Il numero di gruppi che si definiscono “cristiani” e pretendono di custodire la “vera” interpretazione del Vangelo è enorme: le stime più usate parlano di decine di migliaia di denominazioni e comunità distinte, se si contano tutte le chiese indipendenti, locali e settarie nate soprattutto a partire dalla Riforma e poi dall’evangelicalismo e dal pentecostalismo moderno. Le grandi famiglie sono poche (cattolici, ortodossi, protestanti storici, anglicani, pentecostali…), ma al loro interno la frammentazione è capillare. Questa proliferazione è possibile perché il cristianesimo si è storicamente appoggiato a testi interpretabili (la Bibbia), ad autorità umane fallibili e a contesti culturali differenti; ciò produce inevitabilmente delle letture divergenti che ognuno assolutizza. Una lettura più coerente del pensiero cristiano, invece, parte da pochi assi portanti condivisi (la persona di Gesù, l’amore come criterio, la centralità del Regno di Dio) e relativizza le pretese assolute di ogni singola struttura confessionale.
Quante “chiese cristiane” esistono? A livello macro: Una grande comunione cattolica (con rito latino e varie chiese orientali cattoliche in comunione con Roma). Il blocco ortodosso (ortodossia bizantina: greca, russa, serba, ecc.; ortodossia orientale: copti, armeni, siriaci, ecc.). L’anglicanesimo. Il vastissimo mondo protestante e post–protestante (luterani, riformati, battisti, metodisti, ecc.). Chiese indipendenti come le pentecostali o le carismatiche, spesso autoctone, soprattutto in Africa, Asia e America Latina.
Se si contano le denominazioni come entità organizzative autonome (con propria leadership, statuto e dottrina distinta), gli studi di sociologia del cristianesimo arrivano a cifre dell’ordine di decine di migliaia di denominazioni formalmente separate a livello mondiale. Dentro questo mare, ci sono poi gruppi settari molto piccoli, spesso legati a un leader carismatico. Movimenti para–ecclesiali che si sovrappongono alle chiese esistenti, ma rivendicano comunque una visione “più pura” o “più spirituale”. Dunque non esiste un numero “pulito” e definitivo, ma un dato qualitativo chiaro: la frammentazione è enorme, e la pretesa “noi siamo la vera chiesa” è estremamente diffusa.
Perché tante pretendono di essere le uniche vere? Si possono distinguere alcune cause strutturali. Tuuto viene da un testo rivelato più un’interpretazione umana. Il cristianesimo si fonda su Scritture che non sono un codice giuridico univoco, ma raccolta di generi diversi (narrazioni, parabole, lettere, apocalittica). Non esiste un’interpretazione immediata e “meccanica”, perché ogni gruppo legge la Bibbia attraverso la propria lingua e cultura, la propria storia (persecuzioni, marginalità, potere politico, ecc.). Le categorie filosofiche e scientifiche del proprio tempo. Da qui le letture letteraliste contro quelle simboliche, le cristologie “alte” contro quelle più “morali”. Ci sono enfasi diverse sulla grazia, sulla fede, sulle opere, sui sacramenti, sui carismi…
Crisi dell’autorità e scissioni a catena. Nel cristianesimo antico, la pretesa cattolica è che a loro dire esiste una successione apostolica e un magistero che custodisce il “senso retto” della Scrittura. Con la Riforma, il principio Sola Scriptura rompe il monopolio interpretativo, perché ogni comunità che si sente tradita dalla chiesa madre può legittimamente dire: “No, la Scrittura dice altro”. Nel momento in cui la Scrittura è vista come criterio ultimo e la coscienza individuale ha diritto di giudicare le tradizioni, allora chiunque può fondare una comunità, dichiarare che gli altri sono degenerati, e rivendicare di essere il “resto fedele”. Il meccanismo si replica all’infinito.
Ci sono fattori psicologici e sociologici di identità, in quanto appartenere a un gruppo “piccolo ma puro” dà forte senso di elezione (“noi siamo i veri cristiani, gli altri sono tiepidi o apostati”). Poi conta anche il potere e il carisma: un leader che propone letture originali trova spazio se promette certezze forti, guarigioni, prosperità o una morale molto chiara. Ci sono traumi e reazioni a scandali, corruzione o freddezza nelle chiese storiche che spingono i credenti a cercare alternative che presentano se stesse come ritorno alla “chiesa delle origini”. Ci sono fattori storici e culturali, come l’inculturazione del Vangelo in contesti molto diversi (romano, germanico, africano, asiatico, americano) che produce accentuazioni differenti, come comunità più rituali e sacramentali, comunità più morali e legaliste, comunità più emozionali e carismatiche.
Ci sono poi differenziali di potere politico (imperi, colonizzazione, nazionalismi) che creano scismi legati anche a identità etniche e linguistiche. Tutto questo spiega perché è possibile che così tanti gruppi sinceramente credano di avere la “verità” cristiana. Cosa non quadra in questa moltiplicazione di “verità” assolute? Dal punto di vista interno alla logica del Vangelo, ci sono almeno tre punti critici. Contraddizione col comandamento dell’amore e dell’unità, poiché nei testi evangelici, l’amore fraterno, la misericordia e il perdono sono centrali, così come il desiderio di unità (“che siano uno”). La frammentazione settaria basata sull’esclusione (solo noi siamo salvi, gli altri sono falsi) è difficilmente conciliabile con l’idea di un Dio che vuole attirare tutti. Lo stile di Gesù che critica soprattutto l’ipocrisia religiosa e la chiusura farisaica.
Moltissimi scismi sono nati su questioni che, rispetto al cuore del messaggio cristiano, appaiono seconde, come forme liturgiche e abiti, dettagli disciplinari, letture specifiche di passi oscuri dell’Apocalisse. Quando un gruppo fa di un dettaglio la “linea di demarcazione” tra vero e falso cristianesimo, probabilmente sta smarrendo la gerarchia interna delle verità, facendo diventare assoluto ciò che dovrebbe essere relativo. Spesso il discorso “noi abbiamo la verità” coincide con “noi deteniamo il controllo delle coscienze”, “chi esce da noi è nell’errore o nella perdizione”. Questa dinamica è più vicina al bisogno umano di sicurezza, potere e identità di gruppo che al volto di Dio presentato da Gesù (che privilegia coscienza, misericordia, responsabilità personale).
In sintesi: la moltiplicazione di verità assolutizzate indica più un problema ecclesiale e umano che un difetto intrinseco del messaggio originario. Per cercare una “giusta” interpretazione non si può tornare a una pretesa ingenuamente assoluta (“la mia chiesa ha sempre ragione”), ma si possono individuare alcuni criteri interni alla tradizione stessa. Un’interpretazione è tanto più cristiana quanto più rende possibile un agire simile a quello di Gesù (compassione, perdono, non-violenza, servizio), che evita di usare Dio per giustificare il dominio, la violenza o il disprezzo del “nemico”. Al centro deve esserci Dio come amore, Cristo, il Regno, la dignità di ogni persona, la misericordia. In secondo piano vengono le discipline, le strutture, le rubriche liturgiche, i dettagli escatologici. Una chiesa o setta che rovescia questa gerarchia tradisce il cuore cristiano anche se è impeccabile nel citare versetti.
Nel Nuovo Testamento i frutti (agape, giustizia, pace, mansuetudine) sono il criterio di autenticità più forte. Una comunità che si dice “unica vera” produce persone più giuste, misericordiose, libere, capaci di amare? Oppure persone più rigide, giudicanti, terrorizzate dall’errore, chiuse verso gli altri? Il secondo caso è segnale che qualcosa non torna, anche se la dottrina è formalmente “ortodossa”. Se nessun gruppo umano può esaurire il Mistero di Dio, allora ogni chiesa dovrebbe considerarsi custode parziale, non proprietaria, della verità. Il dialogo ecumenico non è un optional ma una conseguenza logica del cristianesimo stesso: se l’altro battezzato porta un pezzo di verità che io non possiedo, l’ascolto non è relativismo, è fedeltà al Vangelo. La “giusta” interpretazione è dunque dinamica (in ascolto dello Spirito nella storia); relazionale (riconosce il bene presente in altre chiese). Capace di distinguere tra nucleo essenziale e forme storiche contingenti. Per un ritorno alle origini senza fondamentalismo sarebbe necessario studiare storicamente le comunità cristiane primitive, la pluralità delle teologie già nei primi secoli.
È possibile che migliaia di gruppi si dicano cristiani e rivendichino la verità perché il cristianesimo ha un cuore potente (la figura di Gesù) ma affidato a mediazioni umane, storiche e fallibili. Ciò che non quadra è quando la fedeltà a Gesù viene sostituita da fedeltà cieca alla propria bandiera confessionale, quando l’amore cede il posto all’esclusione e quando la ricerca sincera diventa controllo settario.
Una via più coerente al pensiero cristiano è mettere al centro la persona e lo stile di Gesù; ordinare le verità in una gerarchia che privilegia l’amore, la misericordia e la giustizia; riconoscere che nessuna chiesa possiede Dio, ma tutte possono esserne testimoni parziali; Coltivare un ecumenismo concreto, capace di collaborazione e di autocritica, invece della guerra delle “vere chiese”.
C’è un punto di riferimento fondamentale del pensiero cristiano che viene insegnato nelle federazionio di gruppi sociali: la correlazione della natura umana con la filosofia di Gesù Cristo. Per comprenderla dovremmo ritornare alle origini della nostra Storia, quando l’umanità era totalmente composta da gruppi egualitari di cacciatori raccoglitori, che vivevano appunto in modo “naturale”. Non avevano proprietà privata, né classi sociali, né ferre gerarchie e tutto era condiviso. Anziché concentrarsi sul racconto che Gesù camminava sulle acque, guariva i lebbrosi, trasformava l’acqua in vino, resuscitava i morti… dovremmo concentrarci sui suoi consigli (che per un credente dovrebbero essere comandi.
Luca 14:33 dice: “Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Questa è l’abolizione della proprietà privata.
Marco 10:44: “…e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti”. Questa è l’abolizione delle gerarchie ferree.
Matteo 23.12 afferma: “chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato. Abolizione delle classi sociali.
In conclusione, per vivere da cristiani non è sufficiente cercare di imitare il comportamento degli antichi seguaci di Cristo (che erano comunque anch’essi condizionati in qualche misura dalla società competitiva in cui vivevano), ma bisogna rifarsi alla nostra reale natura umana, ossia la struttura sociale dei cacciatori raccoglitori, quindi ricostituzione del gruppo sociale e la federazione dei gruppi in un’entità territoriale autosufficiente dal punto di vista alimentare ed nergetico, che collabora con strutture simili per la produzione di tecnologia, come è appunto descritto nel romanzo.

