La competizione economica, emersa con la proprietà privata e le classi sociali intorno al Neolitico (circa 10.000 a.C.), ha accelerato l’innovazione tecnologica attraverso incentivi al profitto e alla specializzazione, passando da società egualitarie di cacciatori-raccoglitori a civiltà complesse con surplus produttivi. Tuttavia, ha generato squilibri sistemici come guerre per le risorse (dal 90% dei conflitti storici legati a terre e ricchezze), disuguaglianze (coefficiente Gini globale salito al 0,67 nel 2025) e degrado ambientale (emissioni CO2 triplicate dal 1950).
La competizione economica non è affatto la panacea di tutti i mali, ed è curioso, ma anche inquietante, pensare che per curare la malattia sia necessario utilizzare gli strumenti che l’hanno causata! La scarsità artificiale causata dall’accumulo privato ha moltiplicato la violenza organizzata, con 108 milioni di morti nel XX secolo. A questa si sommano le disuguaglianze economiche e sociali, infatti l’1% della popolazione mondiale possiede il 45% della ricchezza globale, cristallizzando la povertà strutturale. Senza contare la distruzione ambientale, con l’estrazione intensiva che ha causato il 75% della deforestazione, l’inquinamento e la crisi climatica.
Cercare “competitività” oggi perpetua il paradosso, ma solo transizioni verso economie circolari, cooperative e basate su condivisione potrebbero mitigare i mali senza abolire l’innovazione, ispirandosi proprio alle società egualitarie dei cacciatori raccoglitori, prive di proprietà privata e classi sociali. Il romanzo “Aspettando un mondo nuovo” propone un ritorno a una struttura sociale simile a quella dei raccoglitori, senza negare i benefici tecnologici.

