L’idea che i comportamenti innati si siano “semplificati” in Homo sapiens, favorendo l’espansione della corteccia cerebrale e la flessibilità culturale, riflette parzialmente la realtà evolutiva. La nostra specie ha perso specializzazioni genetiche rigide (come pelliccia folta, artigli o zanne pronunciate) rispetto ad altri primati o mammiferi, sostituendole con cultura, strumenti e fuoco, il che ha permesso un adattamento estremo a ambienti diversi. Inoltre, funzioni vitali di base (cuore, respirazione, fame) rimangono sotto stretto controllo genetico, non modificabili dall’apprendimento per garantire la sopravvivenza immediata.
Anche se nel cervello umano le mutazioni genetiche continuano attivamente e la deriva genetica agisce ancora sulla sequenza del DNA, influenzando tratti cognitivi, immunitari e comportamentali, non è più possibile aumentare il numero di neuroni immaturi, quindi di aggiungere una maggiore quantità di informazione appresa. Ad esempio, varianti genetiche recenti (negli ultimi 10.000 anni) hanno adattato la tolleranza al lattosio in conseguenza di un economia basatta sull’allevamento di mammiferi produttori di latte; la resistenza a malattie specifiche per l’adattamento prolungato di una popolazione a un determinato ambiente; popoli montani come i Quechua o gli Sherpa hanno sviluppato polmoni più grandi e maggiori quantità di globuli rossi per adattarsi alla rarefazione dell’ossigeno in altura; gli Inuit hanno sviluppato la capacità del loro corpo (uniche tra gli umani) di sintetizzare direttamente la vitamina C, senza l’ingestione di cibi che la contengono. Gli Arunta, del deserto australiano, hanno sviluppato una doppia circolazione sanguigna negli arti inferiori per far fronte alla grande escursione termica tra giorno e notte nel deserto… Tutti questi adattamenti non hanno comportato un maggior numero di neuroni, né maggiori ramificazioni dendritiche, ma solo una diversa disposizione della potenzialità presente.
Non tutti i comportamenti genetici sono stati ridotti a una “base piatta”: istinti complessi come l’attaccamento parentale, l’aggressività territoriale o le emozioni sociali restano profondamente codificati geneticamente, modulati dall’apprendimento ma non azzerati. Studi recenti mostrano variazioni intra-specie e potenziale per ulteriori adattamenti genetici, ma l’aumento dei neuroni corticali (circa 16 miliardi in Homo sapiens) non è dimostrabile. L’apice invalicabile dell’evoluzione va intesa come l’impossibilità di aumentare il numero di neuroni corticali immaturi, non un processo continuo di adattamente a un ambiente che cambia.
La nostra adattabilità deriva dall’interazione tra i geni e la cultura (co-evoluzione), quindi i futuri cambiamenti genetici potrebbero emergere da pressioni come l’urbanizzazione o le biotecnologie, perché l’uomo è altamente adattabile, ma l’evoluzione genetica procede senza un ulteriore sviluppo nemerico dei neuroni.

