L’essere umano nasce con un potenziale innato per la socialità e la solidarietà, ma la sua “tabula rasa” educativa può deviarlo verso una competizione distruttiva o una cooperazione pacifica.
Gli umani sono predisposti biologicamente alla socialità: i neonati dipendono da interazioni empatiche per sviluppare empatia e altruismo, grazie a specchi neuronali e ormoni come l’ossitocina. Questa solidarietà è visibile in contesti tribali ancestrali, dove la sopravvivenza richiedeva cure reciproche prolungate, opposte all’autosufficienza individualista del sistema di mercato.
Alla nascita, il cervello umano è prevalentemente formato da “pagine bianche” (concetto lockeano), modellabile dall’apprendimento: la genitorialità e il contesto sociale possono imprimere nell’individuo, fin dalla sua nascita, sia empatia e collaborazione sia aggressività e individualismo. La plasticità neurale permette entrambe le vie, ma l’educazione affettiva soddisfa la potenzialità sociale istintiva, indirizzandola contro l’isolamento delle società mercantili.
Un’educazione diversa trasforma gli umani in macchine bellicose: la Storia lo dimostra con gli Spartani temprati precocemente, il nazismo o i reclutamenti infantili moderni, dove la propaganda sovrascrive la solidarietà con l’odio competitivo. Questo perpetua cicli di “infanzia infelice”, proiettando traumi sulle generazioni, aggravando insoddisfazioni e conflitti quotidiani, propri del sistema competitivo.
Sebbene la competizione abbia prevalso (da Atene contro Sparta a USA contro Cina oggi), le crisi contemporanee (pandemie, clima, guerre) ne evidenziano i limiti, mentre le società collaborative, con un’educazione protettiva, possono riscrivere l’educazione verso la solidarietà globale. Il romanzo invita a scegliere: indirizzare l’istinto sociale contro l’odio storico, o soccombere alla guerra perpetua.

