Nel marzo 2026, la crisi globale dei profughi e sfollati forzati coinvolge circa 117-122 milioni di persone, con un lieve calo rispetto al picco del 2024-2025 grazie a rimpatri parziali, ma persistenti conflitti in Sudan, Ucraina e Medio Oriente mantengono livelli record.
L’UNHCR stima 30,5 milioni di rifugiati e 5,9 milioni di palestinesi (UNRWA) a fine 2025, più 81 milioni di sfollati interni; il 75% è ospitato in paesi a basso e medio reddito. I principali paesi di origine sono Siria, Afghanistan, Sudan, Venezuela e Ucraina (73% dei rifugiati UNHCR). L’Europa accoglie 158.000 arrivi nel 2025 (-24% sul 2024), con 13.472 nei primi mesi 2026.
Le principali crisi attuali sono soprattutto in Sudan, la peggiore emergenza umanitaria, con milioni di sfollati dopo 1.000 giorni di guerra (SAF, esercito di Stato contro RSF, formazioni paramilitari); pulizia etnica a El-Fasher, la capitale del Darfur, aggrava flussi verso Ciad e Sudan del Sud.
In Ucraina ci sono stati oltre 6 milioni di rifugiati esterni dal 2022, con un’instabilità persistente. In Medio Oriente ci sono circa 330.000 sfollati recenti dall’Iran e dal Libano verso l’Europa; Gaza e Siria continuano a generare fughe. Dal Venezuela ci sono stati circa 5,9 milioni di profughi. Profughi anche dal Myanmar, dal Sahel, dall’Afghanistan e dalla Siria.
Entro aprile 2025 c’è stato un piccolo calo decennale (-1%), ma i conflitti irrisolti impediscono na pace duratura; il 67% di rifugiati si sono spostati vicino al paese d’origine. L’Unione Europea si dichiara impreparata a delle nuove ondate migratorie.
I paesi che accolgono il maggior numero di profughi al mondo sono prevalentemente a basso e medio reddito vicini alle crisi, con la Turchia, l’Iran e la Colombia in testa secondo i dati UNHCR fino al 2025.
Turchia (3,6 milioni di Siriani), Iran (3,4 milioni di Afghani), Colombia (2,8 milioni di Venezuelani), Germania (2,5-2,7 milioni di Ucraini e Siriani), Pakistan (1,7-2,1 milioni di Afghani). Seguono l’Uganda (1,5 milioni di profughi), la Russia e la Polonia (Ucraini), Perù e Sudan.
Proporzione sulla Popolazione: Libano (128 ogni 1.000 abitanti, 1-2 milioni di Siriani), Giordania (69 ogni 1.000), Aruba e Curaçao (Venezuelani), Turchia (43 ogni 1.000); paesi poveri africani come Uganda e Ciad trainano il 73% del globale di profughi.
L’impatto economico dei profughi sui paesi ospitanti è prevalentemente positivo nel lungo termine, con contributi al PIL fino a oltre il 2% grazie al lavoro, i consumi e l’innovazione, se supportato da politiche di integrazione efficaci.
Nei primi anni, l’accoglienza genera oneri pubblici per assistenza, housing e formazione (0,5-1% PIL in Germania 2015-2017), ma dopo 5-10 anni i rifugiati versano tasse nette positive, colmando i vuoti demografici e aumentando la produttività totale dei fattori (TFP). In Italia, la piena integrazione potrebbe aggiungere circa l’1,3% al PIL; senza, resta a 0,15%.
Studi di Mediobanca (2025) mostrano +1% di PIL ogni 1% di migranti nella popolazione adulta; i rifugiati aprono imprese (in Germania più del reddito medio), riducono l’invecchiamento e danno una spinta alle esportazioni. Nei paesi poveri (Turchia, Uganda), ci sono effetti misti: una crescita dei consumi ma anche una pressione eccessiva su delle risorse limitate.
Le prospettive a lungo termine sul fenomeno dei profughi indicano una cronicizzazione del problema, con esili medi di 12-20 anni e aumento di sfollati permanenti, aggravato da conflitti irrisolti, mutamenti climatici e demografia.
Entro il 2050, le migrazioni forzate potrebbero raddoppiare per guerre croniche (Sudan, Sahel) e clima (inondazioni, siccità), colpendo i Paesi poveri che ospitano il 75% dei rifugiati; l’economia in Europa e in USA, a causa dell’invecchiamento della popolazione dipenderà dagli immigrati per il welfare, ma ci sono politiche restrittive crescenti.
L’UNHCR promuove una soluzione duratura con rimpatri (1,6 milioni nel 2024), integrazione locale (88.900 cittadinanze nel 2024) o un reinsediamento (189.000, picco 40 anni). In Ue il Patto Migrazione 2024 punta a partenariati win-win con paesi terzi, ma le criticità persistono sui rimpatri e sulla fiducia reciproca.
Senza una prevenzione (diplomazia, sviluppo) c’è il rischio di “dis-integrazione” con ghetti e tensioni sociali.

