La competizione economica tra le nazioni, i popoli e gli individui è nata quando sono nate le prime civiltà. Anche se la competizione economica ha accelerato il processo tecnologico, ha, per contro, portato molti danni ambientali e sociali significativi, molte volte legati all’aumento delle emissioni di gas serra, la distruzione degli ecosistemi e il consumo intensivo di risorse naturali e anche alla distruzione del tessuto sociale.
L’eccessiva corsa al mantenimento o all’aumento del proprio vantaggio economico, energetico o geopolitico ha alimentato pratiche che aggravano il riscaldamento globale e compromettono la sostenibilità ambientale. Ha prodotto l’aumento delle emissioni di gas serra, perché la corsa allo sviluppo industriale e alle risorse energetiche spesso si traduce in un aumento delle emissioni di CO2, metano, protossido di azoto e gas fluorurati, contribuendo al riscaldamento globale.
La competizione spinge alla deforestazione, all’estrazione intensiva di risorse e alla sostituzione di territori naturali con infrastrutture e impianti industriali, causando perdita di biodiversità e alterazione degli habitat naturali. Genera conflitti e guerre per il controllo di risorse energetiche, idriche o territoriali che, oltre a causare vittime dirette, aggravano l’inquinamento e i danni ambientali. La corsa agli armamenti e le attività militari, alimentate dalla competizione tra nazioni, contribuiscono significativamente all’inquinamento atmosferico e alle emissioni di gas serra, anche se queste emissioni sono meno monitorate rispetto a quelle civili.
La competizione ha accentuato la divisione tra classi sociali, con una crescente forbice tra redditi alti e bassi. Molti lavoratori, specie nei settori a basso salario, vivono in condizioni di precarietà e povertà, mentre pochi accumulano ricchezza e potere economico. Questo ha ridotto la mobilità sociale e rafforzato la stratificazione sociale, creando gruppi sociali sempre più distinti per opportunità, stili di vita e status economico. La domanda di lavoro più flessibile e precaria ha indebolito la solidarietà tra lavoratori. La contrattazione collettiva si riduce a favore di quella individuale, diminuendo la forza negoziale e la tutela dei lavoratori, con impatti negativi su condizioni di lavoro e diritti civili. La competizione economica alimenta tensioni tra classi, gruppi etnici e comunità, generando conflitti sociali legati a disparità di accesso alle risorse, opportunità e riconoscimento. Le disparità economiche si traducono spesso in tensioni culturali e morali, con questioni di giustizia sociale, esclusione e discriminazione. Molti lavoratori autonomi e la piccola borghesia sono marginalizzati o scompaiono, e la struttura delle classi si modifica con crescente dominio del capitale e delle rendite rispetto al lavoro salariato. Questo porta a una riduzione della diversità e della coesione sociale.
La fame nel mondo è stata aggravata dalla competizione economica attraverso vari meccanismi: l’aumento dei prezzi alimentari, l’instabilità economica, i conflitti, i cambiamenti climatici e la disuguaglianza strutturale. Nel 2024, si stima che l’8,2% della popolazione mondiale abbia sofferto la fame, con circa 307 milioni di persone in Africa e 323 milioni in Asia, soprattutto nelle aree rurali e tra le donne. Le crisi economiche legate all’inflazione, alla svalutazione delle monete e alla disoccupazione hanno spinto milioni di persone in povertà alimentare, peggiorando la situazione. Inoltre, eventi come pandemia e guerre hanno ulteriormente aggravato la sicurezza alimentare globale.
La vita competitiva e i modelli di sviluppo hanno accentuato la mortalità di malattie come cancro, cardiovascolari, degenerative, a causa dell’aumento dell’inquinamento atmosferico e delle acque, dell’alterazione delle diete, dell’aumento di alimenti processati, zuccheri e grassi, lo stress sociale e lavorativo, la riduzione dell’accesso a servizi sanitari. La disuguaglianza economica amplifica l’accesso diseguale alle cure mediche, aumentando l’incidenza e la mortalità di queste patologie nelle fasce più povere della popolazione.
In un contesto comunitario di circa 1800 persone con le caratteristiche descritte — totale condivisione dei beni, assenza di proprietà privata, classi sociali e gerarchie, senza uso di denaro, con autosufficienza alimentare, energetica e servizi primari in un’unica struttura abitativa polifunzionale e tecnologicamente avanzata — molti dei danni sociali, etnologici, civili e morali tipici della competizione economica globale sarebbero sostanzialmente attenuati o eliminati.
In un contesto comunitario, con le caratteristiche descritte nel romanzo, molti dei danni economici, ambientali, sociali, etnologici, civili, morali, spirituali, tipici della competizione economica globale sarebbero sostanzialmente attenuati o eliminati.
La totale assenza di proprietà privata e classi sociali elimina le disuguaglianze economiche e il conseguente conflitto e frammentazione sociale, riducendo la tensione tra classi e favorendo una coesione sociale più solida. L’assenza di gerarchie asfissianti e la condivisione dei beni promuovono una cultura di solidarietà e partecipazione collettiva, mitigando lo scontro civile e morale causato dalla competizione per il potere e le risorse. In tale comunità, la stratificazione sociale, la marginalizzazione e l’esclusione etnica sono fortemente ridotti, grazie alla condivisione e al modello di autogoverno, riducendo conflitti etnologici.
L’autosufficienza alimentare ed energetica abbassa drasticamente la dipendenza da risorse esterne, riducendo l’impatto ambientale e quindi i danni climatici connessi all’attività economica competitiva. L’impiego di tecnologie antisismiche, antincendio e di bioedilizia garantisce sicurezza e qualità della vita riducendo rischi sociali legati alle catastrofi.
La maggiore equità sociale e la riduzione dello stress legato alla competizione economica contribuiscono positivamente alla salute fisica e mentale degli abitanti, potenzialmente riducendo incidenza di malattie croniche, cancro e patologie cardiovascolari. L’assenza di denaro e mercato limita fenomeni di ingiustizia sociale, fame e povertà, controbilanciando gli effetti negativi della competizione globale.
Nelle società competitive a livello globale si osservano disuguaglianze, conflitti, fame, malattie e degrado ambientale; mentre nel modello comunitario descritto, l’organizzazione collettiva, l’autosufficienza e la condivisione tendono a eliminare le cause strutturali di questi danni. Naturalmente, la riuscita di un tale modello dipende dall’effettiva attuazione dei principi di condivisione, partecipazione democratica, e gestione sostenibile delle risorse, oltre che dalla capacità di mantenere l’equilibrio sociale in un gruppo numeroso.
In sintesi, un contesto comunitario autosufficiente e condiviso come quello descritto può prevenire e mitigare molti danni sociali, etnologici, civili, morali, ambientali e sanitari tipici della competizione economica globale, offrendo un modello alternativo di convivenza e sviluppo sostenibile.

