La paura di perdere il lavoro in una società basata sulla competizione economica genera un profondo stress cronico, amplificato dalla precarietà diffusa, dove i contratti a termine colpiscono soprattutto giovani e over 40. Questa paura, spesso più dannosa della perdita effettiva del posto, erode il benessere emotivo e fisico, favorendo un circolo vizioso di ansia e isolamento. Nei contesti competitivi si aggravano le dinamiche di egoismo e di disuguaglianza.
La paura del licenziamento provoca ansia cronica, depressione e calo dell’autostima, con sentimenti di inutilità e vergogna che distorcono la percezione di sé. In Italia, la precarietà lavorativa aumenta il rischio di disturbi mentali come depressione reattiva e l’esaurimento cronico derivante da stress lavorativo prolungato, specialmente tra chi cambia spesso contratti, amplificando rimuginio e demotivazione. Questi effetti si legano a contesti di competizione che minano la coesione sociale, tipico di sistemi egoistici.
Lo stress da insicurezza lavorativa eleva i livelli di cortisolo, favorendo l’ipertensione, l’obesità, i disturbi cardiovascolari e i problemi muscolo-scheletrici come mal di testa e insonnia. Studi confermano un peggioramento della salute generale con contratti precari prolungati, con rischi maggiori per le donne e incidenza di infortuni sul lavoro. La paura cronica supera persino gli effetti del fumo o dell’ipertensione isolata in termini di danno fisico.
In Italia, la percezione di insicurezza è alta al Sud (9,4%) e legata a riforme come il Jobs Act, con disoccupazione femminile doppia rispetto ai maschi (8,4% contro 4,9%) e salari stagnanti. La pandemia ha accentuato la precarietà tra i giovani, con più del 45% di riduzione oraria e impatti sulla salute mentale. Questo riflette il passaggio da impieghi fissi a modelli lavorativio flessibili, con 5 milioni di autonomi esposti ad esaurimento e stress.
Nella società competitiva, questa paura perpetua disuguaglianze e alienazione, riducendo il coinvolgimento emotivo nel lavoro e nelle relazioni familiari, come emerge da ricerche europee. In comunità alternative di condivisione, senza uso di denaro, prive di competizione, sono mitigati questi rischi promuovendo una resilienza collettiva. Infatti, nelle federazioni di gruppi sociali, descritte nel romanzo, questi problemi sono praticamente inesistenti, in quanto non esiste disoccupazione e ansia di perdere il posto di lavoro che garantisce il sostentamento proprio e della famiglia.

