13
A quell’epoca Robert, Luc e io non avevamo ancora un lavoro specifico, che ci è stato assegnato solo al termine della maturità scolastica. Nel frattempo, mentre studiavamo, ci eravamo messi a disposizione degli specialisti come volontari per qualsiasi mansione. Così, come tutti i membri della comunità, potevamo impratichirci nei più svariati mestieri e avere successivamente in assegnazione l’incarico che si dimostrava il più idoneo.
In una federazione di gruppi sociali non esistono disoccupati: tutti hanno un lavoro, specialistico o generico che sia. Per spronarci gli anziani ci dicevano spesso, e non so quanto scherzassero, che “chi non vuol lavorare neppure mangi”. Solo nel mondo della competizione la disoccupazione e la miseria erano piaghe sociali. Samuel era l’unico di noi quattro ad avere già un lavoro specialistico. A quel tempo aveva vent’anni e aveva terminato gli studi più di un anno prima. Lavorava nell’officina dei fabbri e in quei giorni spettava anche a lui di pulire e riparare le reti elettrosaldate che avevamo smantellato.
Di solito un lavoratore specializzato ha degli apprendisti che lo affiancano e imparano, anche se non sono sempre gli stessi, perché si alternano ad aiutare gli specialisti della federazione nelle loro varie mansioni. Evidentemente a Samuel riusciva bene il lavoro di fabbro e, appena diplomato, gli anziani lo avevano inserito nell’officina dei fabbri sotto la guida di Didier, il coordinatore.
A ogni federazione era anche affidato un settore di ricerca nei più svariati campi delle scienze, secondo la disposizione del direttivo della nostra organizzazione. Naturalmente da noi le ricerche erano in campo oftalmico. La ricerca era un investimento che non sempre pagava nell’immediato, ma alla lunga poteva dare risultati che miglioravano la qualità della vita: questo era lo scopo della ricerca programmata nelle federazioni, mentre nel sistema di mercato la ricerca era sempre motivata dal denaro, dal prestigio individuale e dagli interessi delle grandi Compagnie commerciali.
Il capitolo 13 approfondisce uno degli aspetti più concreti e convincenti del mondo narrato: il lavoro come percorso di formazione, non come destino imposto. Qui emerge bene l’idea che la comunità non lascia nessuno fermo o inutile, ma accompagna ciascuno verso un incarico adatto alle proprie capacità.
Il passaggio iniziale chiarisce che Robert, Luc e il narratore non avevano ancora un mestiere definitivo perché stavano ancora completando la maturità scolastica. Durante quell’attesa, si rendevano disponibili come volontari per diverse mansioni, così da fare esperienza pratica e capire meglio in quale lavoro fossero più portati. Questo è un elemento molto forte del capitolo: il lavoro non viene imposto in modo rigido, ma assegnato dopo un periodo di prova e osservazione. La comunità sembra quindi valorizzare la crescita personale prima della specializzazione, e non il semplice inserimento immediato in una funzione produttiva.
La frase secondo cui in una federazione di gruppi sociali non esistono disoccupati è centrale. Nigra contrappone nettamente la federazione al mondo competitivo, dove la disoccupazione e la miseria sono descritte come piaghe sociali. Qui il romanzo difende un’idea molto chiara: il lavoro è un diritto e una responsabilità condivisa, non una merce incerta da conquistare. La battuta degli anziani, “chi non vuol lavorare neppure mangi”, richiama una morale comunitaria severa ma anche molto netta, basata sul contributo reciproco.
Molto interessante è anche la parte sugli apprendisti. Ogni lavoratore specializzato ha persone che lo affiancano e imparano da lui, ma non in modo fisso: c’è un sistema di rotazione che permette a più giovani di conoscere diversi mestieri. Questo rende la federazione molto dinamica, perché unisce specializzazione e flessibilità. Samuel, ad esempio, è già inserito nell’officina dei fabbri perché ha dimostrato attitudine, ma la sua formazione resta dentro una cornice più ampia di collaborazione tra generazioni e ruoli diversi.
La parte finale sul settore di ricerca è molto importante perché mostra che la federazione non è solo un insieme di lavori pratici, ma anche un luogo di produzione scientifica. Ogni federazione ha un ambito di ricerca assegnato dall’organizzazione, e nel caso del narratore si tratta dell’oftalmologia. Qui il romanzo insiste sul fatto che la ricerca non è guidata dal profitto immediato, ma dal miglioramento duraturo della qualità della vita. È una visione molto diversa da quella del mercato, dove contano denaro, prestigio personale e interessi commerciali.
Il capitolo 13 rafforza quindi due idee chiave: da un lato la dignità del lavoro per tutti, dall’altro la funzione sociale della scienza. L’autore mostra una società che cerca di evitare sia l’inerzia sia la competizione distruttiva, puntando invece su responsabilità, formazione e utilità collettiva. In questo senso il capitolo è meno narrativo e più programmatico, ma molto coerente con il progetto complessivo del romanzo. Serve a far capire che l’utopia federativa non vive solo di valori astratti, ma di organizzazione concreta, educazione al mestiere e ricerca utile.
14
Cercai mia sorella e la trovai in camera sua. “Heloise, posso entrare?”
“Sì, entra pure”.
“Heloise, posso chiederti un favore?”
“Volentieri se posso”.
“Se hai occasione di vedere Odette, quella ragazza bionda che oggi in mensa era seduta davanti a te, domani potresti combinare di trovarci allo stesso tavolo tu, io, Odette e Jean Paul?”
Dopo un lungo attimo di esitazione ella domandò: “Ah… perché Odette e Jean Paul si… frequentano? ” Lo disse balbettando con un nodo alla gola, come se avesse perso qualcosa di importante.
“No, no. Io e Odette… cioè, intendevo dire che io vorrei conoscere meglio Odette e questa potrebbe essere una buona occasione”.
“Ah… ecco! Beh, penso proprio di vedere Odette domani e cercherò di combinare”. Questa volta il suo tono era più disteso e mi diede la sensazione che il favore non lo facesse lei a me, ma lo stessi facendo io a lei.
A cena mangiai lentamente, quasi senza proferire parola con qualcuno, poi mi alzai, ringraziai Paul e Brigitte e andai a salutare mio nonno Albert in camera sua. Qui trovai già mia madre e un’infermiera del nostro gruppo che finivano di sistemare il nonno per la notte.
“Ciao, nonno, come stai?”
“Abbastanza bene, Pierre, grazie” Mio nonno non era certo un tipo che faceva pesare la sua sofferenza, ma sapevo che le sue condizioni non erano affatto buone. Nella sua camera c’erano varie strumentazioni collegate ai terminali medici, per poterlo monitorare costantemente. Se qualcosa non andava interveniva subito il personale sanitario. Veniva visitato regolarmente dai medici una volta al giorno e all’occorrenza, poi, durante l’arco della giornata, era frequente la compagnia di persone che venivano a trovarlo o comunicavano con lui attraverso la nicchia tridimensionale.
Posso dire che la solitudine e l’abbandono degli anziani e dei malati nella federazione erano completamente sconosciuti. Anche i giovani sono addestrati a portare conforto ai malati e alle persone avanti con gli anni. Avevo sentito invece storie di maltrattamenti e abbandoni nel sistema di competizione, che mi si accapponava la pelle ogni volta che ci pensavo. Mi auguravo sempre che il sistema competitivo potesse esaurirsi in fretta, in modo che tutto il mondo fosse formato solo da federazioni di gruppi sociali.
Il capitolo 14 intreccia due livelli molto diversi ma complementari: da un lato la nascente gelosia o tensione sentimentale di Heloise, dall’altro la dimensione più profonda della cura degli anziani e dei malati nella federazione. Il risultato è un capitolo più intimo, ma anche molto rivelatore del sistema etico che regge la comunità.
La scena con Heloise è breve ma molto efficace perché lascia intravedere un sentimento che non viene detto apertamente. Quando Pierre le chiede di aiutarlo a combinare il pranzo con Odette e Jean Paul, la reazione di Heloise suggerisce che lei avesse interpretato la presenza di Odette e Jean Paul come un possibile interesse amoroso tra loro. Quella piccola esitazione, il tono balbettante e il “nodo alla gola” fanno capire che Heloise prova qualcosa di più complesso della semplice sorpresa. Il romanzo qui lascia emergere la dimensione affettiva senza dichiararla completamente, e per questo la scena è più delicata di quanto sembri.
Il passaggio dal dialogo giovanile alla visita al nonno Albert cambia completamente il registro. La camera del nonno, con strumenti medici collegati ai terminali e con la presenza costante di infermieri e visitatori, mostra in modo concreto come la federazione si prenda cura delle persone fragili.
Il fatto che il nonno non sia lasciato solo è centrale: il romanzo insiste molto sull’idea che vecchiaia e malattia non debbano coincidere con l’abbandono. La cura non è solo clinica, ma anche umana, grazie alla compagnia di persone e alla formazione dei giovani alla solidarietà. Questo capitolo oppone la dignità garantita dalla federazione alla crudezza del sistema competitivo. Pierre ricorda infatti storie di maltrattamenti e abbandoni che lo turbano profondamente, e questa memoria negativa rafforza il contrasto con il modello comunitario. In questo senso il romanzo presenta la cura come uno dei segni più alti della civiltà federativa. Non si tratta solo di curare con strumenti medici, ma di costruire un ambiente in cui nessuno venga lasciato indietro, neppure nell’ultima fase della vita.
Il capitolo assume così un tono molto morale, quasi di testimonianza. Pierre non si limita a descrivere quello che vede: giudica implicitamente il mondo esterno e auspica che il sistema competitivo finisca presto, lasciando spazio a una società formata solo da federazioni. Questa chiusura è molto significativa perché trasforma la visita al nonno in una riflessione più ampia sull’umanità della comunità. Il messaggio è chiaro: una società giusta si misura da come tratta i suoi anziani, i suoi malati e i suoi più deboli.
15
A ogni membro della comunità in grado di utilizzarlo veniva dato un telefono cellulare. La frequenza e la potenza utilizzate, però, consentivano la comunicazione solo dentro il territorio della federazione o zone immediatamente limitrofe e non c’era collegamento diretto con l’esterno. Inoltre ci era chiesto di utilizzare quello strumento solo in caso di effettiva necessità e non come mezzo di conversazione. Per conversare ci consigliavano, se non potevamo farlo di persona, di utilizzare gli strumenti appositi che ognuno aveva nella propria camera. Il cellulare, che di solito consisteva poi in un apparecchietto miniaturizzato sotto forma di orologio da polso o di spilla o di medaglione, con schermo estensibile, serviva solo quando ci si trovava al di fuori della struttura polifunzionale. Per poter comunicare con tutte le federazioni del mondo si usava la nicchia tridimensionale, ma si era sempre mediati da un centralino.
Le critiche che a questo proposito venivano dal mondo esterno erano diverse e pesanti.
“È un sistema di comunicazione lento e dispersivo”.
“Avete fermato l’orologio della storia e siete precipitati indietro di decenni”.
“Siete stati privati delle più elementari libertà individuali”.
“Noi possiamo comunicare senza alcuna mediazione con chiunque vogliamo tranne voi…”
In realtà i nostri anziani ci mettevano costantemente in guardia dal pericolo e dalle conseguenze dell’utilizzo dei network del mondo competitivo. Il nostro metodo di comunicazione a compartimenti stagni ci salvaguardava da frequentazioni esterne potenzialmente deleterie, che teneva in considerazione questo consiglio: “Le cattive compagnie corrompono le buone abitudini”. La serenità che regnava all’interno delle federazioni, sono certo, dipendeva soprattutto dal fatto che eravamo materialmente separati dalla corruzione e dal malcostume del mondo competitivo.
Noi non lo potevamo ancora sapere, ma fu proprio questo sistema di comunicazione che ci permise di non subire la stessa sorte degli abitanti del sistema competitivo al momento della sua caduta, ma di questo parlerò in seguito.
Avrei potuto comunicare con Odette solo tramite il centralino, ma cosa avrei potuto dirle? “Odette mi manchi, penso di aver perso la tramontana per te?” Dopo tutto ci siamo frequentati un solo pomeriggio. Lei avrebbe potuto anche rispondermi che la cosa non le passava nemmeno per l’anticamera del cervello. Pensai che era meglio aspettare il giorno dopo. Se non l’avessi incontrata in mattinata al confine territoriale l’avrei vista a pranzo, sempre se mia sorella Heloise mi avesse dato una mano a combinare l’incontro.
Il capitolo 15 sposta l’attenzione su un tema molto moderno: la comunicazione, e lo fa in modo coerente con l’intero progetto del romanzo, cioè opporre il modello comunitario alla libertà senza filtri del mondo competitivo. Qui la tecnologia non viene celebrata in sé, ma valutata in base all’uso sociale che ne viene fatto.
Il punto centrale è che il cellulare non è uno strumento per parlare continuamente, ma solo per necessità e soprattutto entro un perimetro limitato. Questo dettaglio è molto significativo, perché ribalta l’idea contemporanea di comunicazione come disponibilità costante e illimitata.
Nella federazione la tecnologia è regolata, selezionata e subordinata al bene collettivo. Per le conversazioni ordinarie si preferiscono strumenti fissi nelle camere o la nicchia tridimensionale mediata da un centralino, cioè soluzioni che mantengono un minimo di struttura e controllo.
Le critiche del mondo esterno sono riportate quasi come slogan polemici: sistema lento, arretrato, privo di libertà individuali. Il testo però non le confuta sul piano tecnico, ma su quello morale e sociale: la federazione accetta di essere meno “libera” se questo significa preservare la serenità e proteggersi dalla corruzione. Qui emerge una delle idee più forti del romanzo: non tutto ciò che è immediato è migliore. La separazione dai network del mondo competitivo non è presentata come chiusura sterile, ma come difesa contro influenze che potrebbero alterare i costumi e indebolire la comunità.
Il paragone con le “cattive compagnie” è molto esplicito e mostra una visione quasi educativa della società. La federazione si concepisce come un ambiente da custodire, dove il contatto esterno non è proibito in assoluto, ma reso selettivo e mediato. Questo spiega anche perché il sistema di comunicazione venga descritto come uno dei fattori che hanno permesso alla federazione di resistere alla caduta del mondo competitivo. La comunicazione non serve solo a parlare: serve a preservare continuità, identità e sopravvivenza collettiva.
La parte finale riporta il tema alla dimensione personale. Pierre vorrebbe contattare Odette, ma si ferma perché capisce che una comunicazione diretta, dopo un solo pomeriggio di conoscenza, sarebbe forse troppo impulsiva. Questo rende il personaggio più credibile: non è solo preso dall’entusiasmo, ma ancora capace di autocontrollo e di pudore. L’attesa del giorno dopo, e l’eventualità di incontrarla al confine o a pranzo con l’aiuto di Heloise, mantiene viva la tensione sentimentale senza forzarla.
Nel complesso, il capitolo 15 mostra che anche gli strumenti tecnologici sono disciplinati da una logica etica. La comunicazione non è fine a sé stessa, ma deve servire alla stabilità della vita comune e alla protezione del gruppo. È anche un capitolo di passaggio: rafforza il contesto sociale, prepara sviluppi futuri e lascia sospesa la questione sentimentale di Pierre e Odette.
16
Dall’esterno della struttura proveniva il brusio della movida, con le persone che passeggiavano, chiacchieravano e ridevano. Volontari di qualsiasi gruppo improvvisavano bancarelle con bibite, dolcetti, stuzzichini, frutta… che mettevano a disposizione di tutti. Gli ampi porticati perimetrali che circondavano la grande casa comune erano disseminati di postazioni con le più disparate attività. Se il tempo e il clima lo consentivano le bancarelle erano presenti anche lungo i viali dei parchi. A volte erano presenti anche punti per il baratto di suppellettili. Infatti non era raro incontrare qualcuno che passeggiava con in mano qualche oggetto di decoro, a volte anche voluminoso, per poterlo cambiare con altri. C’era chi suonava la fisarmonica, la chitarra o altri strumenti musicali, mentre c’era chi danzava o cantava. Alcuni davano sfoggio della loro abilità artistica e realizzavano ritratti con matite colorate a passanti che si prestavano a fare da modelli; oppure altri modellavano sul posto statuette di creta e altri ancora costruivano giocattoli o bambolotti di pezza e di legno
per i bambini. Molti erano i giovani che si fermavano a osservare per imparare le tecniche, per poi cimentarsi a loro volta. Il solo compenso per il loro lavoro artistico era la soddisfazione di sapere che quello che avevano prodotto veniva utilizzato o andava nella camera di qualcuno, magari appeso al muro o poggiato su un mobile. La federazione metteva a disposizione i materiali necessari, dopo che ne era motivata la richiesta. Tra noi c’erano dei veri artisti, così i corridoi erano decorati da quadri e statue di legno, di creta o di marmo, autentici capolavori. Statue più massicce erano esposte lungo i viali del parco, a ridosso di fontanelle o dentro apposite piazzole.
Anche i miei amici e io ci unimmo alla movida che a sera tarda andava esaurendosi. Le prime voci a spegnersi erano quelle dei bambini, che uscivano dai parchi giochi ed erano accompagnati a nanna.
Il capitolo 16 è efficace perché mostra il lato più vitale e “festoso” della federazione: non solo lavoro, studio e organizzazione, ma anche socialità spontanea, arte, scambio e gioco. Dopo tanti capitoli dedicati a regole, strutture e ideali, qui emerge una comunità davvero vissuta, popolata da persone che si incontrano, si offrono cose, creano e partecipano.
L’immagine iniziale della movida è importante perché fa capire che la federazione non è un luogo rigido o triste. Al contrario, i porticati, i viali e i parchi diventano spazi di relazione continua, dove si cammina, si parla, si ride e si condivide.
Il fatto che le bancarelle siano improvvisate da volontari di qualsiasi gruppo sottolinea una socialità diffusa e non commerciale. Anche il baratto di suppellettili è significativo, perché mostra una circolazione degli oggetti basata sull’utilità e sul gusto personale, non sul denaro.
Uno degli aspetti più belli del capitolo è il modo in cui l’arte viene inserita nella vita quotidiana. Ci sono musicisti, danzatori, cantanti, ritrattisti, modellatori di creta, artigiani di giocattoli e bambolotti: l’arte non è separata dalla comunità, ma ne fa parte in modo naturale.
Molto interessante è anche l’idea che il compenso per questi lavori sia la soddisfazione di sapere che il proprio oggetto verrà usato o custodito da qualcuno. Qui il romanzo propone una visione dell’attività creativa come dono, non come prestazione mercificata.
Il capitolo insiste anche sull’apprendimento. I giovani osservano, imparano e poi provano a loro volta, quindi la socialità è anche una scuola aperta e continua. Questo rende la comunità molto dinamica: non si limita a consumare cultura, ma la produce e la trasmette. L’idea che la federazione fornisca materiali solo dopo una richiesta motivata mostra inoltre che l’abbondanza non è sprecata. C’è libertà creativa, ma dentro un quadro di responsabilità e misura. La presenza di quadri, statue, decorazioni lungo i corridoi e nei parchi fa capire che il bello non è confinato in musei o spazi elitari. È distribuito nei luoghi di vita comune, dove accompagna il passaggio quotidiano delle persone. Questo è un segno molto coerente con l’intera visione del romanzo: la bellezza deve essere accessibile, utile e integrata nella convivenza. Anche le statue più massicce e le piazzole con fontanelle contribuiscono a creare un paesaggio abitato e armonioso.
La chiusura con i bambini che smettono per primi di vivere la movida è molto tenera e realistica. Si percepisce un ciclo naturale della sera: prima l’energia, poi il rallentamento, infine il ritorno a casa e al sonno. Questo dettaglio finale rende la scena molto viva, perché dà un senso di tempo condiviso e non artificiale. La comunità non è solo organizzata: ha anche un suo ritmo affettivo e quotidiano.
Nel complesso, il capitolo 16 mostra una società capace di unire utilità, creatività e piacere dello stare insieme. La socialità non è consumistica, ma cooperativa; l’arte non è separata dal vivere comune; il divertimento non è caos, ma una forma di partecipazione.
17
La sera era un momento di relax per la maggior parte della comunità, mentre cominciava il lavoro dei guardiani notturni, tutti volontari: anche a me erano capitati molte volte dei turni di sorveglianza di tre ore. Da quel giorno non era più necessario che i robot sorvegliassero una parte del territorio, visto che confinava con un’altra federazione. La sorveglianza interna era indirizzata più che altro a impedire agli animali selvatici di una certa taglia di danneggiare le coltivazioni, nonostante il filo elettrificato. Le intrusioni da parte di ladri o vandali erano un fenomeno rarissimo, anche perché c’era una sorveglianza esterna da parte delle comuni forze dell’ordine dello Stato, che proteggevano una zona che comunque faceva parte del territorio nazionale.
C’era un accordo con le istituzioni governative per consentire delle visite guidate a pagamento all’interno della federazione. Ovviamente per la federazione non ci sono mai stati compensi economici, che andavano tutti allo Stato e alle agenzie turistiche, ma almeno era garantita una protezione sicura. Lo Stato traeva un grande vantaggio economico dalla presenza di federazioni autosufficienti dentro i suoi confini nazionali, perché acquistavano tecnologie e diversi materiali da aziende private che, grazie a noi, davano lavoro ed erano messe in condizione di pagare le tasse. Del resto, non solo i territori delle nostre comunità erano diventati delle oasi naturali, ma allo Stato non costavano assolutamente niente, visto che eravamo completamente autosufficienti anche nei servizi. Oltretutto, lo Stato traeva denaro anche dalla tassazione dei nostri lavoratori esterni, ma di questo narrerò più avanti.
Il capitolo 17 mostra il lato più istituzionale e quasi “politico” della federazione, cioè il rapporto con lo Stato, la sorveglianza e la sicurezza del territorio. Dopo i capitoli più sociali e affettivi, qui il romanzo spiega come la comunità riesca a restare autonoma pur vivendo dentro uno Stato nazionale.
La sera è presentata come il momento in cui iniziano i turni dei guardiani notturni volontari, quindi la protezione del territorio non è affidata a un apparato coercitivo esterno, ma alla partecipazione diretta dei membri. Questo rafforza l’idea di una società in cui la sicurezza è vissuta come responsabilità comune e non come servizio separato dal resto della vita.
La sorveglianza ha soprattutto una funzione pratica: impedire ai grandi animali di danneggiare le coltivazioni. Le intrusioni di ladri e vandali sono rare, il che suggerisce un ambiente socialmente stabile, con bassi livelli di conflitto interno e una forte tutela del bene collettivo.
Un elemento molto interessante è il rapporto con le istituzioni governative. Il testo spiega che esiste un accordo per visite guidate a pagamento nella federazione, e che il ricavo non va alla comunità ma allo Stato e alle agenzie turistiche. Questo dettaglio mostra che la federazione non vive in opposizione assoluta allo Stato, ma dentro un compromesso funzionale. Lo Stato garantisce protezione e ricava vantaggi economici, mentre la comunità conserva la propria autonomia materiale e organizzativa.
Il capitolo insiste anche sul fatto che la presenza delle federazioni porta benefici economici indiretti allo Stato: le comunità acquistano tecnologie e materiali da aziende private, e i lavoratori esterni pagano tasse. In questo modo la federazione diventa una risorsa per il sistema nazionale, pur non dipendendo da esso per i servizi fondamentali. È una costruzione molto interessante perché ribalta l’idea che una comunità autosufficiente sia un peso per il resto del paese. Qui, invece, viene descritta come una forma di vantaggio reciproco: oasi naturali, lavoro per le imprese, tasse per lo Stato, protezione in cambio di stabilità.
Particolarmente forte è il passaggio in cui si dice che lo Stato non spende nulla per i territori delle comunità perché queste sono autosufficienti anche nei servizi. Questo sottolinea la completezza del modello federativo: non solo cibo, energia e lavoro, ma anche gestione quotidiana e servizi interni. Il risultato è che la federazione appare come una realtà quasi modello, rispettata anche perché utile e conveniente per l’ordine pubblico. Il capitolo quindi non è solo descrittivo: serve anche a legittimare l’esistenza politica della comunità dentro lo Stato.
Nel complesso, il capitolo 17 amplia l’orizzonte del romanzo, facendoci vedere che la federazione non è un’utopia isolata, ma una struttura inserita in rapporti giuridici, fiscali e territoriali reali. La sicurezza, il turismo e i benefici economici diventano gli strumenti attraverso cui il sistema esterno tollera e persino valorizza la comunità.
18
Al mattino mi svegliai un po’ prima dei componenti del mio gruppo, perché ero di servizio ai tavoli per la colazione e per i pasti successivi. Infilai pigramente il braccio nudo dentro il “buco”, mentre ancora stavo sbadigliando. In fondo a questa apertura c’erano dei sensori sagomati a guanto, registrati secondo le dimensioni della mano e del braccio dell’utilizzatore e collegati ai terminali dello staff medico. Qualora ci fossero stati valori che sforavano i parametri standard erano segnalati per accertamenti immediati. Nel frattempo lo schermo multimediale si accendeva e un medico virtuale poneva domande cui si doveva rispondere correttamente: “Hai dormito bene? Ti senti stanco? Hai defecato? Le feci erano dure o molli?” E via di questo passo per paio di minuti.
Nelle comunità autosufficienti si puntava innanzi tutto sulla prevenzione, limitando al minimo il proliferare delle malattie. I servizi igienici personali, la propria camera e il proprio letto, funzionavano come dei presidi di isolamento per malattie infettive in un ospedale del sistema competitivo. Nel periodo della malattia in quella camera poteva entrare solo il personale sanitario, equipaggiato a dovere per proteggere se stesso e gli altri da un eventuale contagio.
In tutta la mia vita in federazione non ricordo una sola epidemia sfuggita al controllo sanitario. Tutt’altra cosa avveniva nel sistema competitivo, impossibilitato a effettuare un’efficace medicina preventiva. Il movimento sempre più veloce di merci e persone, oltre alla manipolazione e all’inquinamento dell’ambiente naturale, favoriva il proliferare non solo di malattie infettive, ma anche di quelle tumorali e cardiocircolatorie.
Per la verità, nel mondo competitivo c’erano state grandi scoperte scientifiche che potevano curare o lenire la maggior parte delle malattie del corpo, di cui anche noi delle federazioni potevamo usufruirne, ma continuavano a presentarsene di nuove. Il maggior problema sanitario, però, riguardava le malattie mentali. La depressione era diventata la principale malattia della società di mercato, ma si era anche constatato che l’inquinamento alimentare da parte di microplastiche e di altri componenti sintetici stava abbassando progressivamente il quoziente d’intelligenza nelle nuove generazioni. Quando ci si rese conto delle cause che ostacolavano il normale ciclo iodio-calcio della tiroide e interferivano sulla corretta formazione delle reti nervose, il dramma del ritardo mentale si era già diffuso in percentuali altissime.
Il capitolo 18 è uno dei più espliciti sul tema della salute preventiva e mostra con grande chiarezza quanto la federazione consideri il corpo umano come qualcosa da monitorare prima ancora che si ammali. La scena del controllo mattutino nel “buco” non è solo un dettaglio tecnologico: è il simbolo di una società che tenta di prevenire il rischio invece di inseguirlo quando ormai è troppo tardi.
L’apertura del capitolo è molto concreta e quasi disturbante nella sua precisione: il braccio inserito nel sensore, il medico virtuale, le domande su sonno, stanchezza e persino sulle feci. Proprio questa franchezza serve a far capire che la medicina della federazione non ha pudori inutili, perché punta a cogliere ogni segnale precoce di squilibrio.
La prevenzione non riguarda solo gli esami, ma anche l’organizzazione dello spazio: camera, letto e servizi igienici personali funzionano quasi come un mini isolamento sanitario. Il romanzo suggerisce così che l’igiene individuale e la struttura abitativa sono già parte della cura.
Molto forte è il contrasto con il sistema competitivo, descritto come incapace di fare vera prevenzione. Qui il testo collega il peggioramento della salute alla velocità dei flussi, all’inquinamento, alla manipolazione ambientale e alle malattie croniche, soprattutto tumorali e cardiocircolatorie. Questo passaggio è importante perché amplia il discorso: non si parla solo di medicina, ma di modello di società. In questa visione, la malattia non è un evento puramente biologico, ma anche il risultato di un ambiente sociale e materiale degradato.
La parte sulle malattie mentali è particolarmente significativa. La depressione viene indicata come una delle principali patologie della società di mercato, e questo sposta il centro del problema dalla sola salute fisica alla sofferenza psichica prodotta dal tipo di vita. Il testo aggiunge poi il tema delle microplastiche e della riduzione del quoziente d’intelligenza, collegando inquinamento, sviluppo neurologico e qualità delle nuove generazioni. È un punto molto forte perché fa capire che, nel mondo narrato, l’ambiente contaminato non danneggia solo il corpo, ma anche il futuro cognitivo della società.
Il riferimento al ciclo iodio-calcio e alla formazione delle reti nervose mostra la volontà del romanzo di fondare la critica sociale anche su basi biologiche. In questa prospettiva, il danno ambientale interferisce direttamente con i processi dello sviluppo umano, producendo ritardi e alterazioni che poi diventano dramma collettivo. Per questo il capitolo non parla solo di malattie, ma di prevenzione dello sviluppo compromesso. Il messaggio è chiaro: una società sana deve proteggere fin dall’inizio la crescita fisica e mentale dei suoi membri.
Il capitolo 18 rafforza l’idea che la federazione sia una civiltà della prevenzione, mentre il mondo competitivo appare come una civiltà della reazione tardiva. La salute, qui, non è un servizio accessorio ma una struttura quotidiana integrata nella vita comune.
19
Mi diedi una rinfrescata e mi vestii. In sala mensa c’erano già gli zii Anita e Osvald, genitori di Samuel. C’era pure una ragazzina di undici anni, Denise, che si era offerta volontariamente anch’essa al servizio mensa. Nelle federazioni non c’era un limite di età per l’accesso al lavoro. Anche a un bambino, se era suo desiderio, si poteva dare l’occasione di contribuire al funzionamento pratico della comunità. Dal punto di vista produttivo il suo apporto non era un vantaggio, anzi, spesso era un intralcio, tuttavia, non solo era tollerato ma anche incoraggiato. Per lui doveva essere solo un gioco, ma lo aiutava a inserirsi nel contesto comunitario e questo, alla lunga, diventava un beneficio per tutti.
Per la piccola Denise, a undici anni, ormai non si trattava più di un semplice gioco, ma della soddisfazione reale e consapevole che il suo apporto era di utilità al collettivo. Naturalmente anche per lei non esistevano ancora limiti di tempo e di risultati, anche se era evidente la sua volontà di contribuire al meglio. Le tre ore di lavoro obbligatorio non erano assegnate a un’età precisa, ma solo con la maturità sessuale, di solito per le femmine un po’ prima dei maschi. I primi incarichi ovviamente non erano gravosi, né rischiosi, ma avevano pur sempre la loro utilità per la collettività. Mentre zio Osvald e io eravamo impegnati ad apparecchiare con l’aiuto dei robot, zia Anita e Denise erano in cucina. Paul e Brigitte non si occupavano della prima colazione ma solo del pranzo e della cena. Del resto non era complicato preparare la colazione per tutti, perché era già stata predisposta la sera prima dagli stessi cuochi.
Il capitolo 19 chiarisce un aspetto molto significativo della federazione: il lavoro non è riservato agli adulti, ma è pensato come parte della formazione e dell’inserimento progressivo di tutti, anche dei bambini. La scena della piccola Denise in sala mensa rende molto concreta l’idea di una comunità in cui la partecipazione è un valore educativo prima ancora che produttivo.
Il punto più importante è che non esiste un limite rigido di età per accedere al lavoro. Un bambino può iniziare a collaborare se lo desidera, anche se il suo contributo pratico è minimo o persino d’intralcio. Questo però non viene visto come un difetto, perché conta soprattutto l’inserimento nella vita comune e l’abitudine a sentirsi parte del gruppo. In questa prospettiva il lavoro assume un valore formativo: per i più piccoli è un gioco utile, poi diventa gradualmente una scelta consapevole e una fonte di soddisfazione. Il romanzo insiste molto su questa continuità tra crescita, responsabilità e utilità sociale.
Denise, con i suoi undici anni, rappresenta bene questa logica. Non è soltanto una bambina che “aiuta”, ma una persona che già percepisce il proprio apporto come qualcosa di realmente utile al collettivo. Questo la rende il simbolo di una educazione precoce alla partecipazione e al senso comunitario.
È interessante che il testo distingua fra il gioco iniziale e la soddisfazione consapevole che arriva poi. La crescita non è forzata: viene accompagnata, riconosciuta e resa progressiva. Anche il riferimento alle tre ore di lavoro obbligatorio si inserisce bene in questo quadro. Non c’è un’età fissa per iniziarle; contano la maturità sessuale e il passaggio a una maggiore responsabilità. Questo conferma che nella federazione l’età anagrafica ha meno peso della maturità reale.
Il lavoro iniziale non deve essere gravoso né rischioso, ma comunque utile. Il romanzo sembra voler dire che ogni partecipazione conta, anche quando è piccola, perché abitua alla cooperazione e al servizio reciproco.
La scena in sala mensa è anche molto bella perché mostra una famiglia e una comunità allargata che si muovono insieme. Zii, bambini, robot e cuochi cooperano in modo naturale, senza gerarchie rigide o tensioni. Il fatto che la colazione sia già pronta perché preparata la sera prima mostra anche un’organizzazione molto efficiente, in cui il lavoro è distribuito nel tempo per semplificare la vita comune. Questo dettaglio rafforza l’immagine di una società ben coordinata e mai improvvisata.
Nel complesso, il capitolo 19 ribadisce una delle idee più forti dell’intero romanzo: tutti devono poter contribuire, ciascuno secondo l’età e le capacità. Il lavoro non è qui una costrizione, ma una forma di appartenenza e di educazione al bene comune.
20
Salii con gli altri sul bus navetta che ci portò al confine del territorio per i lavori di abbattimento della siepe. Trovai già Jean Paul con il camion ed erano arrivate da un’altra federazione anche le due piccole scavatrici elettriche per sradicare i ceppi della siepe. Erano state organizzate quattro grandi squadre di lavoro, lontane circa duecento metri l’una dall’altra. Si accesero le elettroseghe a batteria. Le siepi venivano tagliate al calcio e fatte a pezzi per poter essere trasportate a mano fino alla trituratrice. I trucioli che ne uscivano finivano direttamente dentro il cassone dei camion, attraverso un nastro trasportatore. Dopo di che le scavatrici estraevano i ceppi e le radici più grosse, che facevano la stessa fine. Nel frattempo un altro camion arrivava con i giovani alberelli, cresciuti nel vivaio della nuova federazione, pronti per essere trapiantati nel terreno liberato. In questo modo le cinture boschive delle due federazioni, larghe ognuna trecento o quattrocento metri, si univano tra loro. Nel progetto c’era anche un varco per la costruzione della strada, che avrebbe dovuto unire le due grandi case comuni, su un sentiero in terra battuta già esistente.
I camion pieni di trucioli andavano a scaricare nel deposito del compost. Ogni materiale organico di scarto, come i residui alimentari, la paglia, le ramaglie, le rimanenze della raccolta degli ortaggi, l’erba tagliata nei giardini e nei parchi, finivano tutti in questo deposito. Si formavano così grandi mucchi di forma rettangolare alti circa due metri e mezzo, larghi cinque e lunghi una decina, distanziati tra loro di quattro o cinque metri. Il compost più maturo era utilizzato per inspessire il terreno fertile dei campi coltivati, ma era previsto che il nostro deposito venisse quasi del tutto svuotato per le bonifiche nella nuova federazione.
Quando alla fine Michel fece sospendere i lavori per il pranzo, per più di un chilometro era stata asportata la siepe e piantati centinaia di alberelli. Si dice che la forza stia nel numero, credo anche che l’efficienza stia nell’organizzazione e nessuno poteva negare che la nostra organizzazione era efficiente.
Il capitolo 20 è molto efficace perché mostra la federazione in azione, non più solo come modello ideale ma come macchina collettiva capace di trasformare il territorio in modo ordinato, rapido e sostenibile. L’attenzione si concentra sul lavoro coordinato, sul riciclo totale dei materiali e sull’unione fisica tra due comunità attraverso boschi e strada.
La scena dei lavori al confine mette in evidenza una precisione quasi ingegneristica: bus navetta, camion, scavatrici elettriche, elettroseghe a batteria, trituratrici e squadre distribuite a distanza regolare. Questo dettaglio rende molto concreta l’idea di una comunità che non improvvisa, ma pianifica ogni fase in modo razionale. Il fatto che le squadre siano quattro e che operino contemporaneamente lungo un tratto molto lungo sottolinea l’importanza del numero, ma soprattutto dell’organizzazione. Il romanzo suggerisce che la vera forza non sta solo nelle persone, ma nel modo in cui esse vengono coordinate.
Molto significativo è il trattamento dei materiali organici di scarto. I trucioli della siepe, i residui alimentari, la paglia, le ramaglie e l’erba dei giardini confluiscono tutti nel deposito del compost, dove diventano risorsa per i campi coltivati. Questa è una delle idee ecologiche più forti del romanzo: niente viene sprecato davvero, tutto rientra nel ciclo produttivo. Il compost non è soltanto un dettaglio agricolo, ma il simbolo di una economia circolare completa, in cui ciò che è scarto in un momento diventa fertilità dopo.
Molto bello è anche il passaggio in cui le cinture boschive delle due federazioni si uniscono. Il lavoro di abbattimento della siepe non è quindi distruzione fine a sé stessa, ma apertura controllata verso una continuità ecologica e territoriale. Il confine perde la funzione di barriera e diventa una zona di collegamento. Anche il varco per la futura strada che unirà le due grandi case comuni rafforza questa idea: la relazione tra federazioni non è solo simbolica, ma materiale e infrastrutturale.
La chiusura del capitolo è quasi una piccola dichiarazione di poetica sociale: la forza sta nel numero, ma l’efficienza sta nell’organizzazione. Questa frase sintetizza bene il messaggio del brano, cioè che una collettività può ottenere risultati enormi se le energie individuali vengono ben coordinate. Il narratore non si limita a osservare il lavoro; ne trae anche una lezione politica. La federazione appare quindi non solo come società giusta, ma come sistema capace di produrre risultati tangibili, visibili e condivisibili.
Il capitolo 20 è uno dei più “materiali” della sequenza, perché mostra operazioni concrete: tagliare, trasportare, triturare, trapiantare, compostare. Proprio per questo è molto importante, perché dà corpo all’utopia del romanzo e dimostra che il suo ideale ecologico e comunitario non è astratto ma operativo.
21
All’ora di pranzo, mentre entravo in cucina per prendere ordini da Paul e Brigitte, vidi Heloise che stava parlando con Odette, probabilmente per dirle a quale tavolo sedersi. Mi ero già accordato con mia sorella per un tavolo vicino alla cucina, ma a Jean Paul non avevo ancora detto niente, così che se ne stava lì impacciato a guardare di qua e di là, senza capire dove poteva essere il suo posto. Lo presi per un braccio e lo accompagnai, come poteva fare un antico contadino con il suo somarello. Dopo un attimo arrivarono anche Heloise e Odette.
Mi congedai: “Ragazzi, per un po’ vi devo lasciare soli, perché devo occuparmi del servizio”. Mi allacciai il grembiule bianco e mi misi il cappellino. Anche se nel gruppo eravamo tutti amici o parenti, gli anziani non transigevano sull’ordine, la pulizia e l’igiene.
Mentre in cucina mia zia Anita e Denise aiutavano i cuochi, mio zio Osvald e io riempivamo i carrelli e programmavamo i robot camerieri. Dopo che era stata servita la prima portata mi sedetti anch’io per mangiare, così come anche gli altri in cucina. Nel momento stesso in cui mi sedetti, vidi Heloise che non riusciva più a trattenersi e rideva, rideva fino alle lacrime. Allora, pensando di esserne io la causa, chiesi stupito: “Ma… ho fatto qualcosa che non va?”
Mia sorella non era in grado di rispondere, perché aveva una mano sulla pancia e una sulla bocca; egualmente Jean Paul non mi ascoltava neppure. Odette, continuando a ridere, ma in modo più sommesso, allora mi confidò: “No, no, non ridiamo di te, ma di quello che ha detto Jean Paul!” Così mi misi a ridere anch’io, pur senza saperne il motivo.
Ricorderò per tutta la vita il clima di quel pranzo, perché andò oltre le mie aspettative. Intuii che a Odette non dispiaceva il mio interessamento, così come il buon umore di Jean Paul evidenziava che aveva buone speranze con mia sorella.
Il capitolo 21 è uno dei più riusciti sul piano umano, perché trasforma una scena quotidiana di mensa in un momento di equilibrio sentimentale, leggerezza e osservazione sociale. Qui il romanzo mostra che nella federazione anche i piccoli gesti organizzativi — come stabilire i tavoli — hanno un valore relazionale, perché facilitano gli incontri e fanno emergere i legami che stanno nascendo.
La disposizione del tavolo non è un dettaglio secondario: Pierre cerca di creare un contesto in cui Jean Paul, Heloise e Odette possano sedersi insieme. Questo dimostra quanto la socialità nella federazione sia anche una forma di cura indiretta, fatta di attenzioni pratiche, mediazioni e piccoli aiuti.
Il fatto che Jean Paul sia impacciato e non sappia dove sedersi lo rende molto umano e simpatico, perché mostra la sua insicurezza in un momento carico di aspettativa. Pierre lo accompagna quasi come un fratello maggiore o un contadino che guida il somarello: l’immagine è ironica, ma anche tenera e protettiva.
Il richiamo degli anziani all’ordine, alla pulizia e all’igiene conferma un tratto costante della federazione: anche la convivialità più spontanea è inserita in una disciplina condivisa. Non si tratta di rigidità sterile, ma di un modo per rendere la vita comune piacevole, efficiente e rispettosa di tutti.
Questo dettaglio è importante perché impedisce al romanzo di cadere in un’idea troppo romantica della comunità. Qui l’armonia non nasce dal caso, ma da un’organizzazione molto concreta dei comportamenti quotidiani.
La parte più bella del capitolo è però la scena del pranzo stesso. La risata di Heloise, la reazione di Odette, la confusione di Jean Paul e il coinvolgimento progressivo di Pierre creano una piccola commedia degli equivoci molto efficace. Il punto non è capire esattamente la battuta di Jean Paul, ma percepire il clima: c’è complicità, c’è attrazione, c’è curiosità reciproca. Il pranzo diventa così uno spazio in cui i rapporti si alleggeriscono e si mescolano, facendo emergere simpatia e possibilità di coppia. Questo capitolo rafforza il triangolo relazionale che si era già annunciato. Pierre intuisce che Odette non dispiace per nulla al suo interessamento, mentre Jean Paul sembra avere buone speranze con Heloise.
La scena è interessante perché non presenta gelosia apertamente conflittuale, ma una combinazione di emozione, attesa e divertimento. Le due ragazze non sono semplici oggetti del desiderio: sono presenze attive che partecipano al gioco sociale, ridono, osservano e reagiscono.
Il tono è più leggero e vivace rispetto ai capitoli precedenti. Dopo tanta spiegazione su lavoro, salute e organizzazione, qui il romanzo si concede una pausa più affettiva e quasi teatrale, senza però perdere il legame con la vita comunitaria. Questa alternanza è molto utile perché rende la federazione credibile: non è solo sistema, è anche vita quotidiana, incontri, imbarazzi, sorrisi e dinamiche giovanili. Il capitolo 21 mostra che l’utopia del romanzo funziona anche nei dettagli più semplici.
22
Nel pomeriggio Heloise era stata assegnata alla manutenzione parchi, perciò si avviò a piedi al suo lavoro; Odette salì sul bus navetta e io andai con Jean Paul alle siepi con il camion. Neanche due ore dopo il lavoro era completato e i confini non esistevano più: al loro posto c’erano solo giovani alberelli.
La nuova federazione non aveva ancora in dotazione un proprio bus navetta, come avevamo noi, e molti volontari erano venuti al confine con la bicicletta o a piedi. La bicicletta poteva essere prelevata da chiunque, per lavoro o per diletto, naturalmente dopo la registrazione presso il responsabile del deposito, che ne gestiva con altri anche la manutenzione.
Per quanto riguarda i bus elettrici, dei tre presenti in quei due giorni, solo uno era in assegnazione fissa a noi, mentre gli altri due venivano da altre federazioni. Di solito per la manutenzione del territorio ci si spostava a piedi o in bicicletta, oppure in gruppi ristretti su piccoli mezzi motorizzati. Il bus navetta era utilizzato di rado all’interno del territorio e solo per spostare chi era stato destinato a grandi lavori di ristrutturazione, o per la vendemmia o per la raccolta stagionale di certa frutta o di patate. Il bus elettrico veniva soprattutto usato per un altro scopo: quasi regolarmente ogni giorno, portava all’esterno della federazione una cinquantina o più di volontari, con lo scopo di fare proseliti del nostro modo di vivere autosufficiente ed ecologico, anche con l’uso di video precedentemente preparati. Trovavamo spesso persone interessate, che accettavano l’invito a essere addestrate alla vita comunitaria. Molti, però, rifiutavano ancora l’idea di rinunciare alla loro indipendenza, malgrado il sistema di mercato fosse ormai in profonda crisi e creava non solo benessere per pochi, ma molte sofferenze per la maggioranza.
Il capitolo 22 segna un passaggio importante: dopo aver mostrato l’unione concreta dei confini, il romanzo apre il tema dell’espansione dell’organizzazione e della sua capacità di attrarre nuove persone. La comunità non è più solo un luogo da osservare dall’interno, ma un modello che si diffonde verso l’esterno attraverso il lavoro, la mobilità e il proselitismo.
La frase secondo cui “i confini non esistevano più” è fortissima, perché condensa in poche parole un’intera visione politica ed ecologica. Al posto della barriera resta il paesaggio rigenerato, con i giovani alberelli che diventano il simbolo di una continuità naturale e sociale. Qui la trasformazione fisica del territorio coincide con quella ideale: la siepe abbattuta non è solo un intervento agricolo, ma la materializzazione di una società che supera la logica della separazione. Il confine diventa bosco, quindi relazione, crescita e apertura.
Molto interessante è anche la descrizione dei mezzi di trasporto. La bicicletta è disponibile a chiunque, ma sempre in modo regolato e registrato; i bus navetta elettrici sono usati con parsimonia; i piccoli mezzi motorizzati servono solo in contesti specifici.Questa organizzazione suggerisce un rapporto equilibrato con la mobilità: non si spreca energia per comodità superflua, ma si scelgono i mezzi in base alla funzione. È un altro esempio della sobrietà funzionale che caratterizza tutta la federazione.
Una delle parti più importanti del capitolo è il riferimento al bus elettrico usato per andare all’esterno a fare proseliti. Questo mostra che la federazione non si considera una realtà chiusa, ma un modello da proporre ad altri, quasi un laboratorio sociale in espansione.
Il fatto che i volontari usino video preparati e incontrino persone interessate rende il proselitismo un’attività organizzata, non improvvisata. Allo stesso tempo il testo riconosce che molti rifiutano ancora l’idea di rinunciare all’indipendenza individuale, quindi la diffusione del modello incontra ancora resistenze.
La chiusura del capitolo è molto netta nel giudizio sul sistema di mercato, ormai descritto come in profonda crisi e capace di produrre sofferenze per la maggioranza. Questo rafforza la legittimità della federazione: non è soltanto una scelta etica, ma una risposta concreta a un mondo in difficoltà.
Il romanzo sembra suggerire che la crisi del sistema esterno non sia solo economica, ma anche umana e sociale. La federazione, al contrario, offre benessere, ecologia e un modo di vivere che può ancora persuadere chi è disposto a cambiare. Il capitolo 22 è dunque un capitolo di passaggio e di apertura. Da un lato chiude simbolicamente la stagione del confine; dall’altro prepara l’espansione del modello comunitario verso altre persone e altri territori.
23
Salutai Robert ed entrai nell’appartamento della mia famiglia, mentre mio padre stava uscendo: “Ciao Pierre, ti ricordi che questa sera c’è la proiezione del documentario?”
“Sì, papà, non mancherò. Ho sentito quando l’anziano che presiedeva l’ultima riunione di gruppo raccomandava la presenza di tutti”. Nelle sale mensa dei gruppi della nostra comunità e in tutte le altre federazioni del mondo, sarebbe stato proiettato un documentario inedito, prodotto dalla nostra organizzazione, di cui già si conosceva la trama. Avrebbe evidenziato gli abusi e le crudeltà che erano perpetrate ai danni di tanti bambini che ancora vivevano nel sistema di competizione. Video come questo erano poi inviati ai nostri singoli dispositivi multimediali fissi e mobili e utilizzati per le nostre uscite organizzate.
Ero immerso nei miei pensieri quando si spensero le luci della sala mensa e fu proiettato il documentario. Era ancora peggio di quanto mi fossi immaginato. Com’era possibile che nel mondo potesse esserci tanta crudeltà, indifferenza, egoismo, cinismo, soprattutto verso i più indifesi? Mi convinsi sempre di più che l’unico modo per superare tutti i problemi che la competizione economica creava all’umanità, era quello di poter fare a meno della stessa competizione, con la costruzione di nuove federazioni di gruppi sociali.
Il capitolo 23 è uno dei più apertamente politico morali del romanzo, perché usa il documentario sugli abusi sui minori per mostrare in modo brutale ciò che il narratore considera la vera natura del sistema competitivo. La scena non serve solo a indignare Pierre: serve a trasformare la sua convinzione ideologica in una scelta quasi definitiva.
Il documento proiettato in sala mensa funziona come una prova visiva del male del mondo esterno. Non si tratta più di racconti indiretti o di critiche astratte: il film rende immediata la sofferenza dei bambini e rende impossibile restare neutrali. Questo tipo di scena ha una funzione molto forte nella costruzione del romanzo, perché sposta il giudizio dal piano teorico a quello emotivo. Pierre non “pensa” soltanto che il sistema competitivo sia sbagliato: lo sente come moralmente intollerabile.
La reazione del protagonista è netta: crudeltà, indifferenza, egoismo, cinismo, soprattutto verso i più indifesi. Il romanzo insiste qui sulla vulnerabilità dei bambini come misura suprema della giustizia sociale. Se una società li espone alla violenza, allora quella società è fondamentalmente malata. Il capitolo usa un linguaggio molto assoluto, senza sfumature, proprio perché vuole lasciare al lettore la stessa impressione di schock che colpisce il narratore. Il documentario non apre un dibattito: chiude ogni possibile esitazione morale.
È importante notare che il film viene poi inviato ai dispositivi multimediali e usato anche nelle uscite organizzate. Questo mostra che la federazione usa i media in modo pedagogico e politico: i contenuti visivi servono a formare coscienze, non a intrattenere. In questo senso il capitolo si lega bene ai precedenti sulla comunicazione: la tecnologia non è neutra, ma dipende da chi la controlla e per quale scopo. Qui diventa uno strumento di educazione collettiva e di rafforzamento dell’identità comunitaria.
La frase finale è la vera chiave del capitolo: la sola soluzione ai problemi generati dalla competizione economica è costruire nuove federazioni di gruppi sociali. Non si tratta dunque di correggere il sistema dall’interno, ma di superarlo con un modello alternativo.
Il romanzo qui prende una posizione fortissima e molto chiara: la risposta al male del mondo non è la rassegnazione, ma la creazione di un ordine diverso, fondato su cooperazione, protezione dei deboli e autosufficienza. Il tono è grave, quasi militante. Dopo molti capitoli più descrittivi o relazionali, questo riporta il lettore alla dimensione ideologica generale del romanzo. La sofferenza dei bambini diventa il simbolo estremo del fallimento della competizione.
24
Chissà perché mi erano venute in mente le parole di Jean Paul: “Ma voi vi tenete informati con la rete multimediale su quello che succede nel mondo?” Era chiaro che Jean Paul non conosceva ancora come si recepiva l’informazione in una federazione di gruppi sociali.
“La nostra organizzazione rifiuta l’utilizzo integrale dei network del sistema competitivo, perché ritenuti più dannosi che utili ai fini educativi per le nostre comunità. Questo non significa che noi siano disinformati su quanto avviene nel mondo. Anzi, è vero proprio il contrario”.
“Allora da dove arrivano le vostre informazioni?”
“Ognuno di noi può accedere a una banca dati enorme, fornita dall’organizzazione. Di certo non vi sono inseriti programmi d’intrattenimento vuoti e amorali, come neppure programmi sportivi, politici o di opinione che incitino alla competizione. Sono esclusi a priori spettacoli violenti o volgari che fanno parte invece del vivere quotidiano del mondo esterno”.
Quando Jean Paul mi chiese se ognuno fosse libero di accedere a quelle informazioni nei modi e nei tempi che volesse, io gli risposi di sì, ma precisai: “Non dobbiamo però trascurare il lavoro, lo studio e il tempo che dobbiamo dedicare agli altri”.
Il capitolo 24 approfondisce un tema decisivo del romanzo: l’informazione non è assente nella federazione, ma è filtrata e selezionata per non diventare veicolo di intrattenimento vuoto, violenza o competizione. La differenza non sta quindi nell’ignorare il mondo, ma nel decidere come conoscerlo senza esserne manipolati.
Pierre spiega che la federazione rifiuta l’uso integrale dei network del mondo competitivo perché li considera dannosi per l’educazione comunitaria. Questa è una presa di posizione molto netta: non tutto ciò che è disponibile digitalmente è considerato utile, e anzi l’abbondanza indiscriminata di contenuti viene vista come un rischio. Il fatto che esista comunque una banca dati enorme mostra però che la federazione non è affatto disinformata. I membri possono accedere liberamente alle informazioni, ma dentro un quadro che privilegia conoscenza, formazione e utilità sociale.
Jean Paul chiede se l’accesso sia libero, e la risposta è sì, ma con una condizione etica molto importante: non bisogna trascurare lavoro, studio e attenzione agli altri. Questa frase riassume bene la logica del romanzo, in cui la libertà individuale non viene negata, ma continuamente rapportata alla responsabilità collettiva. Qui si vede chiaramente che la federazione non vuole un cittadino distratto o passivo, ma una persona capace di scegliere con misura. L’informazione deve servire a crescere, non a consumare tempo o alimentare conflitti.
La critica al sistema competitivo è implicita ma molto forte: i network vengono associati a programmi d’intrattenimento, spettacoli volgari, violenza e opinione competitiva. La federazione si difende proprio da questo tipo di esposizione continua, che viene percepita come corrosiva per la vita comune. In questo senso il capitolo continua la linea già vista nel capitolo 15: la tecnologia è accettabile solo se è governata da un criterio morale e comunitario. L’informazione non deve sovrastare la vita, ma sostenerla.
Il capitolo 24 ha quindi una funzione chiarissima: definisce l’ecologia informativa della federazione. Così come la comunità si protegge da inquinamento, malattie e competizione economica, allo stesso modo si protegge dall’inquinamento mediatico.

