Da questo passo si deduce una critica acuta al controllo soft del potere economico tramite i media, che perpetua un ciclo di rassegnazione e violenza interna al sistema, mentre l’organizzazione internazionale descritta nel romanzo incarna un anarco pacifismo eversivo: non lotta contro, ma si ritira per coesistere in pace.
I media del potere economico convincono gli indigenti che il neoliberismo è inevitabile, canalizzando la loro rabbia in micro criminalità (borseggi, illegalità) per inserirsi nelle dinamiche del sistema competitivo anziché ribellarsi a esso. In Italia nel 2026, con una povertà assoluta al 9,4% (5,7 milioni di persone, Istat/Censis), la propaganda amplifica il “panico statistico” sul crimine e sulla corruzione (96 inchieste in un anno), spingendo a soluzioni governative repressive invece che alla redistribuzione. Il risultato è una violenza “virtuale” mediatica che genera paura reale, favorendo l’imitazione aggressiva tra i disadattati.
I membri delle federazioni di gruppi sociali e i membri dell’organizzazione esterna rifiutano di partecipare a manifestazioni pubbliche, sia contro che a favore del governo, per evitare l’identificazione come “cospiratori”, optando per un’evasione non violenta, senza un confronto diretto con il potere. Non anti governo, ma anti assimilazione, ossia una forma di resistenza di tipo gandhiana ma high tech.
Le democrazie occidentali sono al collasso etico, dove i media e leggi “per la sicurezza” (DASPO, divieti assembramenti) schiacciano il dissenso sistemico. Il messaggio del romanzo è che una vera pace non significa integrazione, ma separazione etica.

