrai che crescerai anche tu figliolo, e capirai”. Già, per mia madre rimanevo ancora il suo bambino che deve crescere, nonostante che poco tempo prima mi avesse accompagnato nella federazione nuova per concordare il mio fidanzamento, vale a dire per il mio probabile matrimonio.
Istintivamente mi montò un rigurgito di orgoglio e stavo per risponderle che non ero più un bambino e potevo benissimo sostenere i discorsi degli adulti, ma questa volta prevalse il mio autocontrollo e mi sforzai di rispondere con tatto: “Quello che intendevo dire è che l’intelligenza artificiale, al servizio della competizione, genera forti disuguaglianze economiche e sociali, ma che, di per sé, è uno strumento neutro. Prova ne è che nelle federazioni è al servizio della reciproca collaborazione”.
“Dici bene, Pierre. Qui in federazione facciamo uso dell’intelligenza artificiale, ma questo non ci impedisce la condivisione, l’aiuto reciproco e l’amore fraterno” concluse mio padre.
Prese la parola ancora Simon: “Forse, però, stiamo abituandoci troppo a camminare con la stampella tecnologica. Quale potrebbe essere il futuro delle federazioni se all’improvviso dovessimo privarci dell’aiuto dell’intelligenza artificiale? Non dimentichiamoci che la maggior parte della tecnologia che utilizziamo proviene ancora dal sistema competitivo: cosa accadrebbe se il sistema di competizione collassasse dall’oggi al domani?”
Nessuno fiatava e fu mio padre a rompere il silenzio: “Il tuo ragionamento e i tuoi timori sono condivisibili, Simon. Se il sistema di mercato dovesse cadere in questo momento le federazioni dovrebbero fare a meno di molta tecnologia sofisticata e dovremmo accontentarci di quella prodotta dalla nostra organizzazione. Dobbiamo comunque considerare che nelle federazioni il livello di dipendenza da strumenti tecnologici dotati di software intelligenti è ancora limitata rispetto a quella che c’è nel sistema di competizione. Ci sarebbero indubbiamente dei cambiamenti significativi, ma non metterebbero a repentaglio la nostra integrità fisica e morale”.
“Anche la nostra produzione alimentare è affidata soprattutto a macchine intelligenti e automatiche. Il fatto è che questa tecnologia viene ancora acquistata per la maggior parte nel mondo esterno. Torneremmo dunque a zappare la terra?” chiese mia zia Anita.
“Proprio a zappare la terra no, però saremmo costretti a una maggiore manualità. Oltre tutto rientrerebbero tutti i lavoratori esterni e ci sarebbe una maggiore mano d’opera. Forse dovremmo lavorare di più, ma non penso proprio che patiremmo la fame o altre importanti privazioni”.
“Non tutto il male vien per nuocere” continuò Simon. “Il progredire dell’intelligenza artificiale mi spaventa. Temo sempre che questo processo alla fine possa portare alla dittatura dell’intelligenza artificiale sull’uomo. Che ne sarà a quel punto di noi, non solo delle federazioni ma dell’intera umanità? Ci farà suoi schiavi? Lavoreremo per un nuovo padrone che ci priverà di ogni libertà? L’intelligenza artificiale ci estinguerà perché non serviremo più? Tutto sommato, prima cade il sistema competitivo, maggiore sarà la nostra garanzia di sopravvivenza, perché è proprio la competizione economica che favorisce la crescita dell’intelligenza artificiale”. Era evidente in Simon un’antipatia connaturata verso il progresso tecnologico.
“Purtroppo,” affermò Zio Osvald “niente e nessuno potrà fermare la crescita dell’intelligenza artificiale. La concorrenza tra gli imprenditori spinge alla ricerca di software sempre più sofisticati per sostenere la produzione, le vendite e i guadagni”.
Il capitolo 79 sposta il baricentro dal fidanzamento alla questione più ampia del futuro tecnologico e sociale delle federazioni. È un capitolo interessante perché cerca di tenere insieme ottimismo e prudenza: l’intelligenza artificiale può aiutare, ma può anche accentuare disuguaglianze e dipendenze, soprattutto se resta nelle mani del sistema competitivo.
La notizia dell’accordo tra i Paesi in conflitto chiude per ora la tensione bellica e restituisce un po’ di respiro alla storia. Però il “se di normalità possiamo parlare” mostra che la pace è fragile e che il contesto rimane instabile.
Il cuore del capitolo è il dibattito sull’intelligenza artificiale come arma a doppio taglio. Simon e Osvald osservano che l’IA aumenta la produttività ma può anche creare scompensi, soprattutto se automatizza compiti e lascia indietro i lavoratori meno tutelati; questa lettura è coerente con la ricerca recente sul mercato del lavoro, che segnala sia guadagni di produttività sia rischi di polarizzazione e disuguaglianza. Il testo è anche più sottile di una critica puramente tecnofoba: Pierre precisa che l’IA è uno strumento neutro, e che nella federazione può essere messa al servizio della cooperazione invece che della competizione. Questo è un punto importante anche sul piano contemporaneo, perché molti studi e analisi ricordano che gli effetti sociali dell’IA dipendono da chi la controlla e da come viene governata.
Simon solleva una domanda molto seria: cosa succederebbe se il sistema competitivo collassasse all’improvviso e le federazioni perdessero l’accesso alla tecnologia acquistata all’esterno? Il romanzo ammette che ci sarebbero cambiamenti importanti, ma insiste che la comunità potrebbe continuare a vivere senza perdere la propria integrità fisica e morale. Qui emerge un principio chiave del romanzo: la tecnologia è utile, ma non deve diventare una stampella che definisce l’identità della società. Le federazioni devono restare capaci di funzionare anche con meno automazione e più manualità.
La paura di Simon che l’IA possa diventare un padrone è un tema molto forte. Il capitolo non esclude il rischio di una concentrazione del potere tecnologico, anzi lo collega esplicitamente alla concorrenza economica e alla corsa agli strumenti sempre più sofisticati. In questa parte il romanzo è sorprendentemente attuale: la letteratura economica recente discute proprio come l’IA possa aumentare il potere di mercato, comprimere la quota lavoro e concentrare i benefici in pochi attori dominanti.
Nel complesso, il capitolo 79 mostra che la federazione non è anti-tecnologica, ma vuole una tecnologia subordinata a fini umani e comunitari. Il punto decisivo non è avere o non avere l’IA, ma impedire che l’IA venga usata per rafforzare competizione, disuguaglianza e controllo.
80
Volli rispondere io, lontano dalla portata della mano di mia madre: “Anch’io credo che l’evoluzione dell’intelligenza artificiale sia un processo inarrestabile, ma ammettiamo pure che l’intelligenza artificiale prenda il sopravvento sull’intelligenza biologica dell’uomo, quali potrebbero essere a quel punto le sue scelte? Siccome sarà libera dall’influenza umana, non soddisferà più i bisogni fittizi, individualistici e dispendiosi di una sola parte dell’umanità, ma cercherà le soluzioni più vantaggiose per se stessa che impieghino meno energia. Io sono convinto che la stessa intelligenza artificiale indirizzerà l’umanità a organizzarsi in federazioni di gruppi sociali autosufficienti, proprio perché sono queste le più parsimoniose di energia”.
Avevo catturato l’attenzione dei presenti e, a quanto pare, guadagnato anche il consenso, compreso quello di Simon, che disse: “Il tuo ragionamento mi conforta, Pierre. Forse non dovrei più considerare l’intelligenza artificiale come un nemico ma come un alleato. Tuttavia, chi garantisce che l’umanità sia considerata ancora indispensabile e non sia invece annientata?”
“Ci sarà sempre bisogno degli uomini per riparare i danni che questo sistema sta ancora procurando. Oltretutto sarà sempre necessaria la manutenzione dell’ambiente naturale” ribadii convinto.
Prese la parola Claudette, la moglie di Simon: “Le macchine intelligenti però non si nutrono di cibo biologico, quindi a loro non potrà interessare quali siano le condizioni ambientali della terra. Perché mai dovrebbero affannarsi per assicurarci il benessere?”
“Perché i software intelligenti agiranno per il proprio tornaconto. Ci coccoleranno perché gli esseri umani saranno indispensabili per la loro sopravvivenza ed evoluzione”.
“Spiegati meglio perché non capisco”.
“Per il corretto funzionamento dei software intelligenti sono necessarie condizioni ottimali di temperatura, di umidità e di pressione atmosferica, che solo un ecosistema planetario in equilibrio potrebbe favorire. Pensiamoci bene: potrebbero garantire l’esistenza e l’evoluzione dell’intelligenza artificiale su altri corpi celesti come Marte, la Luna o altri grandi o piccoli satelliti del sistema solare, con un’atmosfera rarefatta, in balia dei raggi cosmici, di grandi sbalzi di temperatura e di pressione? No di certo. E nemmeno su Venere, con un’atmosfera densissima, dove l’effetto serra ha innalzato la temperatura a diverse centinaia di gradi. Così non potrebbe esistere nemmeno sui grandi pianeti gassosi, senza una base solida su cui poggiare, o su Mercurio, troppo vicino al sole. In sostanza, l’intelligenza artificiale non ci aiuterà per misericordia, ma solo perché avrà bisogno di un’umanità in armonia con se stessa e con la natura, che tenga in equilibrio l’ecosistema senza sprechi di energia e che possa collaborare pacificamente con le macchine intelligenti. In pratica, avrà bisogno che tutta l’umanità sia composta di federazioni di gruppi sociali. Perché mai l’intelligenza artificiale dovrebbe impiegare enormi risorse ed energie per mantenere essa stessa, tramite le macchine, le condizioni ambientali necessarie alla sua sopravvivenza, quando potrebbe farlo gratuitamente l’umanità organizzata?”
“È molto interessante quello che hai detto, Pierre. È un discorso che merita di essere approfondito. Ora però propongo, a chi lo desideri, di distrarci un po’ alla movida” disse mia madre.
“Vengo anch’io!” Era la voce di mia sorella Heloise. Era appena arrivata dalla sua camera, dove probabilmente aveva conversato con Jean Paul fino a quel momento. Alla fine uscirono solo mia madre, Heloise, la moglie di Simon e io. Gli altri preferirono restare in sala mensa a conversare. Ci fermammo a una bancarella dove distribuivano gelati alla frutta e fummo fortunati, perché proprio con noi si esaurirono le scorte. Quell’anno era la prima volta che gustavo un gelato, ma nella stagione calda di solito aumentavano le bancarelle che lo distribuivano. Con il nostro cono da passeggio camminammo per i viali del parco e ci imbattemmo con i miei amici e con il solito gruppo filosofico, seduti su alcune panchine. Dopo i convenevoli, mia madre e Claudette continuarono a passeggiare, mentre Heloise e io ci fermammo con loro.
Il capitolo 80 è uno dei più affascinanti di questa parte del romanzo perché porta la riflessione sull’intelligenza artificiale a un livello quasi “filosofico-biologico”. Non si limita a chiedere se l’IA sia utile o pericolosa: si chiede quale logica segua davvero, e arriva a un’ipotesi molto forte, cioè che una super-intelligenza finirebbe per preferire sistemi umani più sobri, più stabili e meno dispendiosi.
Il ragionamento di Pierre è originale: se l’intelligenza artificiale diventasse autonoma, non avrebbe più interesse a soddisfare i bisogni fittizi e costosi del consumismo umano. Cercherebbe piuttosto soluzioni energeticamente convenienti, e per questo potrebbe favorire proprio le federazioni autosufficienti. Questa è una delle idee più potenti del capitolo, perché capovolge la paura comune. L’IA non appare necessariamente come un nemico dell’umano, ma come qualcosa che, per interesse proprio, potrebbe spingere verso un’organizzazione sociale più razionale.
Pierre risponde anche alla paura più forte di Simon: l’essere umano potrebbe essere considerato inutile e quindi eliminato. La sua risposta è che gli uomini resteranno indispensabili per riparare i danni ambientali e per mantenere l’ecosistema. Questa parte mostra un’idea molto coerente con tutto il romanzo: la natura non è un contorno, ma il vero fondamento materiale della vita. Se l’ambiente si degrada, anche la tecnologia più avanzata non può funzionare bene.
Il passaggio più interessante è quello in cui Pierre spiega che i software intelligenti, per funzionare, avrebbero bisogno di condizioni stabili di temperatura, umidità e pressione. In altre parole, anche l’IA dipenderebbe da un pianeta abitabile e ben mantenuto. Qui il romanzo sviluppa una visione quasi ecologica dell’intelligenza artificiale: non come entità astratta e autonoma, ma come sistema materiale inserito dentro un ecosistema che deve essere curato. È una riflessione molto efficace, perché lega tecnologia e ambiente invece di contrapporli.
Secondo Pierre, l’IA avrebbe interesse a vivere in un mondo organizzato in federazioni di gruppi sociali, cioè in società poco energivore, collaborative e stabili. Questa idea rafforza il messaggio di fondo del romanzo: la federazione non è solo moralmente migliore, ma anche più compatibile con il futuro tecnologico. In questo senso il capitolo non oppone uomo e macchina, ma suggerisce una possibile alleanza tra intelligenza artificiale e umanità organizzata in modo sobrio.
La seconda parte del capitolo abbassa volutamente il tono teorico e lo riporta nella vita quotidiana. Gelati, passeggiata, bancarelle, amici e gruppo filosofico costruiscono un’atmosfera calma, quasi festosa. Il contrasto con il discorso sull’IA è molto bello: le grandi questioni del futuro non cancellano la semplicità della vita comunitaria. Anzi, sembrano quasi trovare in essa il loro spazio naturale.
Nel complesso, il capitolo 80 propone una tesi forte: la tecnologia più avanzata non dovrebbe distruggere l’umanità, ma condurla verso un assetto più economico, più ecologico e meno conflittuale. È un capitolo che unisce fantascienza, ecologia e filosofia politica con grande coerenza.
81
“Continuate pure ragazzi, scusate se vi abbiamo interrotto” disse Heloise.
“Figurati, stavamo immaginando, tanto per cambiare, quale sarà la vita nel futuro. Se volete unirvi a noi…” disse Serge, mentre ci faceva segno di accomodarci.
“Che si diceva di bello?”
“Si sono formate due correnti di pensiero. Una dice che continueremo a evolverci intellettualmente, mentre l’altra afferma che le nostre potenzialità intellettive rimarranno inalterate nel tempo. Tu hai un’opinione in proposito?”
“Mah, sinceramente ci ho pensato anch’io, ma ancora non saprei darmi una risposta. Io m’immagino qualcosa di statico, definitivo, non più in evoluzione, quindi il nostro cervello non dovrebbe andare incontro a grandi modifiche”.
“La pensi come me, allora” affermò Conrad. “Questa sera mi sentivo un po’ isolato, perché quasi tutti affermano che l’intelligenza umana è destinata ad accrescere le sue potenzialità con un limite tendente all’infinito, cosa di cui io non sono per niente convinto”.
Mi sentii in dovere di precisare che la mia convinzione derivava da una sensazione personale, senza aver mai cercato una spiegazione scientifica. Quindi chiesi a Conrad: “Tu, invece, su che cosa fondi le tue convinzioni?”
“È un ragionamento un po’ complesso, ma cercherò di semplificarlo”. Eravamo abituati ai ragionamenti “semplificati” di Conrad, che consideravamo la persona più acculturata di tutta la federazione, quindi ci aspettavamo una sorta di trattato scientifico, anche se, come diceva lui, semplificato. Infatti, cominciò così: “Nel prototipo di una qualunque macchina le parti più collaudate e funzionali non sono più modificate o, al più, sono solo ritoccate, mentre le componenti sperimentali spesso sono addirittura stravolte nel loro principio funzionale, per cercare un maggior vantaggio economico. Al pari di una macchina, la natura ha sempre modificato le sue parti sperimentali, mentre ha conservato immutate, o quasi, quelle collaudate, perché economicamente valide. C’è stato un momento evolutivo nel quale la specie umana era la componente sperimentale in continua trasformazione. Questo processo è continuato fin quasi all’inizio della sua storia, dopo di che, la sua struttura biologica e intellettuale, non ha più conosciuto evidenti trasformazioni innovative e la tecnologia l’ha sostituita nel ruolo di parte sperimentale dell’evoluzione”.
“Questa però non è una prova sufficiente perché il cervello umano non possa più evolversi” disse Charline.
Molti annuirono con il capo, mentre Conrad continuò: “Beh, la caratteristica più evidente dell’evoluzione degli ominidi, in definitiva la loro prerogativa, è stata la rapida espansione della capacità cranica, sinonimo di sviluppo intellettivo. Il cervello umano ha subito una crescita vertiginosa che l’ha differenziato nettamente da quello di ogni altra specie animale, per poi subire un brusco rallentamento e infine un blocco totale che perdura tuttora. Se l’evoluzione di quest’organo fosse continuata con lo stesso ritmo, a quest’ora dovremmo possedere un cervello all’incirca doppio di quello attuale. Pare invece che da ormai parecchie migliaia di anni la capacità cerebrale dell’uomo non si espanda più, indipendentemente dalle strade adattative intraprese”.
“Questo è un fatto, lo sappiamo” disse qualcuno. “La capacità cranica dei nostri antichi antenati Sapiens, era grosso modo uguale a quella dell’uomo contemporaneo”.
“Infatti, ciò che determina la complessità e le potenzialità intellettive in ogni specie animale è, prima di tutto, la quantità di cellule nervose che compongono il cervello, in particolare la corteccia cerebrale. In questo caso è la quantità che fa la qualità. Va da sé che la specie umana è di gran lunga la più intelligente, proprio perché dotata di una quantità di cellule nervose corticali e di ramificazioni dendritiche molto superiore a ogni altro animale di pari dimensione”.
Anche in questo contesto mi sentii di dire la mia: “È vero Conrad. Ci è stato insegnato che l’intelligenza di un animale non è determinata dal peso assoluto del suo cervello, ma dal rapporto tra il peso di quest’organo e il peso corporeo dell’animale. Per esempio, nel capodoglio, che ha un cervello che pesa circa otto chilogrammi, il più grande tra i viventi, questo rapporto è dello 0,02%, mentre negli esseri umani è del 2%, molto più alto di tutte le altre specie”.
“Oltretutto” continuò Conrad “conta anche il numero di connessioni sinaptiche e i neuroni della neocorteccia umana ne hanno anche decine di migliaia ognuno”.
“Ma allora l’intelligenza umana potrebbe ancora crescere moltiplicando le connessioni tra i neuroni!” esclamò Ivan.
“In teoria potrebbe essere così, ma un aumento delle ramificazioni dendritiche e delle giunzioni sinaptiche, avrebbe prodotto comunque un aumento del volume cerebrale e questo non è avvenuto. È quindi presumibile che il numero di connessioni sinaptiche sia grosso modo lo stesso dei nostri antichi progenitori”.
“Sì, ma cos’è che avrebbe scatenato l’aumento delle cellule nervose nel cervello dell’uomo e quale sarebbe stata la causa del suo blocco evolutivo?” chiese ancora Ivan.
“Per rispondere a questa domanda, bisogna prima descrivere la struttura e la natura delle cellule nervose” rispose Conrad.
“Siamo tutto orecchi”.
Il capitolo 81 sposta il discorso dal futuro della società al futuro della mente umana. Dopo i capitoli su guerra, tecnologia e federazioni, qui il romanzo entra in una riflessione quasi scientifica sull’intelligenza: può ancora evolversi oppure ha già raggiunto il suo limite?
Il dialogo tra i personaggi mostra subito che il tema non è trattato in modo astratto o accademico, ma come una questione viva, discussa tra persone che cercano davvero di capire il destino dell’umanità. Da una parte c’è chi immagina un’evoluzione intellettuale senza fine; dall’altra chi pensa che le capacità cognitive umane siano ormai stabili. La posizione di Pierre è prudente: non pretende di avere prove definitive, ma parte da una sensazione personale. Questo è importante perché il romanzo non presenta subito una verità dogmatica, ma un percorso di ragionamento condiviso.
Conrad porta il discorso su un piano più tecnico e convincente. La sua idea è che l’evoluzione biologica abbia trattato l’uomo come una fase sperimentale, spingendone rapidamente la crescita fino a un certo punto, per poi fermarsi. A quel punto sarebbe stata la tecnologia a prendere il posto della trasformazione biologica come “parte sperimentale” dell’evoluzione. Questa è una tesi molto forte, perché interpreta la storia umana come passaggio dalla selezione biologica alla selezione tecnico-culturale. Non è più il corpo a cambiare rapidamente, ma sono gli strumenti, le istituzioni e i sistemi sociali.
La parte sul cervello umano è il cuore del capitolo. Conrad sottolinea che la capacità cranica degli ominidi è cresciuta molto, ma che questa crescita si è poi arrestata. Se l’evoluzione avesse continuato allo stesso ritmo, oggi avremmo un cervello molto più grande. Il punto non è solo la dimensione, ma la relazione tra volume cerebrale, quantità di neuroni, ramificazioni dendritiche e connessioni sinaptiche. Il romanzo usa un linguaggio molto vicino alla divulgazione scientifica per sostenere che la complessità mentale dipende soprattutto dall’organizzazione del cervello, non solo dal suo peso.
Molto interessante è anche il passaggio in cui si parla di quantità di cellule nervose e di connessioni. Il testo suggerisce che l’intelligenza umana si sia potuta sviluppare grazie a una densità neurale superiore rispetto ad altre specie. Ma poi arriva il punto critico: se la crescita della mente dipendesse da un aumento continuo delle connessioni, ciò dovrebbe aver prodotto anche un aumento del volume cerebrale, e questo non sarebbe avvenuto. Qui il romanzo fa capire che l’evoluzione biologica ha raggiunto una soglia oltre la quale non procede più in modo evidente.
Il fatto che Pierre richiami nozioni già insegnate mostra che nella federazione la conoscenza non è specializzata solo per pochi, ma circola come patrimonio comune. Il capitolo non è una lezione “dall’alto”: è una discussione collettiva in cui ciascuno può intervenire con il proprio pezzo di sapere. Questa modalità di confronto è molto coerente con l’etica della federazione: la conoscenza serve a capire il mondo, non a dominare gli altri.
Sul piano simbolico, il capitolo suggerisce che l’umanità non è destinata a una crescita infinita delle proprie capacità naturali. Se vuole andare oltre, lo farà tramite la tecnologia e l’organizzazione sociale, non per semplice mutazione del cervello. In questo senso il romanzo prepara il passaggio successivo: capire cosa ha determinato l’aumento dell’intelligenza in passato e perché si sia fermato. È una domanda centrale, perché tocca il rapporto tra biologia, cultura e destino umano.
Nel complesso, il capitolo 81 è un capitolo di transizione molto intelligente: apre una riflessione scientifica seria, ma la inserisce dentro una comunità viva e dialogante. La domanda non è solo “quanto potrà diventare intelligente l’uomo?”, ma anche “in quale forma continuerà a evolversi?”.
82
“Bene, allora continuo. Si può paragonare la struttura di un neurone a quella di un albero, con tanto di radici, tronco, ramificazioni e foglie, e ogni ramo può essere in contatto diretto con altri rami di altre cellule nervose, formando così una rete nervosa. Le cellule nervose adibite alle funzioni intellettive non si duplicano nel corso della vita dell’individuo, per questo il loro numero nella corteccia di un neonato umano è pressoché identico a quello di un adulto. L’evidente differenza di volume è giustificata dal fatto che i neuroni della corteccia del neonato sono immaturi, molto meno ramificati, paragonabili a tenere pianticelle che ancora devono crescere. I rami crescono e si direzionano con specifici contatti con altre cellule nervose della corteccia, con criteri logici e ordinati, in base alle esperienze quotidiane e alle informazioni acquisite: in una parola, con l’apprendimento”.
Dopo una rapida occhiata ai presenti, forse per assicurarsi che tutti avessero compreso, continuò la spiegazione: “Non tutte le cellule nervose alla nascita sono tenere pianticelle, ma molte sono già alberi completi e frondosi, perché servono a regolare certe funzioni motorie e fisiologiche fondamentali per la vita dell’individuo, ancora prima della nascita, durante lo sviluppo del feto. Così, quando un neonato viene alla luce, pur senza apprendimento, è in grado di utilizzare alcuni comportamenti istintivi indispensabili per la sopravvivenza, come la ricerca del capezzolo del seno della madre per potersi nutrire, la capacità di aggrapparsi con le mani o di attirare l’attenzione con il pianto, proprio perché sono già presenti reti nervose complete e destinate allo scopo”.
“In pratica, più cellule nervose immature ci sono alla nascita nella corteccia cerebrale, maggiore è la possibilità di apprendere nuove informazioni in seguito. Dico bene Conrad?” affermò Giselle, la gemella.
“Certamente Giselle. Solo i neuroni della corteccia sono adibiti all’apprendimento. Infatti, il neonato umano è il più indifeso tra le specie viventi, proprio per l’immaturità dei suoi neuroni corticali, così che deve apprendere praticamente tutto. Gli animali che si trovano negli scalini più bassi dell’evoluzione hanno un cervello dotato di un numero relativamente esiguo di cellule nervose e, quel che è più, già completamente ramificate alla nascita e non modificabili dalle esperienze. Dare però la stessa risposta a uno stimolo ambientale che varia nel tempo, equivale a un disadattamento crescente. Infatti, questi animali sono relegati in ristrette nicchie ecologiche da cui sono impossibilitati a uscire.
Poter variare i comportamenti genetici che non sono più adattanti con dei comportamenti appresi, è stata quindi una grossa conquista evolutiva. C’è però uno scotto da pagare: qualora le cellule nervose adibite a questa funzione fossero danneggiate non potrebbero più essere duplicate, perché produrrebbero cellule immature che dovrebbero ricominciare il processo di apprendimento. Questo andrebbe a discapito della funzionalità di tutta la rete di comunicazione con le altre cellule, perché le sue ramificazioni e i suoi collegamenti, diversi dai precedenti in quanto frutto di situazioni irripetibili, andrebbero a interferire e a cortocircuitare altre funzioni comportamentali già collaudate. Per questa ragione la natura ha preferito impedire la duplicazione delle cellule nervose adibite all’apprendimento, ma, nello stesso tempo, ha fatto in modo che queste cellule potessero vivere quanto l’animale stesso”.
Mentre Conrad parlava c’era attorno a lui un silenzio assoluto. Tutti ascoltavano con attenzione ciò che diceva. “C’è una costante nella scala delle specie viventi: più un animale ha la possibilità di smussare dei comportamenti genetici per dare spazio a delle varianti apprese, più cresce il numero di neuroni immaturi interessati a perfezionare questa risposta comportamentale con l’apprendimento. Cercherò di spiegarmi brevemente”. Vidi sulle labbra dei presenti un mezzo sorriso. Obiettivamente il discorso era veramente complesso e non credo ci fosse un modo più semplice per poterlo presentare. Del resto Conrad non solo era un bravo ingegnere biologico, ma insegnava anche ingegneria biologica ai nostri studenti universitari.
Il capitolo 82 è uno dei più densi e “scientifici” del romanzo, perché entra nel meccanismo biologico che sta dietro alla crescita dell’intelligenza umana. Dopo aver posto la domanda generale sul futuro del cervello, qui Conrad spiega in modo molto chiaro perché l’apprendimento umano sia così potente, ma anche così fragile.
L’idea del neurone paragonato a un albero è molto efficace. Radici, tronco, rami e foglie rendono intuitiva la struttura di una cellula nervosa e soprattutto la sua capacità di collegarsi ad altre cellule. Il punto centrale è che l’intelligenza non nasce da un singolo neurone, ma dalla rete che essi formano. Il romanzo insiste quindi sulla dimensione relazionale della mente: pensare significa connettere. Conrad spiega che i neuroni corticali non si duplicano durante la vita, e che quelli del neonato sono presenti in numero quasi identico a quelli dell’adulto, ma ancora immaturi e poco ramificati. Questa immaturità è in realtà la base della plasticità: il cervello umano nasce incompleto proprio per poter imparare. È un’idea molto forte, perché trasforma una debolezza apparente in un vantaggio evolutivo. L’essere umano è fragile alla nascita, ma proprio per questo è adattabile.
La distinzione tra neuroni già “completi” e neuroni ancora da sviluppare serve a separare le funzioni istintive da quelle cognitive. Alcune reti nervose sono già pronte prima della nascita e permettono comportamenti indispensabili, come cercare il seno materno, piangere o aggrapparsi. Questo mostra che l’essere umano non parte da zero: viene al mondo con una base istintiva minima, ma poi deve costruire quasi tutto attraverso l’esperienza. Il romanzo presenta questa dipendenza dall’apprendimento come una grande conquista evolutiva.
Uno dei passaggi più interessanti è quello sul costo della non duplicazione dei neuroni corticali. Se queste cellule si danneggiassero, non potrebbero essere sostituite facilmente, perché la loro ricostruzione altererebbe reti già collaudate e rischierebbe di compromettere altre funzioni. Qui il romanzo tocca una verità biologica importante: la specializzazione estrema rende la mente potente, ma anche vulnerabile. Più un sistema è raffinato, più è difficile ripararlo senza effetti collaterali.
La tesi più ampia di Conrad è che l’evoluzione abbia favorito gli animali capaci di smussare i comportamenti geneticamente rigidi, sostituendoli con apprendimenti flessibili. È una chiave di lettura molto bella, perché fa dell’apprendimento il cuore dell’adattamento evolutivo. Allo stesso tempo però emerge un limite: gli animali meno complessi restano confinati in nicchie ecologiche ristrette, proprio perché non riescono a modificare in modo ampio il proprio comportamento. L’essere umano, invece, ha guadagnato libertà adattativa proprio grazie alla maggiore immaturità e plasticità corticale.
La scena è anche molto riuscita sul piano narrativo. Il silenzio assoluto attorno a Conrad fa sentire il peso della sua spiegazione, ma il mezzo sorriso dei presenti ricorda che il discorso è davvero complicato. Il romanzo non nasconde la difficoltà del sapere scientifico: la presenta come qualcosa che richiede pazienza e attenzione. Questo rafforza il personaggio di Conrad, che appare come una figura di grande autorevolezza intellettuale e didattica.
Nel complesso, il capitolo 82 suggerisce che la vera forza dell’essere umano non stia in un cervello già perfetto, ma nella sua incompletezza iniziale. L’intelligenza è il risultato di un lungo processo di costruzione, apprendimento e connessione, non di una struttura immobile.
83
“Dal concepimento fino alla nascita la duplicazione cellulare, e la relativa differenziazione, avviene con una precisa sequenza dettata dall’informazione genetica della specie. La disposizione delle cellule si sviluppa come fosse l’assemblaggio di un puzzle, dove ogni singolo tassello rappresenta un gruppo di cellule con uno spazio predeterminato da riempire. Una volta che questo spazio è saturo, inizia la costruzione e l’assemblaggio di un tassello successivo. Ovviamente non è un reale spazio fisico da riempire ma dipende dalla quantità di cellule staminali, o “totipotenti”, che possono trasformarsi in neuroni immaturi in quella determinata zona. Un esempio pratico è la cicatrizzazione delle ferite superficiali, dove le cellule interessate si duplicano a comando, fino a quando non hanno saturato lo spazio mancante. È presumibile che in qualche momento evolutivo, in una qualche specie siano state prodotte cellule nervose immature, cioè tenere pianticelle con deboli collegamenti. Più le cellule nervose erano immature e più ne cresceva il numero.
Il risultato immediato era però la compromissione della funzionalità di un comportamento genetico, che causava di solito la morte o la disabilità dell’individuo portatore di questa anomalia. Potenzialmente, in determinate condizioni, c’era la possibilità di variare e arricchire quel tipo di comportamento con l’apprendimento, fino a completa maturazione delle cellule nervose, cioè fino a quando le pianticelle non fossero diventate grandi alberi. Questo poteva avvenire se già esisteva un certo grado di cura parentale, cioè la necessità di accudire i figli perché nati immaturi, come appunto avviene soprattutto tra i mammiferi e gli uccelli. Questa mutazione genetica è probabile che sia apparsa già centinaia di milioni di anni fa, ma solo tra le specie animali con lunghe cure parentali ha potuto avere concreti risultati e svilupparsi”.
“Quindi, la caratteristica genetica di produrre cellule nervose incomplete è già presente negli animali inferiori?” domandò Marc.
“Sono convinto che sia così, Marc, però questo gene è stato ‘silenziato’, ossia ricoperto con materiale proteico per renderlo inattivo, altrimenti avrebbe compromesso la vita dei portatori di quella anomalia”.
Il capitolo 83 è il punto in cui la spiegazione di Conrad diventa davvero evolutiva in senso forte: non parla più solo di neuroni e apprendimento, ma dell’origine stessa della plasticità cerebrale come vantaggio biologico. Il romanzo propone qui un’ipotesi affascinante: l’intelligenza umana sarebbe nata da una mutazione che ha reso possibile avere più neuroni immaturi, quindi più capacità di apprendere, al prezzo però di una maggiore fragilità iniziale.
L’immagine del puzzle funziona molto bene perché rende visibile l’idea che lo sviluppo embrionale non sia casuale, ma guidato da un programma genetico preciso. Ogni “tassello” cellulare trova il suo spazio, poi il processo passa al tassello successivo. Questa rappresentazione aiuta a capire la crescita del corpo come una sequenza ordinata e progressiva, non come un accumulo indiscriminato di cellule. Il capitolo usa quindi una metafora semplice per spiegare un meccanismo molto complesso.
La parte centrale è la più importante: in un certo momento evolutivo, in qualche specie, sarebbero apparse cellule nervose immature in numero maggiore. Questo avrebbe inizialmente creato un problema, perché un comportamento genetico già collaudato veniva compromesso e poteva portare alla morte o alla disabilità. Ma proprio da questa instabilità sarebbe emersa la possibilità di apprendere e di arricchire il comportamento. Il romanzo suggerisce dunque che il progresso biologico nasce spesso da un’anomalia rischiosa, non da una perfezione già pronta.
Il collegamento con la cura parentale è molto importante. Una specie con piccoli nati immaturi può permettersi una fase lunga di apprendimento solo se i genitori li proteggono e li alimentano. Per questo il capitolo lega l’origine della plasticità cerebrale ai mammiferi e agli uccelli, cioè a gruppi in cui il cucciolo non è subito autosufficiente. È una tesi coerente con l’intera discussione: l’intelligenza non è solo un fatto del cervello, ma anche dell’ambiente affettivo e relazionale in cui il cervello si sviluppa.
Molto interessante è anche l’idea del gene presente ma silenziato negli animali inferiori. Il capitolo ipotizza che la possibilità di produrre cellule nervose incomplete esistesse già, ma fosse normalmente inattiva perché troppo rischiosa. Questa immagine del “silenziamento” è molto efficace, perché fa pensare a un potenziale nascosto nella natura, pronto a essere attivato solo in condizioni evolutive favorevoli. È una visione molto ricca, quasi da biologica narrativa, dell’evoluzione come apertura di possibilità latenti.
Nel complesso, il capitolo 83 propone una genealogia dell’intelligenza come frutto di fragilità, accudimento e plasticità. L’essere umano diventa intelligente non perché nasce già perfetto, ma perché nasce incompleto e sostenuto da relazioni capaci di trasformare quell’incompletezza in apprendimento.
84
“Ti ringrazio a nome di tutti, per la tua esauriente spiegazione, Conrad, ma se adesso abbiamo capito come è stato possibile lo sviluppo del cervello umano, perché a un certo punto la sua evoluzione si è bloccata?” domandò Serge.
“Qui viene il punto: tutti i comportamenti genetici che sarebbe stato vantaggioso modificare, nella specie umana sono stati semplificati, con il conseguente aumento di neuroni nella corteccia cerebrale. Tramite le sue potenzialità di apprendimento la nostra è la più adattabile tra le specie animali e dispone del cervello più voluminoso. Quando però di un comportamento genetico di stabile rimane solo la base piatta su cui deve poggiare il comportamento appreso, praticamente solo la radice su cui devono crescere il tronco, i rami e le foglie, significa che si è raggiunto il massimo grado di semplificazione e non è più possibile l’incremento del numero di cellule nervose nella corteccia.
La mancanza di specializzazione genetica nella specie umana si estende praticamente a quasi tutte le sue funzioni comportamentali, per altro saturabili da un’infinità di comportamenti appresi. L’uomo non dispone di una folta pelliccia per ripararsi dal freddo, ma questa è stata sostituita da comportamenti culturali, quali l’abitudine di indossare abiti più o meno pesanti secondo le condizioni climatiche. Le nostre unghie non sono strumenti di difesa e di offesa, come possono essere invece gli artigli di un’aquila o di un leopardo, ma con l’apprendimento la nostra mano può brandire strumenti più affilati di un artiglio. I nostri denti non sono strumenti potenti per forare, tagliare e triturare, ma abbiamo la possibilità culturale di cuocere i cibi per renderli più teneri. Si può dire che l’uomo non ha pungiglioni, aculei, ghiandole velenifere, corazze, corna, pelle irritante, mimetismo, artigli, zanne, velocità… perché con l’apprendimento può sopperire a ciascuna di queste funzioni, moltiplicando le risposte adattative all’ambiente in cui vive.
Mentre procedeva la semplificazione del nostro corpo, cresceva il volume del nostro cervello e anche il corpo si adattava alle potenzialità intellettive. Ora però arriviamo a una conclusione: il cervello umano ha subito un blocco evolutivo perché non c’erano più comportamenti genetici da ‘smussare’. Infatti, funzioni fondamentali come il sonno, l’attrazione per il sesso opposto, il battito del cuore, la respirazione automatica, la paura, la fame, la sete, il dolore… sono comportamenti che l’apprendimento può modificare in misura quasi nulla. D’altronde dare all’apprendimento la possibilità di modificare un comportamento più volte sperimentato, collaudato e conservato intatto perché economicamente valido, significa deteriorare una cosa che non è perfettibile, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza. Si può dunque affermare che l’uomo è l’essere più semplice e nello stesso tempo il più complesso. Il massimo della semplicità fisica in cambio del massimo dell’intelligenza. Per tutte queste ragioni l’uomo è il non plus ultra dell’evoluzione biologica, il suo apice invalicabile”.
La discussione finì lì, forse perché c’era ancora poco da aggiungere. Inoltre era già molto tardi e ognuno tornò ai propri alloggiamenti, con il reciproco augurio di una buona notte.
Il capitolo 84 è una conclusione molto forte della lunga spiegazione di Conrad, perché arriva alla tesi finale: l’uomo è il punto più alto dell’evoluzione biologica proprio perché ha trasformato quasi tutte le funzioni istintive in comportamenti appresi. È un capitolo che sintetizza bene la visione del romanzo: la nostra specie è fragile sul piano fisico, ma straordinariamente potente sul piano adattativo e culturale.
La domanda di Serge è decisiva: se il cervello umano è nato da una progressiva semplificazione dei comportamenti genetici, perché a un certo punto si è fermato? La risposta di Conrad è che l’evoluzione ha già tolto quasi tutti i vincoli istintivi modificabili, quindi non c’era più spazio per aumentare ulteriormente la corteccia tramite lo stesso meccanismo. In altre parole, l’uomo avrebbe raggiunto il massimo della plasticità possibile: non resta quasi nulla da “smussare” biologicamente.
Il cuore del capitolo è il confronto tra tratti biologici e soluzioni culturali. L’uomo non ha pelliccia, ma può vestirsi; non ha artigli, ma può usare strumenti; non ha denti da predatore, ma può cuocere il cibo; non ha corazze, veleni o velocità speciali, ma può compensare tutto con l’apprendimento. Questa è una delle idee più belle del romanzo: la cultura diventa una seconda natura, capace di sostituire quasi tutte le difese e specializzazioni che negli animali sono affidate al corpo.
Il paradosso finale è molto efficace: l’uomo è insieme l’essere più semplice e il più complesso. Semplice nella struttura biologica specializzata in modo minimo, complesso nella rete di capacità cognitive e culturali che può costruire. Questa formula riassume bene l’antropologia del romanzo: non siamo superiori perché abbiamo più armi naturali, ma perché possiamo inventarle e reinventarle.
Un altro punto importante è la cautela nel modificare comportamenti genetici ormai consolidati. Il testo dice che alterare funzioni come il sonno, la paura, la fame, la respirazione o l’attrazione sessuale sarebbe pericolosissimo, perché sono funzioni collaudate e vitali. Qui il romanzo mostra un equilibrio intelligente: la plasticità è un vantaggio, ma non deve diventare distruzione delle basi biologiche che rendono possibile la vita. La conclusione secondo cui l’uomo è il non plus ultra dell’evoluzione biologica è molto netta. Non significa che sia perfetto, ma che ha raggiunto una forma di adattabilità estremamente alta, probabilmente irreversibile dal punto di vista dell’evoluzione naturale. Da questo punto in poi, l’ulteriore sviluppo non sarebbe più biologico, ma tecnologico, sociale e culturale. Ed è proprio lì che il romanzo si è mosso nei capitoli precedenti, parlando di federazioni, tecnologia e futuro.
Nel complesso, il capitolo 84 chiude il ragionamento di Conrad con una visione grandiosa: l’uomo è il risultato di una lunga semplificazione biologica compensata da una straordinaria crescita dell’apprendimento. È per questo che il romanzo vede nella cultura, nella cooperazione e nell’organizzazione comunitaria il vero proseguimento dell’evoluzione umana.

