Questo brano ha un tono quasi testamentario e utopico insieme: chiude la storia con una visione di futuro in cui la tecnica promette di sconfiggere il decadimento biologico, ma lascia aperta la domanda più umana di tutte, cioè se vivere per sempre coincida davvero con vivere meglio.
Da una parte l’idea futura di dominare i telomeri, la duplicazione cellulare e quindi il limite della vecchiaia; dall’altra la consapevolezza dell’autore che la vera pienezza non sta nell’eterna conservazione del corpo, ma nei legami, nei ricordi, nell’amore per Odette, negli amici perduti, nella famiglia, nel prorio gruppo. In questo senso il passaggio non celebra solo la longevità, ma mette in scena una specie di spiritualizzazione della vita: la scienza viene immaginata come capace di allungare indefinitamente l’esistenza, ma il senso ultimo resta affidato alla memoria, alla relazione e alla tenerezza.
C’è anche una nota molto significativa sul fatto che la vita eterna non equivalga all’immortalità. È una distinzione forte, perché suggerisce che anche se il corpo potesse rigenerarsi all’infinito, resterebbero comunque la fragilità, la separazione, il bisogno di significato, e forse perfino il desiderio di un “arrivederci” oltre la morte. Il finale, con l’abbraccio a Odette e la frase sul “regalo migliore”, riporta tutto a una verità semplice: più della promessa tecnologica, conta l’intensità dell’esperienza vissuta.

