Una certa spiritualità innata, spesso espressa come animismo o credenza in spiriti immateriali, appare più naturale nell’evoluzione umana rispetto all’ateismo puro, con studi antropologici che indicano una predisposizione cognitiva a interpretare il mondo attraverso agenti sovrannaturali. I cacciatori-raccoglitori non credono tutti universalmente in spiriti, ma la stragrande maggioranza delle società forager documentate (come Andamanesi, Aborigeni australiani e gruppi paleolitici) pratica animismo, attribuendo coscienza a natura, animali e fenomeni, con rituali sciamanici per mediare con tali entità. Eccezioni rare esistono, ma l’assenza totale di credenze spirituali è atipica, suggerendo che la religione emerga culturalmente da un’intuizione primordiale di intenzionalità nascosta.
L’animismo domina tra cacciatori-raccoglitori preistorici e moderni, con spiriti in piante, rocce e animali per spiegare eventi imprevedibili. Il totemismo riflette le strutture dei gruppi raccoglitori attraverso simboli mistici, non mera superstizione.
La spiritualità potrebbe derivare da adattamenti cognitivi come l’iperpercezione nel vedere intenzioni in rumori casuali per la sopravvivenza, evolvendosi in religioni strutturate con l’agricoltura. L’ateismo moderno è un prodotto culturale recente, non radicato nelle società egualitarie dei cacciatori raccoglitori di cui siamo gli eredi genetici.

