Nel sistema competitivo, la cosiddetta “libertà individuale” spesso maschera un individualismo estremo che isola le persone, spingendole a competere per risorse scarse e a misurare il valore personale dai beni accumulati, mentre nella comunità di condivisione totale appare come un abbandono dell’individuo a se stesso, privo di legami solidali.
L’educazione nel sistema competitivo inculca fin dall’infanzia l’autosufficienza solitaria: bambini incoraggiati a “fare da soli” per emergere, con premi basati su risultati personali anziché collaborativi, che fomentano una mentalità competitiva anche nelle attività basilari come i giochi o i pasti. Questo genera adulti che vedono la stima altrui legata al possesso materiale di auto lussuose, case, tecnologia, spesso acquisito con debiti o scorrettezze, come l’evasione o lo sfruttamento, perpetuando cicli di insicurezza e invidia. Nella comunità di condivisione, invece, l’educazione enfatizza il “noi” fin da piccoli, con attività di gruppo, dove il successo si misura dal contributo collettivo, liberando da pressioni possessive.
Quella etichettata “libertà” nel sistema competitivo è un’illusione: l’individuo lasciato a competere senza rete sociale rischia un fallimento totale, come disoccupazione, solitudine, povertà, senza alcun supporto comunitario, come un nodo isolato in una rete fragile. Nella comunità senza denaro e senza proprietà, rifiutare la cosiddetta libertà individuale significa scegliere interdipendenza: la vera libertà emerge nella condivisione, dove i servizi collettivi e l’autosufficienza eliminano la paura dell’isolamento e della scarsità, permettendo l’espressione personale senza egoismo. Esempi storici come i kibbutz mostrano come questo “abbandono” al collettivo riduca i suicidi e le depressioni del 40-60% rispetto a società individualiste, favorendo il benessere psicologico condiviso.
Accumulare beni per esibire uno status di privilegio genera disuguaglianze: il 10% più ricco possiede il 76% della ricchezza globale, con crimini come frodi o corruzione normalizzati per “tenere il passo”, erodendo la fiducia sociale e la coesione. Nella comunità descritta nel romanzo tutti accedono ugualmente a beni high-tech e si incanalano le energie verso l’innovazione collettiva, rafforzando la resilienza morale contro la corruzione esterna.

