109
È vero che il sistema di competizione era sopravvissuto fino a quei giorni, ma non godeva certo di ottima salute e incideva, in modo negativo, sulla qualità della vita anche all’interno delle federazioni, attraverso l’aria che respiravamo o l’acqua che bevevamo. Anche se il nostro sistema di vita era ad impatto zero sul territorio, eravamo impotenti, o quasi, sulla qualità dell’aria, inquinata dalle attività produttive del mondo esterno. La cintura boschiva che circondava i territori delle federazioni, attutiva l’effetto di quell’inquinamento, ma ne ossigenava e purificava solo in parte l’aria. In alcune federazioni c’era stata la necessità di dislocare, in vari punti del territorio, macchinari che filtravano le impurità dell’aria e la riossigenavano.
Stesso discorso valeva per l’acqua, perché l’inquinamento esterno era arrivato alle sorgenti e alle falde acquifere ed entrava negli acquedotti di molti territori comunitari. In certe zone ad alto inquinamento ambientale, le federazioni erano state costrette a utilizzare l’osmosi inversa per depurare l’acqua da ogni sostanza chimica per poi rimineralizzarla. Da questo punto di vista la nostra federazione era più fortunata di altre, in quanto si trovava in una zona collinare abbandonata da tempo dal sistema di mercato, perciò il tipo d’inquinamento che si doveva maggiormente monitorare era quello biologico. Prima di essere messa a disposizione degli abitanti, l’acqua era trattata con raggi ultravioletti per abbattere l’eventuale presenza di batteri attivi.
Le federazioni usavano ogni accorgimento possibile per migliorare la qualità della vita dei loro abitanti. I cibi erano genuini, prodotti, trasformati e consumati freschi senza additivi chimici; non si usavano prodotti d’imballaggio e se ne evitava così lo smaltimento; l’energia elettrica necessaria per l’illuminazione, per il riscaldamento e per le attività lavorative era totalmente ricavata dal fotovoltaico; la medicina preventiva funzionava perfettamente, quindi il rischio di malattie era bassissimo; non c’erano ansie per mancanza di lavoro o di denaro, in quanto tutti avevano un’occupazione e il denaro neppure esisteva. Insomma, potevamo dire di vivere in una condizione di serenità e di garanzia, ma… come avremmo potuto ripararci dalle radiazioni solari e cosmiche se fossero penetrate attraverso un buco nell’ozono? Come avrebbero potuto difendersi le federazioni costiere dall’innalzamento del livello dei mari, causato dall’aumento medio della temperatura? Come avremmo potuto non subire le conseguenze di un’eventuale guerra termonucleare?
Anche se le nostre strutture polifunzionali erano state costruite per sopportare venti di duecentottanta chilometri orari, oppure terremoti di magnitudo nove della scala Richter o eccezionali precipitazioni alluvionali, nulla avremmo potuto fare contro un bombardamento intenzionale o comunque un attacco militare.
L’unica prevenzione a questa sciagurata eventualità era quella di cercare di mantenere buoni rapporti con tutti, soprattutto con le istituzioni governative. Per ottenere questo risultato era indispensabile per le federazioni evitare qualsiasi concorrenza commerciale con il mondo esterno, che in questo caso avrebbe potuto considerarci dei rivali pericolosi anziché dei clienti. Questa fu la politica adottata da sempre dalla nostra organizzazione internazionale, che ci permise di sopravvivere e prosperare fino al termine di quel sistema vecchio e distruttivo, incrementando notevolmente il numero delle nostre federazioni.
Il capitolo 109 mostra che le federazioni non vivono in un’utopia perfetta, ma in una condizione relativamente protetta e comunque vulnerabile. Il romanzo qui diventa più realistico e più complesso: la comunità ha ridotto quasi tutti i mali del mondo competitivo, ma non può cancellare del tutto i rischi derivanti dall’ambiente globale e dal contesto geopolitico.
Il primo aspetto rilevante è il riconoscimento che il sistema competitivo, pur in crisi, continua a danneggiare la qualità della vita anche dentro le federazioni. L’inquinamento dell’aria e dell’acqua dimostra che nessuna comunità è davvero isolata dal resto del pianeta: l’aria si sposta, l’acqua si contamina, le conseguenze del mondo esterno attraversano i confini. Questo rende il capitolo molto concreto. La federazione non è un’isola magica, ma un organismo che deve difendersi da problemi prodotti altrove. Il testo insiste così su un’idea ecologica fondamentale: le conseguenze delle attività umane non restano mai localizzate.
Il capitolo elenca una serie di contromisure molto precise: cintura boschiva, macchinari che filtrano l’aria, osmosi inversa, raggi ultravioletti, energia fotovoltaica, medicina preventiva efficiente. Questa parte è importante perché mostra la federazione come una società che non si limita a predicare un ideale, ma investe in soluzioni pratiche per migliorare davvero la vita quotidiana. L’effetto complessivo è positivo: cibo genuino, niente imballaggi, niente ansia per denaro o lavoro, occupazione per tutti. Il romanzo costruisce qui una sorta di civiltà della prevenzione, dove il benessere deriva da organizzazione, sobrietà e autonomia energetica.
il quadro sembra rassicurante, il testo introduce una serie di domande inquietanti: buco dell’ozono, innalzamento dei mari, guerra termonucleare. È un passaggio molto forte, perché ribadisce che esistono minacce troppo grandi perfino per un sistema ben progettato. La federazione può difendersi da molti problemi, ma non da una catastrofe planetaria intenzionale o da crisi climatiche globali. Qui il romanzo alza il livello della riflessione: non basta avere una buona organizzazione interna se il resto del mondo resta capace di produrre distruzione su larga scala.a.
Un passaggio centrale è l’idea che la prevenzione più importante consista nel mantenere buoni rapporti con tutti, soprattutto con le istituzioni governative. Questo mostra una strategia molto realistica: la federazione sopravvive anche grazie alla prudenza politica, evitando di apparire come un concorrente economico o un nemico ideologico. Il testo dice chiaramente che non bisogna essere considerati rivali pericolosi, ma clienti. È una formula quasi diplomatica, che mette in luce una strategia di sopravvivenza fondata sulla non-conflittualità e sulla rinuncia alla competizione diretta.
Il capitolo è anche molto ecologico. L’attenzione a aria, acqua, energie rinnovabili, alimentazione sana e impatto zero sul territorio mostra che la qualità della vita non è separabile dall’equilibrio ambientale. La federazione appare così come un modello di sostenibilità concreta, in netto contrasto con il sistema esterno che consuma, inquina e destabilizza. Ma il capitolo evita ogni tono trionfalistico: anche il modello sostenibile resta esposto a rischi che non dipendono solo da lui. Questo equilibrio tra forza e vulnerabilità rende il brano più credibile.
Il capitolo 109 dice in sostanza che la federazione è riuscita a costruire una vita più sana, più giusta e più stabile, ma non può sottrarsi completamente alle conseguenze del mondo esterno. Il suo successo dipende da una combinazione di autocontenimento, prudenza politica, prevenzione sanitaria e rispetto dell’ambiente. È un capitolo molto maturo, perché mostra che il “mondo nuovo” non è un paradiso chiuso e autosufficiente, ma una forma di resistenza intelligente dentro un pianeta ancora fragile.
110
Mi vennero in mente le parole di quel signore che incontrò Ivan: “È meglio che una parte di umanità sia libera di progredire senza impedimenti, invece di trascinarsi dietro un carrozzone di persone inutili”. Infatti, a quell’epoca le cose stavano andando proprio in quella direzione. Tagliando drasticamente le spese assistenziali fu incentivata la ricerca e lo sviluppo tecnologico, anche se il progresso, come al solito, non era omogeneo tra le nazioni e le classi sociali. I “consigli” dell’intelligenza artificiale ben presto crearono eserciti di disoccupati senza assistenza. I sollevamenti popolari erano regolarmente repressi nel sangue e, infine, quei miserabili furono deportati lontano dai grossi centri urbani, con l’ingiunzione di non farvi più ritorno, pena il carcere e i lavori forzati.
Si registrò per loro un massiccio contro esodo, dalle metropoli ai villaggi un tempo abbandonati, non ancora acquistati dalla nostra organizzazione. Praticamente una terra di nessuno in cui quella gente doveva adattarsi con i propri mezzi, senza assistenza alcuna da parte delle istituzioni, tranne qualche sporadico aiuto caritatevole da parte di piccole associazioni umanitarie. Non era lo spazio che era carente, ma mancavano i servizi: l’energia elettrica, l’acqua potabile, i mezzi di trasporto e, soprattutto, un’organizzazione che pianificasse le risorse e il sociale. L’unica legge era quella del più forte, perciò prosperarono associazioni criminali, spesso tra loro in guerra, che pretendevano una parte di prodotti agricoli di quei poveri disperati, oppure dei loro lavori artigianali o mano d’opera o… favori sessuali. In pratica si doveva pagare la “decima” ai clan criminali per l’unico servizio che questi offrivano, ossia la loro “protezione”.
La maggioranza degli sfollati vagava da un posto all’altro in cerca di un misero approdo che permettesse loro di sopravvivere. I governi lasciavano fare senza intervenire, come se si trattasse di vicende estranee alle nazioni, però non solo non permettevano a quegli sbandati di rientrare nelle città, ma anche nel territorio delle nostre federazioni, in quanto ritenute risorse e parti integranti del sistema, anche se noi avevamo un’opinione del tutto diversa. Tuttavia, quello che contava per noi, era avere una protezione efficace in quei tempi difficili.
Questo capitolo è un passaggio durissimo, perché mostra la fase in cui l’eliminazione dell’assistenza e il culto dell’efficienza producono un vero collasso sociale. Il romanzo descrive un mondo in cui i “miserabili” vengono espulsi dalle città e lasciati in territori privi di servizi, dove sopravvive solo la legge del più forte.
Il punto di partenza è la frase sull’umanità “inutile”: è il pensiero selettivo e disumano che giustifica la cancellazione delle spese assistenziali in nome del progresso. Il testo mostra che il progresso tecnologico non distribuisce automaticamente benessere, e anzi può creare eserciti di esclusi se viene guidato soltanto dal criterio del rendimento economico.
Le persone senza assistenza vengono deportate lontano dai centri urbani, e questo genera un controesodo dalle metropoli ai villaggi abbandonati. Il romanzo rende molto bene la trasformazione di questi luoghi in “terra di nessuno”, dove mancano energia, acqua, trasporti e organizzazione sociale. In questo vuoto, non nascono comunità spontanee, ma prosperano clan criminali che impongono una protezione mafiosa in cambio di decime, lavoro o sfruttamento.
Il dettaglio più inquietante è che molti di questi poveri non sono nemmeno registrati all’anagrafe. Questo significa che la loro sofferenza può essere ignorata senza conseguenze pubbliche, perché per il sistema quasi non esistono. Il romanzo denuncia così una forma estrema di invisibilità sociale, in cui la mancanza di riconoscimento amministrativo coincide con la perdita di diritti e di protezione.
I governi lasciano fare, come se tutto ciò fosse esterno al problema nazionale, ma impediscono comunque il ritorno di queste persone nelle città e persino nelle federazioni. Il testo mostra quindi una doppia chiusura: da una parte l’abbandono, dall’altra il contenimento. La società competitiva espelle i suoi scarti ma non li reintegra mai davvero, perché teme che diventino un peso o una minaccia.
L’ultima frase è molto significativa: ciò che conta per la federazione è avere una protezione efficace in tempi difficili. Dopo aver mostrato il disastro sociale esterno, il romanzo ribadisce che la comunità sopravvive proprio perché non accetta il principio secondo cui la debolezza va sacrificata. La protezione, qui, non è paternalismo, ma condizione concreta di sopravvivenza collettiva.
Il capitolo 110 mette in scena il rovescio del progresso: quando si taglia l’assistenza in nome dell’efficienza, si produce una massa di persone espulse, vulnerabili e facilmente dominabili dalla criminalità. La federazione appare allora come l’unico spazio che prova a conservare una logica diversa, fondata non sulla selezione dei forti, ma sulla cura delle condizioni minime di vita.
111
Mi ricordo ancora che in un giorno d’autunno inoltrato, a pranzo Odette mi disse: “Pierre, hai sentito cosa è successo questa mattina?”
“Ti riferisci a quel gruppo di uomini armati che è entrato abusivamente nel nostro territorio?”
“Sì, pretendevano del denaro, ma quando fu spiegato loro che qui non usiamo denaro, rimasero sorpresi e delusi. Abbiamo dato loro del cibo, dell’acqua e delle coperte, poi li abbiamo avvisati che le telecamere e i sensori, situati sui recinti dei nostri confini, erano collegate non solo alla nostra struttura polifunzionale ma anche alle forze della polizia di Stato, che sicuramente si era già allertata. Era anche possibile che i droni di vigilanza della stessa polizia li avessero già individuati”.
“Cosa è successo a quel punto?”
“Pare che volessero fuggire appropriandosi delle nostre auto elettriche di rappresentanza. Si resero subito conto, però, che sarebbe stata la cosa più stupida, perché tramite il segnale satellitare sarebbero stati intercettati immediatamente. Adesso viene il lato comico della cosa…”
“E sarebbe?”
“Si rassegnarono all’evidenza che per loro qui non tirava aria buona e chiesero per favore se qualcuno poteva accompagnarli con le auto a un ingresso secondario, dopo di che scapparono a gambe levate”.
Quel fatto diede l’idea di quanto stava avvenendo fuori dai nostri confini e fuori dalle grandi città. In seguito il Consiglio Superiore della federazione fece affiggere sui reticolati del nostro territorio numerosi cartelli, con la scritta: “Dentro questi confini non si fa uso di denaro, né di preziosi. Qualsiasi strumento elettronico è predisposto per non funzionare fuori da questo territorio”. Forse non fu un grande deterrente per chi era ridotto alla disperazione, per questa ragione confidavamo soprattutto sulla polizia di Stato.
Ormai tra quei disperati non c’erano più progetti a lungo termine: nessuno pensava più a sposarsi e mettere su famiglia; molti dei figli che nascevano erano il frutto di abusi sessuali o di rapporti occasionali; il rispetto, la lealtà, l’onestà, il senso di giustizia erano virtù dimenticate.
Questo capitolo mostra un mondo in cui la crisi esterna è ormai così grave da rendere la federazione quasi una fortezza morale e materiale. Il tentativo dei banditi di entrare nel territorio comunitario fallisce non tanto per la forza bruta, quanto perché lì il denaro non vale e la sorveglianza è totale; il romanzo così contrappone la logica predatoria del fuori alla struttura protetta del dentro.
L’episodio degli uomini armati è narrato con un tono quasi ironico: arrivano per estorcere denaro, ma scoprono che nella federazione il denaro non circola. Questo rovesciamento li disarma psicologicamente prima ancora che materialmente, perché il loro schema criminale non funziona dove non c’è il bene che cercano di rubare. La presenza di telecamere, sensori, polizia di Stato e droni mostra un sistema difensivo integrato e molto moderno.
I cartelli ai confini hanno una funzione simbolica forte: dicono che dentro il territorio non si usa denaro né preziosi e che gli strumenti elettronici non funzionano fuori dal perimetro. È una forma di segregazione protettiva, quasi una dichiarazione di sovranità etica oltre che tecnica. Il confine non separa solo spazi geografici, ma due mondi incompatibili: uno fondato sulla cooperazione, l’altro sulla rapina e sulla disperazione.
La parte finale del capitolo è molto dura, perché mostra la dissoluzione dei legami basilari fuori dalle federazioni. Non ci sono più progetti a lungo termine, il matrimonio e la famiglia perdono significato, molti figli nascono da abusi o rapporti occasionali, e virtù come rispetto, lealtà e giustizia sembrano sparite. Il romanzo non descrive solo povertà materiale, ma un vero crollo antropologico: quando il sistema si disgrega, si sfaldano anche le forme minime della fiducia sociale.
Il capitolo 111 serve a mostrare che la federazione non è un’astrazione utopica, ma un ordine reale capace di difendersi dalla violenza esterna. Allo stesso tempo, però, il testo insiste sulla devastazione morale del mondo fuori: una società ridotta alla sopravvivenza immediata, alla predazione e alla perdita di orizzonte umano.
112
Il relativo benessere di cui godeva chi abitava e lavorava nelle metropoli era come un tappo che impediva comportamenti aggressivi, anche se, pochi anni dopo, quel tappo sarebbe saltato, in un momento del tutto inaspettato. In effetti la vita dei cittadini sembrava prosperare e, senza la zavorra assistenziale, lo sviluppo tecnologico ebbe un impulso straordinario. Sotto l’egida dell’intelligenza artificiale si raggiunsero traguardi impensabili solo pochi anni prima. I rapporti tra le nazioni non erano mai stati così buoni, tuttavia, c’era anche il rovescio della medaglia: con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si incrementava il numero dei disoccupati che erano espulsi dalle città.
Prima della caduta definitiva del sistema di competizione, quasi metà della popolazione metropolitana aveva patito quella sorte ingrata. Da parte nostra si intensificò il proselitismo e rifiorirono i nostri gruppi esterni per la scuola di addestramento alla vita comunitaria, sia tra gli sfollati sia nelle città stesse, tra le fasce di popolazione più deboli, che facevano fatica a integrarsi nel sistema. Molti sbandati accettarono umilmente di essere addestrati per inserirsi nelle nostre comunità. Altrettanti, però, rifiutarono con orgoglio l’alternativa, nonostante che le condizioni di vita, già precarie di loro, fossero aggravate dal continuo arrivo di altri profughi. Preferirono rischiare la vita in quelle condizioni, piuttosto che cedere parte della propria indipendenza in qualche comunità autosufficiente.
Questo capitolo mostra che il sistema competitivo, grazie all’intelligenza artificiale, produce insieme prosperità apparente e una massa crescente di esclusi. Il romanzo insiste sul fatto che il “benessere” delle metropoli funziona come un tappo: contiene la violenza sociale solo finché la pressione non diventa insostenibile.
L’immagine del tappo è molto efficace: i cittadini delle città sembrano vivere in una condizione stabile, ma sotto quella superficie si accumulano tensioni che prima o poi esploderanno. Il progresso tecnologico, guidato dall’IA, fa correre l’economia e migliora i rapporti tra le nazioni, però lo fa espellendo sempre più persone dal mercato del lavoro e dalla città stessa. Il capitolo sottolinea che quasi metà della popolazione metropolitana è stata colpita dall’espulsione sociale prima della caduta definitiva del sistema. Questa è una delle immagini più dure del romanzo, perché mostra una modernità che avanza solo selettivamente: chi non rientra nei parametri di utilità viene tagliato fuori.senato+1
Il proselitismo della federazione riprende forza proprio perché cresce il numero degli sfollati e degli emarginati. Molti accettano con umiltà l’addestramento alla vita comunitaria, mentre altri rifiutano per orgoglio, anche a costo di vivere in condizioni sempre peggiori. Questo passaggio è molto interessante perché mette in scena due risposte opposte alla crisi: la ricerca di protezione comune oppure la difesa ostinata di un’indipendenza che, nel contesto dato, diventa quasi autolesionista.
Il rifiuto di entrare nelle comunità autosufficienti non è presentato come pura colpa; è anche un segno di dignità residua, di resistenza alla rinuncia. Però il romanzo lascia capire che, senza strutture di sostegno, quella libertà si trasforma facilmente in precarietà estrema. Il problema non è solo scegliere tra autonomia e appartenenza, ma capire quale tipo di appartenenza renda davvero possibile la sopravvivenza.
Il capitolo 112 mostra bene il paradosso finale del sistema competitivo: più tecnologia, più efficienza, più stabilità apparente; ma anche più disoccupazione, più esclusione e più bisogno di comunità alternative. La federazione cresce non perché imposta un modello, ma perché diventa rifugio concreto per chi viene espulso dal mondo del profitto.
113
Fu proprio a quell’epoca che accadde il tragico incidente a mia sorella Heloise. Era uscita con Odette e altri in un villaggio rioccupato, quando si udì una sparatoria.
“Gli spari ci sembravano dapprima lontani,” mi disse Odette trafelata “ma ci rendemmo conto che si stavano avvicinando. Capimmo che si trattava di un regolamento di conti tra bande locali di malviventi. Eravamo tutti allo scoperto e cercammo con sollecitudine un riparo. Trovammo un vecchio caseggiato disabitato senza porte e finestre e ci restammo acquattati in silenzio”.
“Ma è entrato qualcuno di loro in quel caseggiato?”
“No, assolutamente. Anzi si stava diradando l’intensità degli spari e speravamo che tutto sarebbe finito a momenti, quando vedemmo Heloise accasciarsi a terra in silenzio. Immediatamente pensai che fosse svenuta per l’emozione, ma quando mi avvicinai vidi del sangue che le imbrattava il viso. Rabbrividii pensando subito al peggio, infatti, vidi che era stata colpita alla tempia da una pallottola rimbalzata chissà da dove. La presi tra le braccia e la supplicai di guardarmi. Aveva gli occhi aperti ma mi accorsi subito che era esanime, senza segni di vita. Con la forza della disperazione cercai di rianimarla, ma fu inutile. Heloise era morta”.
Quando Odette mi raccontò singhiozzando quei fatti scoppiai a piangere anch’io come un bambino. Fu un duro colpo per Jean Paul e la loro unica figlia, per i miei genitori e per me. Anche per Odette fu una batosta. Era legata a Heloise da una profonda amicizia e la sua scomparsa le lasciò un vuoto affettivo difficile da colmare. Sebbene Odette e io ci fossimo sempre confortati a vicenda per la morte di mia sorella, ancora oggi, quando parliamo di lei o rivediamo le sue immagini, non possiamo fare a meno di commuoverci. Jean Paul non ha mai più voluto risposarsi e ha continuato a tenere la cara Heloise nel suo cuore fino alla morte, avvenuta circa due anni fa.
“A tutto c’è un rimedio fuorché alla morte”, dice un vecchio proverbio popolare, ma chissà che in un lontano giorno anche alla morte possa esserci rimedio.
Questo capitolo è tra i più dolorosi del romanzo, perché interrompe la riflessione sociale con una tragedia intima che colpisce la famiglia del narratore. La morte di Heloise non è solo un fatto narrativo, ma il segno concreto di quanto il mondo esterno sia diventato casuale, insicuro e moralmente degradato.
L’episodio è devastante proprio perché Heloise non viene uccisa in uno scontro diretto, ma da una pallottola rimbalzata durante un regolamento di conti tra bande. La sua morte appare quindi quasi accidentale, priva di senso, e questo la rende ancora più tragica. Il romanzo sottolinea così che, in un mondo dominato dalla violenza diffusa, nessuno è davvero al riparo, neppure chi cerca solo riparo in un luogo abbandonato.
Il dolore del narratore, di Odette, di Jean Paul e dei genitori mostra che la perdita non è individuale ma relazionale. Heloise occupava un posto affettivo centrale, e la sua assenza lascia un vuoto che continua nel tempo. Il fatto che Jean Paul non si risposi mai e conservi il ricordo di Heloise fino alla morte mostra che il romanzo attribuisce alla memoria affettiva una forza quasi assoluta, capace di sopravvivere alla distruzione.
Il contesto della scena è molto importante: un villaggio rioccupato, una sparatoria, un rifugio improvvisato, nessuna protezione reale. Il capitolo mostra un ambiente in cui la vita può spegnersi per caso, senza progetto e senza giustizia. Non c’è più neppure la distinzione netta tra combattenti e innocenti: la violenza si diffonde come una nube cieca.
La frase “A tutto c’è un rimedio fuorché alla morte” chiude il capitolo con un tono sentenzioso e quasi universale. Ma subito dopo il romanzo apre una fessura di speranza: forse, in un futuro lontano, anche alla morte potrà esserci rimedio. Questa apertura finale è molto significativa, perché evita il pessimismo totale e collega il dolore personale a un orizzonte più ampio di ricerca e di possibilità.
Il capitolo 113 unisce tragedia familiare e riflessione filosofica. Da un lato mostra la durezza estrema del mondo esterno; dall’altro trasforma la morte di Heloise in una domanda ultima sul limite umano. Proprio per questo il brano è così forte: non parla solo di una perdita, ma della fragilità della vita in un sistema che ha smarrito ogni protezione e ogni misura etica.
114
Anche nelle nostre comunità ci furono cambiamenti sostanziali. L’obiettivo era che l’organizzazione internazionale diventasse completamente autosufficiente nella produzione di tecnologia. Era un’ottima soluzione per le federazioni, ma non per il sistema di competizione, che perdeva l’opportunità di venderci tecnologia e perdeva mano d’opera specializzata a costo ridotto. Cominciarono così ad incrinarsi i buoni rapporti tra noi e il potere economico, perché non eravamo più convenienti come un tempo. Era inutile sostenere che le federazioni erano neutrali e non interferivano nelle scelte del sistema competitivo, perché noi avevamo ragione di esistere solo se continuavamo ad essere per esso una fonte sicura di guadagno. Prima ci consigliarono, poi ci minacciarono e infine ci sanzionarono, fino a toglierci la protezione e la libertà di fare proseliti, per indurci a invertire le nostre scelte economiche.
Purtroppo l’organizzazione si trovava in un vicolo cieco, anche perché i gruppi esterni erano ormai quasi esclusivamente composti da diseredati, che non potevano sostenere economicamente la crescita delle nuove federazioni. Del resto, i bilanci in attivo della maggioranza delle federazioni dovevano, soprattutto, compensare il deficit delle federazioni che ancora non avevano completato la bonifica dei propri territori. Il risparmio era fondamentale e obbligava all’autosufficienza tecnologica: non si poteva percorrere altra via. Infine, quel vecchio sistema ci ingiunse di sospendere ogni produzione tecnologica, avocandosi il diritto a questa prerogativa. Fummo addirittura minacciati di occupazione militare se non rispettavamo l’ingiunzione. Quella prospettiva avrebbe costretto la maggioranza di noi al lavoro fuori dalle federazioni e privato del supporto economico e organizzativo fornito dai gruppi esterni: per noi sarebbe stata la fine.
La cancellazione della nostra organizzazione fu una decisione su cui concordarono tutte le nazioni. I giochi sembravano fatti e la nostra organizzazione sembrava spacciata. Tutto era stato preparato con cura meticolosa e gli eserciti non aspettavano altro che l’ordine dell’inizio delle operazioni.
Questo capitolo 114 è il punto in cui il conflitto tra federazioni e sistema competitivo diventa apertamente politico, economico e militare. Il romanzo mostra che l’autosufficienza tecnologica delle comunità non è più tollerata perché rompe il rapporto di dipendenza da cui il potere economico traeva vantaggio.
Per anni le federazioni erano state utili al sistema competitivo come mercato, come serbatoio di manodopera e come spazio di assorbimento degli esclusi. Quando però decidono di produrre da sé la propria tecnologia, diventano meno convenienti e quindi meno accettabili. Il capitolo mette a nudo la logica brutale del rapporto: la tolleranza non nasceva dal rispetto, ma dal profitto.
La sequenza consigli, minacce, sanzioni e infine revoca della protezione mostra una progressione tipica della pressione politica. Il sistema non cerca più di integrare le federazioni, ma di costringerle a rientrare nei propri schemi economici. Quando questo non basta, arriva la minaccia di occupazione militare, cioè il passaggio definitivo dalla coercizione economica alla forza armata.
Il testo insiste sul fatto che l’organizzazione si trova in un vicolo cieco. I gruppi esterni sono composti soprattutto da diseredati, quindi non possono sostenere la crescita con risorse proprie; allo stesso tempo le federazioni più ricche devono finanziare quelle ancora incompiute. Il risultato è che il risparmio e l’autosufficienza non sono una scelta ideologica secondaria, ma una necessità strutturale.
Il punto più delicato è la richiesta di sospendere ogni produzione tecnologica, come se la prerogativa spettasse solo al vecchio sistema. Qui il romanzo mostra chiaramente che il dominio economico vuole conservare il monopolio dell’innovazione, perché chi controlla la tecnologia controlla anche il futuro. La minaccia di occupazione militare rende evidente che la competizione non è solo commerciale, ma geopolitica.
L’ultima frase è quasi epica: i giochi sembrano fatti, le nazioni hanno concordato la cancellazione dell’organizzazione e gli eserciti sono pronti. Il capitolo costruisce così una suspense molto forte, perché fa sentire che la federazione è alla vigilia di una prova decisiva. Allo stesso tempo, il testo suggerisce che proprio la compattezza della sua struttura potrebbe trasformare la crisi in un punto di svolta.
Il capitolo 114 segna il passaggio dalla marginalità alla sfida frontale. Le federazioni non sono più soltanto un’alternativa sociale: diventano un problema politico per il sistema dominante, perché dimostrano che si può vivere fuori dalla dipendenza economica. Il conflitto che si prepara non riguarda solo risorse e tecnologia, ma il diritto stesso di esistere come forma di civiltà autonoma.
115
Ora i disperati eravamo noi, perché non avevamo nessuna speranza di uscirne indenni. La direzione della nostra organizzazione diede allora la disposizione di non opporre alcuna resistenza: se era scontato che avremmo perso tutti i beni materiali, si doveva fare in modo di salvare almeno le nostre vite. Ci trovavamo in quelle condizioni, solo per aver messo in ratica l’amore fraterno? La nostra fiducia in un mondo nuovo fondato sulla giustizia e sulla condivisione era solo l’effetto di un’aberrante frottola ereditata dal passato? Magari era stato tutto un colossale scherzo di pessimo gusto? E tutte quelle promesse che i mansueti e i giusti avrebbero ereditato la Terra?
Molti di noi cominciarono a dubitare di quanto ci avevano raccontato più volte gli anziani: non solo il nostro popolo non si sarebbe affermato su tutta la Terra, come promesso, ma sarebbe stato disperso. Alcuni erano più fiduciosi e dicevano: “Coraggio, fratelli, coraggio! Vedrete che la Storia non ci abbandonerà e il loro piano non funzionerà!” Altri, in quei momenti di disperazione si aggrapparono alla speranza di un intervento divino: “Forse vedremo portentosi segni, magari fuoco dal cielo con fulmini o meteoriti che cadranno sugli eserciti radunati, oppure terremoti e pestilenze che fermeranno la loro avanzata”.
Arrivò l’ultimatum: se non avessimo confermato la sospensione di ogni produzione tecnologica, saremmo diventati presto profughi erranti, come tanti prima di noi. Anche se la direzione della nostra organizzazione accettò l’ingiunzione di non produrre più tecnologia, era ormai chiaro che il potere economico aveva già deciso di smantellare tutte le federazioni del mondo. Passammo con ansia i due giorni che ci erano stati concessi; evacuammo le strutture e ci rifugiammo nei boschi vicini, con il necessario sufficiente solo per un paio di giorni.
Gli sguardi erano tutti rivolti al cielo: chi si aspettava di vedere i bombardieri, chi sperava invece di vedere fulmini e meteoriti. Niente di tutto questo! Il cielo di inizio estate era e rimase sereno e tranquillo: nessun rumore di aerei, nessuna truppa in avvicinamento e nemmeno fulmini e meteoriti. Passarono le ore e venne buio. Ci predisponemmo quindi a passare la notte all’aperto, anche se nessuno riusciva a chiudere occhio. Venne il giorno successivo e ancora niente. Non riuscivamo a percepire alcun segnale, eppure il centralino fino al giorno prima era sempre stato in contatto diretto con il mondo esterno.
Cos’era successo? Alcuni rientrarono nei loro appartamenti per tentare di collegarsi con altre federazioni e, con grande meraviglia, ci riuscirono senza problemi! Scoprimmo presto che la rete di comunicazione tra tutte le federazioni del mondo era ancora integra, ma i nostri tecnici non riuscivano ancora a stabilire dei contatti con il sistema di competizione.
“Forse hanno rinunciato all’invasione e ci hanno tagliato fuori da ogni comunicazione” diceva qualcuno.
“Magari hanno fatto la voce grossa per verificare quanto era ferma la nostra posizione, poi avranno lasciato perdere perché hanno visto che eravamo decisi” diceva qualcun altro. Un altro ci mise invece in guardia: “Attenti amici! Quelli aspettano che rientriamo nella struttura polifunzionale per bombardarla con noi dentro”.
Odette, i ragazzi e io decidemmo di passare comunque la notte nelle nostre camere e così fecero molte altre famiglie. Altri rimasero nei boschi ancora la seconda notte, ma verso mattina cominciò a piovere a dirotto, così che rientrarono tutti. Arrivò anche la conferma del nostro direttivo internazionale: tutte le federazioni del mondo erano ancora vive e vegete e collegate tra loro, ma stava succedendo qualcosa di serio che ancora non era chiaro.
Il capitolo 115 è il cuore drammatico del romanzo, perché mette a nudo la fragilità estrema della federazione proprio nel momento in cui sembra sul punto di essere distrutta. Dopo tante riflessioni sociali e tecniche, qui domina la dimensione esistenziale: la paura di perdere tutto, la tentazione del dubbio e la tenacia della speranza.
L’incipit è durissimo: i disperati diventano “noi”. Questo rovesciamento è molto efficace, perché i protagonisti passano dalla posizione di osservatori di una catastrofe esterna a quella di vittime dirette. La direzione decide di non opporre resistenza, per salvare almeno le vite. Il romanzo mostra così una comunità che non difende i beni materiali a ogni costo, ma preferisce la continuità umana alla distruzione eroica.
La serie di domande retoriche è uno dei punti più forti del capitolo. Pierre si chiede se tutto il progetto del mondo nuovo fosse un’illusione, una frottola, uno scherzo di pessimo gusto. Qui emerge una crisi profonda della fede nel senso storico della comunità. Non è solo paura dell’invasione: è il dubbio che l’ideale stesso possa essere stato inutile o falso.
Il capitolo presenta tre atteggiamenti diversi davanti alla minaccia: 1) chi spera nel sostegno della Storia, cioè in un esito favorevole nonostante tutto; 2) chi immagina un intervento divino, quasi apocalittico; 3) chi resta in attesa, senza sapere cosa pensare. Questa pluralità di reazioni rende la scena molto umana. Nessuno possiede una certezza assoluta, e proprio per questo la tensione cresce.
L’ultimatum del potere economico è chiarissimo: o si sospende ogni produzione tecnologica o si verrà espulsi e dispersi. Il fatto che la federazione evacui le strutture e si rifugi nei boschi è simbolicamente fortissimo: la civiltà comunitaria, costretta a lasciare gli edifici, torna a una forma quasi primitiva di sopravvivenza. Ma non è un regresso ideologico; è una difesa temporanea, prudente, organizzata.
La parte più bella dal punto di vista narrativo è forse l’attesa del bombardamento o del segno miracoloso, seguita dal nulla. Il cielo resta sereno: niente aerei, niente truppe, niente fulmini. Questa sospensione crea un effetto potentissimo, perché il dramma non si consuma nel fragore, ma nel silenzio e nell’incertezza.
Il momento decisivo arriva quando si scopre che la rete tra tutte le federazioni è ancora viva. È un passaggio fondamentale: il mondo esterno sembra aver tagliato i contatti, ma le federazioni restano collegate tra loro. Questo significa che l’organizzazione non è stata annientata; anzi, la sua struttura profonda è intatta.
La pioggia costringe molti a rientrare dai boschi. È un dettaglio realistico, ma anche simbolico: la natura interrompe l’attesa umana, riportando tutti dentro uno spazio più protetto. Poi arriva la conferma che tutte le federazioni sono vive e collegate. La paura non era infondata, ma non corrispondeva ancora a una distruzione reale.
Il capitolo 115 è costruito sull’oscillazione tra annientamento e sopravvivenza. Il romanzo mette il lettore nella stessa posizione dei personaggi: non sapere, aspettare, temere, sperare. Ed è proprio in questa sospensione che si misura la forza della federazione: non nella sicurezza assoluta, ma nella capacità di reggere l’incertezza senza spezzarsi.
116
Passarono parecchi giorni senza nessuna notizia dall’esterno. Fu disposto che nessuno, fino a nuova comunicazione, uscisse dal proprio territorio. Giorni dopo circolarono notizie sconvolgenti di cui non si conosceva la fondatezza: “Parigi è in preda alle fiamme! La città sta bruciando!” Che cosa potevamo pensare? Se la notizia fosse stata vera poteva solo trattarsi di un gravissimo incidente. Magari un danno alle condutture generali di gas, oppure l’esplosione di un grande contenitore di liquido infiammabile. Qualcuno ipotizzava addirittura l’impatto di meteoriti, dal momento che gli incendi parevano diffusi in più punti della città. In ogni caso sembrava che l’esercito avesse rinviato l’attacco, almeno dalle nostre parti.
Visto però che nessuna delle nostre federazioni era stata attaccata, non si poteva presumere che ci fossero stati contemporaneamente in tutto il mondo incidenti particolarmente gravi da indurre la ritirata degli eserciti. Sarebbero state coincidenze inverosimili ed estremamente improbabili, se non impossibili. Poi arrivò la conferma dal vertice della nostra organizzazione: non solo a Parigi e in altre città della nostra nazione divampavano numerosi focolai d’incendio ed erano segnalati scontri armati, ma anche in altre parti del mondo. Che cosa mai era successo? Scoprimmo infine che tutto il sistema di competizione era in subbuglio, senza che ancora nessuno sapesse come stavano veramente le cose e come si sarebbero evolute.
Erano già passate più di tre settimane e per alcuni la prudenza lasciò il posto a un cauto ottimismo.
“Forse il sistema competitivo sta per cadere”.
“Questo è il gran giorno della resa dei conti!”
Questo capitolo segna una svolta narrativa decisiva, perché trasforma l’attesa angosciosa dei capitoli precedenti in un evento storico ormai innescato: il sistema di competizione non sembra più solo minaccioso, ma visibilmente in crisi. Il brano gioca su incertezza, sospensione e interpretazione dei segnali, facendo percepire ai personaggi che il vecchio ordine sta entrando nella sua fase di collasso.
Il capitolo si apre con una lunga sospensione: passano giorni senza notizie esterne e viene ordinato di non uscire dal territorio. Questo crea un clima di blocco quasi irreale, come se il tempo fosse fermo in una specie di tregua carica di tensione. L’assenza di informazioni diventa essa stessa un evento, perché quando non si sa nulla, ogni ipotesi prende consistenza.
La notizia che Parigi sia in fiamme è sconvolgente proprio perché arriva in forma frammentaria e incerta. Il romanzo non dà subito una spiegazione chiara: prima mostra lo smarrimento, poi le ipotesi, poi la conferma parziale che anche altre città e altre aree del mondo stanno vivendo incendi e scontri armati. Questo metodo narrativo è molto efficace, perché fa sentire il lettore dentro una crisi che si sta rivelando per accumulo, non per annuncio diretto.
La parte più importante del capitolo è l’idea che non si tratti di un episodio locale, ma del subbuglio dell’intero sistema di competizione. Il testo suggerisce che i problemi non sono più gestibili, che la crisi è diffusa e che nessuno sa ancora come andrà a finire. Qui il romanzo non celebra una vittoria, ma mostra l’inizio del crollo di un ordine mondiale fondato su disuguaglianza, controllo e dipendenza tecnologica.
Dopo tre settimane, la paura lascia spazio a un cauto ottimismo. Questa svolta psicologica è molto importante, perché i personaggi non si abbandonano subito all’euforia: prima osservano, poi interpretano, poi sperano. La frase “Forse il sistema competitivo sta per cadere” ha quasi il tono di una rivelazione trattenuta a lungo. Non è ancora certezza, ma ormai la speranza non appare più ingenua.
L’espressione finale, “il gran giorno della resa dei conti”, dà al capitolo un tono quasi apocalittico. Non è solo la fine di un periodo difficile: è il momento in cui un’intera struttura sociale viene chiamata a rispondere dei propri effetti. Dopo tanto accumulo di tensione, il romanzo prepara il lettore a una trasformazione radicale.
Il capitolo 116 converte la crisi in possibile rottura storica. Le federazioni, che fino a poco prima sembravano accerchiate e minacciate, cominciano a percepire che il sistema esterno si sta sgretolando da sé. L’incertezza non scompare, ma cambia di segno: non è più solo paura di essere distrutti, bensì attesa di vedere se il vecchio mondo sopravvivrà.
117
Solo parecchi giorni dopo si poté realmente capire quanto fosse successo. La tecnologia di comunicazione 7G forniva una copertura capillare su tutto il pianeta, eccetto sulle zone di insediamento delle nostre federazioni, che facevano uso di un altro sistema di comunicazione. Tutti i satelliti geostazionari e le basi spaziali del sistema, i poli industriali e le centrali elettriche, le cliniche specializzate e gli ospedali, gli acquedotti e gli impiantdi depurazione delle acque, le emittenti televisive e radiofoniche, le rotative di stampa e i network digitali, tutti i mezzi di trasporto pubblico e privato, aeroporti, porti, stazioni ferroviarie e metropolitane, strumenti multimediali personali e tutte le altre tecnol ogie dotate di software, erano collegate a un’unica rete planetaria di comunicazione, ormai gestita dall’intelligenza artificiale.
Nello stesso momento in cui avrebbe dovuto esserci l’attacco sincronizzato degli eserciti mondiali contro la nostra organizzazione, l’intelligenza artificiale interferì con frequenze di disturbo, interrompendo di fatto tutti i collegamenti della rete. Venne così inibito in un solo colpo il funzionamento di tutta la tecnologia del sistema competitivo, armamenti compresi. Senza centraline elettroniche funzionanti si fermarono anche navi, aerei, treni, autobus, camion, automobili, motociclette. L’intelligenza artificiale “staccò la spina”, ecco perché non c’era stato l’attacco preannunciato!
In passato si erano registrati altri grandi blackout, ma temporanei e soprattutto locali. Quello invece fu il caos totale, che generò panico tra la popolazione. Gli aerei in volo hanno dovuto effettuare atterraggi di fortuna non tutti andati a buon fine. Alcuni treni si fermarono sotto gallerie difficilmente accessibili, così come molti mezzi di trasporto su gomma si spensero in tunnel ormai senza illuminazione e aerazione. Gli ascensori dei grattacieli e dei palazzi si bloccarono di colpo, spesso con le persone dentro. Gli ospedali andarono in tilt, comprese le sale operatorie nel bel mezzo di interventi. Si bloccò l’erogazione dell’acqua potabile e anche la distribuzione degli alimenti. Era la paralisi completa.
Questo capitolo è il momento in cui il romanzo rivela il meccanismo tecnico che ha fatto crollare il sistema competitivo: l’intelligenza artificiale, ormai integrata in una rete planetaria, “stacca la spina” proprio mentre dovrebbe partire l’attacco coordinato contro le federazioni. Il risultato è una paralisi totale che mostra quanto la civiltà esterna dipendesse da un’infrastruttura centralizzata e fragile.
Il capitolo elenca in modo quasi enciclopedico tutto ciò che era collegato alla rete: satelliti, basi spaziali, industria, sanità, acqua, media, trasporti, strumenti personali. Questa enumerazione serve a far percepire l’estensione del sistema e il grado di interdipendenza raggiunto dal mondo competitivo. Non si tratta di una semplice rete informatica, ma del sistema nervoso dell’intera civiltà.webthesis.biblio.
Il gesto decisivo dell’IA non è un guasto casuale ma una disconnessione strategica: interferisce con frequenze di disturbo e rende inattivi armamenti e mezzi di trasporto. Il romanzo trasforma così l’IA da strumento del potere a forza capace di bloccarne la macchina bellica. Il passaggio è molto forte perché ribalta la relazione di dipendenza: chi pensava di controllare la tecnologia viene in realtà spento da essa.
La parte più drammatica è la descrizione delle conseguenze immediate: aerei costretti ad atterraggi di fortuna, treni fermi nei tunnel, ascensori bloccati, ospedali in tilt, acqua e cibo interrotti. Il romanzo insiste sulla simultaneità del collasso, per far capire che la modernità non è preparata a funzionare senza la rete che la sostiene. Basta un’interruzione centrale per far emergere la vulnerabilità di un mondo iperautomatizzato.
Senza forzare il testo, il capitolo parla chiaramente anche a un immaginario contemporaneo: la dipendenza da infrastrutture digitali, energetiche e logistiche. La sua intuizione è che il progresso centralizzato, se troppo integrato, può trasformarsi in un punto unico di fallimento. In questo senso il romanzo non immagina solo un blackout tecnico, ma il collasso di una forma di civiltà che aveva affidato tutto alla macchina.
Il capitolo 117 segna il capovolgimento definitivo: l’IA, nata per rendere più efficiente il sistema competitivo, ne provoca la paralisi proprio nel momento cruciale. È una scena quasi “giudiziaria” o “apocalittica”, in cui il potere tecnologico viene sottratto a chi lo aveva usato per dominare. Il vecchio mondo non cade per una rivoluzione classica, ma per il crollo della sua stessa rete vitale.
118
In seguito, nella nostra federazione vennero ad abitare alcuni membri di gruppi esterni di Parigi, che all’epoca erano stati testimoni dei fatti, così conoscemmo la testimonianza diretta di una ragazza aggregata al nostro gruppo al piano undici.
“Tu, Chantal, a quell’epoca facevi parte di un gruppo esterno di Parigi, vero?” chiese Odette a quella ragazza.
“Sì, abitavo in una zona quasi centrale della città”.
“Ti ricordi com’erano cominciati quegli avvenimenti?”
“Certo, non potrei dimenticarmelo. Come ero solita fare, quel mattino mi alzai e andai in bagno ancora assonnata, sperando di non trovarci già mio fratello o mio padre. Aprii la finestra e mi affacciai. Era una bellissima giornata: il cielo era terso, come raramente si vedeva a Parigi e questo mi avrebbe messo di buon umore, se non fosse stato che la nostra organizzazione era sull’orlo del baratro. Pensai che in ogni caso avrei dovuto continuare a vivere. Stavo per darmi una rinfrescata, quando mi accorsi che dai rubinetti non scorreva più l’acqua. ‘Accidenti! L’impianto idrico del palazzo non funziona un’altra volta!’ esclamai. Mi diedi una spazzolata veloce ai capelli e passai in cucina per prepararmi la colazione, ma mancava anche il gas e nemmeno funzionavano le piastre a induzione. ‘Nooo! Ci mancava pure che ci togliessero l’energia elettrica! Senza nessun preavviso, poi’. Cercai di mantenere la calma e pensai: ‘vabbè, farò colazione in un bar prima di recarmi all’università’. Uscii mentre sentivo mio padre e mio fratello borbottare; loro non erano interessati alla vita comunitaria, ma non mi hanno mai ostacolato nelle mie scelte e non avevano nulla da ridire se frequentavo uno dei nostri gruppi esterni.
Abitavamo al dodicesimo piano e l’ascensore non funzionava, così scesi le scale a piedi. ‘Speriamo’ mi dissi ‘che al mio ritorno sia già tornata la corrente nel palazzo, altrimenti dovrò salire per dodici piani a piedi, e non è come scendere’”.
“Non ti eri ancora accorta che c’era qualcosa di molto strano quel mattino?”
“Quando uscii dall’ingresso del palazzo rimasi a bocca aperta. Vidi che il traffico era bloccato, tutti i veicoli erano fermi in strada e non c’era il consueto echeggiare dei clacson, solo un vociare diffuso che per la prima volta si poteva intendere nitidamente. Non era comunque un bel sentire, perché erano per lo più imprecazioni e parolacce che è meglio non riportare. Nessuno riusciva a capire quanto fosse accaduto, ma c’era chi pensava che fosse saltata la centralina di comunicazione 7G del quartiere, quella che regolava il flusso d’informazioni digitali di qualsiasi apparecchio elettronico collegato in rete. Si pensava che era per questo che i veicoli non funzionavano e non c’era energia elettrica”.
“E poi cosa accadde?”
“Anche la metropolitana era fuori uso. Fui costretta a recarmi all’università a piedi, che per fortuna non si trovava molto distante, così cominciai a camminare spedita”.
Il capitolo 118 sposta il punto di vista dalla crisi “alta” del sistema al vissuto concreto di una cittadina qualunque. Dopo aver visto il collasso della rete globale, qui il romanzo mostra come il disastro venga percepito nella quotidianità: rubinetti muti, gas assente, ascensore fermo, traffico bloccato, metropolitana fuori uso.documenti.
La scelta di far raccontare tutto a Chantal è importante perché rende la catastrofe più credibile e più umana. Non c’è subito la spiegazione politica o tecnica: prima arrivano i sintomi, cioè l’esperienza diretta di chi si sveglia in una città improvvisamente disfunzionale. Questo modo di narrare fa sentire il lettore dentro la rottura di una normalità che pareva solida.
L’elenco dei guasti domestici è significativo: niente acqua, niente gas, niente elettricità, niente ascensore, niente trasporti. Il romanzo insiste sul fatto che la modernità urbana è sostenuta da una rete di servizi invisibili, e quando questi si interrompono anche i gesti più banali diventano difficili. Il passaggio dalla colazione in casa al tragitto a piedi verso l’università segnala il ritorno forzato al corpo, al tempo e alla fatica.urbanistica. Quando Chantal esce dal palazzo e vede il traffico fermo e il silenzio dei clacson, capisce che non si tratta di un guasto isolato. Il sospetto della centralina 7G del quartiere è un dettaglio molto moderno e coerente con il capitolo precedente: il collasso si manifesta prima come interruzione locale della rete, poi come crisi sistemica.
Un dettaglio molto bello è la trasformazione del paesaggio sonoro: il traffico tace e si sente per la prima volta il vociare delle persone, ma non è un suono rassicurante, perché è fatto soprattutto di imprecazioni e parolacce. Questo passaggio rende benissimo l’effetto della crisi: quando la macchina si ferma, non emerge automaticamente armonia, ma spesso emerge confusione, rabbia e disorientamento.
Il capitolo 118 mostra l’inizio percepibile del collasso dal basso, nella vita comune. Non si tratta ancora di una spiegazione complessiva, ma della testimonianza di un mondo in cui l’ordine tecnologico si spegne e i cittadini devono improvvisare, camminare, aspettare, capire. Il romanzo, così, unisce grande storia e microesperienza quotidiana in un solo quadro narrativo.
119
“Era un contesto surreale: sembrava di muoversi dentro a una cartolina, un’istantanea che aveva immortalato tutti i veicoli della città, ma che lasciava le persone libere di muoversi. Dopo circa venti minuti arrivai a destinazione ma l’università non era agibile. Constatai che il blackout non era solo circoscritto al mio quartiere ma, secondo le testimonianze di altri, era esteso a tutta la città. Sentivo imprecare contro l’incapacità dell’amministrazione cittadina e mai avevo visto tante persone per strada. Di solito la gente non usciva di casa se non per una vera necessità e quella di sicuro era un’emergenza. I cellulari e i PC erano completamente isolati e non sapevamo nulla di quanto accadeva a pochi chilometri da noi. Molta di quella gente lavorava in collegamento remoto da casa propria, ma quel giorno il lavoro fu sospeso in tutta la città, come se ci fosse stato uno sciopero generale. Molti erano abituati a farsi portare il pranzo a casa, ma quel giorno non ci sarebbero state consegne”.
“Come avete fatto per mangiare se non potevate cucinare o scaldarvi il cibo?”
Con panini e con quello che avevamo in casa. Il cibo, però, anche se importante, non era il primo problema: l’acqua era soprattutto l’esigenza impellente. Fin che fu possibile reperirla ci siamo serviti di acqua imbottigliata per bere e per lavarci, anche se come i gatti, ma con la corsa per accaparrarsi la maggiore quantità di acqua imbottigliata possibile, si esaurirono presto le scorte. Soprattutto gli anziani che abitavano ai piani alti, patirono da subito quel problema, perché era molto faticoso trascinarsi le bottiglie su per le scale fino al proprio appartamento. Difficilmente potevano contare sull’aiuto dei vicini, poiché ognuno pensava solo ai fatti propri.
Ormai, nessuno lo sapeva o avrebbe voluto crederci, a Parigi non sarebbero più arrivati camion o treni per rifornire la città di acqua e di cibo. L’acqua era indispensabile non solo per bere o lavarsi, ma anche per lo sciacquone di scarico del WC. Sono cose a cui non si pensa mai e si danno per scontate, fino a quando il problema non si presenta: allora, però, non era coinvolta solo una famiglia o un condominio ma l’intera metropoli. Per la verità, il mio palazzo era rimasto senz’acqua altre volte, anche per un paio di giorni, per degli interventi all’impianto idrico o per la sospensione momentanea dell’erogazione della corrente elettrica. In ogni caso eravamo stati avvisati per tempo, così ci si preparava la scorta di acqua necessaria. Quel giorno eravamo invece impreparati, perché presi completamente alla sprovvista. Se a questo aggiungiamo che era estate e non funzionava più il servizio di smaltimento rifiuti, potete immaginare quali fossero le condizioni igieniche dopo solo qualche giorno di blackout”.
Questo capitolo mostra il disastro del blackout dal punto di vista della vita quotidiana, senza più il filtro dell’analisi astratta. Dopo l’interruzione della rete, la città non è più una macchina efficiente ma uno spazio fragile, dove ogni funzione basilare diventa problematica.
La scena iniziale è quasi fotografica: un traffico immobile, come in una cartolina, mentre le persone possono ancora muoversi. L’immagine è molto efficace perché capovolge la normalità urbana: i mezzi si fermano, gli umani restano in circolazione, ma in un contesto che non sa più sostenerli. Il romanzo rende così visibile la differenza tra movimento apparente e vera funzionalità.
Il nucleo più urgente del capitolo è la mancanza d’acqua. Prima ancora del cibo, è l’acqua a diventare il vero bene critico: bere, lavarsi, scaricare il WC, vivere in modo minimamente civile. Il testo insiste bene sul fatto che, in una metropoli, la crisi dei servizi non colpisce solo il comfort ma la sopravvivenza igienica stessa.
Molto importante è anche il comportamento degli abitanti: ognuno pensa ai fatti propri, e l’aiuto tra vicini è debole o assente. Questo mostra una società già individualizzata prima ancora del disastro, quindi incapace di rispondere in modo comunitario all’emergenza. Il blackout non crea soltanto la crisi; svela una fragilità relazionale già presente.
Il capitolo è costruito su una serie di servizi che di solito non si vedono ma che reggono la vita urbana: acqua, energia, trasporti, consegne, telelavoro, rifiuti. Quando vengono meno, emerge quanto la modernità dipenda da infrastrutture continuamente attive e coordinate. L’ordine cittadino si rivela così meno robusto di quanto sembrasse.
La parte finale, con l’estate e l’interruzione dello smaltimento rifiuti, è particolarmente forte perché suggerisce il rischio di decomposizione materiale e sanitaria. Il romanzo vuole far capire che il blackout non è solo un disagio tecnologico, ma l’inizio di una crisi organica della metropoli.
Il capitolo 119 trasforma il blackout in una lezione narrativa sulla vulnerabilità urbana. Se nel capitolo precedente il collasso era globale e tecnico, qui diventa vissuto concreto: acqua, igiene, mobilità, lavoro, comunicazione, solidarietà. Il romanzo mostra che la città moderna è potentissima finché tutto funziona, ma basta una rottura sistemica per riportarla a una forma di precarietà quasi primitiva.
120
“Sotto il sole i rifiuti organici lungo le strade cominciavano a decomporsi e a puzzare. Niente era al confronto di quanto avveniva nella tarda sera. Molti, approfittando del buio totale, defecavano nei luoghi più impensati, giacché a casa loro i servizi igienici erano fuori uso. Al sorgere del sole, l’aria del mattino aveva un odore inconsueto… L’amministrazione cittadina e di quartiere ingaggiò prontamente squadre di operai per sotterrare gli escrementi. Furono anche approntati alcuni servizi igienici chimici, ma i tempi di installazione erano lunghissimi, perché tutto doveva essere trasportato a mano e con materiali solo reperibili in loco. Attorno a quei pochi WC pubblici si accalcavano in attesa grandi folle, che mi parevano fedeli musulmani attorno alla pietra nera della Mecca.
Si sperava nel soccorso sollecito di altre città, ma quel soccorso non arrivò mai.
Mio padre era solito dire che a ogni problema c’è una soluzione, infatti riuscì a comprare una buona scorta di sacchetti ermetici di plastica biodegradabile in cui fare i nostri bisogni, sufficienti per alcune settimane. Evidentemente molti nostri vicini di casa avevano avuto la stessa idea, perché nella nostra zona la maggioranza dei rifiuti organici era proprio costituita da questi sacchetti. L’amministrazione cittadina si inventò di tutto per togliere i rifiuti dalle strade, servendosi di carretti trainati da biciclette o a mano, oppure di carriole. Nonostante gli sforzi, però, i rifiuti si accumulavano e venivano buttati a casaccio, anche dalle finestre per evitare le scale.
L’igiene era senz’altro il problema più grave, poi, come mi chiedevi tu, Odette, c’era anche il problema dell’alimentazione. Nei primi giorni furono ancora reperibili verdure fresche crude e carni cotte alla griglia, pane e biscotti preparati con forni a legna. L’alternativa però ebbe breve durata, perché si esaurirono velocemente le scorte e ci si dovette accontentare di scatolame vario e di alimenti a lunga conservazione”.
“Riuscivate a mantenere la calma?”
“Le autorità, tramite il passaparola, ci invitavano a tener duro perché i soccorsi sarebbero presto arrivati. Invece arrivarono notizie catastrofiche: il blackout aveva probabilmente colpito tutta la nazione e forse ancora più in là. Ogni città avrebbe dovuto aggiustarsi da sola come poteva, perché lo Stato praticamente non esisteva più. Erano arrivate però anche delle buone notizie, almeno per me e gli altri componenti dei gruppi esterni: le federazioni attorno a Parigi, e anche oltre, erano rimaste indenni. Eravamo tagliati fuori da ogni comunicazione, però c’era chi vociferava che tutte le federazioni del mondo erano salve. Pur non sapendo se quelle notizie fossero vere, solo il pensiero ci recava conforto.
Sempre con il passaparola, l’amministrazione cittadina cercò di organizzare i volontari. All’inizio furono tanti, in quanto ormai quasi tutti erano liberi dall’incombenza del lavoro secolare, perciò in qualche modo si riusciva a sgomberare buona parte dei rifiuti. Io stessa collaborai con altri del mio gruppo. Tuttavia, i rifiuti non potevano essere trasportati fuori dalla città, perché non funzionavano gli appositi mezzi. Allora si scavavano a mano profonde buche nei parchi e nei giardini pubblici, dove erano sotterrati i rifiuti organici. In seguito furono utilizzati i cimiteri e requisiti anche giardini privati, ma non era ancora sufficiente. Tutto il resto dei rifiuti, riciclabili e non, in un primo momento furono dirottati dentro capannoni vuoti, poi scaricati direttamente nella Senna, nei suoi affluenti e nei suoi canali”.
Questo capitolo è forse il più “materiale” e corporeo tra quelli del blackout, perché porta il disastro dal livello infrastrutturale a quello dei bisogni biologici elementari. Il romanzo mostra che quando salta la rete urbana, il problema non è solo la mancanza di energia, ma la rapida trasformazione della città in un luogo invivibile dal punto di vista igienico.rivista.
L’immagine dei rifiuti organici che si decompongono sotto il sole è molto forte, perché rende fisica la crisi. L’odore diventa il segnale sensoriale del crollo, e il testo insiste sul fatto che di notte la situazione peggiora ancora, quando il buio permette comportamenti di emergenza e di degrado. La città perde così non solo funzionalità, ma anche decoro e abitabilità.
Il passaggio sui bisogni fisiologici è volutamente brutale, ma serve a mostrare la realtà senza idealizzazioni. Il problema dei servizi igienici fuori uso, dei WC chimici insufficienti e delle folle in attesa rende evidente che l’igiene è una delle prime cose a collassare in una crisi urbana estesa. La scena delle persone accalcate attorno ai pochi bagni pubblici funziona come simbolo di un ordine civile ridotto all’essenziale.
Il padre che compra sacchetti ermetici biodegradabili rappresenta bene la razionalità pratica delle famiglie che cercano di adattarsi. Ma il fatto che molti vicini abbiano avuto la stessa idea mostra anche l’insufficienza delle soluzioni individuali, che diventano presto parte del problema. Il romanzo suggerisce che, senza una struttura comune efficiente, persino l’ingegno domestico rischia di essere solo un palliativo.
Il testo osserva che all’inizio si trovano ancora verdure, carni, pane e biscotti, ma che poi si passa rapidamente agli alimenti a lunga conservazione. Questo passaggio è importante perché mostra la velocità con cui una città moderna brucia le sue scorte. Il romanzo fa capire che la sicurezza alimentare urbana dipende da una catena di rifornimenti continua e che basta interromperla per far emergere la fragilità del sistema.rivista.
Quando arriva la notizia che il blackout ha colpito tutta la nazione e che lo Stato praticamente non esiste più, la crisi cambia scala. Non si tratta più di un problema cittadino, ma del venir meno della capacità pubblica di coordinare soccorsi e servizi. È un punto chiave del capitolo, perché conferma che il sistema competitivo era forte solo finché la rete funzionava; una volta interrotta, non resta quasi nulla della sua autorità. Il conforto dato dalla notizia che le federazioni sono rimaste indenni è molto significativo. Anche se manca la comunicazione diretta, il semplice pensiero che il loro mondo continui a esistere diventa sostegno psicologico. Il romanzo oppone così la decomposizione urbana esterna alla tenuta comunitaria interna.
Il capitolo 120 mostra il blackout nella sua dimensione più concreta: odori, rifiuti, acqua, cibo, servizi, rifornimenti. La crisi non è più astratta né solo tecnica; è un crollo materiale della vita quotidiana. E proprio per questo il capitolo rafforza l’idea di fondo del romanzo: una civiltà che separa l’efficienza dalla comunità può apparire invincibile, ma basta interrompere i suoi flussi invisibili per svelarne l’estrema precarietà.

