37
Per facilitare l’assunzione dei giovani, spesso l’organizzazione internazionale stipulava accordi con delle aziende private per un breve periodo non retribuito. Di solito la regola era questa: nel primo mese il nostro lavoratore non percepiva alcuna paga e le assicurazioni e le tasse erano a carico della federazione; nel secondo mese il datore di lavoro pagava solo le tasse e le assicurazioni, ma non lo stipendio; mentre a partire dal terzo mese tutte queste voci erano a suo carico. La mano d’opera dei nostri giovani era molto richiesta e apprezzata, perché il più delle volte arrivavano già con una specializzazione collaudata sul campo dentro la federazione, perciò non necessitavano di lunghi periodi di prova o di apprendistato. Si contrattava solo con quelle aziende che assumevano in blocco due, tre o più giovani, in modo che un lavoratore non si trovasse mai da solo nella sua trasferta.
Raramente il lavoro si trovava nelle immediate vicinanze della federazione, anzi il più delle volte i giovani pernottavano fuori, perciò per l’alloggio, per il vitto e soprattutto per la loro integrità se ne facevano carico i membri dei gruppi esterni dell’organizzazione esterna più vicina. Jean Paul mi aveva raccontato che anche lui e sua madre avevano ospitato per qualche mese due ragazze di una federazione lontana. Spesso i giovani rientravano in federazione un giorno o due la settimana, a volte anche dopo un mese o anche dopo vari mesi, quando per la richiesta di una particolare specializzazione, erano inviati anche a centinaia di chilometri di distanza.
I dodici ragazzi che sarebbero rientrati il giorno seguente lo avrebbero fatto definitivamente, in quanto avevano concluso il mandato. Il loro ritorno era senz’altro motivo di festa, però, mentre alcuni arrivavano, altri dovevano partire. Alcuni erano già partiti qualche settimana prima, otto sarebbero partiti quella domenica e certamente avrebbero ricevuto il saluto e gli auguri da tutta la federazione, così come quelli prima di loro.
Questo capitolo approfondisce in modo molto concreto il lato “contrattuale” del lavoro esterno e mostra come la federazione cerchi di proteggere i suoi giovani anche quando entrano nel mondo competitivo. Il tema centrale è la combinazione tra utilità economica, tutela morale e rotazione continua dei lavoratori.
Il punto più interessante è che la comunità stipula accordi temporanei con aziende private, ma lo fa imponendo una transizione graduale nei costi. Nel primo mese il giovane non costa nulla all’impresa, nel secondo l’impresa copre solo tasse e assicurazioni, e solo dal terzo mese lo stipendio diventa completamente a carico del datore di lavoro. Questo dettaglio mostra una negoziazione molto intelligente: la federazione rende i propri giovani appetibili al mercato, ma allo stesso tempo limita l’esposizione iniziale, così da favorire l’assunzione senza abbandonare subito il ragazzo al pieno sfruttamento economico.
La forza dei lavoratori esterni sta nel fatto che arrivano già formati. Non devono fare lunghi apprendistati perché la federazione li prepara in anticipo con specializzazioni collaudate. Qui il romanzo ribadisce che la comunità non è chiusa o improvvisata: produce competenze reali, tanto da essere richiesta dalle aziende private. Il rapporto con il mercato è quindi paradossale ma efficace: il sistema competitivo ha bisogno di questi giovani formati da un modello alternativo.
Molto importante è anche la regola di non mandare mai un giovane da solo. Le aziende assumono in blocco due, tre o più ragazzi, così da ridurre il rischio di isolamento. Inoltre all’alloggio, al vitto e soprattutto alla loro integrità provvedono i membri dei gruppi esterni dell’organizzazione più vicini. Questo è uno degli aspetti più forti del capitolo, perché mostra una vera rete di protezione reciproca. Il giovane non viene semplicemente “spedito fuori”: resta dentro un tessuto di sostegno comunitario che continua anche a distanza.
Il ritorno dei dodici ragazzi è presentato come motivo di festa, ma il capitolo sottolinea che il ciclo non si ferma mai: mentre alcuni rientrano definitivamente, altri devono partire. Questa alternanza continua dà un ritmo quasi stagionale alla vita della federazione. La partenza e il ritorno sono entrambi ritualizzati, con saluti e auguri da parte di tutta la comunità. Questo rende il lavoro esterno non una separazione dolorosa, ma una fase della vita collettiva scandita da accoglienza e congedo.
Nel complesso, il capitolo 37 mostra che la federazione non difende i giovani soltanto con idee e valori, ma anche con accordi pratici, regole di assunzione e reti di ospitalità. Il mondo esterno resta un ambiente rischioso, ma non totalmente ostile: può essere attraversato, purché il passaggio sia organizzato e protetto.
38
La mattinata passò in fretta e giunse l’ora di pranzo. Appena uscito dall’ascensore sentivo già il forte brusio che proveniva dalla sala mensa. Il motivo era intuibile: erano arrivati Ivan e Laurie, marito e moglie. Appartenevano al nostro gruppo e facevano parte dei dodici lavoratori esterni che erano rientrati quel giorno in federazione. Mi misi anch’io in coda nella fila di coloro che andavano ad abbracciare i due coniugi. Sicuramente quello era un momento emozionante per tutti, sia per noi che per loro. Salutai e abbracciai prima Laurie, che non aveva mai smesso di sorridere e nello stesso tempo di asciugarsi le lacrime.
“Ciao, Laurie! Ci siete mancati. Siamo felici di riavervi ancora con noi”. Non nascondo che mi si inumidirono gli occhi mentre lo dicevo.
“Ciao, Pierre, tu non sai quanto ci siete mancati voi!”
Abbracciai Ivan ed entrambi ci demmo istintivamente una pacca sulle spalle.
“Finalmente fratellone!” quasi gli gridai. “Ciao ragazzo!” mi rispose lui. Lo chiamavo fratellone non solo perché era grande e grosso, ma perché con me si era sempre comportato come un vero fratello maggiore. Con gli amici mi confidavo, ma era a lui che chiedevo consiglio. Accettò il mio invito a sedersi a tavola vicino a me e a Samuel. Avrei voluto chiedergli una marea di cose, ma lui e Laurie erano al centro dell’attenzione di tutti e, anche dai tavoli più lontani, arrivavano felicitazioni e battute che lo distraevano.
Il clima festaiolo che regnava in quel momento era in perfetta sintonia con l’occasione speciale ed evidenziava a tutti quanto era piacevole la comune fratellanza. Era entusiasmante e nello stesso tempo commovente renderci conto di come nella nostra organizzazione regnava il vero amore fraterno.
Esternai il mio pensiero a Ivan che mi rispose così: “Guarda, Pierre, sono certo che in qualunque posto il Consiglio Superiore ti manderà come lavoratore esterno, proverai le belle sensazioni che ho provato io, ma la cosa più bella è sempre fare ritorno a casa, con i propri cari, con i membri del proprio gruppo e la compagnia di tutta la federazione”. Avrei conversato con Ivan con più calma nei giorni seguenti, tuttavia riuscì a farmi una confidenza: “Tu sai che nel nostro gruppo non si mangia carne da parecchio tempo, a parte il pesce del nostro laghetto, mentre chi ci ha ospitati non aveva di questi precetti. Noi non abbiamo mai mangiato carne in quel periodo, però, soprattutto per Laurie che doveva cucinarla e poi trovarsela sul tavolo, un piccolo fastidio c’è stato”.
Il capitolo 38 è intenso perché mostra il ritorno dei lavoratori esterni non come semplice rientro logistico, ma come vera riunione affettiva della comunità. Il momento dell’abbraccio collettivo in mensa è costruito per far sentire quanto la federazione viva i legami umani come un bene comune, quasi sacro.
L’arrivo di Ivan e Laurie scatena subito un clima di festa, e la scelta di ambientare la scena in mensa è molto efficace: il pasto diventa occasione di ritrovo, riconoscimento e gratitudine. Le lacrime di Laurie e l’emozione di Pierre non sono eccessive, ma perfettamente coerenti con il valore che la comunità attribuisce alla presenza reciproca. Il fatto che Pierre consideri Ivan un “fratellone” è molto importante, perché mostra che nella federazione le relazioni non sono solo formali o funzionali. Esiste una rete di prossimità affettiva in cui alcuni membri diventano riferimenti personali, consiglieri e modelli di comportamento.
Il capitolo insiste molto sull’idea di “vero amore fraterno”. Non si tratta di una formula astratta, ma di un’esperienza collettiva visibile nei gesti, nei saluti, nelle battute e nella gioia condivisa. Ivan stesso conferma che il momento più bello del lavoro esterno è il ritorno a casa. Questo è un passaggio molto significativo, perché trasforma il sacrificio del lavoro fuori dalla federazione in una prova di appartenenza: il distacco ha senso solo perché esiste un ritorno carico di affetto.
La confidenza di Ivan sulla carne è un dettaglio piccolo ma molto rivelatore. Anche durante il lavoro esterno, il gruppo mantiene i propri precetti alimentari, e il fatto che Laurie abbia dovuto cucinare carne altrui crea un piccolo disagio concreto, più per l’abitudine che per il gusto. Questo mostra che l’identità comunitaria non si perde nei contesti esterni. Le regole alimentari diventano una sorta di memoria vivente del gruppo, qualcosa che si porta con sé anche quando si è ospiti altrove.
Il tono è caloroso, festoso e un po’ commosso, ma non smette di essere realistico. Il romanzo non idealizza completamente il ritorno: racconta anche un piccolo attrito quotidiano, quello del dover rispettare usanze diverse. Proprio questo rende la scena credibile e umana. Nel complesso, il capitolo 38 mette al centro il valore del rientro e della comunità ritrovata. Il lavoro esterno è importante, ma il romanzo vuole far capire che il vero sostegno per i giovani è sempre il legame con la federazione, con i suoi rituali, i suoi pasti, i suoi abbracci e le sue regole condivise.
39
Già, la carne come cibo… In federazione c’era ancora qualcuno che sentiva la necessità di mangiare carne, di tanto in tanto. Con gli anni il consumo di carne si era ridotto costantemente fino a scomparire del tutto nella maggioranza dei gruppi, ma permaneva ancora il consumo di pesce. Per la verità, qualche gruppo aveva abolito completamente dai suoi menù anche il pesce, in altri il suo consumo segnò l’andamento regressivo di quello della carne.
Nel territorio della federazione ormai non c’erano più allevamenti di animali da carne, ma nemmeno animali domestici da compagnia, come cani o gatti o pappagalli… La carne che ancora alcuni mangiavano veniva dall’abbattimento di animali selvatici del nostro territorio: caprioli, lepri, anatre… C’era un programma di contenimento della popolazione animale per mantenerla stabile. Alcuni capi erano selezionati per essere mangiati, altri erano catturati e inviati nel territorio di altre federazioni per il ripopolamento. Poiché non c’erano allevamenti, sia intensivi che estensivi, non c’erano alimenti a base di latte o suoi derivati, né uova e tanto meno insaccati. Il solo prodotto animale che era consumato senza remore dagli abitanti della federazione era il miele, unica sostanza dolcificante usata dai nostri cuochi, ma che non impediva di preparare dolci squisitissimi. Tra l’altro, ancora oggi che ho cento anni, consumo e gusto il miele come un ragazzino!
Quando ci capitava di essere invitati a pranzo da una famiglia di un gruppo esterno, ci adattavamo a mangiare anche uova e latticini. Alcuni mangiavano anche carne, ma di solito chi ci ospitava si informava prima se ci potevano essere graditi carne, pesce o prodotti di origine animale, per non metterci in imbarazzo.
Il capitolo 39 approfondisce un tema apparentemente secondario, cioè l’alimentazione, ma in realtà lo trasforma in un segno identitario fortissimo della federazione. Attraverso carne, pesce, miele e assenza di allevamenti, il romanzo definisce una precisa idea di rapporto con gli animali, con la natura e con il benessere collettivo.
Il passaggio iniziale chiarisce che il consumo di carne è ormai residuale e in continua diminuzione. Questo non è presentato come una moda, ma come l’esito di un’evoluzione culturale lunga e coerente, in cui la comunità ha progressivamente cambiato abitudini alimentari. Il fatto che qualche gruppo mangi ancora pesce, mentre altri lo abbiano già abolito, mostra che nella federazione esistono sfumature e tempi diversi di transizione. Non c’è un’imposizione rigida e uniforme, ma una trasformazione progressiva che segue la sensibilità dei vari gruppi.
L’assenza di allevamenti di animali da carne è uno dei punti più forti del capitolo. Il romanzo lega questa scelta non solo a ragioni etiche, ma anche a un modello ecologico diverso, in cui non si produce carne industrialmente e non si mantengono animali domestici da compagnia come status symbol o svago. L’eliminazione di cani, gatti e pappagalli può sorprendere il lettore, ma nel mondo del romanzo questa scelta sembra coerente con una società che vuole ridurre il possesso non funzionale e i legami di dipendenza affettiva considerati accessori.
Interessante è il modo in cui la federazione gestisce gli animali selvatici. Non c’è allevamento, ma esiste un programma di contenimento della popolazione animale per mantenerla stabile. Alcuni capi vengono selezionati per il consumo, altri catturati per il ripopolamento in altre federazioni. Questo dettaglio mostra che il rapporto con gli animali non è sentimentale o arbitrario, ma amministrato in modo razionale. La natura viene rispettata, ma anche regolata, per evitare squilibri e per mantenere l’equilibrio del territorio.
Il miele assume un ruolo simbolico molto bello: è l’unico prodotto animale accettato senza riserve ed è anche l’unica sostanza dolcificante usata dai cuochi. Questo lo rende quasi un alimento “ponte” tra natura e cultura, tra semplicità e piacere. Il fatto che il narratore, anche a cent’anni, dica di gustarlo come un ragazzino dà al passaggio un tono molto vivo e affettuoso. Qui il romanzo usa un dettaglio concreto per trasmettere continuità tra età diverse e piacere quotidiano.
La parte finale mostra che la federazione sa adattarsi quando va in visita all’esterno. Anche se normalmente non consuma certi alimenti, accetta uova, latticini e a volte carne quando viene ospitata da altre famiglie. Questo indica una forte educazione alla flessibilità e al rispetto reciproco. La comunità non impone le proprie abitudini agli altri, ma cerca di non creare imbarazzo e di mantenere rapporti cordiali.
Nel complesso, il capitolo 39 usa l’alimentazione per dire molto più della semplice dieta. Racconta un mondo che ha scelto sobrietà, controllo, equilibrio ecologico e rispetto delle sensibilità, senza però rinunciare al gusto o all’ospitalità.
40
Il nostro genere di alimentazione non era solo questione di gusti o di pura misericordia verso gli animali, che pure era presente, ma era anche un calcolo economico. Nutrirsi di carne comportava una cospicua quantità di terreni adibiti alla produzione dei loro alimenti e al loro ricovero, oltre che un supplemento di lavoro e di personale, cheGas serra dal nostro punto di vista era un inutile spreco di energia. Lasciavamo che la natura allevasse per noi i pochi animali che ancora venivano mangiati.
Con la riduzione progressiva del consumo di carne e un consumo maggiore di verdure e di frutta, era diminuito il terreno adibito all’alimentazione animale ed era aumentato, invece, il terreno destinato alla forestazione, che ritenevamo fondamentale per migliorare la qualità della nostra vita, compresa una maggiore ossigenazione dell’aria.
Nei decenni precedenti, per le conseguenze della competizione economica, si erano pericolosamente innalzati i valori di CO2, di metano e di altri gas serra nell’atmosfera, fino al punto di pregiudicare in modo grave la salute di molti cittadini e le condizioni meteorologiche del pianeta. I governi mondiali, dopo il famoso accordo internazionale sul clima, battagliato inutilmente per decenni e conclusosi per disperazione in modo concreto solo poco prima che io nascessi, vedevano quindi con favore il nostro stile di vita che permetteva la riforestazione. Questo era uno dei vari motivi che ci preservava da attacchi indiscriminati dal mondo esterno. Tuttavia, anche se veniva scaricata nell’aria una quantità di gas serra decisamente più bassa, quella prodotta in passato si trovava ancora in parte nell’atmosfera con danni rilevanti sul clima e sull’ambiente, nonostante l’impegno prodigato nella ricerca e nell’utilizzo di fonti di energia rinnovabile.
Ancora oggi, a più di cento anni da quell’accordo, dopo decenni che il sistema di mercato è caduto, sarà necessario ancora parecchio tempo e lavoro per rimediare completamente ai danni prodotti dalla competizione .
Il capitolo 40 sposta il discorso alimentare su un piano più ampio: non si parla solo di scelte di dieta, ma di ecologia, uso del suolo, clima e responsabilità storica. È un capitolo molto importante perché collega in modo diretto il comportamento quotidiano della federazione con la salute del pianeta.
Il primo nucleo del capitolo è economico: mangiare carne richiede molti più terreni, più lavoro, più strutture e più personale. Il romanzo fa capire che, dal punto di vista della federazione, questa è una forma di spreco energetico non giustificabile. L’idea che “la natura allevasse per noi” gli animali ancora consumati è significativa perché esprime una scelta di non forzare eccessivamente i cicli produttivi. Si mangia ciò che l’ambiente offre senza creare un sistema di sfruttamento intensivo.
Molto forte è il legame tra riduzione della carne e aumento della forestazione. Liberare terreno dall’allevamento significa restituirlo agli alberi, e quindi migliorare l’aria, il paesaggio e la qualità complessiva della vita. Qui il romanzo presenta la riforestazione come un atto insieme ecologico e morale. Non è solo una tecnica ambientale, ma un segno di civiltà: meno produzione aggressiva, più equilibrio naturale. La parte sul CO2, il metano e i gas serra allarga il discorso al livello planetario. Il testo attribuisce alla competizione economica il degrado climatico accumulato nei decenni, e presenta l’accordo internazionale sul clima come una risposta tardiva ma necessaria. È interessante che il romanzo ammetta che, anche dopo il cambiamento del modello sociale, i danni restano a lungo nell’atmosfera. Questo dà al capitolo una nota realistica: la cri
Il capitolo dice anche che lo stile di vita della federazione è uno dei motivi per cui il mondo esterno la rispetta o almeno non la attacca facilmente. La riforestazione e il basso impatto ambientale diventano quindi anche una forma di legittimazione politica. In altre parole, la federazione non appare solo come comunità etica, ma come modello utile in un’epoca di emergenza climatica. Questo rafforza la sua immagine di società lungimirante e responsabile.
La chiusura è molto netta: i danni prodotti dalla competizione economica richiederanno ancora molto tempo e lavoro per essere riparati. Il romanzo insiste così sul fatto che il passato non scompare con un semplice cambio di sistema; lascia eredità materiali e ambientali profonde. Questo passaggio è importante perché impedisce una lettura ingenua o trionfalistica. Anche se il sistema competitivo è caduto, i suoi effetti restano, e l’organizzazione deve continuare a lavorare per guarire ciò che è stato danneggiato.
Nel complesso, il capitolo 40 trasforma una scelta alimentare in una visione del mondo. Meno carne significa più risparmio, più foresta, meno emissioni e maggiore equilibrio climatico. La federazione viene così rappresentata come una società che non si limita a sopravvivere, ma cerca di riparare concretamente il pianeta.
41
Si stava profilando un pomeriggio tranquillo, quando improvvisamente arrivò la notizia: come i suoni di un potente tam tam, che si diffondevano su tutto il territorio della federazione, venimmo a sapere della morte di Genevieve. Era la decana di tutta la federazione poiché aveva raggiunto la rispettabile età di centodiciotto anni. La sua morte significava molto di più dell’aver perso una persona cara: per noi era il simbolo della lunga vita che poteva offrire una federazione autosufficiente. L’evento ci colse un po’ di sorpresa, perché qualche giorno prima l’avevamo vista alla movida serale ancora sorridente e con tanta voglia di vivere. Me la ricorderò sempre così: nella sua carrozzina motorizzata, magrolina e imbacuccata dalla testa ai piedi, nonostante l’aria temperata della primavera inoltrata. I funerali si sarebbero tenuti il venerdì seguente e avrebbero seguito la prassi di coloro che erano morti prima di lei: cremazione e dispersione delle ceneri nel territorio della federazione.
All’interno delle federazioni non esistono cimiteri o tombe commemorative, cosa che ci ha esposti a critiche spietate.
“Non avete rispetto dei morti”.
“Da che mondo è mondo i nostri cari li abbiamo sempre seppelliti e onorati nelle loro tombe”.
“Anche i cani possono avere la loro tomba, voi trattate i vostri cari peggio degli animali”.
Questi erano solo le critiche più gentili che alcuni del mondo esterno ci lanciavano quando andavamo a cercare proseliti. Era difficile convincere alcuni, ostinatamente legati alle proprie tradizioni, che con la cremazione e la dispersione delle ceneri non si cancellava la memoria dei propri cari. Essi rimarranno per sempre nei nostri cuori, finché noi stessi avremo vita. Del resto ogni federazione teneva un archivio storico scritto e audiovisivo di ogni membro della comunità.
Il capitolo 41 è toccante perché mette insieme due dimensioni forti: la morte di Genevieve e la riflessione sul senso della memoria dentro la federazione. Non è solo un capitolo funebre, ma anche un capitolo che ribadisce quanto la lunga vita e la continuità comunitaria siano percepite come risultati concreti del modello federativo.
Genevieve non è presentata solo come una persona amata, ma come la decana della federazione, arrivata a centodiciotto anni. Questa età straordinaria la rende quasi un simbolo vivente della riuscita del sistema: la federazione non promette solo benessere materiale, ma anche longevità, cura e qualità della vita. Il fatto che fosse stata vista pochi giorni prima ancora sorridente e piena di voglia di vivere rende la notizia della morte ancora più forte. Il romanzo insiste così sulla fragilità della vita anche quando è molto lunga, e sulla naturalezza con cui la comunità accoglie questo passaggio.
La cremazione e la dispersione delle ceneri nel territorio della federazione mostrano una concezione molto particolare del rapporto con i morti. Non esistono cimiteri o tombe, quindi la memoria non si concentra in un luogo fisico separato, ma rimane diffusa nello spazio vissuto della comunità. Questo è uno dei punti più delicati del capitolo, perché il testo sa bene che questa scelta suscita critiche esterne. La federazione viene accusata di mancare di rispetto ai morti, ma il romanzo difende la propria visione sostenendo che il ricordo autentico non dipende necessariamente dalla tomba. Il passaggio più interessante è proprio questo: la memoria non è affidata alla pietra, ma al cuore dei vivi e all’archivio storico della comunità. È una scelta molto coerente con l’intero universo del romanzo, dove ciò che conta non è l’ostentazione, ma la continuità concreta dei legami. L’archivio scritto e audiovisivo di ogni membro sostituisce la commemorazione monumentale. In questo modo la persona non viene cancellata, ma integrata nella memoria collettiva in forma documentata e viva.
Le frasi di critica riportate dal mondo esterno sono molto dure e fanno emergere il conflitto tra due idee di dignità: una legata alla sepoltura tradizionale, l’altra alla conservazione della memoria dentro il corpo comunitario. Il romanzo non cerca di minimizzare la ferita culturale di questa differenza, ma la trasforma in occasione di confronto. Il punto non è dimostrare che la tomba sia inutile in astratto, ma che la federazione ha scelto un’altra forma di rispetto, più coerente con il proprio modo di vivere.
Nel complesso, il capitolo 41 unisce commozione e identità collettiva. La morte di Genevieve diventa il momento per riflettere sulla continuità della vita, sulla longevità come segno di civiltà e sulla memoria come responsabilità condivisa, non come semplice culto funerario.
42
Quella sera alla movida non c’era il solito clima festoso. Nei conciliaboli l’argomento principe era la morte di Genevieve. Anch’io e i miei amici Samuel, Robert e Luc, con Ivan, Laurie, mia sorella Heloise e le sue amiche Ginette e Charline con suo marito Serge, passammo la serata seduti sulle panchine dei parchi a parlare di vita e di morte. Era stato in frangenti come quello che alcuni di noi scoprirono la loro vena filosofica. Quella sera tutti argomentammo a favore della cremazione e della dispersione delle ceneri.
“È anche vero che se non ci fosse stata l’abitudine di seppellire i morti in tombe commemorative, ora non potremmo ricostruire storicamente la vita e le abitudini dei popoli e dei grandi personaggi del passato” esordii io.
“La sepoltura in sé non ha mai avuto alcuna intenzionalità storica, nelle culture della maggior parte dell’umanità,” rispose Charline “ma uno scopo puramente igienico”.
“Penso però che gli esseri umani non si siano mai rassegnati all’oblio totale, dando sostegno alla credenza di un’anima immortale che sopravvive alla corruzione del corpo”. ribadii.
“Sì, la penso anch’io così” disse Ivan. “Già parecchi millenni fa gli uomini primitivi seppellivano i loro morti accovacciati in posizione fetale, a simboleggiare il ritorno a una nuova nascita.
Praticamente tutte le civiltà, che si sono susseguite nel corso della storia umana, credevano, in un modo o nell’altro, che fosse possibile ridare un corpo a un’anima immortale in un’altra vita”.
A tutti noi avevano invece insegnato che il concetto dell’esistenza di un’anima immortale, consapevole e indipendente dal corpo, era semplicemente una leggenda nata già agli albori delle prime civiltà e tramandatasi nei millenni fino ai nostri tempi.
Il capitolo 42 trasforma il lutto per Genevieve in una conversazione filosofica sulla morte, la memoria e l’idea dell’anima. Dopo il dolore iniziale, il romanzo apre uno spazio di riflessione collettiva che mostra quanto la comunità non sia soltanto pratica e organizzata, ma anche capace di interrogarsi sui grandi temi dell’esistenza.
La movida perde il suo carattere festoso e diventa un momento di raccoglimento. Il fatto che i personaggi si ritrovino sulle panchine dei parchi a parlare di vita e di morte è molto significativo, perché mostra come la comunità reagisca alla perdita non con isolamento, ma con dialogo. Questa dimensione collettiva del lutto è coerente con tutto il romanzo: la vita privata non è mai del tutto separata dalla vita comune. Anche il dolore diventa occasione di confronto e di elaborazione condivisa.
La discussione parte da un punto molto concreto: la sepoltura ha anche uno scopo igienico e storico. Charline sottolinea che le tombe, oltre a custodire i morti, hanno permesso di ricostruire la storia di popoli e personaggi. Questo è un argomento razionale, non sentimentale, e mostra una riflessione molto adulta. Pierre però sposta subito il discorso su un piano più profondo, osservando che gli esseri umani hanno sempre cercato di non scomparire del tutto. L’idea dell’anima immortale diventa così una risposta al timore dell’oblio, non solo una dottrina religiosa.
Il riferimento alla posizione fetale dei sepolcri primitivi è molto bello perché collega il rapporto con la morte al desiderio di rinascita. Ivan rafforza questa visione mostrando che molte civiltà hanno immaginato una sopravvivenza dell’essere umano oltre il corpo. Il capitolo mette quindi in scena una tensione tra due visioni: da una parte la concezione tradizionale dell’anima immortale, dall’altra la dottrina della federazione, che considera tutto ciò una leggenda storica. Non c’è derisione aggressiva, ma una presa di distanza razionale.
La frase finale è centrale: ai membri della federazione è stato insegnato che l’anima immortale è una costruzione leggendaria nata nelle prime civiltà. Questo è un punto molto forte, perché mostra una comunità che educa i suoi membri a pensare la morte senza ricorrere alla trascendenza. Il romanzo non presenta questa posizione come cinica, ma come una forma di chiarezza intellettuale. La memoria dei morti non ha bisogno di una sopravvivenza spirituale per essere autentica; basta il ricordo dei vivi e la continuità della comunità.
Nel complesso, il capitolo 42 è un capitolo di filosofia condivisa. La morte di Genevieve non chiude il discorso, ma lo apre a un confronto tra storia, igiene, memoria e speranza umana di non essere cancellati.
43
A quel punto Ivan fece un ragionamento particolare, che ricordo benissimo ancora adesso: “Prendiamo per esempio un foglio di carta bianco e tracciamoci sopra una riga con una matita. Poi prendiamo una gomma e la cancelliamo. Possiamo affermare che l’informazione di quella riga è andata distrutta? No, perché è vero che non esiste più l’informazione originale, ma questa si è trasformata nei rivoli di gomma, carta e grafite, così anche nel solco rimasto sulla carta e il consumo della grafite della punta della matita. In sintesi, l’informazione non si può distruggere ma solo trasformare, perché è evidente che non può mantenersi inalterata nel tempo. Se noi avessimo però la capacità tecnica di estrarre l’informazione originale da quei rivolini e tutto il resto, potremmo riformare la stessa identica riga sul foglio di carta”.
Tutti ascoltammo attentamente ciò che disse Ivan, infine fui io a rompere il silenzio che si era creato: “Quindi, Ivan, quando una persona muore la sua informazione non va persa ma si conserva anche se trasformata?”
“Beh, nelle leggende c’è sempre un fondo di verità, e se per esistenza di un’anima immortale intendiamo la conservazione della nostra informazione, seppur modificata, allora questa può essere la nostra anima immortale”.
“Questo ragionamento” disse Ginette “preclude ogni possibilità reale alla cosiddetta reincarnazione. L’informazione contenuta nei nostri dati storici non potrebbe ricostituirsi in qualcosa di diverso dai suoi precedenti contenitori. Per questo credo che la reincarnazione sia un concetto teorico senza alcun fondamento logico, mentre ha più senso la risurrezione”.
Molti abitanti delle federazioni oggi credono in una futura risurrezione, proprio perché pensano che l’informazione delle persone morte rimanga nella memoria dell’universo. Pensano che in un futuro lontano quell’informazione possa essere recuperata in qualche modo e trasformata nella stessa persona che conteneva quell’informazione. Non ha alcuna importanza quando e come questo avverrà. Per questo abbiamo la speranza di rivedere Genevieve, non più come una vecchietta curva e traballante, ma come una prosperosa ragazza nel pieno del suo vigore fisico.
Passammo tutta la serata sulle panchine a filosofare. Del resto, al contrario delle altre sere, erano state improvvisate pochissime bancarelle e nessun gruppo musicale. Gli unici suoni erano le voci stridule dei bambini che provenivano dai parchi giochi, a ricordarci che la vita continuava nonostante tutto.
La salma fu portata, come consuetudine, nella saletta adiacente l’infermeria, per permettere a tutti coloro che lo desiderassero di darle l’estremo saluto. Lì sarebbe rimasta fino a quando sarebbe stata trasportata al centro di cremazione più vicino alla nostra federazione. Di Genevieve sarebbero rientrate solo le ceneri, per essere disperse nei nostri boschi, e rimarranno solo le documentazioni digitali audiovisive, che sono andate ad arricchire lo schedario di coloro che sono vissuti e morti nel nostro territorio. Tali informazioni, ancora oggi, sono consultabili attraverso i nostri strumenti multimediali.
Il capitolo 43 porta la riflessione sulla morte a un livello ancora più teorico e quasi metafisico, ma lo fa con strumenti molto concreti: un foglio, una gomma, la grafite, la memoria digitale e l’archivio audiovisivo. Il risultato è un capitolo molto originale, perché prova a pensare la sopravvivenza della persona non in termini religiosi tradizionali, ma come conservazione e recuperabilità dell’informazione.
Il ragionamento di Ivan è il cuore del capitolo. La riga cancellata dal foglio non scompare davvero: si trasforma in altri segni materiali, in residui e tracce. Da qui nasce l’idea che anche la persona, quando muore, non venga annientata in senso assoluto, ma continui a esistere come informazione trasformata. Questa è una delle idee più forti del romanzo, perché unisce filosofia, fisica intuitiva e immaginario tecnologico. La persona diventa qualcosa che può essere conservato, recuperato e magari ricostituito in futuro.
La distinzione tra anima immortale, reincarnazione e risurrezione è molto interessante. Ginette rifiuta la reincarnazione perché l’informazione non potrebbe semplicemente trasferirsi in un contenitore diverso senza perdere coerenza; invece la risurrezione appare più compatibile con l’idea di recupero della stessa identità informativa. Il romanzo non presenta questa speranza come dogma religioso, ma come ipotesi razionale alimentata dalla fede nella permanenza dell’informazione. È una forma di spiritualità molto “scientifica”, che sostituisce il soprannaturale con la conservazione dei dati.
Il richiamo a Genevieve rende tutto più umano. La vecchia signora non è soltanto un caso teorico: è una persona concreta che la comunità spera di rivedere un giorno in una forma nuova e piena di vigore. Questo dà alla riflessione una forte carica affettiva. La salma portata nella saletta vicino all’infermeria e poi la cremazione confermano la coerenza del rito comunitario: nessun monumento funebre, ma rispetto, saluto, archivio e dispersione delle ceneri nei boschi. La persona continua attraverso la memoria registrata e consultabile. Molto bello è anche il contrasto finale tra la quiete della riflessione e le voci dei bambini nei parchi giochi. È come se la vita ricordasse ai personaggi che la morte non interrompe il flusso collettivo. La comunità continua, i suoni continuano, i bambini giocano, e la morte viene integrata dentro questo ciclo.
Il capitolo 43 è dunque una meditazione sul fatto che nulla si perde davvero, ma tutto si trasforma. Il romanzo usa il lutto per costruire una metafisica dell’informazione, in cui memoria, archivi e speranza di risurrezione tengono insieme scienza e bisogno umano di non scomparire del tutto.
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Finalmente sabato! Il giorno tanto atteso era arrivato. Potevo rivedere Odette ed ero emozionato come un bambino che aspetta di vedere quale regalo ci sia nella scatola chiusa. Nei giorni precedenti i giardinieri avevano abbattuto gli alberi che ostacolavano l’ampliamento della strada in entrambi i lati, in tutti i circa ottocento metri della larghezza della fascia boschiva tra le due federazioni. I tronchi giacevano ancora a terra ai bordi del sentiero sterrato, già puliti dai rami e in attesa di essere caricati sui camion e portati in altre federazioni, per essere utilizzati come materiale per costruire mobili, serramenti, pavimenti, carpenteria… A quel punto si trattava di portare le ramaglie dentro il bosco, che in un secondo tempo sarebbero state affidate alla trituratrice, e di spostare alcuni tronchi che impedivano il passaggio dei camion.
Finalmente vidi Odette! “Sei arrivata anche tu in bicicletta?”
“Sì”.
“Allora quando è ora di pranzo non partire subito, aspettami che devo parlarti”.
“Va bene, ci vediamo dopo”. Mi sentivo galvanizzato. Dopo la pausa, mentre mi davo da fare con gli altri a montare la cabina, pensavo a cosa avrei detto a Odette e a come l’avrei detto. Rimuginavo più e più volte nella mente le parole che più riassumevano le mie intenzioni, per non rovinare tutto. Era un’occasione importante che non volevo assolutamente sprecare. Avrebbe accettato il mio invito a passare del tempo in mia compagnia? Dopo tutto, quello che le avrei chiesto non sarebbe stato di certo compromettente. Ovviamente non le avrei fatto delle avances, anche se, confesso, ci avevo pensato. Con Odette volevo un rapporto puro, scevro da pensieri che avrebbero impedito di conoscerla per quello che era veramente e, anche, di farmi conoscere per quello che io ero.
Il capitolo 44 è uno dei più delicati della parte sentimentale del romanzo, perché finalmente riporta Pierre e Odette nello stesso spazio e trasforma l’attesa in possibilità concreta. Il tutto avviene dentro un contesto di lavoro e trasformazione del territorio, così l’amore non appare mai isolato dal vivere comunitario. L’esordio “Finalmente sabato!” dà subito il tono del capitolo: è una giornata attesa con intensità quasi infantile. La metafora del regalo nella scatola chiusa è molto efficace perché rende bene la miscela di curiosità, speranza e timore che Pierre prova prima di rivedere Odette. Questa emozione non è superficiale: il romanzo la presenta come un momento di forte significato personale, quasi un passaggio emotivo decisivo. Pierre non vive l’incontro come una semplice simpatia, ma come una prova del proprio sentimento.
Molto bello è il fatto che l’incontro avvenga dentro un lavoro concreto: l’ampliamento della strada, l’abbattimento degli alberi, il trasporto dei tronchi e delle ramaglie. Anche qui, come spesso nel romanzo, il sentimento non è separato dal lavoro, ma nasce e si sviluppa dentro la collaborazione operativa. L’uso dei tronchi per mobili, serramenti e carpenteria mostra inoltre una logica di recupero totale dei materiali. Nulla viene sprecato; tutto rientra nel ciclo produttivo della federazione o di altre comunità.
Il dialogo con Odette è breve ma decisivo. Pierre le chiede di aspettarlo prima di pranzo, e lei accetta con semplicità. Questo piccolo scambio ha un enorme valore emotivo perché segna l’apertura di uno spazio privato possibile, senza forzature. La presenza della bicicletta e dell’organizzazione dei tempi rende l’incontro credibile e naturale. Non c’è un gesto plateale, ma un accordo discreto che lascia emergere un’intimità ancora in formazione.
Uno dei punti più significativi è la riflessione di Pierre sul fatto che non intende fare avances. Qui il romanzo chiarisce bene il tipo di rapporto che il protagonista desidera: un rapporto puro, senza secondi fini, fondato sulla conoscenza reciproca. Questo non è puritanesimo, ma autocontrollo e rispetto. Pierre vuole capire chi sia davvero Odette e permettere a Odette di conoscere lui nello stesso modo. L’amore viene così costruito come verità progressiva, non come seduzione rapida.
Nel complesso, il capitolo 44 unisce molto bene tre dimensioni: l’energia dell’attesa, il lavoro collettivo e la nascita di una relazione autentica. L’incontro con Odette non è ancora un punto d’arrivo, ma il romanzo lo presenta come un momento decisivo in cui il desiderio si traduce in possibilità concreta.
45
“Pausa pranzo!” esclamò qualcuno. Balzai in sella alla mia bicicletta e mi inoltrai nel sentiero in leggera discesa, dentro il territorio della nuova federazione. La vidi subito: era ferma in sella alla bici che mi aspettava, in compagnia di due sue amiche. Appena arrivai le amiche mi salutarono e si misero in disparte. Quando rimasi solo con lei, nonostante avessi provato e riprovato nella mia mente cosa dirle, fui sopraffatto dall’imbarazzo e mi limitai solo a chiederle: “Odette, vuoi uscire in cerca di proseliti con me, uno di questi giorni?”
“Molto volentieri Pierre. Solo che il vostro bus passa attraverso il nostro territorio nel secondo giro”.
“Sì, aspetterò che rientri dal primo; la prossima settimana il mio turno è al mattino, quindi potrei il pomeriggio. Facciamo lunedì?”
“Lunedì? Va bene, vedrò di tenermi libera per lunedì pomeriggio”.
Mi sarei innamorato di lei anche al buio, senza vederla. Era sufficiente sentire la sua voce incantevole, all’altezza di tutta la sua persona. L’accompagnai in bicicletta per un tratto della strada, fino a circa un chilometro dalla loro grande casa comune, pedalando lentamente per non sottrarre tempo alla sua piacevole compagnia.
“Così ti sei diplomato e ti hanno già assegnato il lavoro specialistico!” mi disse Odette sfoderando il suo solito sorriso accattivante. Mi chiedevo spesso se fosse consapevole della forza di questa sua arma seducente, oppure le veniva istintivamente. Per me non era poi così importante saperlo, ciò che contava era di poter vedere il suo sorriso, sempre più da vicino…
Risposi alla sua osservazione: “Sì, ho rinunciato ad accedere agli studi universitari e voglio solo dedicarmi al mio lavoro con coscienza e devozione. Tu invece?”
“Beh, sono abbastanza avanti con lo studio e tra non molto dovrei diplomarmi. Gli anziani mi hanno suggerito di continuare gli studi universitari in medicina. Se farò questa scelta è probabile che verrò nella vostra federazione a specializzarmi in oftalmologia, per poi esercitare tra i membri della mia federazione”.
“È un’ottima idea, sono certo che sarai all’altezza del tuo compito”.
“Grazie dell’incoraggiamento, Pierre”.
A essere sincero, è vero che ero contento per Odette, ma lo ero soprattutto per me, perché avrei potuto vederla tutti i giorni.
“Bene, a questo punto torno a casa, magari mi daranno già per disperso”. Ridemmo entrambi.
Salutai in lontananza le sue amiche e allungai la mano per stringere la sua. Lei protese anche il viso, così che ci baciammo sulla guancia e ci salutammo.
Cos’era poi un bacio sulla guancia? Quante volte avevo baciato sulla guancia maschi e femmine della federazione? Lo facevo praticamene tutti i giorni, ma quella volta baciare sulla guancia Odette mi procurò un’emozione tale che tornai a casa pedalando con le gambe tremanti.
Il capitolo 45 è uno dei più belli sul piano sentimentale, perché trasforma finalmente l’attesa in un vero scambio tra Pierre e Odette. È un capitolo leggero, intimo e insieme molto controllato, in cui l’emozione cresce proprio perché resta dentro i limiti della buona educazione federativa.
L’avvio è immediato: nella pausa pranzo Pierre raggiunge Odette in bici e i due rimangono quasi subito soli. La presenza iniziale delle amiche è utile perché rende la scena più naturale, ma poi lascia spazio a un dialogo diretto, senza teatralità. Il fatto che Pierre riesca finalmente a formulare l’invito a uscire in cerca di proseliti è importante: non sta chiedendo un incontro segreto, ma un’attività perfettamente legittima e condivisa. L’amore si inserisce dentro una cornice comunitaria, non contro di essa. La frase di Pierre sulla voce di Odette è molto significativa. Dice che si sarebbe innamorato di lei anche al buio, solo ascoltandola. Questo sposta l’attrazione da un livello puramente estetico a uno più profondo e sensoriale, come se la sua presenza avesse già una qualità interiore riconoscibile. Anche il sorriso di Odette viene descritto come un’arma seducente, ma il narratore resta più colpito dalla spontaneità che dalla strategia. È un modo molto delicato di raccontare il fascino reciproco.
Il capitolo parla del futuro professionale di entrambi. Pierre rinuncia all’università e si dedica al suo lavoro specialistico, mentre Odette pensa di studiare medicina e forse di specializzarsi in oftalmologia nella federazione di Pierre. Questa possibilità introduce una forte dimensione progettuale nel loro rapporto: il sentimento non è solo presente, ma comincia a intrecciarsi con la prospettiva di una vita comune, o almeno di una vicinanza stabile.
La scena finale è splendida per semplicità. Il bacio sulla guancia non è niente di straordinario in sé, ma per Pierre diventa un momento emotivamente enorme. Il romanzo mostra così come, in un contesto già abituato ai gesti di saluto, il significato dipenda interamente dalla persona coinvolta. Questo rende molto bene la nascita dell’amore: un gesto normale assume un peso nuovo perché è carico di desiderio e di attesa accumulata. Le gambe tremanti al ritorno sono un dettaglio molto umano e molto efficace.
Nel complesso, il capitolo 45 è una scena di avvicinamento riuscita, perché combina dialogo, progetto, attrazione e pudore. Pierre e Odette non si dichiarano apertamente, ma il loro rapporto avanza in modo credibile e tenero, dentro una comunità che non ostacola il sentimento purché resti rispettoso e condiviso.
46
Arrivai in mensa per ultimo, quando già i robot stavano portando il cibo a tavola. Vidi mia sorella che gesticolava per attirare la mia attenzione, così mi avvicinai al suo tavolo.
“Vieni Pierre, ti abbiamo tenuto il posto”. Sorpresa! Davanti a lei era seduto Jean Paul!
“Ciao Pierre”.
“Ciao Jean Paul, non ti ho visto stamattina”.
“C’ero, c’ero. Ti sono passato vicino con il camion carico di tronchi. Ho provato a chiamarti, ma probabilmente i rumori delle elettroseghe hanno coperto la mia voce. Comunque sono contento di rivederti”.
“Lo sono anch’io”.
“Pierre, Jean Paul ha una buona notizia da darti” disse mia sorella, con evidente soddisfazione.
“Ah sì? E di che si tratta?”
“Beh, mia madre e io siamo stati ritenuti idonei per entrare nel programma d’inserimento in una federazione. Ho già fatto domanda ai miei anziani di gruppo per poter far parte di questa federazione, oppure di quella nascente ai vostri confini”.
“Perfetto! E ti hanno già detto quando questo potrà avvenire?”
Con la modestia che lo caratterizzava, Jean Paul rispose: “Nooo! Siamo stati messi in lista, ma sarà l’organizzazione a decidere quando e come inserirci. Mi hanno però detto che già da adesso potrei chiedere una breve permanenza in qualche federazione, con lo scopo di conoscere una ragazza per un eventuale futuro matrimonio”.
“Bene, e scommetto che tu hai già presentato la domanda!”
“Sì, però devo aspettare fino ad agosto, quando avrò tre settimane di ferie pagate. Non potrei abbandonare prima il lavoro con il rischio di essere licenziato. Per me e per mia madre questo lavoro è prezioso per andare avanti”.
“Capisco. Magari hai già puntato gli occhi su una ragazza?” Osservai la sua reazione e quella di mia sorella. Entrambi si guardarono negli occhi con un mezzo sorriso e senza proferire parola, probabilmente complici di un programma non scritto ma neppure tanto nascosto…
“Ho capito, ho capito…” mi limitai a dire. Poi mi buttai con avidità su ciò che avevo nel piatto.
Il capitolo 46 intreccia tre linee narrative insieme: l’amicizia tra Pierre e Jean Paul, l’inserimento progressivo di nuovi membri nella federazione e la complicità amorosa che ormai riguarda anche Heloise. Il tono è leggero, ma dietro c’è un passaggio sociale importante: Jean Paul non è più un ospite di passaggio, ma qualcuno che sta per entrare stabilmente nel mondo comunitario.
La notizia che Jean Paul e sua madre sono stati ritenuti idonei per entrare nel programma d’inserimento è decisiva. Il romanzo mostra così che l’accesso alla federazione non è casuale né improvvisato, ma regolato da un percorso di valutazione e attesa. Il fatto che Jean Paul possa chiedere una breve permanenza per conoscere una ragazza rende l’inserimento ancora più umano: la federazione non pensa solo al lavoro, ma anche alla possibilità di formare una famiglia dentro un contesto scelto e protetto.
Molto significativo è che Jean Paul debba aspettare agosto, quando avrà ferie pagate, per non rischiare il posto che ancora ha nel sistema competitivo. Questo dettaglio dice molto sulla precarietà relativa del lavoro esterno e sul peso che il mantenimento del reddito ha per lui e per sua madre.
La scena più delicata è quella degli sguardi tra Jean Paul e Heloise. Il loro mezzo sorriso e il silenzio complice fanno capire che c’è già un’intesa, anche se non ancora formalizzata. Pierre coglie subito la situazione e reagisce con una frase che smorza la tensione. Questo rende il personaggio molto credibile: è un osservatore affettuoso, partecipe, ma anche capace di lasciar correre le cose senza invaderle.
Il capitolo funziona bene anche perché tiene insieme più personaggi nello stesso spazio: Pierre, Jean Paul, Heloise e, indirettamente, la madre di Jean Paul. Questo dà l’impressione di una comunità che non è mai fatta di soli due individui, ma di relazioni intrecciate e osservabili da tutti. Persino il gesto finale di buttarsi avidamente sul cibo è narrativamente efficace: dopo l’accenno amoroso, Pierre torna alla concretezza del pasto e della mensa, come se la vita comunitaria assorbisse naturalmente anche l’emozione.
Nel complesso, il capitolo 46 mostra che il romanzo sta facendo avanzare insieme il destino delle due coppie: Pierre-Odette e Jean Paul-Heloise. L’ingresso di Jean Paul nella federazione non è solo un fatto amministrativo, ma anche il possibile avvio di una nuova stabilità affettiva e comunitaria.
47
Dopo pranzo tornai al mio lavoro, ma prima andai a salutare Odette e la trovai sul sentiero, in attesa di cominciare. Mi disse che nella pausa sarebbe tornata a casa per studiare, perché il giorno seguente avrebbe sostenuto una valutazione da parte degli esaminatori della sua federazione. Comunque, prima di andare via sarebbe venuta a salutarmi. Questa volta vidi Jean Paul passare con il camion carico di tronchi mentre mi salutava, sporgendo e agitando il braccio fuori dal finestrino. Pensavo che, tutto sommato, poteva essere un buon marito per mia sorella. Heloise contraccambiava e io mi fidavo di più del suo intuito femminile e della sua ponderatezza che delle mie valutazioni. Prima ancora della pausa di metà pomeriggio arrivò Odette in bicicletta.
“Ciao Pierre. Io vado. Allora ci vediamo domani?”
“Certamente. Se oggi avremo terminato il lavoro alla cabina, domani mattina verrò anch’io a mettere le ramaglie nella trituratrice, così potremo vederci nella pausa”. Ci salutammo stringendoci la mano e baciandoci ancora sulle guance.
Appena Odette si allontanò il mio collega Immanuel esclamò stupito: “Ma chi è quel fiore meraviglioso?”
“È una mia amica della federazione nuova. L’ho conosciuta nei lavori di rimboschimento dei confini comuni. Cerchiamo entrambi di conoscerci meglio”.
Intervenne Hugo, che voleva fare dello spirito: “Io al posto tuo marcherei il territorio attorno a lei, come farebbe un cagnolino!” disse sogghignando.
Ero un po’ imbarazzato: non sapevo se ridere o rispondere. Alla fine tacqui, ma fu Immanuel a togliermi da quella situazione: “Tranquillo, Pierre. Qui siamo tutti sposati e padri di famiglia. Quello che voleva dire Hugo è che questa ragazza è talmente bella che devi temere la concorrenza. Comunque ti auguriamo che le cose ti vadano bene. Se il suo cuore è come il suo aspetto, puoi ritenerti fortunato”.
“Grazie dell’augurio Immanuel”.
In parte mi sentivo più sollevato, però affioravano nuovi pensieri, non tutti positivi. E certo, la concorrenza… Qualsiasi forma di competizione all’interno delle federazioni era stata eliminata, ma si poteva dire lo stesso per quanto riguardava l’amore? Tutti i rapporti tra i membri della federazione erano fondati sull’altruismo, sulla solidarietà e sulla collaborazione reciproca, ma valeva questa regola per la ricerca del partner ideale? Dopo tutto, anche se è vero che nel corpo umano le nostre cellule sono disposte a sacrificarsi per il collettivo, è anche vero che al momento della riproduzione c’è una concorrenza feroce tra gli spermatozoi per arrivare primi a fecondare l’ovulo femminile. Solo uno, tra milioni, otterrà il premio ambito. All’improvviso scoprii che cosa fosse la gelosia. Cominciavo a immaginarmi i ragazzi della federazione nuova ronzare attorno a Odette come tanti spermatozoi attorno all’ovulo. Quando per Odette potevo essere solo uno dei tanti il mio obiettivo era di conquistarla; proprio quando avevo buone speranze temevo già di perderla.
Il capitolo 47 porta alla luce il sentimento meno controllabile del romanzo: la gelosia. Fin qui Pierre aveva vissuto l’amore per Odette soprattutto come attesa, speranza e progettazione; qui invece nasce la paura di essere messo in competizione con altri, e quindi di perdere ciò che desidera. La prima parte del capitolo è ancora rassicurante: Odette torna a studiare, ma si prende il tempo per salutare Pierre prima di andare via. Questo dettaglio conferma che il loro rapporto sta diventando abituale, non più episodico. Il fatto che si salutino con strette di mano e baci sulle guance rafforza l’idea di una intimità rispettosa, pienamente compatibile con le regole della federazione. Non c’è trasgressione, ma c’è una vicinanza emotiva ormai evidente.
Pierre nota anche Jean Paul e pensa che possa essere un buon marito per Heloise. Questo è interessante perché mostra come Pierre stia osservando non solo il proprio sentimento, ma anche la possibile stabilità delle persone a lui vicine. La fiducia che ripone nell’intuito di Heloise è un segno di maturità relazionale. Pierre non vuole forzare i rapporti altrui, e riconosce che sua sorella ha una capacità di giudizio che lui stesso non possiede sempre.
La battuta di Hugo sul “marcare il territorio” introduce un momento di ironia quasi animalesca, ma serve a mettere in evidenza la tensione reale che Pierre sente. La risposta di Immanuel riporta la scena dentro un quadro di solidarietà adulta e rassicurante. Immanuel non minimizza l’attrazione per Odette, ma la interpreta come motivo di gioia e di speranza, non di conflitto. Questo è coerente con la cultura comunitaria della federazione, dove l’aspirazione al bene dell’altro dovrebbe prevalere sull’aggressività.
Il punto più forte del capitolo è la riflessione finale di Pierre. Lui capisce che, pur vivendo in una società senza competizione interna, l’amore può comunque produrre una forma di concorrenza: se più persone desiderano la stessa ragazza, si crea inevitabilmente un confronto. Il paragone con gli spermatozoi è molto efficace perché traduce in termini biologici una realtà emotiva: nella scelta del partner c’è sempre un margine di esclusione per gli altri. È il momento in cui Pierre scopre davvero la gelosia.
Il capitolo è interessante perché pone una domanda complessa: può davvero esistere l’altruismo totale quando entra in gioco il desiderio amoroso? Il romanzo non dà una risposta semplice, ma mostra che l’amore non è immune dalle logiche di selezione e rivalità. Questa scoperta rende Pierre più umano e più vulnerabile. Non è più soltanto un giovane fiducioso nella comunità, ma una persona che comprende la fragilità della propria posizione affettiva.
Nel complesso, il capitolo 47 segna il passaggio dalla speranza amorosa alla consapevolezza della rivalità. Pierre capisce che amare significa anche esporsi alla possibilità di essere scelti o rifiutati, e che persino in una società cooperativa il cuore può conoscere forme sottili di competizione.
48
Perché l’amore, il sentimento più nobile in assoluto, deve spesso essere accompagnato anche dalla gelosia? Per la verità gli anziani ci hanno sempre spiegato che con il termine amore possono intendersi sentimenti molto diversi. Il greco antico li definiva con vocaboli specifici.
Primo in assoluto, l’amore “agàpe”, che è indirizzato indistintamente verso il prossimo, senza aspettarsi nulla in cambio. Non può esserci nessun altro vero amore se non si fonda sull’agàpe. Gli anziani ci dicono che “l’amore agàpe è l’unica legge di cui abbiamo bisogno”. Poi c’è l’amore “philìa” , il sentimento che permette una vera amicizia, dove ogni uomo riconosce nel suo simile l’indiscussa grandezza dell’umanità e non può che ammirarla e custodirla, senza nessuna componente sessuale. Inoltre c’è l’amore “storgé”, il sentimento esistente tra consanguinei come l’istinto materno, ossia il forte legame della madre verso il figlio. Siamo spronati continuamente affinché possiamo considerare i membri della federazione come veri fratelli e sorelle, perché ci sia tra noi un vero amore storge, come in una grande famiglia. Infine l’amore “eros” che attrae reciprocamente due persone, sia per varie affinità, sia dal punto di vista sessuale. L’eros se è corrisposto è definito “anteros”. Era chiaro che io provavo per Odette eros, ma potevo sperare che sarebbe stato anche anteros? L’amore eros è l’amore completo, totale, perché comprende anche gli altri tipi di amore menzionati. Infatti, quando la coppia si unisce emotivamente e fisicamente, è come se assumesse profondi vincoli di parentela e quindi legati dall’amore storge. Inoltre i coniugi sono per forza anche amici e collaboratori, quindi si ricambiano con la philìa. Infine la persona amata conosce anche l’amore agàpe, disinteressato e non contrattuale.
I nostri anziani ci mettono però in guardia da altri tipi di amore che potrebbero essere controproducenti. È il caso dell’amore “himeros”, vale a dire una passione momentanea, fisica e mentale, che cerca la soddisfazione immediata. Potenzialmente può essere indirizzato verso qualcosa di positivo, ma potrebbe produrre anche un forte desiderio per ciò che non è nostro e spingerci al furto; oppure al desiderio impellente di soddisfare un bisogno sessuale con chi non è nostro coniuge. In entrambi i casi questo tipo di amore potrebbe portare a spiacevoli conseguenze, se non controllato.
Un altro tipo di amore che ci viene raccomandato di usare con oculatezza è il “pothos”, quello che guida le nostre aspirazioni, le mete, i sogni nel cassetto. È un tipo di amore ponderato, non impulsivo, che, se coltivato in modo sano, può permettere di integrarci perfettamente nella comunità, ma se non controllato potrebbe indirizzarci su obiettivi individualistici ed egoistici. Ci viene ricordato, anche per metterci in guardia dal pothos per la ricchezza materiale, perché l’amore per il denaro è la radice di ogni specie di male. Comunque gli anziani ci ricordavano che “c’è maggior felicità nel dare che nel ricevere!” Questo è il collante che regola i rapporti tra i membri delle federazioni.
Il capitolo 48 è molto denso perché non si limita a definire l’amore, ma costruisce una vera teoria morale dei sentimenti dentro la federazione. La parte più interessante è che il romanzo non contrappone amore e ragione: prova invece a ordinarli, distinguerli e renderli funzionali alla vita comunitaria.
Il passaggio iniziale parte da una domanda molto umana: perché l’amore, pur essendo il sentimento più nobile, porta spesso con sé la gelosia? Da qui il testo apre una classificazione dei diversi tipi di amore, usando il greco antico come linguaggio di precisione. Questa scelta dà al romanzo un tono quasi pedagogico e filosofico insieme. L’idea di fondo è che “amore” non significhi una sola cosa. Può essere dono, amicizia, legame familiare, desiderio, aspirazione, oppure una combinazione di più elementi. Il capitolo cerca quindi di impedire la confusione tra sentimenti diversi che, nella vita reale, tendiamo spesso a mescolare.
L’agàpe è presentato come il primo e più importante amore: un amore disinteressato, rivolto al prossimo senza aspettarsi nulla in cambio. Nel mondo del romanzo questo è chiaramente il fondamento etico della comunità, perché rende possibile l’altruismo e il rispetto reciproco. Dire che “non può esserci nessun altro vero amore se non si fonda sull’agàpe” significa che ogni relazione, anche la più intima, deve poggiare su una base di benevolenza gratuita. È il collante morale della federazione: senza agàpe, tutto il resto si corrompe.
La philìa è l’amicizia vera, fatta di stima, riconoscimento e cura dell’altro. Qui il romanzo la usa per descrivere la qualità dei legami non sessuali, ma profondi, tra persone che si rispettano e collaborano. È il sentimento che rende possibile una comunità in cui gli individui non sono estranei ma compagni. Lo storge, invece, è il legame familiare: l’amore tra consanguinei, l’istinto materno, la fratellanza. Il romanzo lo amplia alla federazione intera, che viene pensata come una grande famiglia. È un’idea molto forte, perché trasforma la comunità in una rete di prossimità affettiva e di responsabilità reciproca.
L’eros è il desiderio reciproco tra due persone, anche sul piano sessuale, ma non ridotto alla sola fisicità. Nel capitolo è importante che l’eros venga descritto come amore “completo” quando è corrisposto, cioè anteros. Questo significa che il desiderio diventa pienamente buono solo se è ricambiato e integrato con gli altri amori. Questa è una chiave fondamentale per capire il rapporto tra Pierre e Odette: il loro sentimento non è solo attrazione, ma dovrebbe diventare un’unione di stima, amicizia, benevolenza e riconoscimento reciproco.
La parte più prudente del capitolo riguarda gli amori da controllare. L’himeros è una passione immediata, impulsiva, quasi urgente. Il testo la considera pericolosa perché può portare a furto, infedeltà o soddisfazione egoistica del desiderio. È l’amore che vuole tutto subito. Il pothos è invece il desiderio orientato al futuro, ai sogni, agli obiettivi. È più nobile dell’himeros, ma può comunque deviare se non è governato: può diventare individualismo, ambizione, ricerca di ricchezza o di successo personale. Qui il romanzo fa capire che anche i desideri apparentemente positivi hanno bisogno di disciplina.
Il riferimento all’amore per il denaro è molto chiaro: il possesso materiale viene visto come una delle grandi corruzioni dell’umano. In questo senso il capitolo riprende una tradizione morale molto antica, ma la inserisce nel linguaggio della federazione come parte della sua pedagogia collettiva. La frase finale, “c’è maggior felicità nel dare che nel ricevere”, riassume bene tutto il sistema. Il dono vale più del possesso, la gratuità più del calcolo, il bene comune più dell’interesse privato.
Nel complesso, il capitolo 48 è un capitolo di chiarificazione morale. Cerca di dare ordine ai sentimenti, distinguendo ciò che costruisce la comunità da ciò che la mette in pericolo. Allo stesso tempo, però, non spegne l’amore: lo rende più consapevole, più maturo e più adatto a durare.

