Una situazione del genere è plausibile nel futuro, specialmente in un modello capitalista iper ottimizzato dall’IA, dove la crescita del PIL maschera le disuguaglianze crescenti e l’espulsione dei disadattati dal sistema produttivo.
I disadattati, emarginati dagli algoritmi che premiano solo i ceti produttivi, formano periferie urbane sovraffollate, dove la miseria analogica contrasta con il lusso digitale dei ben adattati. Il PIL, gonfiato dall’automazione e dai consumi virtuali, celebra questo scarto come un’efficienza sistem
Questa dinamica riecheggia anche in trend attuali: l’automazione (robotica, IA) elimina i posti di lavoro, concentrando la ricchezza in élite tecnologiche e finanziarie. Studi OCSE prevedono che entro 2030 dal 14 al 27% dei lavoratori sia a rischio; il PIL globale cresce (proiezioni IMF +3.2% annuo al 2026), ma il coefficiente di Gini, ossia l’indicatore statistico che misura il grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza all’interno di una popolazione, sale in USA e in Europa. In metropoli come San Francisco o Torino, i quartieri ricchi coesistono con senzatetto causati dalla tecnologia da disoccupazione tecnologica.
Attraverso un’automazione selettiva l’IA valuta i costi e i guadagni umani, favorendo i ben adattati e iper connessi e scarta gli anziani, i disabili e i disoccupati cronici. Le metropoli diventano polarizzate con ZTL digitali, dove il lusso contrasta con le bidonville, con un minimo welfare per placare eventuali rivolte. Il PIL è illusorio perché misura l’output monetario, ignorando il benessere reale, come felicità oggettiva o la salute mentale
Senza una redistribuzione radicale il paradosso diventa inevitabile: un sistema che massimizza il guadagno economico minimizza l’umanità, normalizzando la miseria di massa come prezzo del “progresso”.

