Aspettando un mondo nuovo
La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. (Atti 4:32)
Introduzione
Il modo di vivere degli occidentali, fondato sulla competizione economica, sul libero mercato e sull’individualismo, ha influenzato quasi tutta la popolazione umana, divenendone praticamente il modello dominante. È dunque questo il migliore dei mondi possibili? Esistono veramente dei parametri obiettivi per definire il migliore dei mondi possibili? Forse la natura può darci delle indicazioni a proposito, perché conserva sempre le strutture più efficienti e meno dispendiose di energia, lasciando per strada tutte le altre. Ragion per cui, il migliore dei mondi possibili non potrebbe essere altro che un sistema di società umana che sia il più efficiente, che impieghi meno energia possibile e sia in armonia con l’ambiente naturale e con gli altri viventi del pianeta. Va da sé che il sistema di mercato globale originato dalla civiltà occidentale, che basa la sua essenza e la sua ragione di essere sul “consumismo”, vale a dire sullo spreco di risorse e di energia, non può essere considerato il migliore dei mondi possibili. Nonostante questo il modello occidentale è stato preso a prestito, o imposto, in quasi tutte le nazioni del mondo, lanciando l’umanità in una competizione forzata, che ci ha estraniati dalla nostra natura sociale.
Nel corso della storia umana ci sono state civiltà che hanno dominato e si sono succedute nel tempo. Sono nate, si sono sviluppate fino all’apice del loro successo e poi, gradualmente o repentinamente, sono cadute e sostituite. Sarebbe insensato pensare che la civiltà occidentale possa sottrarsi al ciclo che ha caratterizzato tutte le altre. Anch’essa, dopo la sua fase di massimo sviluppo, sta conoscendo la sua crisi più acuta. Saprà riprendersi e prorogare la sua fine, che gli eventi lasciano già presagire? Non c’è molto tempo e gli esperti dicono che, se entro la metà del nostro secolo non ci sarà una radicale inversione di rotta, c’è il grande rischio di incamminarci su una strada senza possibilità di ritorno. Una volta superata una soglia di tolleranza ambientale, i danni al clima e all’ecosistema continueranno autonomamente, qualunque sforzo il genere umano possa fare per contrastarli. Sarebbe la fine non solo di questa civiltà ma anche della specie umana e della vita sulla Terra.
Di per sé la conoscenza scientifica e il progresso tecnologico vanno visti in positivo ma, messi al servizio di un sistema di mercato che pone gli individui e i popoli in competizione tra loro, non possono che produrre storture ambientali e ingiustizie sociali. Dunque questo sistema è destinato a logorarsi fino a trascinare l’umanità e il suo contesto ambientale in un baratro senza vie d’uscita? O hanno ragione i media, che continuano a propinarci notizie sul progresso economico e sulle mirabolanti scoperte scientifiche che garantiranno all’umanità un futuro radioso? Come potrebbe, verosimilmente, durare nel tempo un sistema fondato sul consumo, dove è necessario sprecare energia e risorse per poter sopravvivere? Come potrebbe sopravvivere un sistema che deve la sua esistenza all’egoismo, alla prevaricazione, all’inganno, al pregiudizio, alla violenza, in una parola, alla competizione a tutti i costi?
Come una mela caduta dall’albero è ormai preda della proliferazione batterica che la consumerà, così l’umanità si è staccata dall’albero della natura e sta diventando vittima del suo stesso operato. Come i batteri consumano tutte le risorse della mela e poi soffocano anch’essi sotto il peso dei loro rifiuti, così il sistema di competizione è destinato a depauperare le risorse del pianeta e poi a collassare sotto il peso dei suoi rifiuti materiali e morali?
Quando l’uomo viveva da cacciatore e raccoglitore prelevava dall’ambiente naturale solo gli “interessi” del suo capitale, lasciandolo intatto nel tempo. Con l’avvio del processo tecnologico si cominciò a consumare anche il capitale naturale con la deforestazione, la desertizzazione e la cementificazione. Poiché il pianeta Terra trae dal sole solo una piccola parte della sua energia, tramite la sintesi clorofilliana, questo patrimonio naturale è calato con il suo depauperamento, costringendo l’umanità a utilizzare sempre più energia fossile, inquinando progressivamente l’aria, l’acqua, il suolo e gli alimenti, mettendo in dubbio non solo la sopravvivenza della civiltà occidentale, ma la stessa sopravvivenza dell’umanità.
Prevenire è meglio che curare, si dice, quindi è indispensabile cercare un’alternativa, ossia una via di fuga, sia dal torpore culturale indotto dai media, sia dal possibile disastro che potrebbe abbattersi su un’umanità inconsapevole. Nonostante che l’apparente evidenza possa negarlo, è realmente possibile costruire un sistema umano fondato sulla collaborazione reciproca, sulla condivisione dei saperi, sulla comunanza dei beni e sulla solidarietà, che possa crescere parallelo a quello della competizione, dell’avidità e dell’egoismo individualista, senza interferire con esso. Nessuna legge impedisce alle persone di mettere in comune le proprie risorse e i propri saperi, nel pieno rispetto delle istituzioni, dell’ambiente e degli altri viventi, senza la necessità di ricercare un potere nazionale o mondiale.
In questo romanzo è appunto descritta l’ipotetica nascita e affermazione di un’organizzazione a livello planetario, che crescerà affiancata alla civiltà consumista, separata da essa ma non in conflitto con essa, dove i rapporti umani non saranno più mediati dal denaro ma dall’amore fraterno. Su queste basi si formeranno nuovi gruppi sociali che si federeranno in entità territorialmente autonome, autosufficienti dal punto di vista alimentare ed energetico, in grado di collaborare strettamente tra loro, come le cellule del corpo umano, per produrre la necessaria tecnologia.
Al declino e alla caduta della civiltà di mercato concorrerà soprattutto la rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale, che già da ora sta diventando l’impalcatura di sostegno del sistema capitalistico. Sarà proprio l’intelligenza artificiale che in futuro “consiglierà” di facilitare la proliferazione di federazioni di gruppi sociali, proprio per ragioni ecologiche ed energetiche. La fine di questo sistema, però, non avverrà per la crescita numerica di queste federazioni, ma per ragioni propriamente intrinseche all’economia di competizione, che si riveleranno nel prosieguo del romanzo.
I protagonisti principali sono una coppia di giovani alle prese con i cambiamenti epocali che caratterizzeranno il loro tempo. La loro storia è infatti proiettata nel futuro, che li vedrà testimoni, anche se indiretti, della sofferenza e poi della caduta del sistema di competizione, oggi definito da molti, immeritatamente, il migliore dei mondi possibili. La loro intera vita si svolge all’interno di una delle tante federazioni di gruppi sociali sorte in quel tempo. Inizialmente queste entità territoriali saranno una piccola valvola di sfogo all’emarginazione prodotta dalla competizione, poi diventeranno per molti la salvezza dopo la caduta rovinosa del sistema.
La vicenda è ambientata casualmente in una zona collinare del sud della Francia, quasi ai piedi dei Pirenei, in un tempo a cavallo tra il ventunesimo e il ventiduesimo secolo. Il commentatore, Pierre Lesson, nato il 5 luglio 2053, ricostruisce e racconta quegli avvenimenti quando sta quasi per compiere il suo centesimo compleanno, ma non voglio dilungarmi oltre, quindi… che abbia inizio la narrazione a partire da quel caldo aprile del 2072.
Sembra un progetto narrativo molto ambizioso, a metà tra romanzo filosofico, utopia sociale e riflessione ecologica. Il centro dell’opera non è solo la costruzione di un “mondo nuovo”, ma la critica radicale del modello competitivo e consumistico come forma storicamente destinata a esaurirsi.
La premessa è forte perché prova a rovesciare una domanda classica: non chiede come rendere più efficiente il sistema attuale, ma se il sistema attuale sia davvero il migliore possibile. Da qui nasce l’idea di una società parallela, fondata su collaborazione, condivisione e autonomia locale, che non combatte frontalmente il potere ma cresce al suo fianco come alternativa concreta.
Il testo ha alcuni nuclei molto efficaci: La critica al consumismo non è moralistica, ma ecologica e sistemica. La natura viene assunta come criterio di misura dell’efficienza, quindi come modello alternativo alla competizione. L’uso dell’intelligenza artificiale come possibile acceleratore del cambiamento è originale e attuale. L’idea delle federazioni come “cellule” di un organismo più grande è una metafora molto riuscita.
Il romanzo sembra muoversi su una linea quasi comunitarista: l’individuo non viene annullato, ma reinserito in una rete di relazioni più ampia, dove il valore centrale è la cooperazione. C’è anche un sottotesto biblico, reso esplicito dall’epigrafe di Atti 4:32, che richiama una comunanza dei beni non imposta dallo Stato ma scelta eticamente.
Funziona bene anche l’ambientazione futura, perché non appare come fantascienza tecnologica pura, ma come una distopia/utopia sociale molto vicina alle tensioni reali del presente. Il fatto che la storia sia raccontata da un anziano nel futuro dà al romanzo un tono di memoria, bilancio e testimonianza, che rafforza l’impressione di un mondo in trasformazione.
Un testo così può dividere: per alcuni è visionario e provocatorio, per altri troppo programmatico. Ma proprio questa chiarezza d’intento è anche la sua forza, perché non nasconde mai la domanda di fondo: come vivere insieme in modo più giusto, più sobrio e più umano?

