Una costante evolutiva nelle specie viventi vede un aumento della capacità di modificare comportamenti innati genetici con varianti apprese, correlato a un maggiore numero di neuroni immaturi dedicati all’apprendimento e all’adattamento.
Negli animali basali, come spugne o celenterati, i circuiti neurali sono rigidi e preformati: poche cellule nervose cablate geneticamente producono risposte fisse, senza spazio per varianti esperienziali, relegandoli a nicchie ecologiche ristrette.
Nei vertebrati superiori e nei mammiferi, l’espansione della corteccia cerebrale introduce dei neuroni immaturi persistenti, ossia delle cellule nervose non del tutto mature, capaci di plasticità strutturale e funzionale, che “smussano” comportamenti istintivi, integrando le esperienze per delle risposte flessibili.
Questi neuroni, presenti in quantità crescente dalla neocorteccia di roditori a quella umana (dove costituiscono il 5-10% in adulti), mantengono dei tratti embrionali: dendriti espandibili, alta ricettività sinaptica e capacità di rimodellamento, perfezionando risposte comportamentali tramite il ad potenziamento sinaptico a lungo termine. Questa crescita è avvenuta attraverso un compromesso evolutivo secondo le caratteristiche di una specie. Specie olfattico dipendenti, come i topi, privilegiano la neurogenesi da cellule staminali nel bulbo olfattivo; i primati e gli umani investono invece su neuroni immaturi nella corteccia per capacità cognitive complesse, come decisione e memoria episodica.
Più neuroni immaturi significa maggiore “riserva” per varianti apprese: nei neonati umani i riflessi istintivi si affinano con l’esperienza, supportati da circa 20 miliardi di neuroni corticali plastici; negli adulti mantengono l’adattabilità contro l’invecchiamento o i traumi.

