Qui viene dipinto un futuro iper connesso e isolazionista, in cui la tecnologia domestica soddisfa ogni necessità umana, eliminando la necessità di interagire con il mondo esterno e creando un’illusione di autosufficienza totale.
I ben adattati al sistema non escono mai di casa, né per bisogni essenziali né per aria fresca. Infatti, la tecnologia ricrea ambienti naturali artificiali, con aria purificata e aromatizzata (sapori di mare, montagna o campagna a preferenza) erogata da condotti a temperatura controllata. La luce solare sintetica, priva di radiazioni nocive, prolunga il giorno a piacimento, fermando simbolicamente lo scorrere del tempo e alimentando un eterno presente illusorio.
C’è una completa automazione dei bisogni quotidiani, in cui laa spesa avviene online, consegnata da droni o da macchine fattorino; il cibo arriva pronto e caldo; le pulizie e la manutenzione sono delegate a robot e macchine intelligenti inviate da agenzie specializzate. Tutte le pratiche burocratiche si risolvono via rete, rendendo obsoleta qualsiasi mobilità fisica. Questo ecosistema domestico trasforma la casa in un bunker autosufficiente, ottimizzato per l’efficienza e il comfort.
Ovviamente questo comportamento comporta implicazioni sociali e antropologiche, ossia una disumanizzazione progressiva, dove la tecnologia, celebrata come liberazione, isola invece l’individuo, atrofizzando le relazioni sociali, il contatto con la natura e la percezione del tempo reale. I ben adattati incarnano l’ideale del sistema, produttivi senza frizioni, ma pagano con l’alienazione, mentre i marginali (gli anziani, i disabili, i disoccupati) restano esclusi. Un progresso che, sotto il pretesto del guadagno economico, erode l’essenza umana, normalizzando l’immobilità esistenziale.

