Anche in una società estremamente preparata ci sono dei limiti intrinseci della sicurezza materiale, rispetto a dei disastri naturali, ambientali e tecnologici.
Il personaggio narratore del romanzo sottolinea l’illusione di una serenità assoluta: la federazione è stata progettata per gestire molti pericoli, ma resta vulnerabile di fronte a fenomeni globali e intenzionali, come il buco nell’ozono, l’innalzamento del mare, un conflitto nucleare. Questi rischi non potrebbero considerarsi incidenti isolati e fortuiti, ma effetti del sistema di competizione (clima, armamento, inquinamento), che trascendono il controllo locale: nessuna singola federazione di gruppi, per quanto ben organizzata, potrebbe garantirsi la sopravvivenza all’interno di un sistema mondiale autodistruttivo.
Anche se le strutture polifunzionali delle federazioni fossero costruite per sopportare venti di duecentottanta chilometri orari, terremoti di magnitudo nove della scala Richter o eccezionali precipitazioni alluvionali, nulla si potrebbe fare contro un bombardamento intenzionale o comunque un attacco militare. La comunità descritta nel romanzo ha raggiunto un livello di resilienza strutturale molto alto: la struttura polifunzionale resiste alle tempeste, ai terremoti e alle alluvioni, tuttavia, non esiste una difesa architettonica contro un attacco militare: la guerra, in quanto atto politico intenzionale, annulla la stessa logica della prevenzione materiale.
Tecnologia e ingegneria da sole non bastano: la sicurezza reale dipende, in fondo, dalle relazioni tra i gruppi umani, dalla volontà di non distruggersi vicendevolmente. La menzione della guerra termonucleare è un riferimento simbolico al limite teorico della violenza umana: un conflitto del genere non distrugge solo città, ma l’atmosfera, il clima, la biosfera; il buco nell’ozono e l’innalzamento del mare diventano allora solo effetti collaterali rispetto a scenari catastrofici molto più ampi. In questo contesto, la federazione non è più un’oasi protetta, ma parte di un sistema globale dove qualsiasi disastro nucleare, climatico o bellico è contagioso e non localizzabile.
L’unica prevenzione a questa sciagurata eventualità, come si afferma nel romanzo, sarebbe “quella di cercare di mantenere buoni rapporti con tutti, soprattutto con le istituzioni governative… evitare qualsiasi concorrenza commerciale con il mondo esterno…” Qui la prevenzione non è solo tecnica, perché si sposta totalmente sul piano politico e relazionale. La federazione sceglie di non essere una minaccia per il sistema esistente, infatti non produce beni competitivi che potrebbero sottrarre posti di lavoro al mondo esterno; non solo non diventa un rivale economico, ma si offre come un cliente o un collaboratore non pericoloso.
In termini sociali, si potrebbe leggere questa scelta come una forma di diplomazia di sopravvivenza: la sicurezza non viene garantita dallo scontro, ma dall’accettazione come parte utile del sistema globale, pur restando radicalmente diversa nei valori. Da un lato, le federazioni sono organizzate come comunità autonome, auto sufficienti, ecologiche e preventive; dall’altro, la loro sopravvivenza dipende dalle decisioni di istituzioni che non condividono realmente i loro valori. Anche una società “perfetta” dal punto di vista interno non è immune agli effetti del mondo imperfetto che la circonda, e che la vera prevenzione globale richiederebbe una trasformazione di quest’ultimo sistema, non solo l’isolamento o la superiorità morale.
La strategia di non concorrenza, di relazioni accomodanti con le istituzioni esistenti, è descritta come vincente sul lungo periodo: le federazioni crescono numericamente, si organizzano in rete, si replicano; la loro stessa crescita, però, è legata a una sorta di patto di non ostilità con il sistema vecchio. In questo senso, la comunità non cerca di distruggere il vecchio mondo, ma lo aspetta e lo supera numericamente e culturalmente, finché il sistema competitivo vecchio e distruttivo collassa, lasciando spazio a qualcosa di diverso.
Le federazioni e la loro organizzazione internazionale rappresentano un progetto di società post capitalista, ecologica, solidale, senza denaro, orientata alla prevenzione e alla resilienza; ma la stessa costruzione spirituale del brano mostra che nessuna oasi è davvero isolabile da un mondo globalmente incline alla distruzione climatica, ambientale, militare, economica, sociale. La vera prevenzione è, quindi, solo il mantenimento di una relazione di pace, di diplomazia, di non minaccia, che eviti di trasformarsi in un nemico da eliminare. In sintesi, questo passo racconta che la sicurezza materiale, per quanto avanzata, ha un limite: la violenza volontaria. La vera prevenzione diventa dunque un’arte relazionale, con la capacità di vivere in modo diverso senza essere percepiti come pericolosi, guadagnando così il tempo necessario perché il sistema vecchio imploda e lasci il posto a un mondo nuovo.

