Un cibo senza additivi chimici presuppone qualità materiale e etica superiore, genuina, ossia che il cibo è vero e trasparente, non mascherato da aromi, coloranti, sostituti proteici o grassi idrogenati, che mantiene il suo profilo naturale. Sul piano etico evoca un’agricoltura e una zootecnia che non comprimono il corpo degli animali e il suolo, ma rispettano i cicli naturali e le relazioni di rete. Nelle federazioni di gruppi sociali i prodotti localmente e sono trasformati e consumati freschi.
Questo tipo di agricoltura è all’interno del territorio comunitario, non lontano dalla struttura abitativa e polifunzionale della comunità.con scambio di nutrienti, conoscenze e lavoro. Si riducono in questo modo i trasporti, la refrigerazione e le perdite di energia lungo la catena. La trasformazione non avviene come nel sistema di competizione, con un’industrializzazione forzata con liofilizzazione, omogeneizzazioni estreme, pelletizzazione, ma con preparazioni artigianali: cottura al vapore, fermentazioni, salagioni controllate… perchè la trasformazione è funzionale al consumo, non alla conservazione artificiale.
Il cibo è mangiato in tempi brevi, riportando la cucina al suo ruolo originario: tempo sociale, preparazione, condivisione. Si annulla la necessità di conservanti chimici, congelamento intensivo e packaging invasivo, mentre gli additivi chimici sono una condanna esplicita della modernizzazione industriale dell’alimentazione.
Gli additivi chimici (conservanti, aromatizzanti, coloranti, stabilizzanti, emulsionanti) sono usati per allungare la vita degli alimenti; per mascherare le qualità di un materiale scadente; per standardizzare la produzione industriale. Una società che li abolisce rifiuta la separazione tra la produzione e il consumo; la mercificazione del gusto e dell’olfatto; la sostituzione del corpo con un sistema di sostanze chimiche. Il cibo industrializzato prolunga la vita degli alimenti oltre la stagionalità naturale; sostituisce il gusto autentico con profili di sapore “progettati” chimicamente; disloca la produzione lontano dal consumo, generando inquinamento, ineguaglianze e dipendenza. In un contesto comunitario, invece implica una coesione sociale tra produttori e consumatori, che sono lo stesso soggetto; una riduzione della complessità tecnologica necessaria; un ritorno alla cottura domestica e alla conoscenza pratica del cibo.

