Questo estratto dipinge un blackout non come mera contingenza tecnica, ma come lente d’ingrandimento su una società distopica, iperconnessa eppure fragile. “Sembrava di muoversi dentro a una cartolina, un’istantanea che aveva immortalato tutti i veicoli della città”: questa metafora cattura l’assurdità di un mondo paralizzato, dove il traffico si fossilizza come in un quadro rinascimentale, mentre le persone fluttuano libere, quasi spettrali. È un’immagine che evoca il surrealismo di Magritte, ma con un sottotesto realistico: in un’era di dipendenza elettrica, la staticità meccanica contrasta con il caos umano, amplificando il senso di straniamento. Ci sono stati echi simili in resoconti reali, come il blackout di Torino nel 2003 o quello europeo del 2006, dove la città si trasformava in un labirinto pedonale improvviso.
La narrazione scala poi a un’osservazione acuta: l’università inagibile, il blackout esteso, le imprecazioni contro l’amministrazione. Qui emerge una critica sottile al modello urbano contemporaneo, quello del lavoro remoto, delle consegne a domicilio, della solitudine domestica. “Molti erano abituati a farsi portare il pranzo a casa, ma quel giorno non ci sarebbero state consegne”: è un colpo al cuore del consumismo pigro, dove la comodità quotidiana si rivela illusoria. L’autore paragona l’evento a “uno sciopero generale”, un parallelo che ribalta la narrativa politica. Non è una protesta organizzata, ma un collasso sistemico che forza l’unità (o meglio, la sua assenza). Questo risuona come un cyberattacco mirato, come Stuxnet o i recenti outage di CrowdStrike, che non spegne le fabbriche, ma la vita digitale quotidiana, sospendendo le economie invisibili.
Il dialogo sul sostentamento è il cuore pulsante, realistico e impietoso. “Con panini e con quello che avevamo in casa” per il cibo è banale, quasi comico nella sua improvvisazione; ma l’acqua, “l’esigenza impellente”, diventa il vero dramma. L’autore illustra con precisione la logistica: bottiglie razziate dai supermercati, lavaggi “come i gatti”, e il calvario degli anziani ai piani alti per “trascinarsi le bottiglie su per le scale”. È un dettaglio che umanizza la crisi, esponendo le crepe sociali: in palazzi anonimi, “difficilmente potevano contare sull’aiuto dei vicini, poiché ognuno pensava solo ai fatti propri”. Questo individualismo rampante è un tema filosofico che richiama a Hobbes o a Bauman sulla “modernità liquida”, dove la verticalità urbana amplifica l’isolamento. In termini pratici, un blackout prolungato esaurisce le scorte in 24 o 48 ore: senza pompe elettriche, l’acqua dai serbatoi alti basta per ore, non per giorni. Ricorda Puerto Rico post-Maria (2017): migliaia di morti non per un uragano, ma per la disidratazione e per le infezioni da acqua stagnante.
Nel complesso, il passaggio è un’allegoria perfetta di resilienza mancata. Critica l’incapacità amministrativa (“imprecare contro l’amministrazione cittadina”), ma punta il dito sulla passività quotidiana: cellulari morti, PC isolati, ignoranza di eventi a “pochi chilometri”. In un 2026 segnato da tensioni cyber, questo scenario non è fantascienza, ma una profezia plausibile. L’autore bilancia il dramma con la quotidianità, rendendo il surreale palpabile e urgente.

