Nona parte

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Per fare un paragone, è come dire che l’intelletto dell’anziano è un bicchiere colmo di una determinata sostanza, diciamo di vino, che rappresenta la vecchia cultura, e deve essere riempito di acqua, cioè la cultura nuova. Logicamente, per ovvie ragioni, non si può versare prima il vino per poter riempire il bicchiere di acqua, ossia svuotare completamente la corteccia cerebrale di tutte le informazioni acquisite in precedenza, per metterne di nuove. L’acqua deve quindi essere versata abbondantemente nel bicchiere di vino, che continuerà a schiarirsi fino a quando il contenuto sarà acqua pura. In questo caso la quantità di acqua versata nel bicchiere, ossia la quantità di nuove informazioni per acquisire un concetto nuovo, in un anziano deve essere molto, molto alta, mentre per un giovane basta solamente quella contenibile nel bicchiere vuoto.

Se in antichità, in un ambiente che variava molto lentamente, la cultura degli anziani era valida anche per i giovani, in un sistema che cambiava rapidamente, la cultura degli anziani era inadeguata e obsoleta, quindi inservibile per i giovani. Essi dovevano perciò affidarsi alla cultura della strada e a quella massificata, elargita a piene mani dai media controllati dal potere economico. Questo fece sì che la famiglia avesse un ruolo sempre più marginale nell’educazione dei figli e svanisse anche il rispetto per gli anziani, che più nulla avevano da offrire.

In effetti l’uomo conosciuto da Ivan stava constatando che la società era profondamente cambiata. Tanto valeva, secondo la sua convinzione, affidare l’educazione allo Stato per uniformare la cultura dei giovani. Probabilmente pensava che in quel modo non ci sarebbero più stati contrasti e tutti avrebbero concorso a un obiettivo comune. Questa restava comunque un’ipotesi molto improbabile, perché quasi nessuno avrebbe generato dei figli per poi affidarli nelle mani dello Stato.

Espressi tutte queste mie considerazioni a Ivan, che, infatti, mi rispose: “Sono pienamente d’accordo con te, Pierre. Dissi a quell’uomo che l’applicazione dei suoi principi avrebbe alimentato forti sentimenti nazionalistici, col rischio di gravi conflitti tra gli Stati. Gli ricordai che pochi anni prima avevamo sfiorato un conflitto militare proprio per questo motivo. Mi rispose che si rammaricava che non fosse avvenuto davvero, perché è solo con il conflitto estremo che può imporsi il più forte e il più adatto. Secondo lui era meglio che una parte dell’umanità fosse libera di accelerare il progresso, invece di trascinarsi dietro un carrozzone di persone inutili”.

“Accidenti! Mi sembra il pensiero integrale di Adolf Hitler!”

“Sì, appunto! Non mi sentivo più di continuare, quindi lo ringraziai per la chiacchierata e lo salutai. Forse avrei dovuto spiegargli che anche nelle nostre federazioni esiste un pensiero unico, ma che permette la fraternità e non il conflitto. Ho pensato però che quell’uomo non avrebbe minimamente considerato le mie riflessioni. Probabilmente, come dici tu, le sue giunzioni sinaptiche erano troppo radicate e nessuno gli avrebbe mai fatto cambiare idea”.

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