In chiave antropologica, questo passo del romanzo ritrae il regresso civilizzatorio di una metropoli assediata, dove l’assenza di soccorsi trasforma le code bibliche ai WC chimici in un pellegrinaggio laico e la plastica biodegradabile diventa un’improvvisata salvezza domestica, mentre l’amministrazione, ridotta a carriole e carretti, lotta contro un’onda di rifiuti che fuoriesce dalle finestre come un’eruzione urbana. Il contrasto tra l’ottimismo paterno di Chantal (“a ogni problema c’è una soluzione”) e la realtà caotica rivela la fragilità di sistemi iperconnessi privi di resilienza comunitaria.
Folle oceaniche si assiepano lamentandosi attorno ai rari WC chimici: un’umanità ridotta come una fila sacra alla Mecca urbana, dove i sacchetti ermetici, simbolo di un ingegno domestico che si diffonde virale tra i vicini, trasforma gli escrementi in “rifiuti organici” standardizzati. L’amministrazione pedala su biciclette, carica carriole, ma i sacchetti piovono dalle finestre alte, aggirando scale proibite: un’immagine grottesca di entropia, dove l’igiene individuale soccombe al collasso collettivo.
Questo caos, dovuto all’impreparazione e alla sorpresa, dimostra la fragilità del sistema competitivo e induce a pensare a federazioni autosufficientidi gruppi sociali, con un riciclo idrico chiuso e compostaggio centralizzato come soluzione per prevenire tali orrori.

