Ritornare esattamente all’armonia tra umani e natura dei cacciatori raccoglitori è impraticabile per una popolazione globale attuale di 8,3 miliardi (tanto più per il picco previsto di 9,5 miliardi), perché non sarebbe possibile alimentare tale popolazione con la semplice caccia di selvaggina e la raccolta di vegetazione spontanea. Tuttavia è possibile avvicinarsi attraverso modelli ibridi che emulano i loro principi di sostenibilità, uguaglianza e basso impatto ecologico, pur utilizzando tecnologia complessa. Le società di raccoglitori mantenevano l’equilibrio demografico in base alle risorse del proprio territorio, di solito meno di cento individui per gruppo. Se il numero dei componenti del gruppo cresceva oltre una certa soglia, si preferiva dividere il gruppo in due gruppi tra loro imparentati. Se il numero andava sotto una certa soglia il gruppo si scioglieva e i componenti andavano a integrarsi in gruppi imparentati. Essi erano nomadi nel proprio territorio e si spostavano per far rigenerare le risorse consumate, condividendo tutto senza accumulo, senza proprietà privata, senza classi sociali e senza una gerarchia prevarivante.
Ormai quasi il 60% della popolazione mondiale vive in aree urbane, con megalopoli di decine di milioni di abitanti come Giacarta, Tokyo, Delhi, Chongqing, Shanghai… Forse più che ridurre la popolazione mondiale sarebbe opportuno poterla distribuire, ma il concentramento urbano è favorito dalla competizione economica. La soluzione ideale sarebbe appunto delimitare territori di autosufficienza alimentare ed energetica con popolazione adeguata alle risorse disponibili. Non sarà certo il sistema competitivo che si indirizzerà in tal senso, perchè andrebbe contro la logica del profitto di pochi a danno di molti, ossia il perno economico del sistema stesso. Queste entità territoriali autosufficienti, in grado di collaborare tra loro per produrre la tecnologia necessaria al loro funzionamento, dovranno perciò essere costruite ex novo, senza cercare di riformare un sistema che va avanti per inerzia e sordo ai danni ambientali e sociali che sta producendo.
Sarà necessario, in queste entità territoriali, socialmente strutturate in federazioni di gruppi sociali, ispirarsi ai cacciatori raccoglitori, promuovendo come loro una genitorialità indulgente, per instillare nei giovani la cooperazione e la solidarietà, riducendo così l’avidità competitiva. Sarà indispensabile l’utilizzo esclusivo di energia solare e di tecnologia verde per avere un impatto ecologico zero, non solo per non arrecare più danni all’ambiente, ma per risanare un po’ alla volta i danni che ha causato la competizione .
L’armonia non è regresso, ma evoluzione sistemica: integrare l’economia di condivisione in comunità moderne è fattibile attraverso piattaforme digitali con governance cooperativa, emulando la condivisione totale dei cacciatori raccoglitori. Essi promuovevano l’uguaglianza attraverso pratiche sociali attive e strutturali che impedivano accumuli di potere o di risorse, basate su una condivisione totale, parità di genere, consenso e “dominio inverso” per contrastare gerarchie emergenti. Ogni membro aveva eguale diritto al cibo e alle risorse indipendentemente dalle proprie capacità, con beni materiali condivisi e decisioni collettive prese per consenso, senza capi o padroni. Il “dominio inverso” era la ridicolizzazione e l’ostracismo verso chi tentava di dominare o vantarsi, mantenendo così un’uguaglianza attiva.
Questo non aveva impedito ai gruppi o alle tribù di cacciatori raccoglitori di avere tra loro diverbi, soprattutto tra gruppi culturalmente diversi, che potevano sfociare anche in guerre aperte. La tecnologia di comunicazione attuale potrebbe annullare le incomprensioni culturali se si annullano le cause della competizione economica, processo favorito anche dal fatto che tutte queste federazioni di gruppi sociali farebbero parte di una sola organizzazione internazionale che le coordina. Da qui il rifiuto a prescindere del concetto di guerra e di ogni forma di violenza tra umani.
Questo rifiuto della violenza si estenderà anche nei confronti di tutti gli altri viventi non umani. Nell’esempio della federazione in cui vivono i protagonisti del romanzo “Aspettando un mondo nuovo” non esistono allevamenti intensivi di animali, ma nemmeno animali domestici da compagnia. Gli animali del territorio sono tutti selvatici, ma decenni di convivenza pacifica e di rispetto verso di loro hanno creato un clima di fiducia nei confronti degli umani.
In una società umana senza animali domestici a sangue caldo detenuti come proprietà, gli animali liberi, ma non timorosi dell’uomo, potrebbero convivere simbioticamente con le comunità, riducendo lo stress e la solitudine grazie a delle interazioni spontanee, in linea con modelli comunitari senza uso di denaro e non competitivi. Questa configurazione eliminerebbe i costi etici e ambientali della proprietà privata, favorendo ecosistemi più equilibrati. Le interazioni libere con animali liberi offrirebbero compagnia senza obblighi di cura esclusiva, riducendo l’isolamento in contesti comunitari solidali. In assenza di individualismo, il ruolo compensatorio degli animali domestici svanirebbe, sostituito da legami umani e contatti casuali con la fauna locale.
Senza allevamenti di animali domestici, sia da carne che da compagnia, le emissioni di CO2 calerebbero drasticamente, passando da tonnellate annue a opzioni sostenibili o assenti. Gli animali liberi manterrebbero tra loro equilibri predatori e promuoverebbero biodiversità. Le comunità autosufficienti di condivisione vedrebbero minori pressioni sulle risorse, allineandosi a visioni di sostenibilità senza proprietà privata. La gestione delle popolazioni animali libere richiederebbe meno impegno da parte umana, perché ci sarebbe già un’autoregolazione dell’ecosistema animale negli spazi del territorio comunitario dedicato a loro, come boschi, prati o montagna.
Tuttavia, anche senza animali da compagnia non mancherebbero i rischi sanitari da zoonosi, ad esempio salmonella da rettili, oppure per le migrazioni stagionali di fauna a sangue caldo, soprattutto uccelli (influenza aviaria). E’ quindi indispensabile un’educazione collettiva per un’efficace prevenzione. I rettili non sono mai stati domesticati storicamente, a differenza di 26 specie di mammiferi e uccelli a sangue caldo selezionati in 14.000 anni. Mancano loro istinti sociali da branco come i mammiferi e non formano legami affettivi. Mentre è teoricamente possibile che gli animali selvatici a sangue caldo, viventi nel territorio comunitario, possano davvero avere legami affettivi con gli abitanti del territorio, concedendo loro il massimo rispetto, legami di questo tipo non sarà mai possibile averli con gli animali a sangue freddo. Forse reciproco rispetto ma non una reciproca relazione affettiva.
La poca carne che verrebbe consumata come cibo nella comunità deriverebbe dalla caccia di alcuni individui, selezionati per equilibrare la loro crescita demografica. Un’alimentazione completamente vegana, come quella che si stava diffondendo nella comunità descritta, presenta vantaggi e svantaggi da considerare. C’è una riduzione del rischio di malattie croniche come cardiovascolari, diabete e alcuni tipi di cancro grazie a un’alimentazione ricca di frutta, verdura, legumi e fibre. Un maggiore apporto di fibre che favoriscono la salute digestiva e protezione contro malattie intestinali. Un minore consumo di grassi saturi e colesterolo, contribuendo a un profilo lipidico più salutare. Un impatto ambientale più sostenibile, con riduzione delle emissioni di gas serra e consumo di risorse naturali. Ci sono anche aspetti etici legati al rispetto degli animali e alla promozione di stili di vita più compassionevoli.
Ci sono però anche degli svantaggi perché c’è il rischio di carenze nutrizionali, in particolare di vitamina B12, ferro, calcio, zinco, iodio e omega 3 a catena lunga, che sono nutrienti difficili da reperire solo con alimenti vegetali. Possibili difficoltà nel garantire un adeguato apporto proteico completo, necessario per la massa muscolare e altre funzioni corporee. Necessità di un’attenzione particolare e spesso di integrazione per evitare anemia, problemi ossei e compromissione del sistema immunitario in caso di dieta non bilanciata. Possibile presenza di antinutrienti (fitati, ossalati) che riducono l’assorbimento di alcuni nutrienti.
In una comunità come quella descritta nel romanzo, se si adotta un’alimentazione vegana completa e bilanciata con corrette integrazioni e monitoraggi, può portare benefici di salute e sostenibilità ambientale. Tuttavia, è fondamentale un approccio consapevole, supportato da professionisti della nutrizione, per prevenire carenze e garantire un benessere ottimale a lungo termine. Ecco perché la figura del nutrizionista è indispensabile in ogni comunità autosufficiente.
Una società fondata sulla competizione economica e sul profitto tende a sacrificare la manutenzione corretta dell’ambiente naturale per massimizzare i guadagni a breve termine, generando un degrado irreversibile.
La competizione spinge le imprese a estrarre risorse in modo intensivo, ignorando i costi ambientali non contabilizzati, come inquinamento e deforestazione, perché il profitto premia l’espansione rapida. In caso di crisi aziendali, la priorità va ai creditori rispetto alla bonifica dei siti inquinati, lasciando rifiuti e contaminazioni senza rimedio. La crescita perpetua richiesta dal sistema collide con i limiti finiti delle risorse naturali, portando al collasso ecosistemico entro pochi decenni secondo dei modelli aggiornati.
Settori come petrolio, gas e trasporti devastano la biodiversità e hanno aumentato le emissioni di gas serra del 250% dal 1970, priorizzando gli utili sulla conservazione. Crisi fallimentari amplificano il problema: è più probabile che i tribunali evitino di imporre gli obblighi di manutenzione ambientale per tutelare gli interessi privati. Studi confermano che le emissioni attuali sono incompatibili con gli obiettivi climatici, perché richiedono riduzioni immediate che sono negate dalla logica del profitto.
Le alternative possibili sono modelli circolari o rigenerativi che riducono gli sprechi, promuovendo il riuso e l’impatto positivo, ma restano limitati dalla competizione. Le federazioni di gruppi sociali basati sulla cooperazione dimostrano invece una manutenzione efficace senza il profitto privato, usando energie rinnovabili e agricoltura naturale per l’autosufficienza. E’ un fatto che aree protette gestite da comunità indigene dimezzano la deforestazione rispetto a zone capitaliste, valorizzando la conservazione collettiva.
Il sistema competitivo privatizza i profitti ma esternalizza i danni ambientali, rendendo insostenibile la manutenzione a lungo termine senza interventi pubblici radicali. Rapporti scientifici avvertono che i cambiamenti incrementali falliscono: serve superare la crescita infinita per ottenere compatibilità con gli ecosistemi. I principali limiti del capitalismo per la tutela ambientale derivano dunque dalla sua logica intrinseca di crescita illimitata e massimizzazione del profitto, che contrasta con la finitezza delle risorse naturali. Il sistema richiede un’espansione economica continua per garantire i profitti, esaurendo risorse come suolo, acqua e foreste oltre i limiti rigenerativi degli ecosistemi. Questo genera accumulo di rifiuti e di inquinamento non sostenibili, poiché la produzione privilegia la quantità sulla qualità ambientale.
I danni ambientali, come le emissioni di gas serra o le contaminazioni di acque e suolo, vengono scaricati sulla collettività senza costi per le imprese, che danno precedenza ai processi economici a basso costo rispetto a opzioni sostenibili. La competizione globale sposta le attività inquinanti verso i paesi poveri, aggravando le ingiustizie e il degrado.
La proprietà privata e la corsa al profitto ostacolano la conservazione collettiva: le aree protette gestite privatamente subiscono deforestazione doppia rispetto a quelle comunitarie. Le politiche “verdi” restano marginali, poiché la deregolamentazione favorisce la crescita anziché l’ecologia.
In fasi di crisi, come i fallimenti aziendali, le sentenze tutelano i creditori limitando le bonifiche ambientali a misure minime, rinviando i risanamenti onerosi. L’innovazione tecnologica promessa si scontra con le inerzie strutturali legate al profitto a breve termine. La competizione economica sta portando alla deriva l’ambiente naturale con tutti i viventi, uomo compreso. Il sistema del profitto va avanti per inerzia ed è quindi inutile combatterlo. Una cosa sola è possibile: cominciare a costruire da zero realtà territoriali autosufficienti, il più possibile slegate dal mercato, dove l’umanità possa ritrovare progressivamente la sua innata origine sociale e di condivisione, senza tuttavia scontrarsi con il potere economico e le autorità costituite.

