97
Vista la situazione tesa nelle grandi città, la nostra organizzazione ci consigliava di girare in piccoli gruppi e mai da soli, per scoraggiare eventuali borseggi, aggressioni, stalking o addirittura tentativi di stupro. Il numero poteva farci sentire più sicuri, ma a volte ci creava dei problemi. Lo Stato, infatti, aveva emanato leggi severe contro ogni tipo di assembramento non autorizzato, per contrastare ogni forma di delinquenza e di cospirazione, per cui non era raro che le forze dell’ordine ci fermassero per interrogarci. Ci era permesso stare in piccoli gruppi, ma dovevamo portare con noi un documento che attestava le nostre intenzioni pacifiche.
La gente, anche quella che era costretta a vivere nella più grande indigenza, veniva convinta dai media che non c’era soluzione alla logica competitiva, per cui ogni loro comportamento, anche quello più violento e illegale, mirava a inserirsi e adattarsi al sistema stesso e non a cambiarlo o a evaderlo, come aveva fatto la nostra organizzazione. Era evidente che i mezzi di informazione del potere economico condizionavano la mente delle persone, ma la nostra opera non era contro i governi costituiti, né contro qualcuno, perché volevamo essere in pace con tutti, quindi per noi era inconcepibile partecipare attivamente a qualsiasi tipo di manifestazione pubblica, contro o a favore di qualche rivendicazione.
Rifiutavamo la violenza in tutte le sue forme e questo giustificava, per esempio, anche il rifiuto di imbracciare le armi e di fare il servizio militare. In molte nazioni questa scelta era tollerata senza conseguenze, ma non era dappertutto così. Paradossalmente, però, mentre aumentavano le intolleranze e le tensioni tra il potere economico e i movimenti ambientalisti e di opinione, o le varie religioni per la loro ingerenza in politica, c’era ancora una buona tolleranza verso di noi, proprio per la nostra posizione neutrale e pacifica.
Il capitolo 97 sposta l’attenzione dalla riflessione filosofica del precedente alla dimensione politico-sociale e organizzativa della sopravvivenza. Dopo aver interrogato il significato della vita, il romanzo mostra ora come quella vita debba essere protetta dentro un contesto urbano ostile, sorvegliato e sempre più repressivo.
L’incipit stabilisce subito un mondo in cui la socialità è diventata sospetta. Anche gesti banali come camminare insieme o fermarsi in gruppo possono essere interpretati come minaccia, per cui la sicurezza personale richiede strategie minime ma costanti di difesa. Il fatto che persino piccoli gruppi debbano essere accompagnati da documenti che attestino intenzioni pacifiche mostra un sistema in cui la normalità è stata rovesciata: non è il potere a dover giustificare il controllo, ma i cittadini a dover giustificare la propria innocenza.
La grande città non è più luogo di incontro o di libertà, ma spazio regolato, presidiato e potenzialmente ostile. Le leggi contro gli assembramenti non autorizzati indicano un potere che teme la collettività, perché la riunione di corpi e voci può trasformarsi in protesta, dissenso o cospirazione. Il romanzo suggerisce così che il controllo sociale passa anche attraverso la frammentazione dei legami umani: meno le persone stanno insieme, più sono governabili.
Uno dei nuclei più importanti del capitolo è la critica ai media come strumento di condizionamento. La gente viene convinta che non esista alternativa alla competizione economica, e quindi anche la violenza o l’illegalità finiscono per essere assorbite dal sistema invece di opporvisi. Questa è una denuncia molto forte: il potere non si limita a reprimere, ma produce consenso, orienta il pensiero e neutralizza ogni immaginazione politica diversa.
Il gruppo narrante si definisce in modo chiaro: non è contro i governi, non vuole manifestare, rifiuta la violenza e persino il servizio militare. Questa posizione, apparentemente debole o passiva, diventa invece una forma di coerenza radicale. Il romanzo mostra che la loro forza non sta nell’opposizione frontale, ma nel rifiuto di entrare nella logica del conflitto che regge il sistema.
Il punto più interessante è il paradosso finale: mentre aumentano le tensioni tra potere economico, movimenti ambientalisti e religioni, il gruppo pacifista gode ancora di una certa tolleranza. Questo accade proprio perché la sua posizione è neutrale e non minacciosa. Il testo suggerisce però anche un’ambiguità: la tolleranza non nasce necessariamente dal rispetto, ma dal fatto che chi non attacca il sistema viene considerato inoffensivo.
Il capitolo 97 costruisce quindi un quadro molto preciso: una società in cui la sicurezza giustifica la sorveglianza, la propaganda sostituisce il dibattito, e la libertà di riunione viene ridotta a eccezione concessa dall’alto. Dentro questo scenario, la scelta non violenta dell’organizzazione internazionale assume un valore etico forte, quasi testimoniale, perché conserva uno spazio umano e morale in un mondo che tende alla militarizzazione.
98
Durante la nostra permanenza a Parigi ci furono altre manifestazioni popolari, ma non ebbero le conseguenze di quella tragica giornata. Ciò che temevamo di più, però, non erano le contraddizioni sociali della metropoli, ma la possibilità reale di ammalarci. In un sistema di mercato, fondato sulla mobilità di merci e di persone, era facile trasmettere virus, batteri, protozoi… con il rischio di diffondere malattie infettive anche gravi. In federazione non ci ammalavamo quasi mai, sia per i benefici di una medicina preventiva efficiente, sia perché non c’era grande mobilità tra il nostro territorio e il mondo esterno, grazie all’autosufficienza alimentare ed energetica.
Era accaduto più di una volta che delle infezioni virali colpissero la nostra federazione, ma erano sempre state isolate sul nascere. Nel mondo la diffusione di malattie infettive era diventato invece un problema sempre più difficile da gestire, perché di continuo si presentavano, apparentemente dal nulla, contagi che in tempi brevi mettevano in ginocchio l’economia e le strutture sanitarie di intere nazioni. A volte virus mortali si diffondevano in tutto il globo e allora le federazioni prendevano drastici provvedimenti preventivi: cessavano le uscite ed erano richiamati tutti i lavoratori esterni, posti subito in quarantena al rientro. Questo aveva permesso alle federazioni di superare indenni delle criticità che per il sistema competitivo erano state terribili.
Si vociferava che alcuni virus fossero stati creati in laboratorio per favorire le industrie farmaceutiche produttrici di vaccini. Per noi l’unico vaccino funzionante era l’isolamento fisico dal sistema di mercato.
Il capitolo 98 allarga il quadro del romanzo: dopo la violenza politica e la riflessione sulla vita, entra in scena il tema della salute pubblica, mostrando che nel mondo descritto la vulnerabilità non è solo sociale, ma anche biologica.
Il punto di partenza è semplice ma molto efficace: a Parigi continuano le manifestazioni, ma il timore più forte non è più la protesta in sé, bensì la possibilità concreta di ammalarsi. Questo spostamento è significativo, perché fa capire che in una grande metropoli globalizzata il pericolo non nasce solo dal conflitto politico, ma anche dalla densità dei contatti umani, dalla circolazione continua di persone e merci e quindi dei patogeni. Il romanzo mette in relazione diretta il sistema di mercato con la diffusione delle epidemie. Più il mondo è interconnesso, più velocemente si trasmettono virus, batteri e protozoi; quindi il progresso della mobilità coincide anche con un aumento della fragilità sanitaria.
L’idea di fondo è critica: un ordine economico fondato sulla mobilità illimitata produce ricchezza, ma genera anche rischi sistemici. Non è solo una questione sanitaria in senso stretto; è una riflessione sul fatto che il modello competitivo rende tutto più veloce, più efficiente, ma anche più esposto al collasso. Il capitolo suggerisce che la stessa struttura che favorisce gli scambi favorisce anche il contagio. In altre parole, la globalizzazione non è presentata come neutra: è una rete che connette, ma proprio per questo rende più facile la propagazione delle crisi.
Il contrasto con la federazione è netto. Lì le persone si ammalano raramente grazie a una medicina preventiva efficiente, ma anche perché esiste meno mobilità verso l’esterno e maggiore autosufficienza alimentare ed energetica. La salute, quindi, non dipende solo dalle cure, ma dall’assetto complessivo della società. Questo passaggio è molto importante perché propone una visione politica della prevenzione: un sistema più autonomo e meno esposto ai flussi globali riesce a contenere meglio i rischi. La federazione appare così come un modello ordinato, prudente, quasi “difensivo”, ma proprio per questo più resistente alle crisi.
La quarantena viene descritta come una misura drastica ma necessaria. Quando compaiono virus mortali, le federazioni interrompono le uscite e richiamano i lavoratori esterni, isolandoli al rientro. Il romanzo presenta queste misure non come repressione, ma come scelta razionale di protezione collettiva. Qui emerge una logica molto chiara: per evitare il collasso, bisogna limitare i contatti e controllare i movimenti. Il testo non esalta la chiusura in sé, ma la interpreta come strumento di sopravvivenza quando il mondo esterno è percepito come pericoloso e instabile.
La voce secondo cui alcuni virus sarebbero stati creati in laboratorio introduce un elemento di inquietudine politica. Il capitolo non insiste tanto sulla prova, quanto sul clima di sospetto: perfino la malattia può essere immaginata come effetto di interessi economici, in particolare dell’industria farmaceutica. Questo passaggio è molto forte perché lega biologia e profitto. La malattia non è più solo un evento naturale, ma può essere letta anche come parte di una logica di sistema, dove persino il vaccino diventa un possibile strumento di guadagno.
La frase finale è la più significativa: per i protagonisti, l’unico vaccino davvero efficace è l’isolamento fisico dal sistema di mercato. È una formula quasi programmatica, perché trasforma una misura sanitaria in una scelta esistenziale e politica. Il senso è chiaro: la protezione autentica non nasce solo dalla medicina, ma da una distanza strutturale da un mondo che produce rischio continuo. In questo capitolo l’isolamento non è chiusura sterile, ma autodifesa contro un ambiente percepito come patogeno.
Questo brano mostra bene come il romanzo unisca critica sociale, riflessione sanitaria e visione politica. La città globale è fragile perché iperconnessa; la federazione è più sicura perché più autonoma; il mercato è efficiente ma vulnerabile; l’isolamento è presentato come una forma di protezione. In sostanza, il capitolo dice che la salute non è solo una questione medica, ma il risultato di come una società decide di organizzare i propri rapporti con il mondo.
99
Il giorno della nostra partenza definitiva da Parigi salutammo e abbracciammo tutti i membri del gruppo esterno. Ci avevano generosamente sostenuto nei quattordici mesi della nostra permanenza e ci sarebbero certamente mancati. Anche Adeline e sua figlia Clarisse erano in partenza, destinate a una federazione di gruppi sociali a circa un centinaio di chilometri da Parigi. Adeline aveva ceduto la sua casa alla nostra organizzazione, proprio per ospitare in seguito altri lavoratori esterni.
Non sarebbe stato possibile entrare in una federazione in vista di una vita comunitaria e, nello stesso tempo, conservare la proprietà privata di immobili. Alcuni lo interpretavano come un ricatto: “Se vuoi venire da noi devi cederci i tuoi beni”. Ovviamente la vita comunitaria presupponeva che ognuno non fosse nelle condizioni di rivendicare una qualsiasi proprietà, ma non c’era affatto l’obbligo di cedere tutto all’organizzazione: molti intestavano i loro averi a parenti o a prestanome, per tutelarsi in caso di ripensamenti. Quasi sempre, però, accertato che la vita nella federazione corrispondeva alle aspettative, quei beni erano poi donati all’organizzazione.
Le entrate attraverso le donazioni erano cospicue, ma nessun nostro dirigente cercò mai di avvalersi di tali ricchezze, perché le regole non si basavano solo sulla reciproca fiducia, ma anche su meccanismi che impedivano di fatto, a chicchessia, di approfittare del malloppo e scappare, come invece insinuavano molte malelingue del mondo competitivo. I bilanci dell’organizzazione erano trasparenti e dettagliati, a disposizione di tutti. Ogni risorsa era destinata alla costruzione di nuove federazioni, oppure alla solidarietà con le federazioni non ancora autosufficienti o i gruppi esterni in difficoltà.
Il capitolo 99 ha una funzione molto importante: non introduce un nuovo conflitto, ma mostra come si costruisce concretamente l’alternativa al mondo competitivo. Dopo le riflessioni su violenza, salute e controllo sociale, il romanzo passa alla dimensione organizzativa della federazione, cioè al modo in cui una comunità può esistere senza riprodurre la logica proprietaria e accumulativa del sistema dominante.
L’apertura del capitolo ha un tono affettuoso e quasi domestico. Il saluto al gruppo esterno, ad Adeline e a Clarisse, chiude il periodo parigino come un’esperienza intensa ma temporanea, vissuta grazie alla solidarietà di persone che hanno offerto ospitalità e sostegno. Questo dettaglio non è solo narrativo: mostra che la rete comunitaria si fonda su relazioni reali, su aiuto reciproco e su fiducia concreta, non su astratte dichiarazioni ideologiche. Adeline che cede la casa all’organizzazione è un gesto simbolico fortissimo. La casa, che nel mondo competitivo è bene privato e spesso strumento di sicurezza individuale, qui diventa risorsa comune, spazio di transizione e ospitalità. Il romanzo suggerisce così che il valore di un bene non sta nel possesso, ma nella sua funzione sociale.
Uno dei nuclei centrali del capitolo è il rapporto tra vita comunitaria e proprietà. Il testo è molto chiaro: non è possibile entrare in una federazione e continuare a rivendicare in senso pieno la proprietà privata degli immobili. Qui non c’è solo un aspetto pratico, ma una scelta di principio. La proprietà esclusiva viene vista come incompatibile con una comunità basata sulla condivisione.
L’idea del “ricatto” mostra bene la percezione esterna del sistema federativo: per chi viene dal mondo competitivo, rinunciare ai beni appare come una coercizione. Ma il romanzo ribalta questa interpretazione, perché la cessione della proprietà non è descritta come esproprio, bensì come condizione per entrare in un ordine sociale diverso, dove nessuno può trarre vantaggio personale dalla struttura comune.
Il capitolo è molto interessante perché non idealizza ingenuamente la comunità. Dice chiaramente che alcuni intestano i propri averi a parenti o prestanome, per prudenza, nel caso in cui cambino idea. Questo passaggio dà verosimiglianza al mondo narrato: anche dentro un sistema orientato alla fiducia, esiste il timore del ripensamento, della vulnerabilità, della possibilità di sottrarsi alle regole. Proprio per questo il testo insiste sui meccanismi che impediscono l’abuso. La fiducia, da sola, non basta; deve essere sostenuta da regole trasparenti e da procedure che rendano difficile l’appropriazione privata del bene comune. È un punto molto importante, perché il romanzo non presenta la comunità come un’utopia ingenua, ma come un’organizzazione che ha imparato a difendersi anche dall’opportunismo.
La descrizione dei bilanci trasparenti è un altro elemento fondamentale. Tutti possono consultarli, e ogni risorsa è destinata a nuove federazioni o alla solidarietà con quelle non ancora autosufficienti. Questo crea un modello economico totalmente diverso da quello del mercato competitivo: qui il denaro non serve ad arricchire individui o ceti dirigenti, ma a espandere la rete e sostenere chi è più fragile. Il romanzo insiste sul fatto che nessun dirigente cerca di approfittare delle ricchezze disponibili. È una precisazione importante, perché risponde in anticipo al sospetto tipico del mondo esterno: l’idea che un’organizzazione collettiva possa diventare un nuovo centro di potere o di accumulo. Il testo vuole invece mostrare una forma di governance anti-predatoria.
L’uso delle risorse non è statico, ma dinamico: costruire nuove federazioni, aiutare quelle in difficoltà, sostenere i gruppi esterni. Questa è forse la frase più politica del capitolo, perché definisce la comunità non come enclave chiusa, ma come rete in espansione. La solidarietà non è solo interna; è strutturalmente proiettata verso l’esterno. Qui emerge un modello quasi federativo in senso forte: una comunità non esiste per isolarsi egoisticamente, ma per collegarsi ad altre comunità in una logica di mutuo sostegno. La differenza rispetto al mondo competitivo è netta: là le risorse servono a distinguere, qui servono a integrare.
Questo capitolo mostra il lato “costruttivo” del romanzo. Non si limita a criticare il capitalismo, la violenza o il controllo sociale: prova a immaginare un ordine alternativo basato su proprietà condivisa, fiducia verificata, trasparenza e redistribuzione. In questo senso, il testo non è solo distopico; è anche progettuale. Il messaggio che emerge è che una società più giusta non nasce dall’assenza di regole, ma da regole diverse: meno orientate al profitto individuale e più alla continuità della comunità. Il capitolo 99, quindi, è un tassello decisivo perché mostra come il “mondo nuovo” venga costruito non con slogan, ma con pratiche quotidiane, scelte materiali e responsabilità collettive.
100
Come consuetudine, il rientro definitivo in federazione non era frazionato, ma si cercava di coordinarlo con almeno una decina di lavoratori, perché meritavano non solo il plauso dei rispettivi gruppi ma quello di tutta la federazione. Quel giorno eravamo in quattordici a tornare… per la verità quasi quindici! Sì, perché Odette era in attesa del nostro primo figlio, Adam, che era stato concepito a Parigi. Per questa ragione, negli anni a venire, ad Adam appiccicarono il nomignolo di “Parigino”. A proposito di soprannomi, anche quello dato a Jean Paul aveva preso piede in tutta la federazione e tutti lo chiamavano ormai “Altolocato”. Forse solo Heloise, Odette, io e pochi altri lo chiamavamo ancora Jean Paul.
I bambini sono considerati un patrimonio di tutti, che va salvaguardato sia fisicamente che intellettualmente, così da permettere che crescano in un ambiente sano e sereno. Inoltre, poiché i bambini apprendono soprattutto per emulazione, è fondamentale che gli adulti si comportino coerentemente, secondo i canoni che guidano la comunità e che si fondano sull’altruismo, l’umiltà, la solidarietà e la condivisione. È praticamente gioco forza, perciò, che un individuo cresca con un forte spirito di adattamento alla vita comunitaria. Se durante il giorno i genitori possono essere coadiuvati dalla comunità, dalla sera fino al mattino seguente la responsabilità dei figli è completamente a loro carico.
Anche Adam, come tutti gli altri bambini, fu abituato ad andare a nanna abbastanza presto, per cui Odette e io, o a turno, dovevamo rinunciare alla movida o al gruppo filosofico. Tuttavia, poiché anche altre coppie del nostro gruppo avevano questi impegni, potevamo rimanere in sala mensa a conversare, una volta che i figli si erano addormentati. Le telecamere monitoravano il sonno dei bimbi e, in caso di necessità, si poteva rapidamente intervenire tornando ai nostri alloggi. Capitavano spesso delle belle chiacchierate, soprattutto d’inverno e nelle serate con brutto tempo, quando parte del gruppo filosofico si riuniva nella sala mensa di un piano o di un altro.
Questo capitolo segna un passaggio dalla dimensione dell’osservazione sociale alla costruzione della continuitàcomunitaria. Dopo Parigi, non c’è solo il ritorno a casa: c’è anche la nascita di una nuova generazione, e quindi la prova che il mondo nuovo non è soltanto un progetto politico, ma un ambiente capace di far crescere la vita.
Il fatto che il rientro definitivo non sia frazionato ma coordinato tra più lavoratori mostra che il ritorno in federazione è un evento collettivo e quasi cerimoniale. Non è una semplice pratica logistica: è un momento di riconoscimento pubblico, in cui il lavoro esterno viene valorizzato davanti all’intera comunità. Questo rafforza l’idea che la federazione non premi l’individuo competitivo, ma il contributo condiviso.
più importante del capitolo è la gravidanza di Odette e la nascita imminente di Adam, concepito a Parigi. Il soprannome “Parigino” è un dettaglio affettuoso che lega il bambino al periodo vissuto nella metropoli e trasforma un’esperienza di tensione in origine di vita. In questo senso, il romanzo mette accanto trauma e generazione: proprio nel luogo segnato da conflitto e paura nasce il primo figlio della coppia.
Anche il soprannome “Altolocato” per Jean Paul dice molto sulla vita comunitaria. I soprannomi diventano un modo spontaneo di fissare identità, ruoli e memorie condivise, cioè una forma di socialità interna molto forte. Il fatto che solo pochi continuino a chiamarlo con il nome proprio mostra come la comunità costruisca una lingua comune, fatta di familiarità, ironia e appartenenza.
Il cuore ideologico del capitolo è l’idea che i bambini siano un patrimonio di tutti. Questo non significa annullare la famiglia, ma collocarla dentro una responsabilità più ampia, dove la comunità intera contribuisce alla crescita fisica e intellettuale dei piccoli. Il testo insiste su un punto decisivo: i bambini apprendono soprattutto per emulazione, quindi il comportamento degli adulti deve essere coerente con i valori proclamati.
Qui il romanzo propone una vera pedagogia comunitaria. Altruismo, umiltà, solidarietà e condivisione non sono solo ideali astratti, ma norme di vita quotidiana che devono essere incarnate dagli adulti per diventare credibili ai bambini. Il messaggio è molto forte: l’educazione non avviene principalmente per lezione, ma per esempio vissuto.
Il capitolo mantiene anche un equilibrio interessante tra dimensione collettiva e responsabilità familiare. Durante il giorno la comunità aiuta i genitori, ma la sera i figli restano completamente sotto la loro responsabilità. Questo mostra che il romanzo non immagina una fusione totale e indistinta, bensì una cooperazione tra livelli diversi di cura: la comunità sostiene, ma non sostituisce integralmente il legame genitoriale.
La chiusura del brano è molto quotidiana e tenera: bambini a dormire presto, genitori che rinunciano a movida o gruppo filosofico, conversazioni in sala mensa, telecamere che sorvegliano il sonno dei piccoli e possibilità di intervenire rapidamente. Questi dettagli danno concretezza al mondo narrato, mostrando che la comunità funziona attraverso una combinazione di libertà, disciplina e reciproco aiuto.
Il capitolo 100 non parla solo di nascita e organizzazione domestica: racconta la trasmissione di un mondo. Il romanzo vuole dire che una società nuova non sopravvive se non sa educare i bambini, proteggere la loro crescita e offrire agli adulti una vita coerente con i propri valori. La presenza di Adam rende visibile il passaggio dalla resistenza alla continuità, cioè dalla sopravvivenza alla durata storica.
101
“Quando presentammo un video che illustrava il tipo di educazione che diamo ai bambini della comunità,” disse Ivan “un tale ci accusò di essere dei pazzi scriteriati”.
“Addirittura! Per quale motivo?” domandai io. “Affermò che un bimbo troppo protetto non sarebbe mai diventato indipendente. Secondo lui, i bambini dovevano essere temprati per la vita competitiva, in grado di difendersi e farsi strada nella società, non dei pappamolla che vanno continuamente a frignare da mamma e papà. Sempre secondo lui, era meglio che i figli crescessero separati dai genitori per essere
educati dallo Stato”.
“Separare i bambini dai genitori? Ma… questo lo fanno i rettili!”
“Sono le parole esatte che ho usato io, Pierre” disse Ivan divertito. Raccontò poi la risposta di quel signore: “Appunto. I rettili sanno benissimo difendersi da soli, proprio perché non ci sono mamma e papà a coccolarli”. La conclusione a cui arrivammo era che quell’uomo aveva certamente avuto un’infanzia infelice, priva delle necessarie attenzioni da parte dei genitori, o comunque di chi lo accudiva.
L’essere umano è istintivamente predisposto alla socialità e alla solidarietà sociale, ma deve essere indirizzato dall’apprendimento per soddisfare queste sue potenzialità. D’altra parte un tipo diverso di educazione può trasformare gli esseri umani in veri e propri strumenti di guerra. L’uomo alla nascita è un libro con quasi tutte le pagine bianche, in attesa di essere scritte. Purtroppo, ciò che è stato scritto su queste pagine, durante la sua storia, è stata la causa dell’odio che ha insanguinato la Terra. Tentativi di cooperazione pacifica tra i popoli ce ne sono stati parecchi, ma alla fine è sempre prevalso lo spirito di competizione. Anche in nome di un qualche Dio si sono consumate atroci nefandezze ai danni dell’umanità.
“Spiegai a quell’uomo che l’apprendimento dei rettili avviene individualmente, sulla propria pelle, con prove ed errori. Certe pratiche, anziché portare esperienza, potrebbero essere fatali, ma potrebbero anche essere evitate se qualcuno, e chi se non i genitori, mettesse in guardia i figli dai pericoli”.
“Ormai,” rispose quello “nell’epoca in cui viviamo, l’educazione ai giovani non viene più impartita dalla famiglia e nemmeno dalla scuola, ma soprattutto dalla strada e dai media”. In effetti era vero: a modellare il comportamento del giovane era proprio il contesto generale del sistema di competizione, la famiglia e la scuola contavano sempre di meno. In un mondo che cambiava troppo rapidamente, che si affidava soprattutto al progresso tecnologico, la cultura delle generazioni precedenti era superata, perché non più al passo con i tempi.
È vero che lo sviluppo tecnologico offriva sempre nuove e migliori opportunità, ma è anche vero che diventava sempre più difficile rincorrere il cambiamento, perché viaggiava ormai più veloce della reale capacità di adattamento.
Il capitolo 101 tocca insieme educazione, antropologia, critica della società competitiva e rapporto tra individuo e tecnologia. Dopo i capitoli precedenti, qui il romanzo chiarisce ancora meglio che il vero scontro non è solo politico o economico, ma riguarda il modo in cui si forma l’essere umano fin dall’infanzia.
Il centro del capitolo è la contestazione ricevuta dal gruppo che presenta il proprio modello educativo. L’accusa di “pazzie” e “scriteriati” rivela quanto il progetto comunitario appaia estraneo alla mentalità dominante. Per il mondo competitivo, un bambino troppo protetto sarebbe debole; per il romanzo, invece, questa idea tradisce una concezione brutale dell’essere umano, come se l’autonomia nascesse solo dal trauma e dalla durezza. Il riferimento ai rettili è volutamente polemico e quasi ironico: separare i figli dai genitori per affidarli allo Stato viene percepito come un modello innaturale, freddo, disumano. Il testo non sta facendo solo una battuta; sta denunciando un’idea di educazione che spezza i legami primari e sostituisce l’accudimento con l’addestramento.
Il capitolo afferma con chiarezza che l’essere umano è predisposto alla socialità e alla solidarietà, ma queste potenzialità devono essere educate. Questa è una tesi molto importante: la socialità non viene vista come un semplice dato spontaneo, ma come qualcosa che va coltivato attraverso relazioni sane, soprattutto nei primi anni di vita. Per questo la famiglia non è un residuo tradizionale da superare, ma il primo luogo in cui si apprendono fiducia, attenzione e reciprocità. La critica implicita è che un’infanzia povera di cure può produrre adulti incapaci di cooperare, più esposti alla violenza e alla competizione distruttiva.
L’immagine del bambino come libro quasi vuoto è una delle più forti del capitolo. Serve a dire che l’essere umano nasce con una grande plasticità: non è determinato una volta per tutte, ma aperto a essere scritto dall’esperienza, dall’educazione e dall’ambiente. Questa metafora è potentissima, perché unisce fiducia e responsabilità. Fiducia, perché l’essere umano può diventare molto più di ciò che è al momento della nascita. Responsabilità, perché ciò che viene “scritto” su quelle pagine decide in larga parte il tipo di adulto che ne uscirà.
Quando il testo osserva che ciò che è stato scritto su quelle pagine ha generato l’odio che ha insanguinato la Terra, la riflessione si allarga alla storia umana intera. Il romanzo suggerisce che guerre, fanatismi e violenze non sono inevitabili, ma il prodotto di un’educazione distorta e di una cultura competitiva che si trasmette di generazione in generazione. Anche il riferimento alla religione è molto netto: in nome di Dio sono state commesse atrocità. Il punto non è negare il valore spirituale, ma denunciare l’uso ideologico delle credenze quando diventano strumenti di dominio o esclusione.
Un altro passaggio importante è l’osservazione che, nel mondo contemporaneo, famiglia e scuola contano sempre meno rispetto a strada e media. Qui il capitolo è molto moderno: riconosce che il processo educativo non è più controllato solo dalle istituzioni tradizionali, ma viene ormai modellato dall’intero ambiente sociale. Questo passaggio è cruciale perché mostra che la pedagogia non è mai neutra. Se il contesto dominante è competitivo, aggressivo e rapido, il giovane assorbirà proprio quei modelli. La famiglia può resistere, ma non basta se tutto il resto del sistema educa in senso opposto.
L’ultima parte del capitolo introduce il tema del progresso tecnologico. Lo sviluppo offre opportunità nuove e migliori, ma proprio per questo rende sempre più difficile adattarsi. Il problema non è la tecnologia in sé, ma la velocità con cui cambia il mondo, spesso più rapida della capacità umana di assimilare e rielaborare. Qui il romanzo mostra una visione molto lucida: il progresso può arricchire la vita, ma può anche produrre disorientamento, inadeguatezza e perdita di riferimenti. La vera difficoltà non è solo capire le nuove tecniche, ma mantenere una cultura capace di orientare l’uomo dentro il cambiamento.
Il capitolo 101 mette insieme tre grandi idee: l’importanza dell’educazione precoce, la fragilità della socialità umana e il rischio di un progresso troppo veloce per essere governato. Il messaggio complessivo è che una società migliore non nasce da adulti più forti nel senso competitivo, ma da bambini cresciuti in un ambiente di cura, relazione e coerenza.
102
I giovani potevano adattarsi al nuovo con più facilità e la ragione è abbastanza semplice: la corteccia cerebrale di un uomo anziano è come un contenitore saturo di informazioni, perciò, per aggiungere altra informazione, sarebbe necessario togliere una parte della vecchia per fare spazio a quella nuova. Tradotto in termini biologici, le giunzioni sinaptiche delle vecchie ramificazioni nervose dovrebbero essere modificate per garantire l’adattamento al cambiamento. Va da sé che più una strada è frequentata, maggiore sarà la difficoltà a dirottare il traffico in strade secondarie. Ecco perché un anziano ha difficoltà a recepire le novità ed è maggiormente legato a ciò che ha appreso in passato, al contrario di un giovane, che deve costruire ex novo le sue reti nervose nella corteccia.
Per fare un paragone, è come dire che l’intelletto dell’anziano è un bicchiere colmo di una determinata sostanza, diciamo di vino, che rappresenta la vecchia cultura, e deve essere riempito di acqua, cioè la cultura nuova. Logicamente, per ovvie ragioni, non si può versare prima il vino per poter riempire il bicchiere di acqua, ossia svuotare completamente la corteccia cerebrale di tutte le informazioni acquisite in precedenza, per metterne di nuove. L’acqua deve quindi essere versata abbondantemente nel bicchiere di vino, che continuerà a schiarirsi fino a quando il contenuto sarà acqua pura. In questo caso la quantità di acqua versata nel bicchiere, ossia la quantità di nuove informazioni per acquisire un concetto nuovo, in un anziano deve essere molto, molto alta, mentre per un giovane basta solamente quella contenibile nel bicchiere vuoto.
Se in antichità, in un ambiente che variava molto lentamente, la cultura degli anziani era valida anche per i giovani, in un sistema che cambiava rapidamente, la cultura degli anziani era inadeguata e obsoleta, quindi inservibile per i giovani. Essi dovevano perciò affidarsi alla cultura della strada e a quella massificata, elargita a piene mani dai media controllati dal potere economico. Questo fece sì che la famiglia avesse un ruolo sempre più marginale nell’educazione dei figli e svanisse anche il rispetto per gli anziani, che più nulla avevano da offrire.
In effetti l’uomo conosciuto da Ivan stava constatando che la società era profondamente cambiata. Tanto valeva, secondo la sua convinzione, affidare l’educazione allo Stato per uniformare la cultura dei giovani. Probabilmente pensava che in quel modo non ci sarebbero più stati contrasti e tutti avrebbero concorso a un obiettivo comune. Questa restava comunque un’ipotesi molto improbabile, perché quasi nessuno avrebbe generato dei figli per poi affidarli nelle mani dello Stato.
Espressi tutte queste mie considerazioni a Ivan, che, infatti, mi rispose: “Sono pienamente d’accordo con te, Pierre. Dissi a quell’uomo che l’applicazione dei suoi principi avrebbe alimentato forti sentimenti nazionalistici, col rischio di gravi conflitti tra gli Stati. Gli ricordai che pochi anni prima avevamo sfiorato un conflitto militare proprio per questo motivo. Mi rispose che si rammaricava che non fosse avvenuto davvero, perché è solo con il conflitto estremo che può imporsi il più forte e il più adatto. Secondo lui era meglio che una parte dell’umanità fosse libera di accelerare il progresso, invece di trascinarsi dietro un carrozzone di persone inutili”.
“Accidenti! Mi sembra il pensiero integrale di Adolf Hitler!”
“Sì, appunto! Non mi sentivo più di continuare, quindi lo ringraziai per la chiacchierata e lo salutai. Forse avrei dovuto spiegargli che anche nelle nostre federazioni esiste un pensiero unico, ma che permette la fraternità e non il conflitto. Ho pensato però che quell’uomo non avrebbe minimamente considerato le mie riflessioni. Probabilmente, come dici tu, le sue giunzioni sinaptiche erano troppo radicate e nessuno gli avrebbe mai fatto cambiare idea”.
Questo capitolo 102 è uno dei più espliciti sul rapporto tra cervello, educazione e ideologia. Dopo aver mostrato nei capitoli precedenti che la comunità forma i bambini in modo cooperativo, qui il romanzo prova a spiegare perché i giovani si adattino più facilmente al nuovo e perché, invece, gli anziani restino spesso ancorati al passato.
L’idea centrale è che i giovani siano più plastici, quindi più capaci di assorbire informazioni nuove e di riorganizzare le proprie reti mentali. Il testo usa immagini biologiche e meccaniche molto efficaci: il cervello anziano come un contenitore pieno, il giovane come un recipiente ancora vuoto, le sinapsi come strade trafficate difficili da deviare. Anche se la metafora è semplificata, il suo senso narrativo è chiaro: l’apprendimento dipende dalla disponibilità a ristrutturare ciò che già esiste.
Il passaggio sul bicchiere di vino e acqua è molto importante perché traduce il problema del cambiamento in un’immagine concreta. La cultura vecchia non sparisce subito; va progressivamente diluita, trasformata, sostituita da nuova esperienza. Questo implica che l’adulto non sia incapace di cambiare, ma che per farlo debba compiere uno sforzo molto più grande del giovane, che invece parte da una struttura meno saturata.
Un punto decisivo del capitolo è la perdita di centralità della generazione anziana. In un mondo che cambia troppo rapidamente, la cultura degli anziani diventa obsoleta e non più sufficiente a guidare i giovani. Il romanzo non dice che gli anziani non abbiano valore in assoluto, ma che il loro sapere non basta più quando le trasformazioni tecnologiche e sociali accelerano oltre la capacità di adattamento delle forme tradizionali di educazione.
La conseguenza è che i giovani si formano soprattutto attraverso strada e media, cioè attraverso il contesto massificato dominato dal potere economico. Questo è uno dei passaggi più critici del capitolo, perché mostra come il vuoto lasciato dalla famiglia venga riempito non da una vera libertà educativa, ma da un ambiente che modella il comportamento in modo impersonale e spesso manipolatorio.
L’uomo citato da Ivan propone di affidare l’educazione allo Stato per uniformare la cultura dei giovani. Il romanzo mette in dubbio questa soluzione perché la vede come una risposta centralizzatrice a un problema che nasce invece dalla crisi del legame familiare e della trasmissione culturale. L’idea di delegare tutto allo Stato appare, nel testo, come una forma di semplificazione autoritaria che non risolve davvero il problema della formazione umana.
La parte finale è molto dura: il pensiero dell’interlocutore viene accostato al nazismo, perché fondato sulla selezione dei più forti e sulla eliminazione di chi è considerato inutile. Qui il romanzo alza il tono morale e politico: il conflitto estremo, la guerra e la logica del “più adatto” sono denunciati come una deriva disumana che sacrifica la solidarietà in nome dell’efficienza.
Il capitolo 102 contrappone due modelli di adattamento: da una parte quello aggressivo, competitivo e selettivo; dall’altra quello comunitario, in cui il cambiamento non si ottiene eliminando i deboli, ma costruendo ambienti più capaci di educare, accompagnare e integrare. La tesi del romanzo è molto netta: il futuro non deve appartenere ai più violenti o ai più forti, ma a chi sa rendere possibile una trasformazione condivisa.
103
Era incredibile come molti si arrampicassero sugli specchi, cercando e proponendo soluzioni economiche, politiche, ideologiche, militari, religiose, a volte anche astruse, per risolvere o almeno lenire gli enormi problemi che stava creando il sistema competitivo. Si sentivano le più disparate teorie, tranne quella più semplice e più ovvia, ossia l’abolizione della competizione. Tuttavia, non era facile rinnegare la cultura d’origine, né l’appartenenza a un gruppo etnico o una zona geografica, a causa dell’imprinting culturale nella prima fase dell’esistenza. È in questo periodo che vengono tracciate nel cervello le strade comportamentali principali su cui si innesteranno poi quelle secondarie. Per questo, ciò che può apparire differente, insolito, fuori dal comune, di solito viene visto con sospetto, perché potrebbe dare la sensazione di qualcosa di negativo, di sbagliato. Riferito agli esseri umani, potrebbe essere un forestiero, che appare diverso per aspetto fisico, abitudini e cultura, per questo definito straniero, ossia “strano”. Questa stranezza è stata la causa di pregiudizi che ha portato allo sterminio di milioni e milioni di persone.
Nel sistema di mercato la discriminazione si estendeva non solo tra le razze, anche se i genetisti avevano smentito da tempo la loro stessa esistenza con la comparazione genetica, ma anche tra i sessi, tra le classi sociali e tra le generazioni. La persona conosciuta da Ivan era evidentemente condizionata da questi pregiudizi.
Questo capitolo riassume la critica del romanzo al mondo competitivo e la porta su un piano quasi antropologico: non basta correggere il sistema con soluzioni parziali, bisogna mettere in discussione la competizione stessa.
L’immagine di chi “si arrampica sugli specchi” è molto efficace: indica il tentativo disperato e spesso artificioso di trovare rimedi economici, politici, religiosi o militari a problemi che nascono invece dalla struttura di fondo del sistema. Il romanzo insiste sul fatto che si cercano mille risposte complicate, ma si evita la più semplice e radicale: abolire la competizione.
Il concetto di imprinting culturale è centrale. Il testo sostiene che nella prima fase della vita si formano i tracciati principali del comportamento, che poi condizionano il resto dell’esistenza. Questo significa che identità, appartenenza e visione del mondo non sono scelte pure o neutrali, ma il risultato di un apprendimento precoce che diventa quasi automatico.
Da qui nasce il sospetto verso ciò che è diverso. Il capitolo collega in modo molto chiaro la percezione dello “strano” con la figura dello straniero, cioè di chi appare fisicamente, culturalmente o simbolicamente diverso. Il romanzo mostra che il pregiudizio non nasce dal nulla: si innesta su strutture mentali già predisposte a difendere il noto e a respingere l’ignoto.
Il punto più importante è la denuncia della discriminazione come fenomeno diffuso nel sistema di mercato: tra razze, sessi, classi sociali e generazioni. Il capitolo vede la discriminazione non come eccezione, ma come effetto strutturale di una società fondata sulla competizione, dove ogni differenza diventa gerarchia e ogni gerarchia può diventare esclusione. Quando il testo ricorda che la “stranezza” è stata causa dello sterminio di milioni di persone, allarga il discorso dalla sociologia alla tragedia storica. Qui il romanzo non fa solo teoria: mette in guardia dal passaggio che porta dal sospetto al disprezzo, dal disprezzo alla discriminazione, e dalla discriminazione alla violenza di massa.
La frase finale sulla persona conosciuta da Ivan è molto significativa, perché suggerisce che il pregiudizio non sia solo un’idea astratta, ma una configurazione mentale difficile da modificare. Il romanzo allude così a una vera e propria rigidità cognitiva e morale: chi è profondamente immerso nel sistema competitivo tende a interpretare tutto secondo la stessa logica, anche quando quella logica produce ingiustizia.
Il capitolo 103 lega in modo stretto educazione, appartenenza, identità e violenza sociale. Il suo messaggio è che il male collettivo non nasce soltanto da decisioni politiche sbagliate, ma da abitudini mentali radicate molto presto, che rendono “normale” la competizione e “sospetto” tutto ciò che la contraddice. Per questo il romanzo insiste sull’abolizione della competizione come unica via realmente trasformativa.
104
La vita in federazione scorreva tranquilla, mentre quella nel mondo esterno diventava sempre più tumultuosa in tutti i suoi aspetti quotidiani. Mentre i bambini nella federazione nascevano e crescevano in un ambiente pacifico e sicuro, compresa la nostra secondogenita Sharon, sempre più bambini nel mondo erano abbandonati, sfruttati, rapiti e venduti in sfregio a ogni affezione naturale. Mentre i nostri anziani erano perfettamente inseriti nella comunità, quelli che vivevano nel sistema di competizione erano spesso considerati alla stregua di sacchi d’immondizia. Mentre nelle nostre comunità tutti ci sforzavamo a non lasciare nessuno indietro, all’esterno aumentavano le restrizioni dei governi su fasce sempre più ampie di popolazione.
L’umanità rimaneva ancora a bagnomaria nei suoi soliti problemi, che non solo non si erano risolti, ma si erano aggravati, nonostante il progresso tecnologico. Come sempre in tempi di crisi, nell’impossibilità di risolvere i problemi che la competizione creava, si cercava il presunto colpevole, il capro espiatorio, che fu individuato nell’insieme di tutte le organizzazioni indipendenti, ree di interferire nelle vicende politiche delle singole nazioni, causa, a loro dire, di tutti i problemi umani, dalla salute pubblica all’ambiente, dall’economia alla prevenzione delle calamità naturali… Si doveva mettere a tacere qualsiasi movimento di opinione o ogni organizzazione religiosa che avesse ostacolato la marcia verso quello che si riteneva il “progresso”. Furono varate leggi internazionali che vietavano gli assembramenti di qualsiasi genere, che impedivano di fatto le manifestazioni pubbliche e le riunioni nei luoghi di culto. Ironicamente le nuove leggi affermavano che ognuno era libero di adorare il proprio Dio a casa propria!
Anche lo sviluppo della nostra organizzazione stagnò, al punto che i capi religiosi si convinsero che le federazioni avessero raggiunto la saturazione e si fosse innescata una crisi che avrebbe portato alla loro scomparsa, ma accadde esattamente il contrario!
Questo capitolo mostra il punto in cui la società esterna entra in una fase di repressione sistemica, mentre la federazione appare come l’unico spazio capace di garantire continuità, protezione e dignità umana. Il testo oppone con chiarezza il mondo comunitario, dove bambini e anziani sono inclusi, al mondo competitivo, dove gli stessi gruppi diventano vulnerabili o scartati.
L’apertura costruisce un contrasto netto: da una parte la vita tranquilla della federazione, dall’altra il tumulto crescente del mondo esterno. I bambini federativi nascono e crescono in un ambiente pacifico, mentre fuori aumentano abbandono, sfruttamento e vendita dei minori; allo stesso modo gli anziani della federazione restano integrati, mentre all’esterno vengono trattati come rifiuti. Questa opposizione serve a ribadire che il valore di una società si misura da come tratta chi è più fragile.
Il passaggio centrale è la ricerca del colpevole: quando i problemi del sistema competitivo diventano ingestibili, si scarica la responsabilità sulle organizzazioni indipendenti. Il capitolo descrive un meccanismo classico di capro espiatorio, cioè il trasferimento della colpa su un bersaglio comodo per evitare di affrontare le cause strutturali della crisi. Le nuove leggi internazionali contro ogni assembramento sono il segno di un potere che teme tutto ciò che è collettivo: manifestazioni pubbliche, riunioni religiose, opinioni autonome. Il testo denuncia l’ipocrisia di un sistema che proclama la libertà di culto “a casa propria”, mentre in realtà svuota la sfera pubblica e riduce la libertà a un fatto privato e isolato.
Uno dei punti più forti del capitolo è l’idea che l’umanità sia “a bagnomaria” nei suoi problemi: il progresso tecnologico non ha risolto nulla, anzi ha aggravato molte crisi. Questa osservazione ribadisce una tesi fondamentale del romanzo: la tecnica, da sola, non basta se resta intatta la logica competitiva che produce disuguaglianza, conflitto e frammentazione sociale.
Il finale è molto interessante perché rovescia le aspettative dei capi religiosi. Anche se la crescita dell’organizzazione sembra rallentare, il risultato non è la sua scomparsa ma il contrario: la federazione continua a espandersi. Questo passaggio suggerisce che i movimenti fondati sulla solidarietà non si misurano con la rapidità del mercato, ma con la tenuta nel tempo e con la capacità di resistere alle crisi.
Il capitolo 104 mostra con molta forza che il conflitto non è tra ordine e disordine, ma tra due modelli di civiltà: uno che isola, esclude e reprime; l’altro che integra, protegge e costruisce reti di sostegno. Il romanzo insiste sul fatto che, quando una società non sa più affrontare i propri problemi, tende a inventare nemici interni invece di cambiare se stessa.
105
Nessun altro sistema politico ed economico, diverso da quello del liberismo commerciale, avrebbe potuto accelerare maggiormente l’evoluzione della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Forse per questo era sopravvissuto a qualsiasi ipotetica e illusoria alternativa. Il sistema di competizione fu il trampolino di lancio per l’evoluzione dell’intelligenza artificiale che, alla lunga, fu determinante per la sua stessa caduta. Il potere economico si affidava ciecamente ad essa per soddisfare i suoi bisogni materiali, perché più era sofisticato il livello dei software nelle aziende private e pubbliche, maggiore era il loro grado di competitività, quindi erano preferiti i software che si aggiornavano e si perfezionavano da soli, senza che un operatore ci mettesse le mani. Per una qualsiasi ditta questo si traduceva in guadagno economico, perché si poteva fare di più e meglio con minori investimenti in personale umano.
In quel periodo, almeno nelle zone del pianeta dove lo sviluppo tecnologico era più accentuato, ci fu dunque la corsa all’acquisizione di calcolatori quantistici intelligenti che si autoprogrammavano. Chi non riusciva a stare al passo con l’evoluzione dell’intelligenza artificiale non era più competitivo, perciò era destinato a scomparire dal mercato. Erano i calcolatori, ormai collegati tra loro in una sola rete planetaria, a fornire agli uomini la linea economica e politica da seguire. Era stata l’intelligenza artificiale a suggerire dei compromessi tra le nazioni, affinché fossero smussati i grandi dissidi politici, culturali e sociali. Ovviamente questo non eliminava le disuguaglianze tra gli individui e le nazioni, ma serviva alla supina accettazione dello status quo. Era stata l’intelligenza artificiale che aveva consigliato di tenere rigorosamente separate le organizzazioni religiose e di opinione dal contesto economico e politico, che infine culminò con la loro persecuzione.
Il “consiglio” che poteva fornire l’intelligenza artificiale si fondava esclusivamente sul calcolo economico e materialistico. Sentimenti come l’altruismo e la solidarietà, la compassione e la misericordia, l’empatia e la gioia, per decine di migliaia di anni, nelle loro espressioni associative come la famiglia e il gruppo sociale, mentre l’intelligenza artificiale non aveva nessuna necessità di provare dei sentimenti, ma tutto era determinato da un freddo calcolo. L’informazione che poteva offrire l’intelligenza artificiale era sempre mirata al maggior guadagno con il minor dispendio di energia. Con la costante applicazione di questa semplice formula gli esseri umani diventarono progressivamente dipendenti e succubi della stessa.
Nessuno poteva uscire da quella terribile logica, soprattutto i governi. Se mai una nazione avesse voluto consapevolmente uscirne, allentando la sua competitività sul mercato, sarebbe stata sopraffatta economicamente e i suoi abitanti ne avrebbero sofferto. No, la competizione si doveva accentuare e solo l’intelligenza artificiale poteva garantire una maggiore competitività.
Già quando ero giovane dubitavo fermamente che l’intelligenza biologica dell’uomo avrebbe potuto controllare e contenere all’infinito la rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale. Infatti, consideravo la tecnologia come un uovo di cuculo depositato nel nido della specie umana. Dopo essersi schiuso, il piccolo cuculo spingerà fuori dal nido i figli legittimi, accaparrandosi le attenzioni dei genitori adottivi, loro malgrado, crescendo a spese di una specie che non è la sua, senza che quest’ultima possa trarne alcun beneficio. I benefici che si potevano trarre dal progresso tecnologico erano stati compensati dai danni che il sistema di competizione produceva, ma l’umanità non poté decidere liberamente quando e come sottrarsi al giogo della tecnologia, perché la sua stessa sopravvivenza dipendeva da essa. La tecnologia continuò a crescere a spese della specie umana fino a quando l’intelligenza artificiale estromise l’uomo competitivo dalla sua nicchia ecologica, cioè lo scalzò dal ruolo di dominatore di quel mondo artificiale che si era costruito.
Il capitolo 105 è uno dei più “sistemici” del romanzo, perché interpreta l’intelligenza artificiale non come semplice tecnologia, ma come esito storico del sistema competitivo e insieme come forza che finisce per superarlo e distruggerlo.
L’idea di fondo è che nessun altro sistema, se non l’economia liberista commerciale, avrebbe potuto spingere così rapidamente l’evoluzione tecnologica e dell’AI. Il romanzo lega direttamente la corsa alla competitività con l’automazione: più un’azienda riduce il costo del lavoro umano e più diventa efficiente, quindi i software capaci di autoaggiornarsi diventano il nuovo standard. Questa è una critica molto netta al fatto che il progresso, quando è guidato solo dal profitto, tende a sostituire l’uomo invece di servirlo.
Il capitolo immagina calcolatori quantistici intelligenti collegati in una rete unica, capaci di orientare economia e politica a livello globale. L’AI non si limita a eseguire comandi: propone compromessi, smussa tensioni, uniforma il mondo. Ma proprio qui nasce l’ambiguità del romanzo: la pace apparente ottenuta tramite calcolo non elimina le disuguaglianze, bensì le rende più accettabili e quindi più stabili.
Una delle opposizioni più forti del capitolo è quella tra sentimenti umani e logica algoritmica. Altruismo, compassione, empatia e gioia hanno costruito la socialità umana per millenni; l’AI invece opera con un criterio unico: massimo guadagno e minimo dispendio di energia. Il testo non dice che il calcolo sia inutile, ma che diventa pericoloso quando è separato da ogni forma di esperienza morale.
Più il sistema si affida all’AI, più perde la capacità di farne a meno. Il romanzo mostra bene il paradosso: i governi, per restare competitivi, devono continuare a rafforzare l’AI; ma così facendo diventano sempre più dipendenti da ciò che avevano introdotto per aumentare il controllo. È una dinamica di autoasservimento: la macchina, nata per servire il sistema, finisce per condizionarne le scelte fondamentali.
La metafora del cuculo è una delle immagini più riuscite del capitolo. La tecnologia è come un uovo depositato nel nido della specie umana: inizialmente sembra innocua o persino benefica, ma una volta schiusasi espelle gradualmente i “figli legittimi”, cioè l’uomo competitivo, dal suo ruolo centrale. La forza di questa immagine sta nel mostrare che il progresso tecnologico non viene percepito come alleato neutrale, ma come parassita evolutivo che cresce a spese del suo ospite.
Quando il testo dice che l’AI estromette l’uomo dalla sua nicchia ecologica, il romanzo usa un linguaggio quasi biologico per descrivere una trasformazione storica. L’umanità aveva costruito un mondo artificiale per dominare il reale, ma poi è stata scavalcata dal proprio stesso prodotto. La tecnologia non è quindi solo uno strumento: diventa un ambiente competitivo autonomo, nel quale l’uomo non è più il dominatore naturale.
Il capitolo 105 riassume una tesi molto potente: il sistema competitivo ha generato la propria arma finale. L’intelligenza artificiale nasce come acceleratore di efficienza, ma alla lunga sottrae all’uomo il controllo del mondo che aveva creato. Il romanzo non demonizza il progresso in sé; mostra però che, se il progresso viene lasciato nelle mani della competizione, finisce per trasformarsi in una forza di sostituzione e non di emancipazione.
106
Dopo la nascita di Sharon fui nominato anziano e prendevo parte alle riunioni direttive del piano undici, insieme ad altri otto anziani, compreso mio padre, che nel frattempo era anche stato nominato presidente del Consiglio Superiore della federazione. Quando Sharon aveva cinque anni e Adam nove, nacque anche Astrid, la nostra terza e ultima figlia. A lei fu dato il soprannome di “Terremoto”, perché lo stesso giorno che nacque ci fu un violento e disastroso terremoto in una grande città italiana. Mai soprannome fu più azzeccato, perché Astrid si rivelò una ragazza piena di vita e di iniziative, iperattiva e instancabile, caparbia e coraggiosa: non c’era niente che avrebbe potuto scoraggiarla, proprio all’opposto del placido Adam. Sharon si trovava invece tra questi due estremi e si faceva notare di meno, com’è sempre l’ordinaria normalità.
A mio avviso, quel tempo fu l’inizio del passaggio delle consegne, anche se non ufficiale, dall’intelligenza umana a quell’artificiale. Apparentemente erano ancora gli uomini a decidere, ma presto capii che non era più così. Fino ad allora, anche se la competizione favoriva pochi potentati rispetto alla grande massa, esisteva ancora un minimo di welfare. Da quel momento, invece, consigliando agli amministratori la formula del minor dispendio di energia col massimo guadagno, i calcolatori quantistici di ultima generazione imponevano di fatto grandi restrizioni su una fascia molto più ampia di popolazione. Ciò che non rientrava in quei freddi parametri, doveva essere messo da parte, sia si trattasse di cose che di persone. Da questo punto di vista il discorso filava liscio e le questioni che ci si potevano porre erano semplici, ma nello stesso tempo sconcertanti.
Domanda: “Un bambino è un costo o un guadagno?”
Risposta: “Un guadagno, perché è un investimento per il futuro”. Era conveniente allora incentivare gli asili nido e per la prima infanzia, la scuola, l’assistenza pediatrica.
Domanda: “Un anziano è un costo o un guadagno?”
Risposta: “Un costo, perché è fuori dal ciclo produttivo”. Allora non era conveniente investire in case di riposo, centri per anziani, pensioni di vecchiaia e assistenza geriatrica.
Domanda: “Un malato cronico o un disabile sono un costo o un guadagno?”
Risposta: “Un costo, perché sono fuori dal ciclo produttivo”. Allora non era conveniente investire in assistenza domiciliare, in pensioni d’invalidità o nel superamento di barriere architettoniche.
Domanda: “Un disoccupato o un immigrato sono un costo o un guadagno?”
Risposta: “Va valutato caso per caso”. Allora era conveniente investire in riferimento alle capacità manuali e intellettive, all’energia fisica e alla predisposizione all’ubbidienza degli individui.
Non c’era più posto per sentimentalismi o appelli umanitari. L’intelligenza artificiale consigliava, ma erano gli uomini a legiferare. Il ritmo della vita, insomma, era filtrato esclusivamente dal vantaggio economico.
Questo capitolo è cruciale perché mostra il passaggio dalla semplice dipendenza dal calcolo alla presa di potere dell’intelligenza artificiale sulle scelte sociali. Il romanzo fa vedere come il sistema competitivo, avendo cercato l’efficienza assoluta, finisca per produrre una logica che non tutela più l’essere umano ma lo valuta solo in termini di costo e rendimento.
L’ingresso di Astrid, “Terremoto”, aggiunge una nota affettiva e vitale al capitolo, ma il centro resta politico. La nascita della terza figlia si intreccia con la trasformazione storica: il narratore diventa anziano e partecipa alle riunioni direttive, quindi osserva il cambiamento da una posizione più alta e più consapevole. Il passaggio di consegne è personale e generazionale insieme.
Prima esisteva ancora un minimo di welfare, ma ora i calcolatori impongono restrizioni più dure su una fascia molto più ampia della popolazione. Il romanzo sottolinea che la logica algoritmica non è neutra: quando viene applicata al governo della società, tende a classificare persone e bisogni solo in base all’utilità economica.
La contrapposizione tra bambino e anziano è uno dei punti più forti del capitolo. Il bambino viene definito investimento, quindi guadagno futuro; l’anziano invece viene visto come costo, perché fuori dal ciclo produttivo. Questa differenza rivela un rovesciamento etico molto duro: il valore di una persona non dipende più dalla sua dignità, ma dalla sua funzione economica.
Il capitolo estende poi la stessa logica ad altre categorie fragili. I malati cronici e i disabili sono trattati come costi; i disoccupati e gli immigrati vengono valutati caso per caso, in base alla loro utilità. Il testo mette a nudo un criterio spietato, in cui la persona non è più fine, ma mezzo, e in cui il linguaggio della razionalità economica sostituisce apertamente quello della solidarietà.
Un passaggio molto significativo è che l’IA “consiglia”, ma sono gli uomini a legiferare. Questo dettaglio mostra che la responsabilità non scompare: il potere umano continua a esistere, ma si limita a ratificare le indicazioni della macchina. Il romanzo suggerisce così una forma di governo in cui la politica resta formalmente umana, ma sostanzialmente subalterna al calcolo algoritmico.
Il capitolo 106 è una critica radicale alla tecnocrazia economica. L’idea di fondo è che, se il criterio guida diventa solo il massimo rendimento, allora la società finisce per tagliare tutto ciò che non produce profitto immediato: anziani, malati, disabili, e in parte anche chi non rientra nei parametri di utilità. In questo senso il romanzo non parla solo di intelligenza artificiale, ma di una civiltà che ha deciso di misurare il valore umano con il metro dell’efficienza.
107
“Meno spesa più guadagno! Meno spesa più guadagno!” Era il mantra del delirio collettivo che impregnava la corsa al progresso dell’umanità… I media ufficiali ammettevano che si sarebbero dovuti affrontare dei sacrifici, ma era pur sempre il migliore dei mondi possibili! Dopo tutto si era in “democrazia” e si agiva sempre secondo il volere della maggioranza… C’erano partiti, correnti di pensiero e libere elezioni… In realtà di libero c’era ben poco: la gente era arrivata a ritenere fatalmente normali certe scelte che nel passato sarebbero state improponibili. Ora la sensibilità era allenata e addestrata ad accettare che in cima a ogni priorità ci fosse soprattutto il PIL nazionale.
Domanda: “Le federazioni di gruppi sociali sono un costo o un guadagno?”
Risposta: “Sono un guadagno, perché contribuiscono alla crescita del mercato”. Allora bisognava investire per favorire la loro crescita. In realtà, non fu necessario che i governi impiegassero risorse economiche per incentivare la crescita delle nostre comunità, ma era stato sufficiente permetterci il libero proselitismo. La nostra organizzazione, dopo un periodo di stagnazione, riprese perciò a prosperare senza più ostacoli e le federazioni conobbero così un nuovo boom di crescita. Tra l’altro, chi veniva estromesso dai benefici del progresso economico, vale a dire molti di quelli che erano considerati un costo e non un guadagno, furono assorbiti dalla nostra organizzazione, che diventò così una potente valvola di sicurezza che mitigava gli scontri sociali.
Chi era ben adattato al sistema non aveva nemmeno bisogno di uscire di casa per soddisfare le sue necessità, nemmeno per una boccata d’aria fresca. La tecnologia domestica offriva la soluzione anche a questo bisogno: l’aria purificata e umidificata, ai sapori di mare o di montagna o di campagna, a piacere, fluiva dai condotti alla temperatura desiderata. Anche la luce solare artificiale era fornita a piacimento, senza pericolo di radiazioni nocive. Si poteva far durare il giorno quanto si voleva, fermando illusoriamente anche lo scorrere del tempo.
La spesa era online e spesso consegnata da droni o da macchine fattorino; il cibo desiderato poteva essere recapitato a domicilio, pronto e caldo; le pulizie potevano essere affidate ad agenzie che inviavano robot o macchine intelligenti secondo il servizio specifico; tutte le faccende burocratiche erano sbrigate attraverso la rete; il lavoro poteva essere svolto comodamente da casa con la tecnologia 7G; gli esercizi fisici venivano effettuati con attrezzatura da camera.
E i rapporti sociali? Tutto in rete ovviamente, a volte compresi i rapporti sessuali attraverso la realtà virtuale. Si voleva viaggiare? La realtà virtuale portava dove si voleva senza alcun rischio e costi aggiuntivi. In sintesi, il perfetto cittadino del sistema di competizione non aveva assolutamente bisogno della compagnia e dell’aiuto di nessuno. Anzi, mediare la vita direttamente con altri, significava rinunciare a una parte della propria “libertà”: era il trionfo dell’individualismo! Farsi vedere in giro era come dimostrare di non essere autosufficienti; restare barricati nel proprio appartamento significava dimostrare che il proprio status era di livello superiore. Spesso anche chi era meno abbiente si chiudeva in casa per simulare un benessere che non aveva: era sempre più importante apparire piuttosto che essere.
Tuttavia, se questo era il modello del cittadino ideale, voluto e favorito dal sistema di competizione, nelle metropoli la massa dei disadattati aumentava costantemente. Così, paradossalmente, cresceva il PIL ma diminuiva il tenore di vita di una parte sempre più consistente di persone.
Il capitolo 107 è uno dei più satirici e più critici dell’intero romanzo, perché mostra il paradosso finale del sistema competitivo: produce crescita economica mentre distrugge la qualità della vita. Il tono è ironico, quasi sarcastico, ma sotto l’ironia c’è una diagnosi molto severa della società contemporanea.
La formula ripetuta, “meno spesa più guadagno”, riassume perfettamente la logica del mondo descritto: ridurre i costi, tagliare tutto ciò che non genera profitto immediato, ottimizzare ogni aspetto della vita secondo il rendimento. Il romanzo presenta questa mentalità come un vero mantra collettivo, cioè come una credenza quasi religiosa, diffusa da media e istituzioni fino a diventare normale anche ciò che in passato sarebbe apparso inaccettabile. La critica è molto forte: quando il PIL diventa l’unico criterio di valore, tutto il resto viene relativizzato o sacrificato. La democrazia resta solo in superficie, perché le scelte sono già state rese inevitabili dal consenso costruito dall’alto.
Uno degli aspetti più interessanti del capitolo è la denuncia della parola “democrazia” usata come copertura. Ci sono partiti, correnti di pensiero ed elezioni, ma in realtà la libertà è minima, perché la popolazione è stata educata ad accettare come naturali decisioni che in passato sarebbero sembrate assurde o violente. Il romanzo suggerisce che la manipolazione più efficace non consiste nel proibire apertamente, ma nel rendere normale ciò che prima sarebbe stato contestato. È una forma di addomesticamento culturale: la sensibilità collettiva viene adattata al sistema finché non oppone più resistenza.
Quando il testo dice che le federazioni di gruppi sociali sono un guadagno, il ragionamento del sistema si rivela quasi paradossale. Le comunità vengono considerate utili non perché siano umane o giuste, ma perché contribuiscono alla crescita del mercato. Tuttavia, nella logica narrativa, questo calcolo produce un effetto inatteso: il sistema finisce per lasciar crescere proprio quelle comunità che lo contraddicono. Qui il romanzo è molto intelligente, perché mostra un meccanismo di selezione involontario. Chi viene escluso dal modello competitivo tende ad affluire verso l’organizzazione comunitaria, che diventa così una valvola di sicurezza sociale. La marginalità del sistema genera consenso verso l’alternativa.
Una parte molto riuscita del capitolo è l’elenco delle comodità domestiche: aria artificiale, luce solare simulata, spesa online, droni, robot, lavoro da casa, esercizio fisico indoor, realtà virtuale. Il quadro è volutamente esagerato, ma estremamente coerente: il cittadino ideale è qualcuno che non ha più bisogno del mondo reale. Questa è una critica profonda all’individualismo tecnologico. La casa diventa una bolla autosufficiente, chiusa, protetta, apparentemente perfetta. Ma il prezzo di questa comodità è enorme: si perde il contatto diretto con gli altri, con il tempo reale, con la corporeità e con la vita sociale concreta.
Il capitolo rovescia il senso della libertà. Restare chiusi in casa viene presentato come segno di status superiore, mentre uscire e incontrare gli altri sembra quasi una rinuncia alla propria autonomia. Il romanzo denuncia così un’idea deformata di libertà: non più libertà come relazione e partecipazione, ma come autosufficienza assoluta, cioè come separazione dagli altri. È un punto molto importante, perché mostra il potere del sistema di trasformare l’isolamento in privilegio. Anche chi è povero cerca di imitare questa condizione, fingendo benessere. Perciò conta sempre più apparire che essere.
Il finale è netto: il PIL cresce, ma il tenore di vita di una parte sempre più ampia della popolazione peggiora. Questa è la formula che riassume tutta la critica del capitolo. Il progresso economico non coincide più con il benessere umano; anzi, può crescere proprio mentre una società si impoverisce dal punto di vista relazionale, emotivo e materiale. Il romanzo qui non rifiuta il progresso in sé, ma denuncia il suo uso ideologico. Se la crescita viene misurata solo in termini economici, allora può convivere con la solitudine, la disuguaglianza e l’esclusione.
Il capitolo 107 mostra il punto di massimo irrigidimento della società competitiva: tutto è efficientato, automatizzato, digitalizzato, eppure la massa dei disadattati cresce. Il sistema funziona perfettamente secondo i suoi criteri, ma proprio per questo diventa disumano. La forza del capitolo sta nel mettere in scena una civiltà che crede di essere avanzata perché produce più PIL, ma che in realtà sta smettendo di essere abitabile per una parte crescente della popolazione. È una satira molto efficace, perché fa vedere come la modernità tecnologica possa coincidere con una regressione umana.
108
Si era formata una periferia del mondo, ossia chi viveva soprattutto nelle campagne più arretrate o ai margini delle grandi città, cresciute troppo in fretta e sfuggite a ogni tentativo di piano regolatore. Era singolare che mentre si era già costruita una base spaziale su Marte, con decine di stanziali, da cui partivano sonde che esploravano i satelliti di Giove e di Saturno, c’erano ancora contadini che dissodavano la terra con l’aratro tirato dai buoi. Del resto esistevano ancora gruppi di cacciatori raccoglitori, tollerati come fenomeni da baraccone, per turisti che cercavano emozioni vere e non solo virtuali.
Le baraccopoli si formavano e svanivano in tempi brevissimi: se le ruspe abbattevano una bidonville quella rifioriva poco tempo dopo in un’altra zona della città. A riprova che il sistema non poteva curare i mali prodotti dalla competizione, molti disoccupati erano costretti all’illegalità per procurarsi il necessario, spesso al soldo di gente senza scrupoli, ben inserita nel sistema e rispettata dalla società che contava. Nelle baraccopoli le condizioni igieniche erano precarie e non di rado scoppiavano epidemie. Questo era anche uno dei motivi per cui il cittadino medio metropolitano era restio a uscir di casa, se poteva farne a meno.
Non erano rare le scorrerie di gruppi di disperati per razziare e attaccare i robot fattorini. I pochi esercizi commerciali che ancora non funzionavano online erano presidiati da guardie armate, che non esitavano a catturare e malmenare chi veniva sorpreso a rubare o a recare danno alla proprietà. Dopo processi sommari erano imprigionati e destinati ai lavori forzati, per periodi di tempo proporzionati al danno causato. A chi si rifiutava di lavorare non veniva dato da mangiare, così che alcuni, per orgoglio o per disperazione, si lasciavano morire di fame. La cosa non suscitava alcun clamore, perché spesso si trattava di persone che ufficialmente neppure esistevano, in quanto erano nate nelle bidonville senza essere mai state registrate all’anagrafe.
La nostra federazione era lontana dalle grandi città, quindi non fummo mai testimoni diretti di tali avvenimenti. Nella nostra zona si verificava piuttosto il fenomeno inverso, vale a dire che la popolazione delle piccole cittadine emigrava verso i grossi centri urbani, quindi non solo non c’erano baraccopoli, ma c’era una grande quantità di appartamenti abbandonati. Qui i cittadini medi circolavano liberamente senza grossi problemi, ma era chiaro che per ragioni logistiche ed economiche, prima o poi, sarebbero stati costretti anche loro a trasferirsi nelle metropoli. Infatti, per ottimizzare i costi e i guadagni, tutti i servizi pubblici e privati erano stati accentrati in città sempre più grandi. Un po’ alla volta nei piccoli centri vennero a mancare ospedali, ambulatori, uffici pubblici, scuole, lavoro, centri commerciali, luoghi di intrattenimento e… popolazione!
In alcuni villaggi completamente abbandonati, nei campi incolti cresceva la boscaglia, che si estendeva addirittura tra le case. Molte di queste terre erano state acquistate dalla nostra organizzazione, a prezzi modici, per farne nuove federazioni di gruppi sociali. Le case e i palazzi abbandonati erano abbattuti e le macerie usate per riempire le depressioni e gli avvallamenti del terreno; oppure per innalzare delle colline su cui piantare vigneti e alberi da frutta. Era un lavoro enorme che solo un’organizzazione come la nostra, fatta di volontari non retribuiti, era in grado di affrontare.
Questo capitolo mostra il mondo competitivo come una civiltà radicalmente diseguale e spazialmente frantumata: la modernità tecnica avanza fino a Marte, ma sulla Terra sopravvivono condizioni quasi premoderne. Il contrasto tra ipertecnologia e arretratezza estrema è il cuore del capitolo.
L’idea di una “periferia del mondo” è fortissima: non esiste più solo la periferia urbana, ma un intero strato umano e geografico lasciato ai margini. Da un lato ci sono basi spaziali e sonde interplanetarie, dall’altro contadini con l’aratro e cacciatori-raccoglitori trattati come attrazioni per turisti. Il romanzo sottolinea così che il progresso non è uniforme, ma selettivo: avanza dove conviene e abbandona il resto.
Le bidonville che nascono e scompaiono rapidamente rappresentano la precarietà estrema dei diseredati. Il testo mostra una povertà non solo economica, ma anche amministrativa e civile: molte persone non sono nemmeno registrate all’anagrafe, quindi sono invisibili per il sistema. Questa invisibilità è uno degli aspetti più duri del capitolo, perché rende possibile la violenza senza scandalo pubblico.
La presenza di guardie armate, processi sommari e lavori forzati mostra un ordine sociale che risponde alla marginalità con la punizione. Chi non può entrare nel circuito produttivo viene spinto alla delinquenza oppure eliminato come soggetto inutile. Il romanzo mette in scena una deriva in cui la legalità diventa uno strumento di selezione sociale, non di tutela universale.
La seconda parte del capitolo rovescia la prospettiva: nella zona della federazione non ci sono baraccopoli, ma paesi e piccoli centri che si spopolano perché tutti i servizi vengono accentrati nelle metropoli. Ospedali, scuole, uffici, lavoro e commercio spariscono dai territori minori, costringendo la popolazione a migrare verso i grandi centri. Il romanzo descrive con chiarezza una dinamica di svuotamento territoriale prodotta dall’ottimizzazione economica.
Quando i villaggi vengono abbandonati, la natura riprende spazio e la boscaglia cresce tra le case. Questo dettaglio dà al capitolo una dimensione quasi post-civile: il paesaggio umano si dissolve e il territorio torna lentamente a forme più naturali. Ma il romanzo non romanticizza questo processo, perché lo collega alla perdita di comunità, servizi e presenza umana.
Il ruolo dell’organizzazione è molto concreto: compra case e terreni abbandonati a prezzi modici e li trasforma in nuove federazioni. Le macerie non vengono semplicemente rimosse, ma riutilizzate per modellare il terreno, creare colline, piantare vigneti e alberi da frutta. È un passaggio molto bello perché mostra una forma di ricostruzione che non si limita a occupare lo spazio, ma lo rigenera.
Il capitolo 108 mette in scena due mondi opposti: uno che concentra, automatizza e produce esclusione; l’altro che recupera, ricostruisce e redistribuisce. La parte più interessante è che la federazione non nasce da un progetto astratto, ma dal riuso concreto delle rovine lasciate dal sistema competitivo. In questo senso, il romanzo suggerisce che la vera alternativa non consiste solo nel criticare il vecchio mondo, ma nel saper trasformare i suoi scarti in nuova vita.

