Questa frase del romanzo riflette un’ipotesi filosofica-scientifica plausibile in astrobiologia: la vita emerge da “predisposizioni” chimico-fisiche universali (abiogenesi), con un’evoluzione casuale ma canalizzata verso la complessità, rendendo logica la vita intelligente su altri pianeti rocciosi abitabili.
Esperimenti come quelli di Miller-Urey dimostrano che molecole organiche come gli aminoacidi nascono spontaneamente in ambienti pre-biotici (atmosfere riducenti, acqua, minerali), non per puro caso ma per reazioni favorite dalla chimica universale. Inoltre, il cosiddetto mondo a RNA e le sorgenti idrotermali sottomarine suggeriscono dei passaggi graduali verso la replicazione auto-catalitica.
Modelli recenti (2025) vedono l’intelligenza come esito naturale dell’evoluzione planetaria, non un incidente raro: biosfera e terra interagiscono per favorire la complessità cognitiva quando maturano le condizioni ottimali (ad esempio l’ossigeno o la stabilità climatica). L’equazione di Drake incorpora le probabilità statistiche su miliardi di pianeti.
La “casualità indeterminata” allude al darwinismo con dei vincoli (convergenze evolutive), che permette la supposizione di vita intelligente altrove, riecheggiando Giordano Bruno o i dibattiti su Fermi. Non c’è nessuna prova diretta, ma la logica statistica e chimica la rendono verosimile.

