Questo passo del romanzo descrive una tendenza di lungo periodo: la crescita inarrestabile delle grandi metropoli, con la “Ville Lumière” (Parigi) usata come esempio archetipale, e la progressiva esclusione sociale di chi non riesce a integrarsi nel sistema consumistico e nel mercato “libero” di facciata. Questo quadro è molto vicino a ciò che si osserva oggi e a ciò che molti scenari prevedono per il futuro, con alcune accelerazioni e nuovi elementi determinati da crisi climatica, digitale e politica.
Negli ultimi decenni, quasi tutte le grandi città del pianeta hanno visto aumentare la propria popolazione, soprattutto in Asia, Africa e America Latina, ma con dinamiche differenti anche in Europa. Ciò è dovuto a un’urbanizzazione forzata (abbandono di campagne, piccoli centri, aree industriali in crisi); concentrazione di lavoro, servizi e opportunità in pochi centri urbani; dinamiche migratorie interne ed esterne (persone che si spostano verso metropoli globali alla ricerca di lavoro o protezione).
In questo contesto le classi più abbienti tendono a vedere la situazione “come va bene così”, perché per loro la crescita urbana significa più consumi, più affitti, più speculazione immobiliare, più servizi “premium” e più status sociale. La parte del ceto medio resta aggrappata alla promessa ideologica del “mercato libero”, che viene presentato come un motore di mobilità sociale e miglioramento della qualità della vita, anche se in realtà è fortemente regolato da interessi corporativi, lobby e monopoli tecnologici. Inoltre è ineguale nella distribuzione delle opportunità, genera precarizzazione, ansia competitiva e costi di vita alti. Allo stesso tempo, i ceti popolari (lavoratori precari, giovani senza lavoro stabile, immigrati, disoccupati, persone con bassi livelli d’istruzione) si trovano sotto pressione demografica, con più persone che competono per il lavoro, per gli alloggi, per iservizi. Sono escluse o marginalizzate dal circuito del consumo (non possono permettersi i “beni dello status”, gli ultimi gadget, le abitazioni in zone centrali), perciò sono percepite come “superflue” o “spazzatura” in un sistema che misura il valore umano in base al consumo e alla produttività economica.
Le grandi manifestazioni improvvisate nelle strade della capitale (come quelle descritte nel brano) rispecchiano reali fenomeni contemporanei, come le mobilitazioni sociali spontanee (Gilet Gialli a Parigi, movimenti di protesta per il caro vita, contro la precarietà, contro le politiche fiscali), proteste che non nascono solo da un singolo partito, ma da una combinazione di precarietà economica, disuguaglianza urbana e frustrazione verso un sistema che “non mantiene le promesse”.
Se proiettiamo il contesto attuale nel futuro, emergono alcune linee di tendenza coerenti con il brano: Sempre più metropoli e iper metropoli. Le proiezioni demografiche indicano che la crescita globale porterà a un picco di popolazione intorno alla metà del secolo, con un ulteriore aumento della quota di esseri umani in città. Questo significa che ci saranno sempre più metropoli con oltre 20–30 milioni di abitanti, con una dispersione fisica della popolazione nelle periferie, con quartieri dormitorio, zone industriali e “città invisibili” ai margini del centro.
Il brano anticipa esattamente questa dinamica: non solo il centro, ma le periferie della Ville Lumière sono investite dall’espansione urbana e chi vive ai margini paga il prezzo più alto. Oggi gran parte del dibattito politico ed economico verte proprio sulla crisi del ceto medio e sul fallimento del mito del mercato totalmente libero. Infatti, le disuguaglianze si sono ampliate, la mobilità sociale è diminuita in molti paesi avanzati, la promessa che il sistema “risolleverà la qualità della vita” appare sempre più smentita dai dati.
Nel futuro plausibile le promesse retoriche di mercato e innovazione continueranno a circolare, ma con un divario sempre più ampio tra narrazione e realtà. Molti individui, soprattutto giovani, potrebbero vivere sotto occupazione o lavoro precario, con difficoltà a comprare case o a formare una famiglia e un senso d’inquietudine permanente circa il proprio futuro.
In questo scenario, il ceto medio “disperatamente aggrappato” alla logica di mercato descritta nel romanzo assomiglia a ciò che vediamo già: una classe che cerca di mantenere uno stile di vita borghese, ma con la costante sensazione di scivolare verso il basso.
Il romanzo colpisce duramente quando parla di chi viene considerato “spazzatura” se non riesce a integrarsi nella logica consumistica. La marginalità urbana (città invisibili, baraccopoli, quartieri degradati) è cresciuta in molte metropoli, anche europee. La criminalità, i fenomeni di microcriminalità, i campi di persone senza fissa dimora sono sempre più visibili in centri come Parigi, Milano, Roma, Berlino.
Nel futuro ci sarà una maggiore disoccupazione a causa dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e della robotizzazione. Da considerare anche le pressioni climatiche, con ondate di calore, inondazioni, carenza di acqua, che colpiscono soprattutto le periferie urbane, con crisi economiche cicliche, deboli ma ricorrenti. E’ plausibile che la fascia della popolazione percepita come “non utile” o non produttiva aumenti, producendo una cultura più esplicita di esclusione (rappresentazione sociale, discorsi politici, politiche securitarie), ma anche una maggiore probabilità di tensioni sociali e rivolte spontanee, come quelle descritte nel brano con “grandi manifestazioni improvvisate”.
Il contesto citato è un fondo di crisi sistemica che rende intellegibile la nascita di un’alternativa, come quella che si configura nel romanzo. Una parte della popolazione, delusa dal mercato “libero” e dalla città metropoli, inizia a cercare forme alternative di vita: nascono comunità autonome, progetti di autosufficienza, reti di scambio che cercano di stare fuori dal circuito competitivo e consumistico. E’ proprio nei punti in cui la città spezza l’uomo, si genera il desiderio di un “mondo nuovo” basato sulla cooperazione, la reciprocità e la riduzione della dipendenza dal sistema urbano capitalistico.
In prospettiva futura, se il picco di popolazione porta a pressioni ulteriori su città e servizi, molte persone potrebbero riconsiderare la vita in metropoli. Alcuni scenari parlano di “deurbanizzazione parziale” o di riconversione di periferie in ecosistemi più autosufficienti (agricoltura urbana, reti locali di energia, economie solidali).

