Il potere punta sulla rassegnazione collettiva, cercando di rimuovere anche una resistenza non violenta e apolitica. Il metodo è la manipolazione mentale, cercando di convincere con i media che non c’era soluzione alla logica competitiva. Anche gli indigenti internalizzano la competizione, giustificando un comportamento violento e illegale non per sovvertire, ma per inserirsi e adattarsi al sistema. Questo ritrae una distopia hegeliana, dove il sistema si auto-perpetua assorbendo le sue contraddizioni. I mezzi di informazione esaltano il merito individuale, ignorando le disuguaglianze che si stanno accentuando. L’organizzazione internazionale delle federazioni di gruppi cerca invece di evadere il sistema, non lottando contro di esso..
La posizione dell’organizzazione internazionale è limpida: non è contro i governi, né contro le autorità costituite, ma essere in pace con tutti. Rifiuta le manifestazioni pubbliche, ma anche le armi e il servizio militare, incarnando un pacifismo assoluto, rifiutando la violenza in tutte le sue forme. Evasione come forma suprema di dissenso: non si contesta, ma ci si sottrae con l’obiezione di coscienza al servizio militare (In Italia sospeso nel 2001 ma rievocato in dibattiti sulla difesa UE), anche se ci fossero conseguenze giuridiche.
Aumenteranno le intolleranze tra potere economico e ambientalisti, religioni e politica, mentre la neutralità diventerà uno scudo, permettendo ancora una buona tolleranza verso verso l’organizzazione internazionale: il sistema tollera chi non minaccia direttamente. Insomma, una certa tolleranza per i “pacifisti innocui” e una scontata repressione per gli attivisti contro il potere. Basti guardare alle tensioni UE sul Green Deal contro le lobby energetiche, o in Italiai conflitti tra il governo Meloni e le ONG ambientaliste sui migranti. L’organizzazione può sopravvivere solo se neutrale e irrilevante nei conflitti tra potere e cittadini.
E’ l’unico modo per portare avanti un progetto esistenziale contro la logica competitiva, senza incorrere in sanzioni da parte del potere economico. Lo stile resta sobrio, con frasi lunghe che mimano il flusso di pensiero collettivo, evitando slogan per una critica implicita. Si deve tessere progressivamente una tela comportamentale dove la pace individuale sfida il caos sistemico, un invito a ripensare la resistenza oltre la rabbia social.
In un sistema competitivo, che per sua natura crea proteste o addirittura ribellioni armate, la neutralità pacifica non è una resa ma è una strategia vincente.

