Nel sistema di mercato contemporaneo, la discriminazione opera come un dispositivo strutturale che segmenta e gerarchizza la popolazione lungo linee di “razza”, sesso, classe e generazione e, pur in assenza di solide basi biologiche per tali divisioni, è il modo in cui il mercato continua comunque a produrre e sfruttare le differenze sociali.
Gli studi genetici mostrano che le differenze genetiche tra gruppi umani sono continue e sfumate, senza linee di confine nette che corrispondano alle razze del senso comune. C’è in genere più variazione genetica all’interno dei cosiddetti gruppi razziali che tra di essi, e non esiste un singolo marcatore genetico che distingua un’intera “razza” da un’altra. I genetisti sottolineano che la nozione di “razza” è un pessimo proxy per la variazione genetica, mentre categorie come “ascendenza” o “popolazione” sono più appropriate sul piano biologico. Tuttavia, proprio perché le categorie razziali codificano rapporti sociali di dominio e svantaggio, esse restano fortemente predittive di diseguaglianze in salute, reddito, accesso a istruzione e lavoro.
Nel mercato del lavoro, la “razza” continua a funzionare come principio di segmentazione e alcuni gruppi etnici vengono sovra rappresentati nei lavori più duri, meno pagati e meno protetti. Spesso i migranti e le minoranze etniche occupano i livelli più bassi delle catene globali del valore (agricoltura intensiva, logistica, cura, fast fashion), dove il potere contrattuale è minimo.
Le disparità salariali, i tassi più alti di disoccupazione e l’accesso differenziale al credito o alla casa testimoniano che il mercato incorpora e riproduce la gerarchia razziale, invece di neutralizzarla. Qui il razzismo non è solo un pregiudizio individuale, ma un insieme di regole formali e informali che orientano le assunzioni, le promozioni, i licenziamenti, l’allocazione di risorse e gli investimenti.
La dimensione di sesso o genere introduce un’altra stratificazione, che interagisce con la classe sociale e la razza. Le donne sono sovra rappresentate in settori a bassa retribuzione, precari e scarsamente tutelati (domestico, assistenza, tessile, servizi), e incontrano sistematicamente un divario retributivo rispetto agli uomini anche a parità di mansioni.
Gran parte del lavoro di cura e domestico, essenziale alla riproduzione della forza lavoro, rimane non pagato o sottovalutato, e ricade ancora in misura prevalente sulle donne. Le economiste femministe mostrano che questo “lavoro invisibile” è strutturalmente necessario al funzionamento del mercato, ma viene escluso dalle misure di valore economico come PIL e produttività.
La discriminazione di classe si manifesta nell’accesso diseguale al reddito, alla ricchezza, all’istruzione e alla sicurezza occupazionale. Le classi lavoratrici e i ceti popolari sperimentano più spesso lavori instabili, condizioni di salute peggiori, possibilità limitate di mobilità sociale, mentre i gruppi privilegiati possono trasformare il capitale economico in capitale culturale e relazionale per mantenere la propria posizione.
Il mercato, lungi dall’essere uno spazio neutro di scambio tra eguali, dipende dalla disponibilità di lavoro sottopagato e sostituibile e dalla possibilità di scaricare i rischi e i costi sui segmenti meno protetti. La segmentazione dei consumatori e le politiche di prezzo differenziato rafforzano le barriere di classe anziché attenuarle.
La discriminazione tra le generazioni emerge nella distribuzione del lavoro, del welfare e del debito pubblico e privato. In molti contesti, le coorti più giovani affrontano una precarietà lavorativa, salari più bassi rispetto alle generazioni precedenti a parità di titolo di studio, e barriere crescenti all’accesso alla casa e alla pensione. Questo produce una forma di disuguaglianza temporale: alcuni gruppi godono di diritti e protezioni conquistate in passato, mentre altri entrano nel mercato in condizioni notevolmente peggiori, pur contribuendo al finanziamento del sistema. Il mercato del credito studentesco, gli affitti e i mutui diventano luoghi centrali di questa subordinazione generazionale.
Autrici come Patricia Hill Collins hanno mostrato come razza, classe e genere non siano assi indipendenti, ma dimensioni intrecciate di una stessa matrice di dominazione. Questo approccio intersezionale vede il capitalismo come un sistema che si riproduce proprio sfruttando queste linee di divisione, piuttosto che nonostante esse.
Il concetto di capitalismo razziale o di intreccio strutturale tra capitalismo, razzismo e patriarcato, sottolinea che le gerarchie non sono incidentali, ma funzionali all’accumulazione. Così, ad esempio, una donna migrante di classe lavoratrice sperimenta congiuntamente la discriminazione razziale, sessuale e di classe, con effetti specifici che non si spiegano sommando semplicemente le tre dimensioni.
In questo quadro, il sistema di mercato non è un semplice teatro in cui agiscono pregiudizi preesistenti, ma un dispositivo che seleziona, canalizza e remunera in modo differenziale le identità sociali. Attraverso i salari, i prezzi, l’accesso al credito, la valutazione del rischio e del merito, il mercato traduce le gerarchie razziali, di genere, di classe e di età in differenze di reddito, sicurezza, mobilità e aspettativa di vita.
Anche quando la scienza smentisce il fondamento naturale di certe categorie (come le razze), il mercato continua a trattarle come reali perché producono effetti reali su percorsi biografici e possibilità di vita. In questo senso, la discriminazione si estende e si rinnova: non soltanto tra gruppi definiti biologicamente, ma tra posizioni sociali e generazionali, che diventano a loro volta oggetto di selezione e sfruttamento economico.

