Ci sarà un mantra utilitaristico che domina la società, giustificando i sacrifici collettivi in nome del progresso economico.
“Meno spesa più guadagno!” diventa il grido ossessivo di un’umanità accecata dalla corsa al progresso, un “delirio collettivo” che permea ogni aspetto della vita. I media ufficiali lo legittimano come prezzo inevitabile per il “migliore dei mondi possibili”, riecheggiando ironici echi leibniziani in un contesto pervertito.
La narrazione smaschera una democrazia formale, perché i partiti, le correnti e le elezioni esistono, ma la vera libertà è evaporata. La maggioranza, manipolata, normalizza le scelte un tempo inaccettabili, come tagli al welfare o l’emarginazione dei deboli, rendendole “fatalmente normali” attraverso un addestramento mediatico e culturale.
In cima a ogni decisione svetta il PIL nazionale, simbolo di un’ideologia che subordina i diritti umani e l’etica al vantaggio economico. L’autore critica questa deriva, dove la sensibilità collettiva è rieducata ad accettare l’intollerabile, trasformando la democrazia in facciata per un capitalismo predatorio.

