L’autore critica il sistema competitivo capitalista, contrapponendolo a un modello federativo collaborativo che garantisce equità distributiva e autosufficienza.
Si denuncia l’ottimismo illusorio nel libero mercato: la tecnologia, stimolata dalla competizione, genera disadattamento continuo (modifiche ambientali e sociali che creano nuovi bisogni), rendendo l’uomo “protagonista ma non regista”. Produce opulenza per pochi (Paesi ricchi) a scapito di penuria per molti, senza ridurre il lavoro o garantire un benessere universale.
Nelle federazioni esiste un ecosistema pianificato e la condivisione reciproca (con l’applicazione della Regola d’Oro) realizza quanto il sistema competitivo promette invano: un’equa distribuzione delle risorse, l’indipendenza climatica, l’eliminazione degli sprechi. Evita la supremazia tecnologica ed economica, focalizzandosi su delle bioregioni sostenibili anziché sul consumo infinito.
Questo passaggio riecheggia un po’ Ivan Illich (La convivialità): una tecnologia “conviviale” invece che una “industriale” monopolizzante. O anche Serge Latouche (decrescita), secondo il quale la competizione autoalimenta la crisi, mentre le federazioni di gruppi sociali incarnano “aurea mediocritas” aristotelica, ossia il progresso al servizio dell’umano, non viceversa.

