È un’idea che richiama utopie sociali concrete come quelle degli ecovillaggi, proponendo un modello di vita comunitaria scalabile e resiliente. Il romanzo descrive un’organizzazione internazionale composta da volontari che rigenera terre abbandonate in “federazioni di gruppi sociali” autosufficienti, eliminando il denaro e la proprietà privata, ma senza conflitti col sistema esistente.
Le strutture descritte, polifunzionali, con meno di 2000 persone, pannelli fotovoltaici ad alto rendimento e autosufficienza alimentare, sono “in piccolo” già parzialmente realizzate in Italia. Ecovillaggi come Torri Superiore (20 residenti, fotovoltaico, orti condivisi) o La Magione (40 unità in paglia e terra cruda, autosufficienti energeticamente) dimostrano che l’energia solare e la permacultura funzionano su piccola scala. Per 2000 persone, servirebbe circa 1-2 MW di fotovoltaico (coprente il tetto e tre pareti della struttura di pannelli, con batterie di accumulo), integrato da un’agricoltura rigenerativa su circa 500 ettari, riducendo l’impatto idrico del 70-80% rispetto alle città tradizionali.
Il volontariato non retribuito e la scala ridotta favoriscono la coesione, come nelle comunità intenzionali riconosciute dalla Rete Italiana Villaggi Ecologici (RIVE), dove decisioni collettive evitano le gerarchie. Le sfide includono la gestione dei conflitti interni e dipendenza da competenze condivise (agricoltura, manutenzione tecnologica), ma esempi come Urupia o Giardino della Gioia mostrano una resilienza da decenni.
Nel complesso, è un’alternativa realistica al consumismo, a partire proprio dai borghi spopolati.

