Guadagnare la fiducia di un animale selvatico in un territorio comunitario richiede un approccio non invasivo, basato su convivenza pacifica e prevedibilità, senza forzature o tentativi di domesticazione individuale. Questo si allinea a scenari di comunità autosufficienti senza proprietà privata, dove umani e fauna condividono spazi liberamente, favorendo relazioni simbiotiche.
Il rapporto di reciproca fiducia tra esseri umani e animali, che si è instaurato che si è instaurata nella comunità di condivisione descritta dal romanzo, è dovuta a decenni di massimo rispetto nei confronti degli animali, che hanno infine visto l’uomo come un loro alleato e non come un nemico o un rivale.
Inizialmente si è mantenuta la distanza usando routine costanti, evitando inseguimenti o contatti diretti. Spesso si lasciava cibo naturale in zone fisse per associare la presenza umana a una neutralità positiva. Si osservava senza fissare, usando movimenti lenti e voci basse per non attivare istinti di fuga. In comunità, tutti erano stati addestrati ad adottare lo stesso protocollo per creare prevedibilità da parte animale.
La conformazione del territorio comunitario ha aiutato molto in questo avvicinamento progressivo: la cintura boschiva che circonda il territorio, con all’interno zone erbose abibite proprio per il pascolo dei selvatici, ha permesso alla fauna selvatica di comprendere che quella era una zona sicura. Un altro fattore di avvicinamento agli umani era l’assenza di cani, una delle minacce più sentite, riducendo le paure innate.
Le colture all’aperto sono protette da filo elettrificato, per impedire agli animali più grossi di fare danni. Animali più piccoli, come roditori, uccelli o conigli sono tenuti a bada da volpi e gatti selvatici.
La pazienza pluriennale genera abitudine, ma gli animali selvatici mantengono comunque istinti predatori o di fuga; “fiducia” significa tolleranza reciproca, senza intendere i selvatici come animali da compagnia.

