Nella filosofia, il concetto di natura evolve dalla physis greca come principio intrinseco di moto e generazione, passando per visioni medievali teologiche fino alla rivoluzione copernicana di Kant.
I Presocratici la vedono come arché cosmico (acqua per Talete, aria per Anassimene), Aristotele come essenza e telos interno degli enti, Platone come copia imperfetta delle Idee. Nel Medioevo, Tommaso d’Aquino la integra con la grazia divina, rendendola ordine creato da Dio soggetto a leggi razionali.
Descartes meccanicizza la natura come res extensa governata da leggi matematiche, riducendola a macchina divina; Newton la descrive come sistema universale di forze. Spinoza la identifica con Dio (Deus sive Natura), pantеisticamente. Locke e empiristi la legano a esperienza sensoriale.
Kant, nella Critica della ragion pura, definisce natura come “complesso di apparenze” regolato da leggi sintetiche a priori imposte dall’intelletto (spazio, tempo, causalità), distinguendo natura “materiale” (fenomeni) da “formale” (leggi soggettive). Nella Critica del giudizio, introduce teleologia riflettente per organismi, unificando meccanica e scopo senza determinismo.
In questo romanzo il termine andare contro natura sottende invece alla rinuncia del perfetto adattamento di una struttura naturale all’ambiente in cui è inserita. Nel passo descritto, Angeline afferma (sbagliando) che, come è strutturato, l’essere umano si adatta con riluttanza a un modo di vivere collettivo e condivisivo.

