I contesti comunitari descritti nel romanzo di meno di 2000 abitanti, con condivisione totale dei beni, senza proprietà privata e classi sociali, in assenza di gerarchie rigide e di moneta, organizzati in un’unica struttura abitativa polifunzionale high-tech antisismica e antincendio, autosufficienti in cibo, energia e servizi, con solidarietà inter comunitaria per le emergenze, rappresentano un ideale utopico non ancora realizzato in esempi concreti. Tali modelli traggono in parte l’ispirazione da ecovillaggi, da kibbutz storici e da comunità intenzionali, ma nessuno combina esattamente tutti gli elementi descritti nel romanzo, mancando di strutture uniche high-tech scalabili senza gerarchie. Progettare queste realtà richiede l’integrazione di permacultura, di bioarchitettura e di consenso orizzontale.
Queste comunità enfatizzano l’egualitarismo assoluto: beni condivisi in comune, gestiti da assemblee rotanti senza leader fissi, eliminando il denaro tramite la distribuzione interna e il lavoro volontario proporzionato alle capacità. Pur senza gerarchie asfissianti viene praticata la solidarietà tra le comunità vicine, atte a formare una rete con maggiore resilienza, condividendo alimenti, macchinari, medici, o aiuti in caso di siccità, incendi o guasti. Protocolli predefiniti attivano gli scambi di emergenza.
Aggregazioni coordinate di comunità autosufficienti vicine permettono di produrre un determinato bene tecnologico utile a tutta l’organizzazione internazionale. Consentono anche di far funzionare delle facoltà universitarie, delle cliniche specializzate o dei centri di ricerca. Consentono soprattutto di rafforzare la solidarietà tra gli esseri umani.

