Questo brano è uno dei momenti più drammatici e intensamente psicologici del romanzo, perché segna il punto in cui il progetto delle federazioni non è più solo osteggiato, ma è formalmente condannato a morte da un consenso globale delle nazioni. La frase “La cancellazione della nostra organizzazione fu una decisione su cui concordarono tutte le nazioni” ha un sapore quasi apocalittico: non si tratta più di sanzioni, minacce o pressioni, ma di una sentenza collettiva, unanime, che schiaccia dall’alto il mondo delle comunità alternative. I “giochi sembravano fatti”, gli eserciti sono pronti, e la macchina militare del vecchio sistema è ormai in posizione di attacco, mentre le federazioni sono disarmate, non perché non abbiano voglia di difendersi, ma perché la direzione ha deciso di non opporre resistenza, per salvare almeno le vite.
Il passaggio successivo è dominato da un profondo trauma identitario: i membri dell’organizzazione si chiedono se la loro intera storia sia stata un’enorme illusione. “Ci trovavamo in quelle condizioni, solo per aver messo in pratica l’amore fraterno?” è una domanda che colpisce nel cuore della loro etica: se la logica del mondo è puramente repressiva, allora la scelta di vivere in modo solidale, di condivisione, di giustizia e di non violenza, tutto appare come un tragico errore, quasi un autoinganno. La frase “la nostra fiducia in un mondo nuovo fondato sulla giustizia e sulla condivisione era solo l’effetto di un’aberrante frottola ereditata dal passato?” suona come una discesa in un abisso di dubbio: tutto ciò che fino a quel momento era stato educato come ideale di civiltà, come profezia di un futuro migliore, viene improvvisamente messo in discussione come pura fantasia.
Il riferimento alle promesse “che i mansueti e i giusti avrebbero ereditato la Terra” richiama esplicitamente una tradizione religiosa e messianica, ma la tonalità è amara: il romanzo gioca qui sull’idea che la profezia, nelle condizioni storiche del presente, sembra destinata a tradirsi. La speranza messianica incontra il realismo crudo del potere, e la tensione tra “promessa” e “realtà” diventa il centro del conflitto interiore dei personaggi.
La reazione collettiva è descritta in modo molto realistico: non è unitaria, ma profondamente divisa. Da un lato, molti cominciano a dubitare di quanto gli anziani hanno ripetuto per anni: l’idea che “il nostro popolo” possa affermarsi su tutta la Terra e costituire un nuovo ordine universale sembra ora una semplice utopia, destinata a trasformarsi in dispersione, frammentazione, dissoluzione. La distruzione materiale dell’organizzazione non è solo un colpo subito economicamente, ma anche un trauma simbolico: la rovina di un’identità, di un racconto condiviso che dava senso alla loro vita.
Dall’altro, qualcuno tenta ancora di mantenere la fiducia: “Coraggio, fratelli, coraggio! Vedrete che la Storia non ci abbandonerà e il loro piano non funzionerà!” Questa voce appartiene a chi legge la storia come un processo dotato di una sorta di “giustizia implicita”: la convinzione che il progresso, anche se violento, non possa cancellare totalmente le forme di vita più giuste e umane. Questi personaggi interpretano la minaccia come un episodio transitorio, forse il momento più buio prima di un’inversione di tendenza, perché ritengono che la storia abbia una memoria delle ingiustizie e delle alternative che meritano sopravvivenza.
Un ulteriore livello del passaggio è fornito da chi, nella disperazione, si aggrappa alla speranza di un intervento divino: “Forse vedremo portentosi segni, magari fuoco dal cielo con fulmini o meteoriti che cadranno sugli eserciti radunati, oppure terremoti e pestilenze che fermeranno la loro avanzata.” Qui il romanzo mobilizza un immaginario profetico e apocalittico, molto vicino a testi religiosi come l’Apocalisse o i racconti biblici di catastrofi collettive, ma in un contesto moderno e quasi laicizzato. Non si tratta di certezza teologica, ma di una forma di speranza estrema: se la storia umana non sembra offrire alcuna via d’uscita, si può solo affidarsi a un’ipotesi di intervento esterno, soprannaturale, che dilani la macchina militare del vecchio sistema.
Questo è un modo efficace di mostrare fino a che punto la crisi politica coinvolga la sfera emotiva e spirituale: la minaccia materiale dei eserciti diventa anche una crisi di senso, di fede e di proiezione del futuro. La domanda implicita è: se anche il cielo resta muto, e non si verifica alcun miracolo, che cosa resta all’uomo? L’idea di un mondo nuovo, nata dall’idea di giustizia e amore fraterno, è solo una bella favola o ha ancora una radice nella realtà?
In relazione al resto del romanzo, questo brano è il punto di svolta in cui la tensione tra il mondo delle federazioni e il vecchio sistema si trasforma in conflitto esistenziale. Le federazioni, che avevano scelto l’autosufficienza, la condivisione e la non violenza proprio perché rifiutavano la logica del monopolio tecnologico e della competizione sfrenata, ora si trovano di fronte a una reazione che non è solo economica o politica, ma puramente esistenziale: la loro cancellazione totale. La scelta di non opporre resistenza, seppur motivata dal tentativo di salvare le vite, mette in luce la contraddizione insita nel loro modello: la non violenza e la fiducia nel futuro possono essere interpretate dagli avversari come debolezza, e quindi come invito a usare la massima violenza possibile.
In questo contesto, il parallelo con Hobbes e Rousseau diventa ancora più chiaro: le federazioni assomigliano a una versione moderna del “buon selvaggio” con un’umanità che rifiuta la logica dello Stato” Leviatano” e della guerra di tutti contro tutti, ma proprio per questo è percepita come ingenua e vulnerabile. Il vecchio sistema, invece, si comporta in modo hobbesiano, considerando la violenza organizzata come il mezzo naturale per eliminare qualsiasi minaccia, indipendentemente dalla sua etica interna. La frase “la Storia non ci abbandonerà” è quasi un atto di fede antihobbesiana: crede che la storia, non solo il potere, possa avere un criterio di giustizia che non coincide con la forza bruta.
Infine, si mette in discussione il mito del “mondo nuovo” stesso. Non è più una promessa lineare, ma un’utopia messa alla prova nella carne viva della disperazione collettiva. La voce di chi parla di “aberrante frottola” o di “colossale scherzo di pessimo gusto” è quella di chi scopre che la storia può prendersi gioco delle speranze più sincere. Tuttavia, la presenza di chi invoca un intervento divino, o chi si rifiuta di abbandonare la fiducia, mostra che il mito del mondo nuovo non è ancora morto: è solo al suo momento più fragile, ma anche più autentico, perché la speranza espressa qui non è ingenua, bensì consapevole del rischio di essere delusa.

