I lavoratori esterni, che operano temporaneamente nelle aziende private convenzionali, mantenengono una neutralità rigorosa rispetto alle dinamiche interne, come conflitti sindacali o rivendicazioni salariali. La loro esperienza pregressa li rende immediatamente produttivi, senza bisogno di una formazione prolungata, e il limite temporale della permanenza (un anno o poco più) evita frizioni con i dipendenti fissi, che li vedono come non concorrenti per le promozioni. Questo status quo favorisce le relazioni cordiali, aprendo spazi per dialoghi sull’alternativa al sistema competitivo, anche se recepiti con scetticismo da chi è radicato nella vita urbana e nei suoi presunti vantaggi.
Il guadagno derivante da questi incarichi non è fine a sé stesso, ma strumentale all’autosufficienza comunitaria. I lavoratori esterni canalizzano i salari verso l’acquisto di tecnologie essenziali per ottimizzare il funzionamento della loro comunità: pannelli solari per l’energia rinnovabile, sistemi di irrigazione automatizzati per l’agricoltura biologica, o software per la gestione condivisa delle risorse. In un contesto di transizione verso un “mondo nuovo”, questo approccio ibrido, ossia l’immersione nel capitalismo per finanziarne il superamento, riflette una strategia pragmatica. Evita la dipendenza da sussidi statali o da donazioni (anche se sarebbero bene accette), preservando l’autonomia e testando la resilienza del modello comunitario contro le tentazioni del sistema dominante competitivo.
Questa dinamica evidenzia però tensioni ideologiche: i titolari apprezzano l’efficienza e l’assenza di contestazioni, mentre alcuni dipendenti lamentano la neutralità come sleale, accusando i lavoratori esterni di deprimere i salari collettivi. Eppure, la non specializzazione delle mansioni esterne minimizza gli impatti negativi, permettendo un’integrazione fluida. Dal punto di vista della comunità, il meccanismo genera plusvalore, convertito in capitale tecnologico che accelera l’indipendenza, riducendo i bisogni esterni e dimostrando la superiorità etica e pratica dell’alternativa.
Alcune critiche interne (sottopagati, neutrali…) rivelano però il rischio di essere percepiti come “topi da laboratorio” del capitalismo, utile per testarne i limiti senza alterarli. Filosoficamente, il brano evoca il pensiero di Ivan Illich o Jacques Ellul sulla tecnologia come liberatrice solo se sottratta al mercato competitivo, ma qui questa sottrazione è finanziata ironicamente proprio da esso: quel denaro servirà alle comunità indipendenti anche per diventare sempre più autonomi nella produzione della tecnologia necessaria, fino alla completa autosufficienza dell’organizzazione internazionale. In pratica è come se il capitale finanziasse il proprio logoramento.
Facciamo un semplice esempio (portato al presente, anche se il contesto del romanzo è proiettato verso la fine di questro secolo): immaginiamo 20 o 25 lavoratori esterni di una comunità italiana che, guadagnando mediamente 1500 euro netti al mese ciascuno per un anno, accumulano (per tredici mensilità) da 390 mila a 487 mila euro all’anno, ad esempio sufficienti per un impianto idroponico off-grid, coprendo il 50% del fabbisogno alimentare della comunità per svariati anni. Considerando che la popolazione di una tipica federazione di gruppi sociali tra 20 e 25 anni potrebbe variare tra 80 e 100 individui, non sarebbe nemmeno necessario che tutta la popolazione giovanile diventi forza lavoratrice esterna. Il successo dipende dalla disciplina nel reindirizzare i fondi e nel resistere all’assuefazione urbana, trasformando il lavoro salariato in un ponte verso l’autarchia.

