Questa citazione sintetizza la tesi centrale del romanzo: l’incapacità umana di superare la competizione sistemica deriva da un imprinting culturale precoce, che fissa meccanismi comportamentali rigidi e può generare xenofobia fino a delle derive genocidarie.
E’ evidente come intellettuali e leader elenchino soluzioni complesse (economiche, ideologiche, militari) per mitigare i mali del sistema competitivo, come disuguaglianze, guerre, alienazione, ignorando l’opzione radical’e : abolizione del sistema stesso. Questa miopia riflette l’inerzia culturale: la competizione, impressa come valore fondante (darwinismo sociale, capitalismo), è percepita come legge naturale, non come costruzione storica.
L’imprinting avviene nella prima fase dell’esistenza, tracciando le strade comportamentali principali nel cervello, con reti neurali consolidate su cui si innestano le abitudini secondarie. La famiglia, i coetanei, l’etnia o la geografia fissano un modello omogeneo, dove il “diverso” (il forestiero, lo straniero) attiva un sospetto istintivo, eco dell’effetto di repulsione verso l’incesto esteso a delle norme sociali. Questo meccanismo evolutivo, utile per la coesione tribale, diventa patologico in contesti globali.
I meccanismi psicologici che formano l’avversione per lo straniero si formano già nella prima infanzia, dove c’è la plasticità neurale massima: questi valori etnocentrici prodotti dall’educazione resistono nel tempo. Rimane la percezione del diverso, dove l’insolito evoca qualcosa di negativo o di sbagliato, attivando l’amigdala (paura) prima della corteccia cerebrale (ragione). La conseguenza è la resistenza al cambiamento, perché irnnegare l’origine richiede una “riprogrammazione” dolorosa, ossia un trauma cognitivo.
La “stranezza” alimenta pregiudizi che escalano in stermini: la Shoah (ebrei come stranieri cosmopoliti), il Porrajmos (sterminio dei Rom e dei Sinti), i genocidi coloniali (soprattutto dagli Europei verso i nativi di altri continenti), le guerre tribali (come in Rwanda, Tutsi contro Hutu). Il passo del romanzo si collega al darwinismo hitleriano (del più adatto), dove la competizione razziale giustifica l’eliminazione fisica, non solo culturale.
Viene perciò auspicata un’educazione precoce interculturale per deviare meccanismi xenofobi prodotti dai media massificati o da uno Stato totalitario che rafforzano imprinting distorti. Il tema resta attuale, dove il migrante è lo “straniero”: si perpetuano così i cicli violenti invece di abolire la loro radice competitiva.

